29 novembre 2011

Ho sognato la cioccolata per anni, frasi

Mi ricordavo con gioia quella cioccolata calda, e la sognavo notte dopo notte.la prima cosa che mi sarei concessa dopo la fine della guerra sarebbe stata una bella tazza di cioccolata calda.


Quasi tutte tenevano gli occhi bassi, fissi sulla terra battuta che, prima di loro, era stata calpestata da anonime schiere, vite umane ridotte a grumi di paura e di rassegnazione. Aspettavamo che ci annunciassero la nostra sorte, una sorte definitiva: o la vita o la morte. La guerra durava già da anni e tutte noi avevamo imparato a conoscere i nazisti.

“Mamma”, gridai di nuovo.
“Non sono tua madre”, disse. Voleva morire da sola. Ma io le sfilai la calza dal collo.
“Bambina mia”, disse, ammettendo infine la mia presenza e parlando con la vecchia, elegante formalità ricercata che ricordavo così bene, “sei venuta tra i morti.” Lo sapevo. Ma non importava. Senza di lei, ero morta comunque.
“Se non possiamo vivere insieme, moriremo insieme”, le dissi. Era ciò che avevo giurato a me stessa sul treno.

Capivo la gravità della nostra situazione? Credo di si, come una persona giovane può capire quello che esula dalla sua esperienza. Ma ciò che capivo erano le espressioni ansiose sui volti dei miei genitori.

Per me l'Olocausto cominciò nella cella frigorifera di Jonas. Quel luogo rappresentò la fine di una vita apparentemente normale.

Non mi sono mai vergognata di portare la stella ebraica. I nazisti non sono mai riusciti ad inculcarmi l'idea che essere ebreo è un peccato.

Qua e là i muri di Slobodka erano cosparsi di macchie rosso vivo, e guardandoli mi rallegrai perché il rosso era il mio colore preferito. Ricordo di aver cercato di tirare su di morale i miei genitori dicendo: “Guardate che belle pitture”. Non ebbero il coraggio di dirmi che era sangue umano.

Potevamo uscire di casa, ma era pericoloso avventurarsi per le strade. Non sapevi mai se sarebbe toccato a te o a qualcuno dei tuoi cari essere arrestato o fucilato.

Nessuno si occupava di noi, nessuno ci proteggeva dai crimini che venivano commessi quotidianamente, nessuno protestava per ciò che veniva perpetrato contro di noi. Eravamo stati dimenticati.

Le madri avevano dovuto affrontare una scelta atroce. Avrebbero voluto andare con i loro bambini per cercare di salvarli, ma d'altro canto volevano restare in vita. Avevano altri cari da proteggere, altri figli, mariti, genitori. Così subirono impotenti la separazione dai loro piccoli. Cercarono di decidere lì per lì, senza potersi consigliare con nessuno, sforzandosi di compiere la scelta più giusta. Ma cos'era “giusto”?

Ovunque girassi lo sguardo c'erano emaciati corpi nudi, così raggrinziti dalla prolungata denutrizione da non sembrare più nemmeno donne. Quegli esseri che una volta avevano fatto l'amore, partorito e nutrito figli erano adesso ridotti a una parodia di umanità. Solo gli occhi che chiedevano pietà, che esprimevano il desiderio muto di poter morire in pace.

A volte mi chiedo perché si prendessero la briga di mantenere quel simulacro di ospedale. Lo scopo del campo di concentramento era quello di uccidere gli ebrei, perché allora fare qualcosa per tenerli in vita? Sono convinta che fosse solo per prolungare la nostra sofferenza. Non solo ci volevano morti, volevano torturarci, spezzarci nell'anima. Glielo leggevi in faccia che si divertivano a vederci soffrire. Facevano tutto il possibile per renderci le cose penose. Ecco perché ci affamavano ma non completamente, perché continuassimo a vivere fino allo stremo.

Avevo sognato la cioccolata calda per anni, da quando ero stata rinchiusa nel ghetto di Kovno. Ma adesso non potevo berla. Il mio apparato digerente era troppo delicato, come quello di un bambino.

Quando ci trasferimmo dalla chiatta tedesca che stava affondando alla nave da guerra inglese, passammo di colpo dalla condizione di schiavi a quella di esseri umani che meritavano cure e trattamento medico. Ci vennero restituiti d'un tratto i basilari diritti umani che ci erano strappati dai nazisti nel 1941. ma occorsero mesi, perfino anni, prima che assimilassimo completamente quel ritorno nel mondo degli uomini.

Dovemmo ricominciare dall'inizio, perché non avevamo più niente da cui continuare.

Ancor oggi una parte di me dice: “cancella quei cinque anni dalla tua vita! Non parlarne. Vivi nel presente, per il futuro”. Quella parte di me vuole scrollarsi di dosso i ricordi. Ma io non fuggo, perché un'altra parte in me dice che cancellare il passato è un'offesa alla memoria di chi ha sofferto e all'immensa moltitudine che non è sopravvissuta. Per questa ragione ho spesso parlato a gruppi di scolari israeliani nella giornata commemorativa dell'Olocausto. Trovo penoso e spossante stare di fronte a un gruppo di persone ed esporre le mie sventure. Mentre parlo, non vedo più i giovani davanti a me. Vedo il ghetto e i campi. Vedo le vittime e i loro cadaveri. E tutta la paura di quegli anni ha di nuovo il sopravvento. Eppure, per quanto sia estenuante, continuo a farlo. Mi sento in dovere di trasmettere la storia dell'Olocausto alla nuova generazione, ed è giusto che sia così visto che c'è ancora chi la può raccontare.

Questi ricordi sono così intensi e oppressivi che a volte mi chiedo: a che serve parlarne? Chi non li ha vissuti può riuscire a capire? (…) Comunque sia, anche dopo che il lettore avrà chiuso e riposto questo libro, io resterò con la mia pena. Quando accade qualcosa a qualcun altro, è terribile. Ma quando accade a te, il dolore non ti abbandona. Tu sei solo con la tua sofferenza.

27 novembre 2011

ho sognato la cioccolata per anni, Trudi Birger



Mi ricordavo con gioia quella cioccolata calda, e la sognavo notte dopo notte.la prima cosa che mi sarei concessa dopo la fine della guerra sarebbe stata una bella tazza di cioccolata calda.

Un po' di tempo fa, mentre vagabondavo tra i banconi della libreria senza un'idea precisa riguardo al libro da comprare, sono stata attratta dal titolo di un libricino, anzi da una delle parole del titolo: CIOCCOLATA (strano eh?).
Ho preso il libro in mano. Autrice Trudi Birger. Sulla copertina il volto in bianco e nero di una bambina.
Quel titolo che apparentemente poteva sembrare ironico e divertente (Ho sognato la cioccolata per anni) nascondeva in realtà una storia tragica, la storia vera dell'autrice che racconta in prima persona la sua esperienza in un campo di concentramento, avvenuta quando era ancora una ragazzina.

Trudi apparteneva a una famiglia borghese ebrea, era ricca e passava i suoi pomeriggi a ballare nei salotti di Francoforte. Una vita da privilegiata la sua, una vita che all'improvviso venne spazzata via dall'avvento del nazismo, insieme a tante altre vite normali e innocenti, che altri libri, con altre parole, hanno testimoniato. La storia di Trudi parte da Francoforte, attraversa il ghetto di Kovno e poi il campo di concentramento di Stutthof.

La storia e la crudeltà senza senso dei lager la conosciamo tutti, abbiamo letto libri, abbiamo visto film, in televisione abbiamo incrociato gli occhi di chi in quell'orrore c'è stato e, per un puro caso, ne è uscito vivo.
La storia di Trudi è un nuovo tassello in questo oceano di dolore, un tassello giovane di una ragazzina che non ha mai smesso di sognare un futuro fuori da quel posto tremendo, un tassello fatto di finti sorrisi rivolti ai tedeschi per farsi gettare un pezzo di pane mangiucchiato, prezioso più dell'oro. Quello di Trudi è un tassello che parla d'amore, di un amore forte e sconfinato per la sua famiglia, soprattutto per la madre con cui condivideva anche il lager. Quell'amore che l'ha tenuta in vita, giorno dopo giorno, dolore dopo dolore, atrocità dopo atrocità, miracolo dopo miracolo. Perché, Trudi ne è certa, la sua salvezza è un miracolo, anche se non sa a quale dio attribuirlo, poiché non sa dove potrebbe essere quel dio che da un lato l'ha salvata, ma dall'altro ha permesso che milioni di persone come lei morissero senza un perché.
Frasi Ho mangiato la cioccolata pPhotobucketer anni, Trudi Birger
Quasi tutte tenevano gli occhi bassi, fissi sulla terra battuta che, prima di loro, era stata calpestata da anonime schiere, vite umane ridotte a grumi di paura e di rassegnazione. Aspettavamo che ci annunciassero la nostra sorte, una sorte definitiva: o la vita o la morte. La guerra durava già da anni e tutte noi avevamo imparato a conoscere i nazisti.

Mamma”, gridai di nuovo.
Non sono tua madre”, disse. Voleva morire da sola. Ma io le sfilai la calza dal collo.
Bambina mia”, disse, ammettendo infine la mia presenza e parlando con la vecchia, elegante formalità ricercata che ricordavo così bene, “sei venuta tra i morti.” Lo sapevo. Ma non importava. Senza di lei, ero morta comunque.
Se non possiamo vivere insieme, moriremo insieme”, le dissi. Era ciò che avevo giurato a me stessa sul treno.

Capivo la gravità della nostra situazione? Credo di si, come una persona giovane può capire quello che esula dalla sua esperienza. Ma ciò che capivo erano le espressioni ansiose sui volti dei miei genitori.

Per me l'Olocausto cominciò nella cella frigorifera di Jonas. Quel luogo rappresentò la fine di una vita apparentemente normale.

Non mi sono mai vergognata di portare la stella ebraica. I nazisti non sono mai riusciti ad inculcarmi l'idea che essere ebreo è un peccato.

Qua e là i muri di Slobodka erano cosparsi di macchie rosso vivo, e guardandoli mi rallegrai perché il rosso era il mio colore preferito. Ricordo di aver cercato di tirare su di morale i miei genitori dicendo: “Guardate che belle pitture”. Non ebbero il coraggio di dirmi che era sangue umano.

Potevamo uscire di casa, ma era pericoloso avventurarsi per le strade. Non sapevi mai se sarebbe toccato a te o a qualcuno dei tuoi cari essere arrestato o fucilato.

Nessuno si occupava di noi, nessuno ci proteggeva dai crimini che venivano commessi quotidianamente, nessuno protestava per ciò che veniva perpetrato contro di noi. Eravamo stati dimenticati.

Le madri avevano dovuto affrontare una scelta atroce. Avrebbero voluto andare con i loro bambini per cercare di salvarli, ma d'altro canto volevano restare in vita. Avevano altri cari da proteggere, altri figli, mariti, genitori. Così subirono impotenti la separazione dai loro piccoli. Cercarono di decidere lì per lì, senza potersi consigliare con nessuno, sforzandosi di compiere la scelta più giusta. Ma cos'era “giusto”?

Ovunque girassi lo sguardo c'erano emaciati corpi nudi, così raggrinziti dalla prolungata denutrizione da non sembrare più nemmeno donne. Quegli esseri che una volta avevano fatto l'amore, partorito e nutrito figli erano adesso ridotti a una parodia di umanità. Solo gli occhi che chiedevano pietà, che esprimevano il desiderio muto di poter morire in pace.

A volte mi chiedo perché si prendessero la briga di mantenere quel simulacro di ospedale. Lo scopo del campo di concentramento era quello di uccidere gli ebrei, perché allora fare qualcosa per tenerli in vita? Sono convinta che fosse solo per prolungare la nostra sofferenza. Non solo ci volevano morti, volevano torturarci, spezzarci nell'anima. Glielo leggevi in faccia che si divertivano a vederci soffrire. Facevano tutto il possibile per renderci le cose penose. Ecco perché ci affamavano ma non completamente, perché continuassimo a vivere fino allo stremo.

Avevo sognato la cioccolata calda per anni, da quando ero stata rinchiusa nel ghetto di Kovno. Ma adesso non potevo berla. Il mio apparato digerente era troppo delicato, come quello di un bambino.

Quando ci trasferimmo dalla chiatta tedesca che stava affondando alla nave da guerra inglese, passammo di colpo dalla condizione di schiavi a quella di esseri umani che meritavano cure e trattamento medico. Ci vennero restituiti d'un tratto i basilari diritti umani che ci erano strappati dai nazisti nel 1941. ma occorsero mesi, perfino anni, prima che assimilassimo completamente quel ritorno nel mondo degli uomini.

Dovemmo ricominciare dall'inizio, perché non avevamo più niente da cui continuare.

Ancor oggi una parte di me dice: “cancella quei cinque anni dalla tua vita! Non parlarne. Vivi nel presente, per il futuro”. Quella parte di me vuole scrollarsi di dosso i ricordi. Ma io non fuggo, perché un'altra parte in me dice che cancellare il passato è un'offesa alla memoria di chi ha sofferto e all'immensa moltitudine che non è sopravvissuta. Per questa ragione ho spesso parlato a gruppi di scolari israeliani nella giornata commemorativa dell'Olocausto. Trovo penoso e spossante stare di fronte a un gruppo di persone ed esporre le mie sventure. Mentre parlo, non vedo più i giovani davanti a me. Vedo il ghetto e i campi. Vedo le vittime e i loro cadaveri. E tutta la paura di quegli anni ha di nuovo il sopravvento. Eppure, per quanto sia estenuante, continuo a farlo. Mi sento in dovere di trasmettere la storia dell'Olocausto alla nuova generazione, ed è giusto che sia così visto che c'è ancora chi la può raccontare.

Questi ricordi sono così intensi e oppressivi che a volte mi chiedo: a che serve parlarne? Chi non li ha vissuti può riuscire a capire? (…) Comunque sia, anche dopo che il lettore avrà chiuso e riposto questo libro, io resterò con la mia pena. Quando accade qualcosa a qualcun altro, è terribile. Ma quando accade a te, il dolore non ti abbandona. Tu sei solo con la tua sofferenza.




10 novembre 2011

La casa in collina, frasi


Faceva strano vedere i soldati. Quando passavano in pattuglie, con la pala e il sottogola, si capiva che andavano a sterrare rifugi, a estrarre cadaveri e vivi, e si sarebbe voluto incitarli, gridargli di correre, far presto perbacco.
Non servivano ad altro, si diceva tra noi. Tanto la guerra era perduta, si sapeva.
Ma i soldati marciavano adagio, aggiravano buche, si voltavano anche loro a sogguardare le case. Passava una donna belloccia e la salutavano in coro.
Erano gli unici, i soldati, ad accorgersi che le donne esistevano ancora.
Nella città disordinata e sempre all'erta, più nessuno osservava le donne di un tempo, nessuno le seguiva, nemmeno vestite da estate, nemmeno se ridevano. Anche in questo io la guerra l'avevo prevista. Per me questo rischio era cessato da un pezzo. Se avevo ancora desideri, non avevo più illusioni.

La luna cadeva dietro le piante. Tra poche notti era piena e avrebbe inondato cielo e terra, scoperchiato Torino, portato altre bombe.

- Non sei mica fascista? - mi disse.
Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. - Lo siamo tutti, cara Cate, - dissi piano - Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s'accontenta, è già un fascista.

Questo governo, - continuava il vecchio, - non può mica durare.
-Ma è per questo che dura. Tutti dicono “È morto” e nessuno fa niente

-Prendi me, - le dissi. - Anch'io da ragazzo studiavo le scienze. E non sono diventato nessuno.-
-Cosa dici? Tu hai la laurea, sei professore. Vorrei saper io le cose che sai.
-Esser qualcuno è un'altra cosa, - dissi piano – Non te l'immagini nemmeno. Ci vuole fortuna, coraggio, volontà. Soprattutto coraggio. Il coraggio di starsene soli come se gli altri non ci fossero e pensare soltanto alla cosa che fai. Non spaventarsi se la gente se ne infischia. Bisogna aspettare degli anni, bisogna morire. Poi dopo morto, se hai fortuna, diventi qualcuno.

Noi eravamo ricaduti, e questa volta senza scampo, nelle mani di prima, fatte adesso più esperte e più sporche di sangue. Gli allegri padroni di ieri inferocivano, difendevano la pelle e le ultime speranze. Per noi lo scampo era soltanto nel disordine, nel crollo stesso di ogni legge. Essere preso e individuato era la morte. La pace, una pace qualsiasi, che nell'estate c'era parsa augurabile, adesso appariva una beffa.

    -Era meglio la guerra, - dicevano. Ma tutti sapevamo che la guerra era questa.

In quei giorni non moriva soltanto l'autunno.

È non pensare a questa guerra che vorresti, - disse lei. - Ma non puoi. Andammo un tratto in silenzio. Dino trottava sulla strada accanto a me. -Vorrei soltanto che finisse, - dissi. Cate alzò il capo vivamente. Non disse parola. - Si, lo so, - brontolai, - l'unico modo è non pensarci e lavorare. Come Fonso, come gli altri. Buttarsi nell'acqua per non sentire il freddo. Ma se nuotare non ti piace? Se non t'interessa arrivare di là? Tua nonna ne ha detta una giusta: chi ha la pagnotta non si muove.

Nessuno parlò della fine. Nessuno faceva più i conti col tempo. Nemmeno la vecchia. Dicevano “un altr'anno” o “l'estate ventura” come se nulla fosse stato, come se ormai la fuga, il sangue e la morte in agguato fosse il vivere normale.

Tutti vivevamo così, dietro pareti, in paura e in attesa, e ogni passo, ogni voce, ogni gesto inatteso ci prendeva alla gola.

    Mi vergognavo dei miei giorni tranquilli.

Quando una cosa comincia davvero spaventa meno perché toglie un'incertezza.

L'esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di più. Rende sciocchi, e sono al punto di esser vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non mi soddisfa e non mi basta. A volte, dopo avere ascoltato l'inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato.

Quest'inverno, lo dicono tutti, nessuno avrà voglia di combattere, sarà già duro essere al mondo e aspettasi di morire in primavera.

Questa è davvero la vita dei boschi come si sogna da ragazzi. E a volte penso che soltanto l'incoscienza dei ragazzi, un'autentica, non mentita incoscienza, può consentire di vedere quel che succede e non picchiarsi il petto. Del resto gli eroi di queste valli sono tutti ragazzi, hanno lo sguardo diritto e cocciuto dei ragazzi. E se non fosse che la guerra ce la siamo covata nel cuore noialtri - noi non più giovani, noi che abbiamo detto «Venga dunque se deve venire» - anche la guerra, questa guerra, sembrerebbe una cosa pulita. Del resto, chi sa. Questa guerra ci brucia le case. Ci semina di morti fucilati piazze e strade. Ci caccia come lepri di rifugio in rifugio. Finirà per costringerci a combattere anche noi, per strapparci un consenso attivo. E verrà il giorno che nessuno sarà fuori della guerra - né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Da quando vivo qui coi miei, ci penso spesso. Tutti avremo accettato di far la guerra. E allora forse avremo pace.

Ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo avesse sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l'impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vedere, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce - si tocca con gli occhi - che al posto dei morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.

Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos'è guerra, cos'è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: - E dei caduti che facciamo? perché sono morti? - Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.

♥ I miei scarabocchi su "La casa in collina" di Cesare Pavese

9 novembre 2011

la casa in collina, Cesare Pavese

Cesare Pavese è uno di quegli scrittori italiani che non sono mai arrivata a studiare a scuola. La mia prof di storia ci consigliava di leggerlo, perché secondo lei aveva scritto belle pagine sulla Resistenza italiana, così ho comprato due suoi libri, per curiosità: "La casa in collina" e "La luna e i falò", che non ho ancora letto. Protagonista de "La casa in collina" è Corrado, un uomo solo che guarda la guerra da spettatore, rifugiandosi in una tranquilla collina nei dintorni di Torino. È qui, alle Fontane, che rincontra una donna che ha amato in passato, Cate. Lei, al contrario di Corrado, non è spettatrice passiva, lei parla, ascolta, cerca di impegnarsi come può. Ha anche un figlio, Dino, che Corrado sospetta sia suo. Quando arriva l'8 settembre  nessuno capisce che cosa sta succedendo in Italia. Quella data che sembrava essere l'inizio della pace all'improvviso determina l'inizio della vera guerra, una guerra che non risparmia nemmeno la tranquilla collina. Una guerra che non risparmia nessuno. Anche Cate viene arrestata. Anche Dino si arruola con i partigiani. Solo Corrado non sa che fare, alla fine scappa e torna nella sua casa d'infanzia, ma il ritorno a casa non fa che acuire la sua crisi esistenziale.
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  Faceva strano vedere i soldati. Quando passavano in pattuglie, con la pala e il sottogola, si capiva che andavano a sterrare rifugi, a estrarre cadaveri e vivi, e si sarebbe voluto incitarli, gridargli di correre, far presto perbacco.
Non servivano ad altro, si diceva tra noi. Tanto la guerra era perduta, si sapeva.
Ma i soldati marciavano adagio, aggiravano buche, si voltavano anche loro a sogguardare le case. Passava una donna belloccia e la salutavano in coro.
Erano gli unici, i soldati, ad accorgersi che le donne esistevano ancora.
Nella città disordinata e sempre all'erta, più nessuno osservava le donne di un tempo, nessuno le seguiva, nemmeno vestite da estate, nemmeno se ridevano. Anche in questo io la guerra l'avevo prevista. Per me questo rischio era cessato da un pezzo. Se avevo ancora desideri, non avevo più illusioni.

La luna cadeva dietro le piante. Tra poche notti era piena e avrebbe inondato cielo e terra, scoperchiato Torino, portato altre bombe.

- Non sei mica fascista? - mi disse.
Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. - Lo siamo tutti, cara Cate, - dissi piano - Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s'accontenta, è già un fascista.

Questo governo, - continuava il vecchio, - non può mica durare.
-Ma è per questo che dura. Tutti dicono “È morto” e nessuno fa niente

-Prendi me, - le dissi. - Anch'io da ragazzo studiavo le scienze. E non sono diventato nessuno.-
-Cosa dici? Tu hai la laurea, sei professore. Vorrei saper io le cose che sai.
-Esser qualcuno è un'altra cosa, - dissi piano – Non te l'immagini nemmeno. Ci vuole fortuna, coraggio, volontà. Soprattutto coraggio. Il coraggio di starsene soli come se gli altri non ci fossero e pensare soltanto alla cosa che fai. Non spaventarsi se la gente se ne infischia. Bisogna aspettare degli anni, bisogna morire. Poi dopo morto, se hai fortuna, diventi qualcuno.

Noi eravamo ricaduti, e questa volta senza scampo, nelle mani di prima, fatte adesso più esperte e più sporche di sangue. Gli allegri padroni di ieri inferocivano, difendevano la pelle e le ultime speranze. Per noi lo scampo era soltanto nel disordine, nel crollo stesso di ogni legge. Essere preso e individuato era la morte. La pace, una pace qualsiasi, che nell'estate c'era parsa augurabile, adesso appariva una beffa.

    -Era meglio la guerra, - dicevano. Ma tutti sapevamo che la guerra era questa.

In quei giorni non moriva soltanto l'autunno.

È non pensare a questa guerra che vorresti, - disse lei. - Ma non puoi. Andammo un tratto in silenzio. Dino trottava sulla strada accanto a me. -Vorrei soltanto che finisse, - dissi. Cate alzò il capo vivamente. Non disse parola. - Si, lo so, - brontolai, - l'unico modo è non pensarci e lavorare. Come Fonso, come gli altri. Buttarsi nell'acqua per non sentire il freddo. Ma se nuotare non ti piace? Se non t'interessa arrivare di là? Tua nonna ne ha detta una giusta: chi ha la pagnotta non si muove.

Nessuno parlò della fine. Nessuno faceva più i conti col tempo. Nemmeno la vecchia. Dicevano “un altr'anno” o “l'estate ventura” come se nulla fosse stato, come se ormai la fuga, il sangue e la morte in agguato fosse il vivere normale.

Tutti vivevamo così, dietro pareti, in paura e in attesa, e ogni passo, ogni voce, ogni gesto inatteso ci prendeva alla gola.

    Mi vergognavo dei miei giorni tranquilli.

Quando una cosa comincia davvero spaventa meno perché toglie un'incertezza.

L'esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di più. Rende sciocchi, e sono al punto di esser vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non mi soddisfa e non mi basta. A volte, dopo avere ascoltato l'inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato.

Quest'inverno, lo dicono tutti, nessuno avrà voglia di combattere, sarà già duro essere al mondo e aspettasi di morire in primavera.

Questa è davvero la vita dei boschi come si sogna da ragazzi. E a volte penso che soltanto l'incoscienza dei ragazzi, un'autentica, non mentita incoscienza, può consentire di vedere quel che succede e non picchiarsi il petto. Del resto gli eroi di queste valli sono tutti ragazzi, hanno lo sguardo diritto e cocciuto dei ragazzi. E se non fosse che la guerra ce la siamo covata nel cuore noialtri - noi non più giovani, noi che abbiamo detto «Venga dunque se deve venire» - anche la guerra, questa guerra, sembrerebbe una cosa pulita. Del resto, chi sa. Questa guerra ci brucia le case. Ci semina di morti fucilati piazze e strade. Ci caccia come lepri di rifugio in rifugio. Finirà per costringerci a combattere anche noi, per strapparci un consenso attivo. E verrà il giorno che nessuno sarà fuori della guerra - né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Da quando vivo qui coi miei, ci penso spesso. Tutti avremo accettato di far la guerra. E allora forse avremo pace.

Ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo avesse sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l'impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vedere, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce - si tocca con gli occhi - che al posto dei morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.

Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos'è guerra, cos'è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: - E dei caduti che facciamo? perché sono morti? - Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.


2 novembre 2011

Alla bandiera rossa [Pier Paolo Pasolini]

 
  
Il 2 novembre del 1975 fu ucciso Pier Paolo Pasolini. Ho già scritto di lui alcune volte in questo blog perché ogni volta che leggo qualcosa di suo mi sembra talmente attuale che non capisco come possa essere quasi ignorato nelle scuole. Io l'ho conosciuto per caso, perché cercavo un autore di italiano che parlasse di società di massa e omologazione, argomenti della mia tesina della maturità. Cercando tra i libri e internet ho trovato lui, che era stato ignorato dal programma della mia prof. Così ho comprato il mio primo (e per ora ultimo) libro di poesie: "La religione del mio tempo", pubblicato nel 1961.
Quella stessa estate alla pesca di una piccola festa di paese ho vinto un vecchio libro usato, con le pagine ingiallite e la copertina piena di pieghe. C'era anche una firma illeggibile sulla prima pagina. Quel libro era "Scritti corsari", che ho lentamente letto subito dopo.
Leggendo Pasolini, pian piano, tra discorsi complessi che a volte non capisco, mi accorgo che chi dice che in fondo è stato un incompreso profeta ha ragione. Quarant'anni fa era già così lucido da capire quello che sarebbe successo nel tempo. Quando nei suoi scritti parla della DC ho l'impressione che potrebbero benissimo essere cose dette oggi riferite ai partiti attuali, che di diverso da quella DC sembrano avere soltanto i simboli. Gli articoli in cui parla della televisione di massa sembrano essere stati scritti proprio adesso. Invece Pasolini è stato ucciso quasi quarant'anni fa.
Io non lo conosco bene, però sono straconvinta che valga assolutamente la pena conoscerlo di più. Sono fermamente convinta che dovrebbe essere insegnato, anche se il programma è lungo e non c'è tempo.
Pasolini merita di essere insegnato per bene a scuola, perché non può non essere per niente conosciuto o conosciuto per caso, come è successo a me.

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