17 marzo 2013

Il postino di Neruda, frasi [Antonio Skàrmeta]


«Metafore, diamine!».
«E cosa sarebbero?».
Il poeta posò una mano sulla spalla del ragazzo.
«Per spiegartelo più o meno confusamente, sono modi di dire una cosa paragonandola con un'altra».
«Mi faccia un esempio».
Neruda guardò l'orologio e sospirò.
«Be', quando dici che il cielo sta piangendo, cos'è che vuoi dire?».
«Semplice! Che sta piovendo, no?».
«Ebbene, questa è una metafora».
«E perché, se è una cosa così semplice, ha un nome così complicato?».
«Perché gli uomini non hanno nulla a che vedere con la semplicità o la complessità delle cose. Secondo la tua teoria, una cosa piccola che vola non dovrebbe avere un nome lungo come farfalla. Pensa che elefante ha lo stesso numero di lettere di farfalla, ed è molto più grande e non vola», concluse Neruda esausto. Con un ultimo scampolo di energia gli indicò la rotta per la caletta. Ma il postino ebbe la baldanza di dire:
«Cacchio! Come mi piacerebbe essere poeta!».

«Se fossi poeta potrei dire quello che voglio».
«E che cos'è che vuoi dire?».
«Be', il problema è proprio questo. Siccome non sono poeta, non lo so dire».

«Don Pablo» dichiarò solenne. «Sono innamorato».
Il vate usò il telegramma a mo' di ventaglio, e prese a muoverlo davanti al mento.
«Bene», rispose, «non è tanto grave. C'è rimedio».
«Rimedio? Don Pablo, se c'è rimedio, io voglio solo rimanere ammalato. Sono innamorato, perdutamente innamorato».

«Ragazzo, oggi non sarà per caso martedì 13?».
«Cattive notizie?».
«Pessime! Mi offrono la candidatura alla Presidenza della Repubblica».
«Don Pablo, ma è formidabile!».
«Formidabile che mi candidino. Ma se poi mi eleggono?».

«Il re del calcetto», disse Beatriz González appoggiando il mignolo sulla tela cerata del tavolo. «Cosa prende?».
Mario mantenne lo sguardo fisso negli occhi di lei e per mezzo minuto tentò di far sì che il cervello gli trasmettesse le informazioni minime necessarie a sopravvivere al trauma che lo opprimeva: chi sono, dove sono, come si respira, come si parla.

«Mamma, Neruda diventerà presidente del Cile».
«Figlia, se confondi la poesia con la politica presto sarai una ragazza madre».

«Tutti gli uomini che cominciano toccando con le parole, poi arrivano più lontano con le mani».
«Che cos'hanno di male le parole?», domandò Beatriz abbracciando il cuscino.
«Non c'è peggior droga del bla-bla. Fa sì che una barista di paese si senta una principessa veneziana. E poi, quando viene il momento della verità e torni con i piedi per terra, ti rendi conto che le parole sono un assegno a vuoto. Preferisco mille volte che un ubriaco ti tocchi il culo al bar, ma non che ti dicano che un tuo sorriso vola più alto di una farfalla!».
«Si espande come una farfalla!», saltò su Beatriz.
«Che voli o si espanda, fa lo stesso! E sai perché? Perché dietro le parole non c'è niente. Sono fuochi d'artificio che si disfano nell'aria».

«Tesoro, i fiumi trascinano pietre, e le parole gravidanze».

I treni che conducono al paradiso sono sempre accelerati e si impantanano in stazioni umide e soffocanti. Sono treni espresso soltanto quelli con destinazione inferno.

«Se non posso vederla, a che mi servono gli occhi!»

«Poeta e compagno», disse deciso. «Lei mi ha messo in questo pasticcio, e lei deve tirarmi fuori. Lei mi ha regalato i suoi libri, mi ha insegnato a usare la lingua per qualcosa che non sia soltanto appiccicare francobolli. È sua la colpa se io mi sono innamorato».
«Nossignore! Che io ti abbia regalato un paio di libri miei è una cosa, e un'altra, ben diversa, è che ti abbia autorizzato a usarli per plagio. E poi le hai regalato la poesia che avevo scritto per Matilde».
«La poesia non è di chi la scrive, ma di chi la usa!»

«Sentiamo, lei che passa per istruito. Che cos'è un materialista?».
«Uno che dovendo scegliere tra una rosa e un pollo sceglie sempre il pollo»

Le parole bisogna assaporarle. Bisogna lasciare che si sciolgano in bocca.

«In conclusione devo dire agli uomini di buona volontà, ai lavoratori, ai poeti, che l'intero avvenire è espresso in quella frase di Rimbaud: soltanto con ardente pazienza conquisteremo la splendida città che darà luce, giustizia e dignità a tutti gli uomini. Così, la poesia non avrà cantato invano»


♥ I miei scarabocchi su "Il postino di Neruda", Antonio Skàrmeta
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