23 gennaio 2013

Chocolat, frasi [Joanne Harris]


Mi sorprendo a guardare il sole e a chiedermi come sarebbe se lo vedessi sorgere sullo stesso orizzonte per cinque - o dieci, o venti - anni. Il solo pensiero mi fa venire una strana vertigine, un sentimento di paura e desiderio.

Ognuno di noi ha bisogno di un piccolo lusso, di qualche piccola concessione di tanto in tanto.

Conosco tutti i loro [cioccolatini] preferiti. È un'abilità, un segreto professionale, come un'indovina che legge la mano. Mia madre avrebbe riso di questo spreco delle mie capacità, ma non ho voglia di scavare più a fondo nella loro vita. Non voglio i loro segreti o i loro pensieri più intimi. Né voglio le loro paure o la loro gratitudine. Con un rimprovero affettuoso mi avrebbe detto che sono un'alchimista casalinga, che fa magie caserecce mentre avrei potuto fare meraviglie.

Ho  provato una pena improvvisa per mia figlia, che si immagina amici invisibili per popolare lo spazio che la circonda. Egoista pensare che una madre possa riempire completamente quello spazio. Egoista e cieca.

C'è un alone di stregoneria in tutta la cucina: la scelta degli ingredienti, il modo in cui vengono mescolati, grattugiati, sciolti, le infusioni e come si insaporiscono, le ricette prese da vecchi libri, gli utensili tradizionali - il pestello e il mortaio -  gli stessi con cui mia madre preparava l'incenso, adibiti a uno scopo più domestico, le spezie e gli aromi che perdono la loro raffinatezza e lasciano il posto a una magia più primitiva e sensuale. È quella specie di fugacità di tutto questo ciò che mi delizia: tanta cura amorevole, tanta abilità e esperienza riposte in un piacere che dura solo un momento, e che pochi apprezzeranno davvero.

[Il cioccolato]. Il cibo degli dei, che spumeggia e ribolle nel vasellame da cerimonia. L'amaro elisir della vita.

Le cose proibite hanno sempre il gusto migliore.

Non credo nelle premonizioni. Non come ci credeva lei, come un modo di tracciare le linee casuali del nostro percorso. Non come una scusa per l'immobilismo, una stampella per quando le cose vanno di male in peggio, una razionalizzazione del caos dell'anima.

Benidicimi, padre, perché ho peccato. So che mi senti, mon père, e non c'è nessun altro a cui vorrei confessarmi. Certamente non il Vescovo, tranquillo nella sua lontana diocesi di Bordeaux. E la chiesa sembra così vuota. Mi sento sciocco ai piedi dell'altare, lo sguardo rivolto in su verso Nostro Signore, in agonia nella sua doratura. [...] È questo il dubbio, mon père? Questo silenzio dentro di me, questa incapacità di pregare, di purificarmi, di umiliarmi... è colpa mia? Guardo la Chiesa che è la mia vita e mi sforzo di provare amore per lei.

«Non c'è niente in lui che non potrebbe essere curato da una buona dose di vita», ha dichiarato risoluta. «Lo lasci libero di correre un po' senza preoccuparsi di quel che può succedere se cade. Lo lasci libero. Lo lasci respirare».

Il vento di marzo è un vento malato, diceva sempre mia madre. Eppure è piacevole, odora di linfa e ozono e del sale di mari lontani. Un buon mese, marzo, con febbraio che vola via dalla porta sul retro e la primavera che aspetta a quella principale. Un buon mese per un cambiamento.

Fuori l'alba è un riflesso di luna sull'orizzonte che ingrigisce. Tengo stretta mia figlia mentre scivola di nuovo nel sonno, i suoi ricci solleticano il mio viso. È questo ciò che temeva mia madre? Me lo chiedo mentre ascolto gli uccelli [...] era questo ciò da cui scappava? Non la propria morte, ma le migliaia di piccole intersezioni della sua vita con le altre, i rapporti interrotti, i legami involontari, le responsabilità? Abbiamo trascorso tutti quegli anni fuggendo dai nostri amori, dalle nostre amicizie, parole proferite a caso in passaggi che a volte modificano il corso di un'intera vita?

Eppure la Bibbia ci dice abbastanza chiaramente ciò che dobbiamo fare. Le malerbe e il grano non possono crescere insieme in pace. Qualsiasi giardiniere direbbe la stessa cosa.

«Non penso che esista una cosa come un buon o un cattivo cristiano», gli ho detto. «Ci sono solo persone buone o cattive».

«Direi che siete entrambi autorizzati ai vostri rispettivi credo. Purché vi rendano felici».
«Oh». Mi ha guardato con circospezione, come se stessero per spuntarmi le corna «E a che cosa - se non è una domanda impertinente - a che cosa crede lei
[...] «Credo che essere felici sia l'unica cosa importante», gli ho detto alla fine.
Felicità. Semplice come un bicchiere di cioccolata o tortuosa come il cuore. Amara. Dolce. Viva.

«Cominci a scappare e sarai in fuga per sempre», le ho detto con foga.  «Stai con me, invece. Resta, e combatti  con me».

L'ho lasciata fare. Non ho detto che sarebbe andato tutto bene. Non ho fatto lo sforzo di consolarla. A volte è meglio lasciare le cose come sono, lasciare che il dolore faccia il suo corso.

La pecorella smarrita ritorna all'ovile, père. Per istinto. Per gli altri quella donna rappresenta una breve distrazione, nient'altro. Ma alla fine tornano alle loro abitudini. Non mi illudo che lo facciano per un grande sentimento di costrizione o per spiritualità - le pecore non sono dei grandi pensatori - ma il loro istinto, allevato fin dalla culla, è ben radicato.

La mia fantasia sulla permanenza così ben costruita è come i castelli di sabbia che un tempo costruivamo sulla spiaggia, aspettando l'alta marea. Se non è il mare, li erode il sole e, di qui a domani, non ci saranno quasi più. Anche così provo un pizzico di rabbia, un piccolo dolore. Ma l'odore del carnevale mi guida malgrado tutto, il vento che gira, il vento caldo da...dov'era? Il Sud? L'Est? L'America? L'Inghilterra? È solo una questione di tempo.

♥ I miei scarabocchi su Chocolat, Joanne Harris
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