29 novembre 2011

Ho sognato la cioccolata per anni, frasi

Mi ricordavo con gioia quella cioccolata calda, e la sognavo notte dopo notte.la prima cosa che mi sarei concessa dopo la fine della guerra sarebbe stata una bella tazza di cioccolata calda.


Quasi tutte tenevano gli occhi bassi, fissi sulla terra battuta che, prima di loro, era stata calpestata da anonime schiere, vite umane ridotte a grumi di paura e di rassegnazione. Aspettavamo che ci annunciassero la nostra sorte, una sorte definitiva: o la vita o la morte. La guerra durava già da anni e tutte noi avevamo imparato a conoscere i nazisti.

“Mamma”, gridai di nuovo.
“Non sono tua madre”, disse. Voleva morire da sola. Ma io le sfilai la calza dal collo.
“Bambina mia”, disse, ammettendo infine la mia presenza e parlando con la vecchia, elegante formalità ricercata che ricordavo così bene, “sei venuta tra i morti.” Lo sapevo. Ma non importava. Senza di lei, ero morta comunque.
“Se non possiamo vivere insieme, moriremo insieme”, le dissi. Era ciò che avevo giurato a me stessa sul treno.

Capivo la gravità della nostra situazione? Credo di si, come una persona giovane può capire quello che esula dalla sua esperienza. Ma ciò che capivo erano le espressioni ansiose sui volti dei miei genitori.

Per me l'Olocausto cominciò nella cella frigorifera di Jonas. Quel luogo rappresentò la fine di una vita apparentemente normale.

Non mi sono mai vergognata di portare la stella ebraica. I nazisti non sono mai riusciti ad inculcarmi l'idea che essere ebreo è un peccato.

Qua e là i muri di Slobodka erano cosparsi di macchie rosso vivo, e guardandoli mi rallegrai perché il rosso era il mio colore preferito. Ricordo di aver cercato di tirare su di morale i miei genitori dicendo: “Guardate che belle pitture”. Non ebbero il coraggio di dirmi che era sangue umano.

Potevamo uscire di casa, ma era pericoloso avventurarsi per le strade. Non sapevi mai se sarebbe toccato a te o a qualcuno dei tuoi cari essere arrestato o fucilato.

Nessuno si occupava di noi, nessuno ci proteggeva dai crimini che venivano commessi quotidianamente, nessuno protestava per ciò che veniva perpetrato contro di noi. Eravamo stati dimenticati.

Le madri avevano dovuto affrontare una scelta atroce. Avrebbero voluto andare con i loro bambini per cercare di salvarli, ma d'altro canto volevano restare in vita. Avevano altri cari da proteggere, altri figli, mariti, genitori. Così subirono impotenti la separazione dai loro piccoli. Cercarono di decidere lì per lì, senza potersi consigliare con nessuno, sforzandosi di compiere la scelta più giusta. Ma cos'era “giusto”?

Ovunque girassi lo sguardo c'erano emaciati corpi nudi, così raggrinziti dalla prolungata denutrizione da non sembrare più nemmeno donne. Quegli esseri che una volta avevano fatto l'amore, partorito e nutrito figli erano adesso ridotti a una parodia di umanità. Solo gli occhi che chiedevano pietà, che esprimevano il desiderio muto di poter morire in pace.

A volte mi chiedo perché si prendessero la briga di mantenere quel simulacro di ospedale. Lo scopo del campo di concentramento era quello di uccidere gli ebrei, perché allora fare qualcosa per tenerli in vita? Sono convinta che fosse solo per prolungare la nostra sofferenza. Non solo ci volevano morti, volevano torturarci, spezzarci nell'anima. Glielo leggevi in faccia che si divertivano a vederci soffrire. Facevano tutto il possibile per renderci le cose penose. Ecco perché ci affamavano ma non completamente, perché continuassimo a vivere fino allo stremo.

Avevo sognato la cioccolata calda per anni, da quando ero stata rinchiusa nel ghetto di Kovno. Ma adesso non potevo berla. Il mio apparato digerente era troppo delicato, come quello di un bambino.

Quando ci trasferimmo dalla chiatta tedesca che stava affondando alla nave da guerra inglese, passammo di colpo dalla condizione di schiavi a quella di esseri umani che meritavano cure e trattamento medico. Ci vennero restituiti d'un tratto i basilari diritti umani che ci erano strappati dai nazisti nel 1941. ma occorsero mesi, perfino anni, prima che assimilassimo completamente quel ritorno nel mondo degli uomini.

Dovemmo ricominciare dall'inizio, perché non avevamo più niente da cui continuare.

Ancor oggi una parte di me dice: “cancella quei cinque anni dalla tua vita! Non parlarne. Vivi nel presente, per il futuro”. Quella parte di me vuole scrollarsi di dosso i ricordi. Ma io non fuggo, perché un'altra parte in me dice che cancellare il passato è un'offesa alla memoria di chi ha sofferto e all'immensa moltitudine che non è sopravvissuta. Per questa ragione ho spesso parlato a gruppi di scolari israeliani nella giornata commemorativa dell'Olocausto. Trovo penoso e spossante stare di fronte a un gruppo di persone ed esporre le mie sventure. Mentre parlo, non vedo più i giovani davanti a me. Vedo il ghetto e i campi. Vedo le vittime e i loro cadaveri. E tutta la paura di quegli anni ha di nuovo il sopravvento. Eppure, per quanto sia estenuante, continuo a farlo. Mi sento in dovere di trasmettere la storia dell'Olocausto alla nuova generazione, ed è giusto che sia così visto che c'è ancora chi la può raccontare.

Questi ricordi sono così intensi e oppressivi che a volte mi chiedo: a che serve parlarne? Chi non li ha vissuti può riuscire a capire? (…) Comunque sia, anche dopo che il lettore avrà chiuso e riposto questo libro, io resterò con la mia pena. Quando accade qualcosa a qualcun altro, è terribile. Ma quando accade a te, il dolore non ti abbandona. Tu sei solo con la tua sofferenza.

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