18 febbraio 2013

La prima volta avevo sei anni, frasi [Isabelle Aubry]

Mio padre ha l'odio facile: gli arabi, i neri, i più giovani, i più vecchi. In sostanza, ama solo se stesso.

Così è mio padre, questo padre che amo più di ogni cosa e che mi fa tanta paura. Ovviamente lo amo perché è forte, intelligente, e perché è il mio papà. E anche lui mi ama, a suo modo.
Male. Io sono carne della sua carne, sangue del suo sangue, e dal momento che lui ama se stesso enormemente, ama un po' anche me di riflesso. In quanto degna figlia di suo padre, vuole che io sia la più bella, la più sveglia, la più educata. Di quel che sono veramente, di quello che penso, delle mie gioie e dei miei dolori se ne infischia non poco. Di fatto, io esisto per valorizzare lui.

Sono un oggetto: ingombrante per mia madre, di desiderio per mio padre.

Vorrei che qualcuno mi scaldasse e calmasse quel groviglio orribile di pensieri che ho in testa. Io mi sento diversa, strana: capisco bene che quel che succede a casa non è normale, ma non oso dirlo a nessuno.
«Gli altri non capirebbero».
Questa frase di mio padre mi soffoca. Il nostro piccolo segreto e tutti gli altri, mia sorella che mi sfianca, mia madre che mi ignora, tutto questo forma una bolla fetida che resta incastrata in fondo alla gola e mi fa sentire estranea al resto dei bambini.

A nove o dieci anni, ho fatto zapping sulle sue carezze schifose. So ormai che questo gioco di prestigio ha un nome: rimozione. L'incesto è l'incubo, l'indicibile, l'impossibile che diviene realtà. È papino caro che vi violenta una sera, e vi coccola il giorno dopo. Suicidarsi o dimenticare: il bambino massacrato non ha alternative. Io ficco l'incesto sotto il tappeto e poi si vedrà! Il mio corpo si spezza, il mio umore cede, ma sopravvivo comunque grazie alla rimozione del crimine che ho subito. Tra me e l'orrore ho alzato un muro. Questo buco nero mi protegge: l'ombra è sempre là, ma la tengo a distanza.

«Piccolina adorata...».
Si toglie le mutande, si mette su di me. Black out.
Non mi ricordo più se ho provato dolore, non mi ricordo più se ho pianto. So che non mi sono divincolata. Spezzata in due, il corpo da una parte, la testa dall'altra, ho lasciato Renaud Aubry assassinarmi nel suo grande letto blu. Ho obbedito perché ero sua figlia e lui mio padre.
E guardando il soffitto che sono morta quel giorno.

Mio padre mi ama male, ma mi ama. Allora non gli rifiuto niente. Per paura, per amore, accetto tutto, le sue carezze e i suoi baci con la lingua.

Quante volte mi ha ripetuto che finirebbe in prigione se parlassi! Sto zitta, anche perché ho la confusa sensazione di meritarmi quello che mi succede. Dal momento che non lo rifiuto, è perché lo voglio: che diritto avrei di lamentarmi? E poi mio padre mi vuole così, devo farmene una ragione. Sicuramente è perché è un papà fuori dal comune, un papà eccezionale.

L'orgia non è lo sport dei proletari. Medici, avvocati, esperti contabili... Vedo passare in rassegna tra le mie gambe l'intero elenco delle libere professioni, cui si aggiunge qualche artista, funzionari, e tutti coloro che non si prendono la briga di spiattellare il proprio curriculum prima di abbassarsi le mutande.

Rispondendomi che no, certo che no, non si può restare incinte prima dello sviluppo, tutt'a un tratto fa smuovere i miei neuroni: ma allora andare a letto prima di aver avuto le mestruazioni non è previsto dalla natura? E in questo caso, è logico avere rapporti alla mia età? Io che non mi ero mai interrogata sulla normalità della mia vita, inizio a pensarci seriamente...

Mi sento in colpa di deluderlo se dico no, e mi sento in colpa anche delle porcate che facciamo quando cedo alle sue avance. Dato che sono così carina, la sua figlia adorata, è colpa mia se mi ama troppo, se mi ama male. Vivere è la mia grande colpa.

Mi sento sporca, tutto il tempo, e poi le carezze di mio padre sono peggio delle sue botte. Quanto mi piacerebbe avere la vita delle mie amiche! Genitori che si prendono cura di me, senza pulizie da fare, né carezze luride da dare! Notti passate solo a dormire!

«Isabelle, tuo padre viene a letto con te?» «Sì».
L'ho detto.
E il mondo non crolla.
E io non muoio sul colpo.
Ma morirò ben presto. Quando mio padre saprà che ho confessato il nostro segreto, mi ucciderà con le sue mani. Sarà folle di rabbia e mi strangolerà in un attimo. O mi picchierà così forte che non mi alzerò più in piedi. In ogni caso, la mia ora si avvicina, è una certezza assoluta

Via via che la data del processo si avvicina, affondo sempre di più, come risucchiata dalle sabbie mobili. Gli esperti che se ne fregano della mia storia, i ginecologi che mi fanno male... Ho la sensazione di valere meno di niente. Peggio: con il proseguire degli appuntamenti giudiziari, ho sempre più l'impressione di essere io l'accusata. La giustizia, con i suoi interrogatori senza fine, le sue foto in piedi, i suoi esperti che mettono in dubbio in continuazione sembra confermarmi quel che io stessa penso: sono colpevole. Colpevole di non aver rifiutato quel che mio padre mi imponeva. Colpevole di averlo lasciato fare. Non ho detto no, e allora? Sono io la criminale. E sarò punita: quando mio padre uscirà di prigione, sono convinta che mi ucciderà per averlo denunciato.

Fumo quotidianamente i miei due pacchetti di sigarette, e poi, quando mi prende, passo serate intere a graffiarmi il collo. Non riesco a fermarmi, è necessario che io senta questi solchi scavarsi nella mia pelle. Quando soffro, almeno, so che vivo. Mio padre non è più qui a torturarmi: gli do il cambio io.

Ho bisogno di affetto, lo prendo dove lo trovo: a letto.

Sono stata la moglie di mio padre e prima ancora la madre di mia sorella. Se crescere significa subire, stare zitta, essere usata, sporcata, schiacciata, allora non lo voglio. E gli uomini che mi desiderano come loro donna, li getto come fazzoletti di carta.
Scelgo dei tipi con cui niente è possibile. Quelli sposati, quelli che scappano sempre, gli infedeli, gli svitati. A quelli che preferiscono la loro libertà, a quelli che non vogliono restare a dormire, a quelli che se ne vanno dopo aver fatto l'amore, apro il cuore perché lo calpestino meglio. Mi lego a loro come una matta. Propendo per quelli che non ne vogliono sapere di me.

La maggior parte di questi ragazzi mi opprime, mi disgusta e mi rattrista, ma mi concedo malgrado tutto a una buona parte di loro. Anche se le loro attenzioni mi soffocano, il loro desiderio è più forte della mia volontà. Non mi domando mai se ho voglia di loro o no: è sufficiente che loro lo vogliano veramente perché io mi abbandoni. Che importa? Scopo come mi soffio il naso: senza pensarci. E poi, quando gli uomini mi desiderano, io esisto. Abituata a vivere solo attraverso lo sguardo dell'altro, scopo facilmente, per essere amata, per avere un rapporto umano, per fare piacere, per sentire che conto, senza trarne nessun godimento, se non quello di vedere l'altro contento.
Un attimo dopo, ricado in una solitudine opprimente. [...] Mi prostituisco, secondo un accordo semplice e invariabile: sesso in cambio di affetto.

Mio figlio nasce, io rinasco. Ho ventiquattro anni e i miei vecchi nemici - bulimia, anoressia, autolesionismo - scompaiono per non tornare mai più.

Ho trentacinque anni, e, per la prima volta in vita mia, non mi sento più sola.
«Io sono Isabelle... sopravvissuta all'incesto».
L'emozione mi chiude la gola quando è il mio turno e la mia voce esce in sordina, un rantolo soffocato da singhiozzi. In questo momento, mi accetto finalmente per quella che sono.
Sono una sopravvissuta, sì, è proprio vero. Mi piace questa parola. Perché di incesto si può morire - posso dirlo con cognizione di causa. Sopravvissuta... il che significa anche essere attori della propria vita. Una vittima subisce, soffre, ha mani e piedi legati. Un sopravvissuto agisce, prende in mano la sua vita. È positivo, questo punto di vista cambia tutto.

Non avere genitori è terribile, ma gli orfani per nascita possono ancora illudersi su quel che sono stati i loro genitori. Il fatto che io abbia avuto dei genitori, è ancora peggio: sono nata da un mostro e da un cuore arido, e ci ho dovuto convivere.
Seppellirli mentre sono ancora in vita è spaventosamente difficile.

Tutti i miei risvegli si assomigliano: tutti bagnati di lacrime e di sudore. Io, che un tempo pensavo che avrei potuto tornare a vivere normalmente, so ormai che il mio contratto con l'inferno è a tempo indeterminato. Non sarò mai dove abito veramente.

Che cosa ho da perdere in fondo? Quel che mi resta di salute, di energia? Ma io sono già morta. Il senso della mia vita è andato perduto molto tempo fa, nell'acqua del bagno in cui sguazzavo con mio padre. Il resto è una dilazione: sono sopravvissuta grazie alla rimozione, e in seguito grazie a mio figlio.
Per lui ho smesso di farmi del male, è perché lui dipende da me che ho evitato, tante volte, di suicidarmi. Ora che Morgan è cresciuto, la mia ragione di esistere è la mia associazione. Mio marito Gérard mi rende straordinariamente felice, ma il suo solo amore non basterà mai a resistere all'attrazione del vuoto.
Quel che mi tiene in piedi è la mia guerra contro l'incesto. Un gruppo di ascolto aperto, un passaggio televisivo, una manifestazione che smuove i politici... ogni piccola vittoria che ottengo è una rivincita sulla mia storia, uno schiaffo in faccia a tutti gli stupratori di bambini, mio padre in primis. Ciò che mi salva oggi è salvare altri bambini, o quantomeno provarci. In questo modo, l'incubo che ho vissuto alla fine serve a qualcosa.
Così, fino a quando bisognerà cambiare le nostre leggi e le nostre mentalità, io sarò presente. Fino a quando ci saranno dei bambini da aiutare, non mi darò il diritto di spararmi in testa.
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