27 giugno 2011

Scritti corsari (Pasolini)

"C'è da chiedersi cos'è più scandaloso: se la provocatoria ostinazione dei potenti a restare al potere o l'apolitica passività del paese ad accettare la loro stessa fisica presenza".
Lette così queste parole potrebbero sembrare attuali quanto i discorsi più o meno sensati dei nostri rappresentanti politici. Lette così queste poche parole sembrerebbero essere state pronunciate proprio oggi, in questo 2011 di crisi dichiarata o celata, in questo 2011 di una destra spaccata e di una sinistra incapace di opporsi, forse perché inesistente. Queste parole sui giornali ci sono finite, è vero, ma ben 35 anni fa. Era il 1975 quando un uomo intelligente, ma provocatorio, colto e anticonformista, le scrisse accusando sia chi era al potere, sia il popolo che accettava tutto, senza manifestare, senza opporsi, senza svolgere un ruolo attivo in quella società che aveva buttato via tutti i suoi valori per poter credere nell'unico dio-denaro, motore del consumismo. Quell'uomo era Pier Paolo Pasolini, un testimone non solo attento ai suoi tempi, ma in grado di prevedere in qualche modo anche il nostro tempo, anche questi anni duri, di precarietà, di crisi universitaria, di berlusconismo.
"Scritti Corsari" è la sua ultima opera che raccoglie tutti i suoi articoli apparsi nei vari giornali nel 1974 e nel 1975. Leggendo queste pagine è facile rendersi conto che in fonfo, in 35 anni, non è cambiato niente.
Certo i giovani di ieri sono i padri, o forse i nonni, di oggi; certo la DC non esiste più, come non esiste più il PCI che all'epoca fece tanto sognare, ma la difficoltà del popolo di contare qualcosa, di farsi valere, di non farsi sfruttare, è la stessa. I giovani di oggi, me compresa, non ricordano comizi appassionati di politici innamorati della politica. Io non ho visto bandiere rosse sventolare, non ho sentito Berlinguer parlare, non ho mai cantato in coro "Bandiera rossa", al massimo ho scritto qualche striscione per le manifestazioni del liceo, al massimo ho sventolato una bandiera della pace. Molti non hanno fatto neanche questo, per la maggior parte della popolazione studentesca valeva l'ugualianza manifestazione uguale stare a casa a dormire fino alle dieci. C'era chi al liceo non sapeva neanche associare i nomi alla loro ala politica di appartenenza, chi se ne fregava, chi dava il voto al partito che aveva dato un posto al padre. A me tutto questo ha sempre fatto un profondo schifo, nonostante nemmeno io sia un'attivista politica o una che ci capisce chissà quanto. Non ho tessere, ma so benissimo chi voglio votare. In questo momento c'è solo un uomo che riesce a darmi l'idea di un modo di fare politica diverso, Nichi Vendola. Io voterò lui, se potrò farlo. Altrimenti mi accontenterò del più antiBerlusconi che troverò sulla scheda elettorale.
Ho scoperto che Vendola ha scritto la sua tesi di laurea proprio su Pasolini, su uno dei miei autori preferiti, che al liceo neanche avevamo fatto. Trovo che sia un peccato soffermarsi tanto su autori che molto spesso non ti lasciano dentro niente, mentre personalità come Pasolini o Montale si sfiorano solamente, se va bene. Parlo per me, è chiaro.
Ho letto poco tempo fa "Scritti corsari", lentamente, cercando di capire ogni parola. Ho trovato i suoi pensieri impeccabili, mi sono trovata a condividere molte delle sue opinioni. Pasolini parla provocatoriamente di una continuità tra la dittatura fascista e il governo democristiano del dopoguerra, che lui stesso definisce un regime poliziesco parlamentare, sorretto dai voti di un popolo di campagna asservito ai preti. È proprio grazie a queste masse cattoliche che la DC, nel suo trentennio, ha potuto sempre sfoggiare una larga maggioranza, che le ha permesso una parvenza di democrazia, che disonestamente la DC usava come prova di dissociazione dal fascismo.
Quelli in cui milita Pasolini sono gli anni delle grandi trasformazioni sociali, gli anni in cui l'edonismo è diventato la nuova religione, gli anni del consumismo, della distruzione del singolo, per sua natura contraddittorio e inconciliabile con le esigenze del consumo; sono gli anni dell'uomo-massa. Se nell'URSS l'uniformità era data da una lotta che partì dal basso per eliminare le differenze di classe, in Italia l'uniformità è imposta dal potere, sia dal potere politico che dal più forte potere del consumo. Nell'ansiosa volontà di uniformarsi ognuno perde la propria unicità, ieri come oggi. Pasolini fa in tempo anche ad accorgersi di quanto anche la tv, seppure ancora molto giovane, sia già prepotentemente entrata nella vita delle famiglie: il tipo di uomo o di donna che conta, scrive, che è moderno, che è da imitare e da realizzare, non è descritto o decantato: è rappresentato!
Il popolo insomma non è più quello di un tempo, sta perdendo la sua fede, tutto a un tratto smette di essere bigotto. La chiesa tace il cambiamento e continua a camminare come ha sempre fatto, d'altra parte, scrive ancora Pasolini, da molto tempo i cattolici hanno dimenticato di essere cristiani. Solo nel 1974 Paolo VI decide di togliere la maschera e di dichiarare che ormai la chiesa è stata superata dal mondo e si trova in disparte, con un ruolo del tutto superfluo e irrilevante. Solo nell'attimo di quel discorso il papa di quegli anni trova il coraggio per essere sincero, un minuto dopo sta recitando di nuovo.
Pasolini è un uomo solo, come è solo ogni uomo che non si uniforma, come è solo ogni uomo che pensa. Chi pensa è reo, scrive in uno dei suoi articoli, definendosi anche il resto di un rogo in cui avrebbero voluto bruciare le sue idee. Ma le idee non bruciano. Le idee restano, rimangono impresse nella carta stampata, superano anche la morte, danno nuova vita a chi avrà voglia di conoscerle e di pensarci un po' su.
Gli anni 70, quelli che i libri chiamano anni di piombo, sono gli anni del terrorismo, gli anni dello shock petrolifero, gli anni di quel totalitarismo più subdolo di tutti i precendenti, il consumismo. Sono gli anni di una crisi del potere, Pasolini scrive che se i democristiani al governo togliessero la loro maschera rimarrebbe solo il nulla, sotto la maschera non ci sono volti, non ci sono ossa, non ci sono personalità o cervelli. C'è solo il nulla. Al potere c'è il vuoto. Non è forse quello che molto spesso ci troviamo a pensare anche oggi? Non ci sentiamo presi in giro da chi, col nostro voto, guadagna migliaia e migliaia di euro e ha la faccia di dire che per la crisi sta facendo sacrifici anche lui? I politici sono inesistenti. Qualcuno grida, qualcuno ride, qualcuno inventa slogan da far rimanere in mente come il ritornello del tormentone estivo, qualcuno si rimbocca le maniche, o almeno così dice di fare.
Pasolini è stato un grande uomo, un grande critico, un grande scrittore. Almeno per me. Uno vero in un mondo di maschere indossate sopra al niente.
Ho sempre pensato, come qualsiasi persona normale, che dietro a chi scrive ci debba essere necessità di scrivere, libertà, autenticità, rischio. Pensare che ci debba essere qualcosa di sociale e ufficiale che "fissi" l'autorevolezza di qualcuno, è un pensiero, appunto, aberrante, dovuto evidentemente alla deformazione di chi non sappia più concepire verità al di fuori dell'autorità. Io non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza se non quella che mi proviene dal non averla e dal non averla voluta; dall'essermi messo in condizione di non aver niente da perdere, e quindi di non essere fedele a nessun patto che non sia quello con un lettore che io considero del resto degno di ogni più scandalosa ricerca.
P.Paolo Pasolini

20 giugno 2011

il fabbricante di sogni

Iqbal Masih era un bambino fabbricante di tappeti, che grazie all'aiuto di un'organizzazione umanitaria, diventò un bambino fabbricante di sogni. L'autore del libro, Andrew Crofts, ne ha scritti molti altri con storie da ricordare come quella di Iqbal, spesso senza neanche firmarli, visto che dice di voler semplicemente prestare la sua mano e la sua penna a chi ha una storia da raccontare, ma magari non sa scriverla. Se solo avesse avuto più tempo forse Iqbal l'avrebbe scritta da solo la sua, visto che, con l'aiuto dell'organizzazione, aveva imparato a leggere e a scrivere. In breve tempo aveva capito quanto l'istruzione fosse importante, fondamentale per le sorti di un popolo, che, se ignorante, inevitabilmente diventa schiavo.

Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite”
disse Iqbal durante una conferenza in Svezia.


Mentre andavo avanti con la lettura mi sembrava di aver già sentito le parole di Iqbal da qualche parte. Mi sembrava di aver già conosciuto qualcuno che aveva sogni simili ai suoi.
Mio nonno aveva iniziato a lavorare quando era un bambino, non fabbricava tappeti, ma zappava la terra, portava via i sassi dai campi, faceva pascolare le pecore. Mio nonno non sapeva leggere né scrivere, ma aveva una mente fervida di pensieri e aveva capito quanto l'istruzione fosse basilare. Ai suoi figli ripeteva di studiare come fosse una cantilena, lo ripeteva anche ai suoi nipoti.

Il fabbricante di sogni” mi è sembrato bellissimo, crudo e vero, per questo dico che mi è sembrato bello. Noi occidentali dovremmo tenere bene in mente la figura di questo bambino fisicamente malridotto per il lavoro svolto da quando aveva quattro anni, ma mentalmente così avanti da chiedersi perché quelle persone che in Europa e in America gli erano sembrate così gentili continuavano a comprare tappeti a basso costo, dando lavoro a quei padroni cattivi cattivi che costruivano le loro fortune sopra l'ignoranza della povera gente. Già, perché lo facciamo? Lo sappiamo che dietro un pallone ci sono le mani di un bambino che non gioca mai, che mai diventerà grande probabilmente, ma quel pallone alla fine lo compriamo. Siamo complici anche noi.

17 giugno 2011

Discorso di Pericle agli ateniesi (Tucidide)

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.

Non sapevo proprio come cominciare questo mio blog, così pensa che ti ripensa ho deciso di iniziare così, con questo bellissimo discorso che, come si può ben intuire, non è stato scritto da nessuno degli uomini che ci governano. Ho deciso di iniziare così perché mi sembra un bel punto di partenza ciò che Pericle ha pronunciato e Tucidide ci ha tramandato.
Chissà se dopo due millenni e mezzo da questo discorso potremo dire anche noi della nostra Italia ciò che 2500 anni fa Pericle disse della sua Atene.
Speriamo di si. Pare che finalmente il vento stia cambiando anche da noi. Almeno così si dice ultimamente...




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