23 maggio 2012

1992-1993 Cose Nostre








Quando penso al giorno in cui morì Falcone mi immagino un'Italia ferma davanti alle televisioni, ad ascoltare le notizie, a guardare quelle immagini che ormai, giustamente, conosco anch'io che quel 23 maggio di vent'anni fa avevo solo un anno e mezzo. 
Ho l'impressione che sia stata una data fondamentale per il nostro Stato, una data triste, di sincero dolore, almeno da parte del popolo, forse non da parte di chi a proteggere Falcone poteva anche pensarci prima. 
Ho l'impressione che, un po' come è successo per l'11 settembre del 2001, tutti si ricordano che cosa stavano facendo quel 23 maggio di vent'anni fa, quando hanno visto quella strada fatta saltare in aria. Immagino il silenzio con cui si è cenato quella sera, immagino che aleggiava nell'aria la sensazione che qualcosa stava finendo.

Ieri sera ho visto il film sui 57 giorni che hanno separato le morti di Falcone e Borsellino. Ricordo di aver pianto a dirotto per un Paolo Borsellino mandato in onda qualche anno fa su Canale 5, con protagonista Giorgio Tirabassi. Ieri sera non sono stata da meno. Ho dovuto accantonare il mio uncinetto e asciugare le lacrime. Credo che il destino di Borsellino sia stato ancora più crudele, perché quei 57 giorni erano tutti potenziali giorni di morte e lui lo sapeva. Mentre sul volto truccato di Zingaretti scendeva una lacrima amara, sul mio ne scendevano non so quante. 






Provo sempre i brividi quando vedo documentari o film su quei due grandi magistrati, mi chiedo se ne è valsa la pena, se è servito a qualcosa, morire così. Perché non erano solo magistrati, erano uomini prima di tutto. Sono sicura che le loro idee continuano a camminare sulle gambe di molti, ma chissà quanti altri ignorano o pensano sia inutile non scendere a compromessi. 

Quello che segue è un brano di Fruttero e Gramellini tratto da La patria, bene o male - Almanacco essenziale dell'Italia unita (in 150 date).

Guerra...
Buoni contro cattivi. Ecco come vorremmo sempre immaginare la guerra fra lo Stato e la mafia. Ma talvolta i ruoli non sono così chiari. L'espressione livida del presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, appare la sera del 13 marzo 1992 nei TG già monopolizzati da Mani Pulite. L'uomo che abita al potere da oltre quarant'anni è a Palermo per i funerali del proconsole Salvo Lima, ucciso per strada dai Corleonesi come un cane. Ma Lima non è una vittima. È stato, a lungo, un complice. Il suo omicidio è un avvertimento per Andreotti, il quale, più che disperato, sembra spaventato.
I Corleonesi sono stati trascinati alla sbarra dai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: oltre alle indagini sui conti bancari, decisiva la testimonianza di un pentito d'eccezione, Tommaso Buscetta, boss della cosca perdente. Al maxiprocesso, il padrino Totò Riina si è preso l'ergastolo, sia pure in contumacia, e ora pretende l'ammorbidimento della pena. Altrimenti, dopo Lima, salterà in aria qualcun altro. Falcone è il primo della lista per tanti motivi, non ultimo la sua solitudine: è inviso ai colleghi, anche di sinistra, che con l'eccezione di Giancarlo Caselli hanno boicottato la sua nomina a capo della procura di Palermo, al cui interno un «corvo» scrive lettere anonime per diffamarlo. Subisce un attentato e le critiche di un sindaco fanatico, Leoluca Orlando,  che lo taccia di connivenza col nemico perché ha incriminato per calunnia un pentito che accusava Lima senza prove. «La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità, ma del khomeinismo» si sfoga Falcone. Disgustato, accetta un'offerta del ministro della Giustizia, Claudio Martelli, e si trasferisce a Roma, finché a maggio viene nominato superprocuratore antimafia.
Il giorno successivo (23 maggio 1992) torna a Palermo per il weekend e percorre in auto la strada che collega l'aeroporto alla città. Cinque quintali di tritolo azionati col telecomando da un luogotenente di Riina, Giovanni Brusca, squarciano l'asfalto all'altezza dello svincolo di Capaci, proprio mentre Falcone sta rallentando per prendere un oggetto dal cruscotto. Lui e la moglie perdono la vita andando a sbattere contro la muraglia di cemento sollevata dall'esplosione.
La notizia giunge a Montecitorio durante le votazioni per il Presidente della Repubblica. La DC, impallinato Forlani, si accinge a candidare Andreotti, ma l'emozione per la strage rende inopportuna la scelta del capo di Salvo Lima. Così viene eletto Scalfaro. Il Movimento sociale vota compatto per Borsellino, uomo di destra, il quale rifiuta sdegnato la candidatura del governo a superprocuratore al posto dell'amico appena ucciso.
Ai funerali echeggia l'urlo straziante di Rosa Schifani, vedova ventiduenne di uno degli agenti della scorta. Nelle stesse ore un'altra donna, un magistrato dai capelli rossi, inveisce contro l'ipocrisia dei colleghi che piangono Falcone dopo averlo dileggiato in vita. Si chiama Ilda Boccassini.

...e pace?
Sull'assassinio di Falcone non può che indagare Borsellino, con la consapevolezza di essere la prossima vittima. Il 19 luglio 1992, una 126 imbottita di tritolo esplode al suo passaggio sotto casa della madre, in via D'Amelio. Dalla borsa del magistrato scompare l'agenda rossa degli appunti: il giornalista Marco Travaglio la definirà «la scatola nera della Seconda Repubblica». Gli stessi mafiosi che non hanno problemi a rivendicare la mattanza di Capaci definiscono quella di via D'Amelio «una strage di Stato». Affiora l'ipotesi che Borsellino avesse scoperto l'esistenza di una trattativa per giungere all'armistizio e sia stato tolto di mezzo come testimone scomodo.
Di questo genere di contatti si torna a parlare dopo l'arresto di Totò Riina, avvenuto il 15 gennaio 1993. A sorprendere il capo dei capi a un semaforo è la squadra speciale di un carabiniere fuori dagli schemi e perciò inviso ai burocrati, il Capitano Ultimo, che blocca il Padrino stringendogli la propria sciarpa intorno al collo.
Ultimo respinge l'insinuazione che a propiziare la cattura sia stata la soffiata di un altro boss, Bernardo Provenzano. E la sentenza che lo assolve dall'accusa di favoreggiamento per non aver perquisito la villa di Riina (come se la possibilità di far scomparire prove compromettenti fosse stato il prezzo da pagare per la consegna del Padrino) gli riconosce il merito esclusivo dell'operazione. Ma anche lui, come Falcone, cambierà aria disgustato, andando a occuparsi di reati ambientali.
Dalla sua cella d'isolamento, che tanto isolata non deve essere, Riina scrive «papelli» allo Stato in cui chiede l'abolizione del carcere duro. Intanto la guerra continua. (...)
Il Presidente del Consiglio Ciampi teme addirittura un colpo di Stato e invece il colpo arriverà a colui che lo Stato incarna più di ogni altro: Andreotti, indagato a Palermo dal nuovo procuratore Giancarlo Caselli per concorso esterno in associazione mafiosa. (...) La sentenza definitiva assolve l'imputato per i fatti successivi alla primavera del 1980, ma lo considera responsabile fino a quella data, anche se il reato è estinto per prescrizione. (...)
Con l'avvento della cosiddetta Seconda Repubblica e di una nuova generazione di boss, la guerra guerreggiata fra mafia e Stato si interrompe. Ma, nonostante la cattura di molti latitanti, la Piovra continua ad avanzare, riciclando i suoi guadagni immensi nell'economia del Nord Italia. Ai cattivi, adesso, conviene di più fare i buoni.


22 maggio 2012

Strega d'aprile, frasi


L'amore non esige motivazioni razionali per essere amore.

Niente è mai come lo si era sognato, perciò si tratta di mettere tutto ciò che si desidera più ardentemente dentro un piccolo sacco nero sul fondo del cervello e non cedere alla tentazione di aprirlo di nuovo.

«Ma non capisci? Tu la spaventavi con tutti i tuoi successi. Per lei era qualcosa di estraneo. Il lavoro in fabbrica di Birgitta invece era normale, sapeva cos'era. Ed era anche tutto ciò che si augurava per noi: una vita normale. Un lavoro normale, un marito normale e qualche normale moccioso... E tu in effetti li ha avuti. Tu hai avuto tutto ciò che ti augurava, anche se in quantità e qualità ben più elevate.» (Margareta a Christina)

So che quando lascerà la mia camera dirà come gli altri: Perché deve vivere così? Non ha proprio senso... Spero che sia chiaro: non è perché lei si augura che muoia, questo anch'io ogni tanto lo faccio. È la sua presunzione che non riesco a sopportare, questo suo ovvio dare per scontato che la mia vita abbia ancora meno senso della sua. Già, perché qual è il senso prezioso della sua, di vita? Scodellare qualche marmocchio? O passare decenni di serate davanti alla tv accanto a un uomo imbronciato? (…) Rimarebbe senza parole se le ponessi la domanda. Lo so. Tutti quelli che si possono muovere- perfino Hubertsson- hanno infatti grande facilità a parlare di ciò che non ha senso, ma enormi difficoltà a parlare del contrario. Il senso.

Una Strega d'aprile è diversa. Lei sa che cos'è. E una volta che ha imparato a conoscere le proprie facoltà può vedere attraverso il tempo e fluttuare nello spazio, può nascondersi dentro gocce d'acqua e insetti con la stessa facilità con cui può prendere possesso degli esseri umani. Ma non possiede una vita propria. Il suo corpo è sempre esile, imperfetto e immobile.

La storia di ognuna delle nostre vite è anche la storia di quelli che ci hanno preceduti.

La propria vita uno se la può scegliere. Non si deve per forza accettare semplicemente quella che ti danno.

Solo i più ignoranti possono ancora credere come sant'Agostino che il tempo è un fiume. Noialtri sappiamo che è piuttosto un delta: che si ramifica e cerca nuove strade, che si ricongiunge a se stesso prima di cercare mille nuovi percorsi. Alcuni attimi scorrono rapidi come cascate, altri si fermano e diventano piccole pozze, l'acqua del tempo vi passa davanti scorrendo, ma loro stanno per sempre immobili.

Preferiva i suoi sogni ai suoi pensieri, ma quando era lì a letto sveglia non poteva fare a meno di pensare. Notte dopo notte metteva sotto processo se stessa.

Delle ombre non si doveva parlare. E del resto sarebbero presto scomparse. Non ci sarebbero più state, quando fosse arrivato il futuro.

Il vantaggio con le persone imbarazzanti è ovviamente che in loro compagnia si può abbassare la guardia e diventare noi stessi un tantino imbarazzanti.

Perché hai reso l'invidia un peccato, e non il malanimo? Dovrebbe essere l'opposto. Dovrebbe essere un peccato più grave dire “lei non deve avere!”, piuttosto che dire “anch'io voglio avere!”. Perché colui che è stato privato di tutto non dovrebbe nemmeno poter desiderare?

A me è toccato vivere in un'epoca che non riconosceva il dolore, un'epoca che invece cercava il problema. Affrontare i problemi è più facile, a essi si può rimediare, ma il dolore dev'essere elaborato. Inoltre è contagioso e terrorizza gli esseri umani.

Da qualche parte Birgitta ha letto o sentito che tutto il corpo si rinnova ogni sette anni, non esiste perciò una sola unghia, un solo capello o un solo centimetro della sua pelle che sia lo stesso che stava addosso a quella ragazza che batteva a Saltangen.

21 maggio 2012

Strega d'aprile, Majgull Axelsson

Christina, Margareta, Birgitta e Desirée: quattro sorelle per caso, non di sangue. 
Christina, Margareta e Birgitta: figlie di madri sbagliate, figlie non volute, abbandonate, maltrattate.
Desirée: figlia desiderata, come dice il nome. Figlia frutto d'amore, aspettata e sognata. Peccato che per le complicazioni del parto non è uscita fuori come Ellen, la madre, l'aveva immaginata. Desirée non era una bambina, ma solo un mostro. Un pezzo di legno alla deriva. Qualcosa da dimenticare, da cancellare dalla propria memoria, qualcosa da lasciar ammuffire in un istituto per gente come lei.
Ed è in un istituto che Desirée trascorre le sue giornate, paralizzata a letto, incapace di nutrirsi da sola, incapace di comunicare senza l'aiuto del computer che le ha fornito il dottor Hubertsson, unico uomo di rilievo e positivo di tutto il romanzo. Desirée ne è segretamente innamorata, se avesse avuto una vita normale sarebbe stato lui l'uomo che avrebbe amato, ma nella vita che si ritrova non può nemmeno amare, non come amano tutte le persone. Fisicamente Desirée è completamente annientata, senza la minima autonomia, ma possiede una grande intelligenza, che le permette di studiare la fisica quantistica, e speciali capacità paranormali. È una strega d'aprile, può vedere attraverso il tempo e fluttuare nello spazio, può nascondersi dentro gocce d'acqua e insetti con la stessa facilità con cui può prendere possesso degli esseri umani. Ed è grazie a questa sua straordinaria facoltà, oltre che per ciò che le ha raccontato il suo medico, che lei sa dell'esistenza e della vita delle sue tre sorelle. Margareta è la prima ad essere data in affidamento a zia Ellen, vedova borghese rimasta ormai sola. Era stata abbandonata alla nascita in una lavanderia, era sempre con un libro in mano e  voleva davvero bene a zia Ellen, ma non la venerava come faceva Christina, la seconda arrivata in famiglia. Christina una madre ce l'aveva, Astrid, ma era una madre pazza e violenta che aveva tentato addirittura di darle fuoco. Era una bambina seria, che ubbidiva sempre rispettosamente ad Ellen, dedita alla pulizia e al ricamo, studiosa e lavoratrice, una bambina perfetta apparentemente. L'equilibrio viene rotto dall'ultima arrivata: Birgitta, figlia di una donna che riversa addosso a lei i suoi guai amorosi, sempre con bottiglie alcoliche nascoste sotto il letto. Birgitta è agitata e irrequieta, ama stare al centro dell'attenzione e questo provoca le antipatie delle sue sorelle. 

Desirée vive da cinquant'anni da sola, adesso è in quell'istituto di Hubertsson e sa che è poco il tempo che le rimane da vivere, così, sfruttando le sue capacità paranormali fa arrivare alle tre sorelle, che conducono ormai vite separate e diverse, tre lettere che le faranno riflettere sul loro passato, su quel pezzo di vita che hanno vissuto insieme, su tutto quello che c'è stato prima e tutto ciò che c'è stato dopo. Lettere che, soprattutto, le farà rincontrare. Lo scopo di Desirée è scoprire quale delle tre sorelle ha vissuto la vita che avrebbe dovuto vivere lei, quale delle tre sorelle le ha rubato il destino. Desirée vuole vendicarsi.

Il romanzo è costituito da un continuo andare avanti e indietro nel tempo, ricordi delle quattro sorelle che si intrecciano e che vengono visti da punti di vista diversi. Solo due persone le uniscono: Ellen, madre naturale di Desirée e madre adottiva delle altre tre, e Hubertsson, che era in affitto da Ellen quando Christina, Margareta e Birgitta erano ancora piccine e che, adesso, ha uno strano rapporto con la sua paziente preferita, Desirée, appunto. 

Passato e presente si intrecciano continuamente, in un intreccio coinvolgente davvero. Ci sono parti che fanno restare col fiato sospeso e non si capisce come andrà a finire fin quando non finisce.
Ho trovato questo romanzo bellissimo. Triste, toccante, pieno di suspence, di dolore, di speranze non realizzate. Pieno di segreti, di silenzi, di cose non dette che hanno logorato rapporti che in fondo potevano essere anche pieni d'amore. E invece sono solo colmi d'odio.
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L'amore non esige motivazioni razionali per essere amore.

Niente è mai come lo si era sognato, perciò si tratta di mettere tutto ciò che si desidera più ardentemente dentro un piccolo sacco nero sul fondo del cervello e non cedere alla tentazione di aprirlo di nuovo.

«Ma non capisci? Tu la spaventavi con tutti i tuoi successi. Per lei era qualcosa di estraneo. Il lavoro in fabbrica di Birgitta invece era normale, sapeva cos'era. Ed era anche tutto ciò che si augurava per noi: una vita normale. Un lavoro normale, un marito normale e qualche normale moccioso... E tu in effetti li ha avuti. Tu hai avuto tutto ciò che ti augurava, anche se in quantità e qualità ben più elevate.» (Margareta a Christina)

So che quando lascerà la mia camera dirà come gli altri: Perché deve vivere così? Non ha proprio senso... Spero che sia chiaro: non è perché lei si augura che muoia, questo anch'io ogni tanto lo faccio. È la sua presunzione che non riesco a sopportare, questo suo ovvio dare per scontato che la mia vita abbia ancora meno senso della sua. Già, perché qual è il senso prezioso della sua, di vita? Scodellare qualche marmocchio? O passare decenni di serate davanti alla tv accanto a un uomo imbronciato? (…) Rimarebbe senza parole se le ponessi la domanda. Lo so. Tutti quelli che si possono muovere- perfino Hubertsson- hanno infatti grande facilità a parlare di ciò che non ha senso, ma enormi difficoltà a parlare del contrario. Il senso.

Una Strega d'aprile è diversa. Lei sa che cos'è. E una volta che ha imparato a conoscere le proprie facoltà può vedere attraverso il tempo e fluttuare nello spazio, può nascondersi dentro gocce d'acqua e insetti con la stessa facilità con cui può prendere possesso degli esseri umani. Ma non possiede una vita propria. Il suo corpo è sempre esile, imperfetto e immobile.

La storia di ognuna delle nostre vite è anche la storia di quelli che ci hanno preceduti.

La propria vita uno se la può scegliere. Non si deve per forza accettare semplicemente quella che ti danno.

Solo i più ignoranti possono ancora credere come sant'Agostino che il tempo è un fiume. Noialtri sappiamo che è piuttosto un delta: che si ramifica e cerca nuove strade, che si ricongiunge a se stesso prima di cercare mille nuovi percorsi. Alcuni attimi scorrono rapidi come cascate, altri si fermano e diventano piccole pozze, l'acqua del tempo vi passa davanti scorrendo, ma loro stanno per sempre immobili.

Preferiva i suoi sogni ai suoi pensieri, ma quando era lì a letto sveglia non poteva fare a meno di pensare. Notte dopo notte metteva sotto processo se stessa.

Delle ombre non si doveva parlare. E del resto sarebbero presto scomparse. Non ci sarebbero più state, quando fosse arrivato il futuro.

Il vantaggio con le persone imbarazzanti è ovviamente che in loro compagnia si può abbassare la guardia e diventare noi stessi un tantino imbarazzanti.

Perché hai reso l'invidia un peccato, e non il malanimo? Dovrebbe essere l'opposto. Dovrebbe essere un peccato più grave dire “lei non deve avere!”, piuttosto che dire “anch'io voglio avere!”. Perché colui che è stato privato di tutto non dovrebbe nemmeno poter desiderare?

A me è toccato vivere in un'epoca che non riconosceva il dolore, un'epoca che invece cercava il problema. Affrontare i problemi è più facile, a essi si può rimediare, ma il dolore dev'essere elaborato. Inoltre è contagioso e terrorizza gli esseri umani.

Da qualche parte Birgitta ha letto o sentito che tutto il corpo si rinnova ogni sette anni, non esiste perciò una sola unghia, un solo capello o un solo centimetro della sua pelle che sia lo stesso che stava addosso a quella ragazza che batteva a Saltangen.



9 maggio 2012

Fai bei sogni, frasi [Massimo Gramellini]


«Breve riposo dona alla mamma, Signore. Svegliala, falle un caffè e rimandala subito qui. È mia mamma, capito? O riporti giù lei o fai venire su me. Scegli tu. Ma in fretta. Facciamo che adesso chiudo gli occhi e quando li riapro hai deciso? Così sia.»

La mattina dei funerali mi chiusi in camera e attesi che la bara fosse uscita di casa. Abbassai le serrande, mi infilai all'incontrario sotto le lenzuola e salii a bordo del Sottomarino con un bisogno disperato di dichiarare guerra al mondo intero. Ma non riuscivo più a trovare i nemici. Erano tutti dentro di me.

Una mattina era sparita «per fare delle commissioni». L'avevo vista tornare di lì a qualche giorno, ancora più triste. In casa ci dividevamo i compiti: papà la accarezzava con le parole e io le parlavo con le carezze. Ma la mamma sembrava non ricambiare nessuno dei due.

Non essere amati è una sofferenza grande, però non la più grande. La più grande è non essere amati più.

Perché avrei dovuto continuare a comportarmi bene, se tanto non c'era più nessuno a dirmi bravo?

La mamma era argomento tabù. Una sola volta osai chiedergli quale fosse, in una classifica ipotetica delle disgrazie, la più meritevole del primo posto: la scomparsa prematura di una moglie o di una mamma? (…) Mi tenne un discorso molto razionale che durò tre semafori rossi e si concluse in retromarcia al parcheggio con questo dispaccio solenne: eravamo sistemati male tutti e due, ma dei due chi stava messo peggio ero io, perché una moglie la puoi sostituire, una mamma no.

Il mio cervellino arrancava in cerca di risposte. Se mi fossi alzato sulle punte, avrei visto che al mondo esistevano incongruenze ben peggiori: guerre, epidemie, inondazioni. Ma Belfagor sapeva spingermi solo verso il basso. E da lì l'unico orizzonte che riuscivo a scorgere era quello della mia piccola vita.

In fondo la mia vita è la storia dei tentativi che ho fatto di tenere i piedi per terra senza smettere di alzare gli occhi al cielo.


«Fai bei sogni. Anzi, fateli insieme. Insieme valgono di più.»

«I “se” sono il marchio dei falliti! Nella vita si diventa grandi “nonostante”.»

Per attutirmi l'impatto col mondo reale Belfagor aveva foderato di ovatta i miei sensi. Niente mi appassionava, neanche la trasgressione. Non mi ubriacavo, non mi drogavo e non fumavo spinelli, al massimo qualche sigaretta a stomaco vuoto. Non amavo gli sport estremi e gli orari sballati: ho visto più albe al risveglio che andando a dormire. Non ero né di destra né di sinistra, ma liberaldemocratico, che a diciotto anni è come preferire il chinotto al Cuba libre.

Non so se in amore vince chi fugge, ma di sicuro chi perde rimane lì dov'è: immobile.

« “Se” fossi cresciuto con la tua mamma, adesso avresti meno paura di cadere. Ma avresti anche meno bisogno di volare. “Nonostante” lei non ci sia più, è tempo che incominci a sbattere le ali.»

Dovevo agire, però. I mostri del cuore si alimentano con l'inazione. Non sono le sconfitte a ingrandirli, ma le rinunce.

Ero finalmente qualcuno. Il sogno di scrivere si era materializzato in forma imprevedibile, quando avevo creduto di non desiderarlo più. Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo, puoi passare la vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene. Continuerà a mandarti dei segnali disperati, come la noia e l'assenza di entusiasmo, confidando nella tua ribellione.

Le donne non si conquistano con le corde vocali, ma con gli orecchi. Noi maschi sprechiamo tempo a rintronarle di battute memorabili quando l'unica cosa che ci chiedono è di prestare attenzione ai loro pensieri.

Il dolore apre squarci che consentono di guardarsi dentro.

Nello stomaco di tutti galleggia un'ingiustizia che abbiamo subìto e consideriamo inaccettabile. La prova dell'inesistenza di un disegno superiore che, se ci fosse, non avrebbe mai potuto permetterla.

La mia specialità consisteva nel trovarmi a disagio ovunque fossi.

Avevo bisogno di una salita e invece ho preso una scorciatoia. Ho cercato di cambiare la mia vita senza cambiare me.

Ancora una volta mi ero illuso che la vita fosse una storia a lieto fine, mentre era soltanto un palloncino gonfiato dai miei sogni e destinato a esplodermi sempre fra le mani.

È nulla il morire. Spaventoso è il non vivere.

Non è poi così vero che si desidera ciò che non si è mai avuto. Quando si sta male, si preferisce ciò che ci appartiene da sempre.

«Non siamo scimmie evolute, ma divinità decadute!»

«E la vita?»
«Mi fa paura l'idea di sprecarla. Se la morte è un viaggio, immagino che la vita sia il prezzo del biglietto.»

Io sono lo specialista del Dopo e conosco tutti i trucchi per trasformarlo in Mai.

Preferiamo ignorarla, la verità. Per non soffrire. Per non guarire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere. Completamente vivi.

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