23 marzo 2012

Il fasciocomunista, frasi


Lì erano antiamericani tutti quanti, pure il Federale e Livio Nastri: «È per gli americani che abbiamo perso la guerra».
«E perché noi, allora, stiamo dalla parte loro?» chiedevamo qualche volta.
«Perché la politica è così. Noi stiamo contro i comunisti e quindi dobbiamo stare a favore degli americani anche se, in fondo in fondo, noi come ideologia siamo più vicini ai comunisti. Dovremmo stare dalla parte loro, ma mi sa che sono pure loro che non ci vogliono.»
Lupo qualche volta diceva: «Io non capisco bene». Pure io certe volte non capivo. Però quello che avevamo imparato lì sopra oramai ci si era ficcato bene in mente. I comunisti erano i primi nemici, questo era fuori discussione: nemici proprio nel Dna; i comunisti e i partigiani, che avevano trucidato migliaia di repubblichini dopo il 25 aprile. Ma erano nemici, forse, perché erano concorrenti. Eravamo noi i veri difensori delle masse proletarie, non l'aveva detto il Duce: «Italia proletaria e fascista»? Ma sul piano del rispetto, dell'etica e della morale non c'era paragone: meglio i comunisti dei democristiani. Questi erano solo corrotti. Borghesi e corrotti. Quelli avevano in testa un ideale, collettivista quanto ti pare ma sempre un ideale. Questi, i democristiani, conoscevano solo gli scandali e il malaffare. Lo vedevi pure a livello nostro, giovanile: i comunisti sognavano un mondo che a noi faceva ribrezzo, tutto uguale, massificato, collettivizzato, ma che a loro sembrava perfetto, ideale. Quelli che frequentavano la Dc, invece, glielo leggevi in faccia che ci andavano pensando ai soldi e agli affari che avrebbero fatto da grandi: andavano lì per occupare il posto, mica come noi e i comunisti che volevamo fare la rivoluzione.

I Volontari – gli amici miei, miei camerati, la mia famiglia – loro non avevano un dubbio: Michelini era il Duce, il Duce d'adesso, e il Duce ha sempre ragione, non sbaglia mai, per definizione. Ma per me no. Per me il fascismo era quello di Bompressi, di Livio Nastri e del Federale nonostante non ci andassi d'accordo: il popolo, i lavoratori, lo Stato nazionale del lavoro, l'anticapitalismo, la socializzazione, la rivoluzione. E qualche dubbio – su Almirante e Michelini – oramai ce lo avevo pure io, mica stavo ad aspettare i politologi di cinquant'anni dopo. Anche col Vietnam: sì, m'ero fatto tutte le manifestazioni e il Ridotto dell'Eliseo, ma qualche perplessità ogni tanto mi veniva: «Ma se sti vietnamiti vogliono essere comunisti, chi ti dà il diritto a te di andare a rompere i coglioni a casa loro? Restatene a casa tua» ci dicevamo nel Gruppo giovanile, specie con Lupo e Piermario: «E a favore degli americani, poi, che ci abbiamo perso una guerra contro?».

Dopo m'ha raccontato che i primi tempi, alle prime occuazioni delle facoltà universitarie, c'erano anche i fascisti insieme a loro: occupavano assieme e discutevano nelle assemblee. Ognuno diceva la sua ma stavano assieme, era – come dire – una lotta generazionale, erano i giovani contro i vecchi. La “contestazione globale del sistema” era nata così, perché quello era un paese in cui non si poteva vivere: non potevi dire niente, non potevi fare niente, non avevi nessun diritto; se non eri qualcuno contavi meno di zero, i professori ti potevano cacciare solo perché gli girava, ti mettevano un brutto voto e ti buttavano pure il libretto fuori dalla finestra, te lo dovevi andare a raccogliere in giardino e all'università ci potevano andare solo i figli dei ricchi. La carriera di profesore la facevi solo se eri figlio di qualcuno di loro, se no niente. La verità è che il fascismo non era caduto il 25 luglio e nemmeno dopo la Resistenza. Era caduto di nome, ma non di fatto. La società era ancora fascista – avevano ragione al Centro sociale – e purtroppo non nel senso del fascismo della Rsi, socialrivoluzionario, popolare, forse populista; ma di quello d'ordine, dell'ordine costituito, inamovibile, gerarchico-autoritario, staraciano: il fascismo della Demcrazia cristiana, che rubava a rotta di collo. Altro che «politica come servizio», la gente faceva politica per farsi gli affari suoi: scandali ogni giorno, dai tabacchi alle banane, nel senso che facevano la cresta pure su quelle. E tu non potevi nemmeno parlare, se ti riunivi in più di tre persone sulla pubblica via era «riunione sediziosa» e la polizia ti scioglieva. Non potevi parlare e loro rubavano. Dice: «Vabbè, ma perché, pure adesso...». Che c'entra: la gente adesso s'è abituata, prima no. Ai giovani gli sembrava che non dovesse essere così ed erano scesi in piazza. Tutti quanti. Pure i fasci. E all'inizio sembrava tutto bello: tutti insieme, a discutere, a festeggiare, «la fantasia al potere», e le ragazze che stavano fuori la notte fino a tardi. Mai visto prima.

Altro che il fascismo della Repubblica sociale, loro (Almirante e Michelini) erano i difensori dello Stato, dello statu quo, dello Stato democristiano.

Che ce ne fregava che erano di più? Non era coraggio il nostro, era tigna. Ci fregava assai, a noi, di prendere le botte, ma la figura di scappare no. La figura di abbandonare la sede? Con le botte ci convivi, dopo un po' ti passano, guarisci. Ma la vergogna no. La vergogna ti rimane per tutta la vita.

Noi abbiamo continuato come prima a fare il nostro lavoro politico: tu non è che t'accorgi, sul momento, che la storia è improvvisamente cambiata. Nessuno, nel 476 dopo Cristo, s'è svegliato una mattina e ha detto «È caduto l'Impero romano d'occidente». Quelli non se ne sono accorti per niente, ogni giorno era uguale all'altro: morivi, nascevi e pascevi le pecore. Solo chissà quanti anni dopo qualcuno ha detto: «Sai che c'è? Ti ricordi il 476, quando è successo questo e quest'altro? Be', mi sa che quella volta dev'essere caduto l'Impero romano», e così è stato per noi. Noi non ci siamo accorti che era cambiata la Storia, che la bomba di Milano era una svolta. Per noi era un fatto grave – sì – ma che non cambiava di molto i termini della questione e già dal giorno dopo abbiamo ricominciato a lavorare, «pesci nell'oceano delle masse», esattamente come tutti i lavoratori, esattamente come il contadino che .pure se durante la notte gli è morta tutta la famiglia – la mattina presto si alza e va in stalla, a mungere e dar da mangiare alle bestie.

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