30 settembre 2012

Olivia ovvero la lista dei sogni possibili, frasi

Quando piangi, piangi e non c'è verso di "pensare positivo", visualizzare un paesaggio di pace, improvvisare esercizi di training autogeno che, dopo un trauma, evidentemente non danno l'effetto promesso dai manuali e dalle maestre di yoga.

Ci sono storie dappertutto, basta saperle ascoltare. Forse non sono buone storie, ma sono vere. E non devono necessariamente avere il lieto fine.


È probabile che io debba un timido miglioramento dell'umore alla cioccolata che, prima di raggiungere lo stomaco, ha deviato verso sinistra inondando il mio cuore come una lava gentile.


Il CV (curriculum vitae).

Il CVD, Come Volevasi Dimostrare (sei un foglio inutile).
Lo tengo tra le dita come una reliquia, un memento, un "lei non sa chi sono io" e a dire il vero nemmeno io me lo ricordo, dunque questo foglio serve a rinvigorire la mia esile autostima. A scorrerlo con un filo d'onestà, è soltanto una radiografia imperfetta che tralascia ciò che conta davvero: gli incontri che mi hanno segnata, gli amori veri e quelli che credevo lo fossero, le persone che mi mancano, quelle che hanno smesso di mancarmi, gli amici, gli insensibili che ho incrociato senza rendermi conto di quanto fossero senza cuore, le persone che amo e non ho fatto in tempo ad abbracciare.

Il motto della nonna era: "Formula ogni giorno almeno un pensiero buono e, quando ti senti trascurata, mandati una cartolina".


«L'infelicità» sussurrava la nonna come a svelarmi uno dei suoi segreti «è non avere abbastanza desideri.»


Per quanto tentiamo di andare avanti, per quanto sia forte la tentazione di non guardare indietro, il passato torna sempre a morderci il sedere.


Quando non so che pesci pigliare o sono troppo confusa, chiudo gli occhi, faccio dei lunghi respiri, visualizzo un'immagine qualsiasi  mi addormento talmente in fretta che non ho tempo di accorgermi di com'è bello essere così stanca da non riuscire nemmeno a preoccuparmi per qualcosa a cui tengo troppo.


Nemmeno adesso che ho davanti uno sconfinato oceano di possibilità, saprei dire cosa esattamente vorrei fare da grande. Non ho mai avuto una vocazione precisa, né mi immaginavo nei panni di qualcuno in particolare, quindi, per quella pigrizia scambiata per duttile predisposizione caratteriale, dopo le scuole medie non ho fatto tante storie quando i miei genitori hanno deciso per me.


Non era tipo da branco, ma nemmeno da un asociale, rimaneva ai margini quanto bastava per non annegare nella rumorosa goliardia del gruppo. Solo quando riusciva a ritagliarsi degli spazi di silenzio, recuperava una certa stabilità.


Mi frullava in testa quella parola.

Serendipità.
Cercai di saperne di più, ma il Webster Dictionary le riservava poche righe, riducendola alla "sensazione di euforia che si prova quando si scopre una cosa non cercata mentre se ne sta cercando un'altra, ovvero l'essere disposti, mentre si cerca qualcosa di ben determinato, a trovare altro, ad accogliere mondi, visioni e riflessioni che non ci eravamo aspettati di incontrare".

«Hai notato che gli animali guardano verso il cielo, Olli? Anche voi bambini sognate rivolti al cielo. E poi le stelle sono quassù, persino gli dei li hanno sempre immaginati da queste parti, e se mai esiste il Paradiso non può che stare di casa qui. L'universo è così ricco di segreti inimmaginabili che, quando hai bisogno di una risposta, se guarderai questa grande lavagna azzurra prima o poi la troverai.»


Vorrei tanto dirgli che mi sento a pezzi e che il nostro presente è scritto nell'infanzia, che è quello il punto da cui partire.


E non ditemi che tanto non cambia niente, perché c'è sempre qualcuno che cambia il mondo a nostra insaputa e anche voi, se solo voleste, potreste farlo.


Non si può smettere di amare così di botto solo perché uno ti ha lasciata, cara, ci vuole tempo, l'amore richiede più attenzione del lavoro perciò dai una svolta alle tue giornate: mezz'ora di corsa tutte le mattine, meditazione e yoga, molti film d'avventura e amici, amici, amici. Prima o poi l'amore giusto arriva.


Le cose migliori ci succedono sempre quando ci rinunciamo.


Scrivendo mi innamoro delle parole e mi convinco di tutto.


«Quando hai paura e non c'è nessuno che a cui chiedere consiglio, allora siediti, fai un lungo respiro e parla  con lei. Dille "Paura, raccontami chi sei, come ti chiami, perché sei qui". Prendila delicatamente sul palmo della mano, poi chiudila senza stringere troppo, scava un buco nella terra e mettila lì sotto».


Quello che è capitato a te può capitare a tutti, non sta crollando il mondo, nulla è irreparabile, tu hai un potenziale diverso e unico, da oggi puoi rinascere e ciò che eri fino a stamattina non preclude la possibilità che tu diventi qualcuno di totalmente diverso domani.


Si può sopravvivere a tutto, le cose si aggiustano, mentre ne cerchi una ne trovi un'altra, e a ogni problema corrisponde una soluzione.


Non so esattamente perché sono single. A parte il fatto che

ho paura di impegnarmi
sono troppo timida
sono troppo controllata
lavoravo troppo
esco troppo poco
e nonostante l'opinione di Sarah («Sei single perché sei schizzinosa»), io sono single perché non l'ho ancora incontrato, perché il mio amore di questa vita e di quelle passate, quando ci siamo incontrati, non era pronto. E nemmeno io. Evidentemente.

In tutto questo tempo ho collezionato su un quadernetto le parole che avrei voluto dirvi quando eravate vivi. Ne ho cercata una che vi definisse. Perché quando una moglie perde un marito sulla carta d'identità ci scrivono: "Vedova". Ma non ho trovato la parola che definisce un padre e una madre quando gli succede di perdere un figlio. Forse quel tipo di dolore è talmente irragionevole che non si riesce nemmeno a dargli un nome. Ho scoperto che non c'è nemmeno la parola che definisce un fratello a cui muore un fratello.


Ci si può amare anche se non ci si vede, no? C'è chi ama Dio per tutta la vita senza averlo mai visto, e anche se credere nelle cose che non si vedono è complicato io ci sto provando.


Ci sono istanti nella vita in cui tutto cambia. Istanti in cui succede qualcosa che modifica radicalmente tutto quello che è esistito fino all'attimo che li ha preceduti.


Ed è quel momento, irripetibile, quando tutto è possibile e l'altro è una lavagna vuota tutta da scrivere e dietro questi occhi potrebbe esserci scritta qualsiasi trama. Intatta come un campo dove è scesa la neve. Lasciati andare, Olivia. Ma non lasciarlo andare.


♥ I miei scarabocchi su "Olivia ovvero la lista dei sogni possibili" di Paola Calvetti

28 settembre 2012

Olivia ovvero la lista dei sogni possibili, Paola Calvetti

Sarebbero bastate la copertina e quella frase di Shakespeare scritta prima dell'inizio della storia (Quando la tua anima è pronta, lo sono anche le cose) per convincermi a comprare Olivia ovvero la lista dei sogni possibili di Paola Calvetti, ma in realtà quando sono entrata in libreria sono andata a colpo sicuro: sapevo con quale libro volevo uscire da lì e lo sapevo perché la storia di questa Olivia l'avevo vista rimbalzare su molti dei blog che seguo. Sentivo che era il libro giusto al momento giusto, per me. Così il romanzo di Paola Calvetti è finito dritto dritto nel mio scaffale, disposto in ordine alfabetico subito prima dei libri di Calvino. 

Sto davanti a questo foglio bianco cercando di parlare di Olivia, ma non so trovare le parole che vorrei. Scrivo e cancello.
Mi sto rendendo conto che non so scarabocchiare qualcosa su questo libro in maniera distaccata. Olivia mi ha emozionata, le ho voluto bene  per tutte le 181 pagine del romanzo, perché ho capito fin dall'inizio che era una di noi, con una vita normalmente imperfetta, con qualche vuoto da riempire, con qualche mancanza d'amore.
Chissà quante altre Olivie ci sono in questo momento in Italia, durante la peggiore crisi economica che abbia mai investito il mondo occidentale. Chissà quante Olivie si sentono smarrite, dopo aver perso il loro precario posto di lavoro ottenuto con fatica e impegno. Chissà quante Olivie non sanno reagire.

Anche l'Olivia protagonista del romanzo ha solo voglia di piangere quando si ritrova per strada, con uno scatolone in mano e nessuna destinazione verso cui andare. Nevica, manca poco a Natale e lei non ha più nemmeno un lavoro. Non sa che fare. Entra casualmente in un bar tabacchi qualunque, occupa un tavolino e tra una frolla e una cioccolata inizia a pensare a tutto quello che è stata la sua vita fino a quel giorno. Ricorda con amore la sua nonnina che le ha insegnato ad amare le Polaroid e ad amare la vita, in generale. Olivia aspetta sempre qualche suo messaggio che l'aiuti ad andare avanti. Anche in quel bar, quel giorno di dicembre. Con gli occhi lucidi afferra il suo taccuino e la sua penna e inizia a scrivere liste per progettare la vita di rinunce che si sta aprendo davanti a lei, ora che non ha più uno stipendio. In quello scatolone che si è portata dietro dal suo ufficio c'è anche il suo curriculum, lo sfoglia mentre si ferma ad osservare gli sconosciuti che siedono accanto a lei. Immagina le loro vite, immortala qualche sedia vuota con la Polaroid che le aveva regalato la nonna, quando era bambina. Olivia si ferma a pensare a quanto sia freddo e vuoto il suo curriculum, a quanto non racconti le cose davvero importanti di lei, nel curriculum non ci sono i suoi amori, i suoi dolori, i suoi viaggi. Niente di tutto questo in quell'insieme di dati e titoli accumulati nel tempo. Mi ha ricordato quella poesia della Szymborska, Scrivere il curriculumCambiare paesaggi in indirizzi / e ricordi incerti in date fisse. / Di tutti gli amori basta quello coniugale, / e dei bambini solo quelli nati. (...) Scrivi come se non parlassi mai con te stesso / e ti evitassi. / Sorvola su cani, gatti e uccelli, / cianfrusaglie del passato, amici e sogni. / Meglio il prezzo che il valore / e il titolo che il contenuto. Ci pensa Olivia a ricordare, e a raccontare, tutto quello che il suo curriculum non dice. Racconta anche di quella volta in cui, in una biblioteca in Inghilterra, quando stava facendo ricerche per la sua tesi di laurea, ha scoperto una parola bellissima che le ha cambiato la vita: serendipità. Quando stai cercando una cosa, ma ne trovi un'altra e sei disposto ad accettarla, è questa la serendipità. È un gioco del destino, della casualità, che rimescola le vite, le fa sfiorare e, forse un giorno, avvicinare.
Olivia non lo sa, ma quel giorno di dicembre iniziato nel peggiore dei modi la sua vita cambierà. Lei sta cercando una soluzione ai suoi problemi di lavoro, ma troverà l'amore e sarà disposta ad accettarlo, senza paura, senza fuga. Si incontrano a una festa Olivia e Diego, si guardano, si piacciono, si presentano. Niente di eccezionale, niente di zuccherosamente romantico o fiabesco. Un amore concreto nato come ne nascono chissà quanti, quotidianamente, nelle nostre vite normali. Una stretta di mano e noi lettori capiamo che non finirà lì, che finalmente quei due si sono conosciuti, dopo essersi sfiorati, senza saperlo, per trent'anni quasi. Stessa scuola, stesso cimitero in cui far visita a chi non c'è più, stesso giorno all'aeroporto, stesso bar tabacchi di fiducia. Finalmente si incontrano, alla fine, Olivia e Diego. Si guardano negli occhi come tanti anni prima, durante quella brutta giornata del funerale, ma stavolta si sorridono, si parlano. Cammineranno insieme dopo le 181 pagine del romanzo e si ameranno e basta.

Olivia potrebbe essere un esempio. Un grido di dignità e speranza in questo momento confuso e cattivo nei confronti di tutti i giovani come lei, preparati e precari, se non disoccupati. Olivia è come noi, è una ragazza forte e fragile, intelligente, sensibile, single, innamorata dell'amore e anche delle parole. Quando scrive può convincersi di qualsiasi cosa. Olivia è piena di sogni e tornerà a crederci. Le crisi accadono, nel mondo e dentro di noi, ma a volte servono a rafforzarci, a farci vedere che non siamo poi così male, che valiamo più di quello che pensavamo prima, quando ci sembrava tutto perfetto e in ordine nella nostra vita. Le crisi stravolgono tutto, fanno cambiare strada, piangere e dubitare, ma alla fine ci fanno risvegliare con un sorriso più grande e convinto. Olivia insegna a reagire come si deve.
Dopo aver letto questo libro mi sento anche un pochino Olivia oltre che Bridget Jones.

21 settembre 2012

Il gusto proibito dello zenzero, frasi

«Ti ho sognato la notte scorsa», disse Keiko (...) «Era un sogno carino. C'era Oscar Holden che suonava. E noi ballavamo...»
«Ma io non so ballare», protestò Henri.
«Be', nel mio sogno sì. Ballavamo in non so che locale, c'era gente di tutti i tipi, e la musica... era la canzone che Oscar suonò per noi. La canzone del disco che abbiamo comprato. Ma in qualche modo era più lenta... noi ci muovevamo più lentamente.»
«È un bel sogno.» Henry ne era emozionato quanto lei. (...) Posò le mani sul filo spinato. «Forse adesso lo sognerò anch'io.»
«No, tu non devi, Henry. Qui dentro, credo che il mio sogno sia grande abbastanza per tutti e due.»

Non importa quanto bella sia una casa, conta solo sentire di esserci, a casa.

Vorrei poter pensare a qualche altra cosa - a qualche altra persona - ma non ci riesco. È questo l'amore?

Una volta suo padre aveva detto che le scelte più difficili nella vita non sono quelle fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, bensì quelle fra ciò che è giusto e ciò che è  meglio.

La amo. Henry si soffermò su questo pensiero. Non sapeva cosa fosse l'amore, o cosa significasse veramente quella parola, eppure ne avvertiva l'emozione, gli ardeva nel petto, gli dava le vertigini. Nient'altro sembrava avere importanza.

Henry stava imparando che il tempo della separazione finiva per creare distanza, più che le montagne e la differenza di fuso orario. Una distanza vera, quella che fa stare male e induce a smettere di farsi domande. Una nostalgia intensa al punto che il fatto di avere a cuore una persona comincia a diventare doloroso.

Mentre ascolti questo disco, spero che ripenserai non alle cose brutte, ma alle belle. A ciò che è stato, non a quello che avrebbe potuto essere. Al tempo che trascoremmo insieme, non a quello in cui fummo separati.

20 settembre 2012

Il gusto proibito dello zenzero, Jamie Ford

Era il 7 dicembre 1941. Una domenica.
L'abbiamo ripetuta mille volte a scuola quella data cercando di farcela entrare in testa. 7 dicembre 1941, attacco giapponese a Pearl Harbor.
Ci siamo emozionati al cinema davanti a giovani Ben Affleck e Josh Hartnett. Personalmente quel film lo so a memoria, è uno dei miei preferiti in assoluto.
Quello che non sapevo, quello che non ho mai trovato nei libri di storia, quello che non ho mai ripetuto per un'interrogazione di scuola è quello che è accaduto dopo quella domenica, in America, ai giapponesi.

Adesso lo so, Il gusto proibito dello zenzero me l'ha raccontato attraverso personaggi indimenticabili.

È il 1942 e in una prestigiosa scuola inglese di Seattle si incontrano due bambini, entrambi sono lì perché hanno vinto una borsa di studio, entrambi lavorano nella cucina della scuola, servono i pasti ai loro coetanei americani. Henri e Keiko sono emarginati da loro, perché diversi. Hanno la pelle gialla e gli occhi a mandorla. Quando Henri conosce Keiko pensa che lei sia cinese come lui, e invece no. Keiko è una ragazzina giapponese. In realtà lei si definisce americana, di giapponese ha solo le origini. Sia Keiko che Henri sono nati lì, in America, ma per gli americani Henri è solo un cinese e Keiko è una nemica, soprattutto dopo Pearl Harbor. Lei vive in una bella famiglia, piena d'amore e di cultura, lui invece vive in una casa dove regna sovrano il silenzio, tra un padre autoritario, fortemente nazionalista, e una madre che asseconda le volontà del marito. Il padre di Henri procura al figlio un distintivo con su scritto io sono cinese, per far sì che non venga confuso coi giapponesi, nemici numero uno non solo degli americani, ma anche dei cinesi stessi. Henri cresce educato così, in un clima di forte nazionalismo, con un padre orgoglioso della scuola in cui è stato ammesso suo figlio, orgoglioso così tanto che non gli permette di parlare altro che inglese in casa. Peccato che i genitori di Henri parlino solo il cinese. Henri vive isolato, ha solo un amico prima dell'arrivo di Keiko: Sheldon, un omone dal cuore d'oro che sta all'angolo della strada a suonare il sax. Henri ama ascoltarlo e ama quella nuova musica che riempie le strade e i locali di Seattle, il jazz. Anche il jazz non è approvato da suo padre, ma Henri lo ascolta comunque.
Quando conosce Keiko, non sa che fare. Lei è giapponese. È il nemico. Se solo suo padre sapesse che ha rivolto la parola a uno di loro sarebbe la fine. Henri fa tutto di nascosto. Keiko diventa in fretta la cosa più bella della sua vita, inizia ad accompagnarla a casa, addentrandosi addirittura nel quartiere giapponese. Escono insieme. Una sera vanno in un locale ad ascoltare il loro amico Sheldon ingaggiato dal grande jazzista Oscar Holden. Da quella sera Henri e Keiko avranno una loro canzone, che farà da colonna sonora a tutta la loro vita unendoli per sempre.
Passano i giorni e le settimane, Henri si chiede se è normale che il suo cuore batta così, quando è con lei.
Un giorno va anche a pranzo a casa di Keiko. È l'inizio del corteggiamento ufficiale.
È in quel momento, quando i loro cuori iniziano a battere diversamente, che la storia entra nelle loro semplici vite e li separa. Il governo americano ha disposto l'internamento di tutti i giapponesi, di nascita e di discendenza, residenti in territorio statunitense. Anche Keiko viene imprigionata. All'inizio per fortuna resta vicino Seattle e Henri continua a farle visita, ogni settimana. Le regala album e colori visto che lei sarà un'artista, anzi lo è già. Purtroppo quella è una prigionia del tutto temporanea, la vera prigione deve essere ancora finita ed è molto più lontana. Henri sa che non potrà più vedere Keiko fino alla fine della guerra quando sarà spostata, perciò le promette che le scriverà sempre e che l'aspetterà, fuori. Per amarla. Per sempre.
Ben presto la corrispondenza epistolare si interrompe. Henri continua a scrivere, ma Keiko non risponde più. Anche la signorina cinese che lavora all'ufficio postale prova simpatia per quel giovane ragazzo così innamorato, ma apparentemente non ricambiato.
Quando la guerra finisce e vengono aperti i campi in cui erano stati rinchiusi i giapponesi Henri non ha ancora notizie di Keiko. Lei non si presenta nemmeno all'appuntamento. Così lui decide che non vale più la pena di aspettare una ragazza che non lo ama. Lascia Keiko e si innamora di Ethel, con cui si sposerà e avrà un figlio. Solo quando suo padre sta per morire scopre che è stata colpa sua se non ha più avuto notizie della sua amica giapponese. A quel punto però è troppo tardi per tornare indietro, ha già chiesto a Ethel di sposarlo e lei lo ama così tanto che non merita di soffrire ingiustamente.
Ethel sa di Keiko, della loro storia tormentata e sepolta negli anni, ma mai dimenticata veramente da Henri. Per tutta la vita lui ha continuato a cercare il disco di Oscar Holden con la loro canzone, ma inutilmente. Gli esperti sostengono che non sia mai stato inciso, ma Henri sa che non è così, perché lui l'ha avuto in mano. Per ben due volte. Sa che un disco, che aveva Keiko, è nelle cantine dell'Hotel Panama, dove molte famiglie giapponesi avevano sepolto le loro cose prima dell'evacuazione. Anche le cose di Keiko sono là sotto. La seconda copia del disco era appartenuta a Sheldon fin quando Henri non l'aveva spedita al campo in cui era rinchiusa Keiko.
È il 1986 quando l'Hotel Panama viene acquistato. È il 1986 quando viene scoperto il tesoro che quell'edificio nasconde. Per quarant'anni ha conservato gelosamente tutti i beni materiali dei giapponesi. Ethel è morta di cancro da pochi mesi e il figlio di Henri, Marty, è ormai grande e fidanzato. All'improvviso Henri sente il bisogno di raccontare il suo passato, la sua storia d'amore con Keiko. Con il figlio scende nello scantinato dell'Hotel Panama alla ricerca del disco. Alla fine lo trovano, ma è spezzato. Impossibile ascoltarlo ancora, nessuna tecnologia può rimetterlo a posto. È il 1986 e Sheldon è malato, in fin di vita. Come un miracolo arriva quella canzone da un giradischi in mano alla fidanzata di Marty. Herni non può credere alle sue orecchie. Marty gli spiega che quel disco arriva da New York e che a New York vive Keiko. Lui l'ha cercata, l'ha trovata e c'ha parlato. Henri adesso ha il suo indirizzo. Prende un aereo e va da lei.

Mi è piaciuta molto questa storia. Bella. Toccante. Emozionante. Commovente. Ambientata in un contesto storico a me sconosciuto. Non sapevo che i giapponesi fossero stati internati dopo l'attacco a Pearl Harbor. Certo quei campi di prigionia non avevano niente a che fare con i lager europei, comunque i libri di storia non dovrebbero tacere.
Mi è piaciuto l'andare avanti e indietro nel tempo, il continuo saltare dal 1942 al 1986. Mi è piaciuto il modo in cui sono descritti i rapporti tra padri e figli, tra cui spesso non c'è dialogo per mancanza di argomenti o per scarsa sincerità.
Da leggere. Assolutamente.

10 settembre 2012

Sulla strada, frasi


Le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità, ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d'artificio.

Non c'era posto dove andare se non dappertutto, non c'era altro da fare che vagare sotto le stelle.

Oltre le strade sfavillanti c'era il buio e oltre il buio il West. Dovevo andare.

Avrei voluto salire sul suo autobus. Ebbi una fitta al cuore, come tutte le volte che vedevo una ragazza che amavo andare nella direzione opposta alla mia in questo mondo troppo grande.

Dissi a Terry che me ne andavo. Lei ci aveva pensato tutta la notte ed era rassegnata. Mi baciò senza emozione nel vigneto e si allontanò lungo un filare. Dopo una dozzina di passi ci girammo, perché l'amore è un duello, e ci guardammo per l'ultima volta.

E poi via verso la dolce vita, perché è arrivato il momento e noi sappiamo sempre quando è arrivato il momento, noi sentiamo il tempo!

Quando conoscevo ima ragazza nuova la prima cosa a cui pensavo era che tipo di moglie sarebbe stata. (...) «Voglio sposarmi» dissi a Dean e Marylou, «voglio sposare una ragazza con cui riposare l'anima e invecchiare dolcemente. Non si può andare avanti sempre così...con questa frenesia, questo correre avanti e indietro. Dobbiamo andare da qualche parte, trovare qualcosa.»

Restammo seduti senza sapere cosa dire; non c'era più niente di cui parlare. La sola cosa da fare era andare.

La sola cosa che ci fa spasimare nei giorni della vita, che ci fa sospirare e gemere e ci procura dolci nausee di tutti i tipi, è il ricordo di una felicità  perduta, probabilmente sperimentata nell'utero materno, che può riprodursi soltanto nella morte.

Ci sono troppe cose che mi piacciono e mi confondo e mi perdo a correre da una stella cadente all'altra fino allo sfinimento. (...) Non avevo niente da offrire a nessuno tranne la mia confusione.

Io non sapevo cosa mi stesse succedendo, e all'improvviso mi resi conto che si trattava solo dell'erba che stavamo fumando; Dean ne aveva comprata un po' a New York. Mi faceva credere che tutto stesse per succedere: il momento in cui si capisce che tutto, tutto è deciso per sempre.

Eravamo tutti felici, ci rendevamo conto che ci stavamo lasciando alle spalle confusione e assurdità per compiere l'unica e nobile funzione che avevamo a quel tempo, andare. E come andavamo!

Vedemmo l'intero Paese come un'ostrica sul punto di aprirsi per noi; e dentro c'era la perla, dentro c'era la perla.

Old Bull Lee faceva l'insegnante, e a buon diritto, si può dire, perché passava tutto il tempo a imparare; e le cose che imparava erano quelle che considerava e chiamava «i fatti della vita»; le imparava non solo per necessità, ma per scelta.

Cos'è quella sensazione che si prova quando ci si allontana in macchina dalle persone e le si vede recedere nella pianura fino a diventare macchioline e disperdersi? - è il mondo troppo grande che ci sovrasta, è l'addio. 

Marylou osservava Dean come aveva fatto per tutto il viaggio da un capo all'altro del continente e ritorno, con la coda dell'occhio, con un'aria triste, cupa, come se volesse staccargli la testa e nasconderla nell'armadio, un amore dolente e invidioso per uno che era così straordinariamente se stesso, tutto rabbia e sdegno e incoerenza, un sorriso di tenero affetto ma anche di sinistra invidia che mi spaventava, un amore che non avrebbe mai dato frutti, lo sapeva bene, perché quando guardava quella faccia scarna, la mascella inerte e l'espressione compiaciuta e noncurante da maschio, capiva che era assolutamente pazzo.

Dove andare? Cosa fare? E perché? (...) La banda di matti che eravamo continuava ad andare, sempre avanti.

Dovevamo ancora andare lontano. Ma che importava, la strada è la vita.

«Noi due insieme, Sal, potremmo girare il mondo intero con una macchina come questa perché è chiaro, amico mio, basta seguire la strada e prima o poi si fa il giro del mondo.»

«Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai finché arriviamo.»
«Finché arriviamo dove, amico?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare.»

Poi la terra finì, c'era solo l'Oceano Atlantico e fummo costretti a fermarci. Ci stringemmo la mano e decidemmo di essere amici per sempre.

8 settembre 2012

Sulla strada, Jack Kerouac


L'importante è andare, non si sa dove né perché, ma l'importante è restare sulla strada, on the road.
Questa è la filosofia di Sal Paradise e Dean Moriarty, grandi amici che amano spassarsela senza alcun obiettivo o responsabilità. Sono beat e amano viaggiare, con ogni mezzo: dall'autostop all'autobus, fino a macchine trovate chissà come. Dean è l'anima del romanzo. Protagonista di varie storie d'amore, padre di più bambini di cui non si interessa, troppo preso ad inseguire i suoi sogni di sballo e libertà, è lui che decide dove andare, lui che guida, lui che lancia le idee. Sal è solo un passeggero, un giovane uomo troppo confuso e senza personalità, senza Dean sarebbe perduto, e lui lo sa.
Sal non sta bene in nessun posto, perché non sa quello che vuole, perciò continua ad andare avanti, on the road.
Tutto il romanzo descrive questo continuo andare avanti e indietro per le strade d'America, attraverso molte città, fino ad arrivare anche in Messico. Sal e Dean sono affamati di libertà, arte e creatività, cercano di fuggire dal conformismo del loro tempo attraverso le droghe e così il loro viaggio diventa anche un viaggio psichedelico, che non porta a niente.


"On the road" era uno di quei libri che volevo leggere da tempo, da quando ho scoperto della sua esistenza, in quinto liceo. "On the road", scritto da Jack Kerouac, è considerato il manifesto della beat generation, per questo volevo leggerlo, prima o poi, perché quel periodo storico mi ha sempre affascinata molto.
A primavera Strawberry mi ha dato l'occasione concreta per comprare questo libro, grazie al suo gruppo di lettura, così settimana dopo settimana, tappa dopo tappa, abbiamo letto insieme il romanzo, scambiandoci le nostre impressioni.
Le mie non erano affatto positive.
Ho trovato lo stile di Kerouac noioso, molto noioso. Ho faticato ad andare avanti con la lettura, anche perché ogni capitolo sembrava che promettesse di trovare, nel capitolo successivo, un colpo di scena o qualcosa di davvero interessante, qualcosa di interessante che io non ho trovato fino alla fine.  "Sulla strada" non mi è piaciuto. L'ho finito di leggere a giugno e adesso, dopo tre mesi, di tutti quei nomi di persone e città che Kerouac ha elencato ne sono rimasti pochi nella mia testa.
Soprattutto all'inizio era un continuo nominare città statunitensi che non avevo proprio idea di dove fossero, per non parlare poi di quante persone incontrano Sal (alter ego dell'autore del romanzo) e Dean (pseudonimo di Neal Cassady) nel loro percorso. Un'infinità.

Per fortuna, andando avanti nella lettura, Strawberry è venuta in mio soccorso con una mappa utilissima per vedere graficamente gli spostamenti di quei due pazzi on the road. La mappa si trova qui.
Inoltre, grazie al gruppo di lettura, ho conosciuto anche Pitichi, autrice di splendidi, e dettagliatissimi, riassunti   di ogni tappa. Lascio qui i link.

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