15 febbraio 2013

Belle per sempre, frasi [Katherine Boo]


«Tutt'attorno a noi ci sono rose. E noi siamo la merda tra le rose» era la descrizione di Mirchi, il fratello minore di Abdul.

«E in ogni caso non eri portato per la scuola» gli aveva detto il padre di recente, ma lui non era poi così sicuro di averla frequentata abbastanza per poter arrivare a quel giudizio. Nei primi anni aveva partecipato a lezioni in cui non accadeva nulla. Poi c'era stato soltanto il lavoro. Il lavoro che impregnava l'aria di così tanta sporcizia che dal naso gli colava moccio nero. Il lavoro che era per il resto della sua vita. Quasi sempre quella prospettiva gli pesava addosso come una condanna. Quella sera, in fuga dalla polizia, gli sembrò una speranza.

A mano a mano che l'India iniziava a prosperare, le vecchie idee sull'accettare la vita come veniva, a seconda della casta o del volere divino, avevano ceduto il passo alla fede in possibili cambiamenti anche sulla Terra. Gli abitanti di Annawadi adesso parlavano di una vita migliore con disinvoltura, come se la fortuna fosse un cugino atteso per quella domenica, come se il futuro non dovesse assolutamente assomigliare al passato.

«Svegliati, stupido! Pensi che il tuo lavoro sia sognare?»

Abdul parlava poco e quando lo faceva era come se avesse trascorso settimane intere a concentrarsi per tirar fuori un'idea da nulla. Se avesse saputo raccontare una buona storia avrebbe avuto sicuramente un paio di amici.

Nonostante tutte le chiacchiere di Mirchi sul progresso, l'India riusciva ancora a far capire a una persona qual era il suo posto, e desiderare che le cose cambiassero pareva ad Abdul un passatempo infantile.

In Occidente, e in una parte dell'élite indiana, il termine “corruzione” aveva connotazioni solo negative, era visto come qualcosa che bloccava le ambizioni moderne e di globalizzazione del paese. Ma per i poveri di un paese dove la corruzione assorbe una grossa fetta delle opportunità, la corruzione era una delle vere opportunità che rimanevano.

«Queste donne hanno tutte la mentalità da villaggio. Non capiscono che se spendi un po' a monte, avrai molto di più a valle».

Non voleva affatto mostrare l'atteggiamento passivo e grato che i tizi delle associazioni benefiche si aspettavano da una disabile. Era già difficile mantenere il proprio orgoglio in uno slum dove persino le donne più forti si sfinivano gestendo una casa. All'epoca dei monsoni, le mattine di Fatima si svolgevano spesso in questo modo: una gamba, due grucce, una tanica da sei litri d'acqua presa alla fontanella, scivolare nel fango, cadere. E a questo si aggiungevano anche giovani figlie a cui non poteva correr dietro; creature bisognose e vivaci che mettevano a nudo le sue mancanze. Solo quando arrivavano gli uomini – il marito al lavoro e le figlie a scuola – la parte del suo corpo che offriva sembrava più importante della parte che il suo corpo non aveva.

«Ho sentito parlare d'amore così spesso che credo di conoscerlo, ma non lo sento, e io stesso non so perché» diceva preoccupato. «So di quelli che si innamorano, e poi le loro ragazze se ne vanno, e così si tagliuzzano le braccia, si spengono i mozziconi di sigaretta sulle mani, non riescono a dormire, non mangiano, si mettono a cantare... evidentemente hanno un cuore diverso dal mio.»
Poi disse ai suoi genitori: «Non prendete un ferro bollente in mano, giusto? Lo lasciate raffreddare. Bisogna riflettere con calma».

«Lo conosci tuo figlio, no? Non dice nulla, fa il suo lavoro, fa tutto quello che gli chiediamo. Ma perché solo sua madre riesce a vedere che è triste?»

Come avrebbero fatto a permettersi un avvocato? La voce del padre cambiava tutte le volte che diceva quella parola, sinonimo di bancarotta, “avvocato”.

Avendo accettato molto presto una vita scandita dal lavoro con l'immondizia, (Abdul) si considerava una specie a parte rispetto a Mirchi o alla perfetta Manju, o agli altri ragazzi di Annawadi che credevano di poter diventare qualcosa di diverso. Abdul aveva desiderato un futuro simile al passato, ma con più soldi. Non aveva calcolato la rabbia di una vicina con meno denaro.

Zehrunisa non sapeva con precisione l'età di Abdul: diciassette anni, aveva continuato a ripetere prima che Fatima si desse fuoco, quando glielo chiedevano, ma avrebbero potuto essere tranquillamente anche ventisette. Non tieni conto degli anni di tuo figlio quando devi combattere ogni giorno perché non muoia di fame, come avevano dovuto fare lei e molte altre madri di Annawadi quando i loro figli erano piccoli.

Già ad Annawadi non aveva mai capito perché avrebbe dovuto lavarsi tutti i giorni, dato che si sarebbe sporcato di nuovo subito dopo essersi asciugato. Qualche volta rimaneva sporco per così tanti giorni che sua madre gli passava uno straccio sulla faccia: «Dai, sciocco. È così bello sentirsi freschi!». Forse era bello per gli altri, ma lui personalmente trovava che il rito del bagno non fosse soltanto inutile ma pure ingannevole. Rinfrescarsi implicava l'aspettativa di una giornata fresca, in cui poteva accadere qualcosa di nuovo! Ma lui pensava fosse meglio iniziare la giornata ammettendo in partenza che sarebbe stata tediosa come le precedenti. In quel modo non si rimaneva delusi.

Abdul aveva diciassette anni se pagava duemila rupie, venti se non lo faceva.

Per la sua famiglia, Abdul contava soprattutto perché lavorava come un mulo. I suoi giudizi morali non importavano a nessuno, anzi non era nemmeno sicuro di averne. Ma quando il maestro aveva parlato di taufeez e izzat, rispettabilità e onore, Abdul aveva avuto la sensazione che lo sguardo dell'uomo brillasse sopra le file di teste e si posasse proprio su di lui. Non era troppo tardi: a diciassette anni, o qualsiasi fosse la sua vera età, poteva resistere ancora alle influenze negative del mondo e della propria natura. Un ragazzo goffo e ignorante poteva comunque essere virtuoso e onesto. Voleva assolutamente ricordarsi questa e ogni altra verità di cui il maestro aveva parlato.

Sunil e Abdul sedevano accanto più spesso di prima, ma quando parlavano lo facevano con il tono stranamente formale di persone che condividevano la stessa idea: ovvero che molto di quello che dicevano non contava e che molto di quello che contava non poteva essere detto.

Il padre di Meena parlava rapito dei sentimenti che si supponeva dovesse provare, visto che era fidanzata: «La prima volta che i vostri cuori si incontrano, non conta nient'altro».
Il padre di Manju aveva una visione più cinica: «Nessun matrimonio è felice dopo che è stato celebrato. A pensarci bene, lo è solo prima».

Secondo Abdul quel ragazzo era anche fortunato. «Probabilmente lo picchieranno molto in prigione,» disse un giorno «ma almeno sa di aver fatto quello che dicono abbia fatto.» Il che doveva essere molto meno stressante di essere picchiati quando si è innocenti.

Mentre l'India indipendente era stata fondata da uomini istruiti e appartenenti alle classi più alte, nel ventunesimo secolo erano pochi i candidati che ne rispecchiavano le caratteristiche, o perlomeno quelli interessati a partecipare alla cosa pubblica, dato che i ricchi avevano mezzi extra-democratici per vedersi garantire i propri interessi sociali ed economici. In tutta l'India, gli unici a prendere il voto sul serio erano i poveri: era il solo, vero potere che avevano.

Per gli abitanti di Annawadi ancora esclusi, la partecipazione politica non era ambita perché potente strumento di uguaglianza sociale. La cosa fondamentale era l'atto in sé: in questo modo, anche i residenti dello slum, criminalizzati per il luogo in cui vivevano e per il lavoro che facevano per sopravvivere, diventavano perfettamente uguali a ogni altro cittadino indiano. Riuscendo a iscriversi negli elenchi dei votanti, diventavano parte legittima dello stato.

Questa lotta dei bassifondi creava solo impercettibili increspature nel tessuto della società nel suo complesso. I cancelli dei ricchi a volte venivano scossi, ma rimanevano intatti. I politici discutevano soltanto con la borghesia. I poveri si distruggevano a vicenda, e le città del mondo, grandi e diseguali, marciavano avanti in una relativa pace.

♥ I miei scarabocchi su "Belle per sempre", Katherine Boo
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