3 marzo 2013

Norwegian Wood, frasi [Murakami Haruki]


Il cielo era così infinito che a guardarlo fisso dava le vertigini.

Sono uno di quelli che per capire le cose ha assolutamente bisogno di scriverle.

All'improvviso mi assale il dubbio di stare perdendo la memoria delle cose più essenziali. Il dubbio che tutti i miei ricordi più preziosi, accumulati in qualche zona buia del mio corpo, in una specie di limbo della memoria, si stiano trasformando in una massa fangosa.
Però, comunque siano ridotti, sono l'unica cosa che possiedo. Così continuo a scrivere tenendoli stretti, questi ricordi imperfetti che si fanno sempre più sbiaditi ogni istante che passa con l'impressione di succhiare un osso spolpato.

- Non importa, - dissi. - Credo di capire quello che volevi dire. Ma non saprei dirlo bene neanch'io.
- Non riesco a parlare molto bene, - disse Naoko. - Ho questo problema già da un po' di tempo. Ogni volta che cerco di dire qualcosa, mi vengono sempre le parole meno adatte, se non addirittura opposte a quelle che vorrei dire. E se cerco di correggermi, mi confondo ancora di più e peggioro la situazione al punto che alla fine non so più nemmeno quello che volevo dire.

Forse attorno al mio cuore c'è una specie di guscio duro e sono veramente poche le cose che possono romperlo e entrarci dentro. Forse non sono capace di amare.

- Ti piace la solitudine? - chiese lei appoggiando il mento sulla mano. - Ti piace viaggiare da solo, mangiare da solo, a lezione sederti lontano dagli altri?
- A nessuno piace la solitudine. Ma non mi faccio in quattro per fare amicizia. Così evito un po' di delusioni, - dissi.

Sono troppo abituato a me stesso per voler cambiare.

- Se c'è una cosa che non mi manca è il tempo.
- Davvero ne hai tanto?
- Tanto che mi piacerebbe dartene un po', e farti dormire lì dentro.

- Tu mi sembri un tipo che ama meditare su tutto.
- Mah, può darsi, - dissi. - Sarà per questo che non ho molto successo con gli altri, da sempre.

- Un giorno pensai: io riuscirò a trovare qualcuno che mi ami al cento per cento per ogni giorno della vita. L'ho deciso quando ero al quinto o al sesto anno di elementari.
- Incredibile, - dissi ammirato. - E ci sei riuscita?
- Beh, non è facile, - disse Midori. Poi restò qualche istante a riflettere, guardando il fumo. - Forse per via del fatto che ho aspettato tanto a lungo, io cerco qualcosa di assolutamente perfetto. Perciò non è facile.

Se si trattasse solo di essere avvolta da questo fumo, perdere coscienza e morire, in un attimo, non avrei nessunissima paura. Una bella differenza con altre morti che ho visto, come quella di mia madre o di altri parenti. Nella nostra famiglia si ammalano tutti di gravi malattie e muoiono soffrendo da cani. Forse è una cosa ereditaria. Ci mettono un tempo incredibile a morire. Al punto che verso la fine non si rendono conto nemmeno loro se sono vivi o morti. Quel po' di coscienza che gli resta serve solo a provare dolore e sofferenza.
Midori si mise una sigaretta tra le labbra e la accese.
- Quello di cui ho paura, è una morte di questo tipo. L'ombra della morte si insinua piano piano nel territorio della vita e comincia a corroderlo, e quando me ne accorgo sono già nel buio, non riesco a vedere più niente, e la gente intorno a me pensa che io sia più vicina alla morte che alla vita. È una situazione come questa, che temo. Non la potrei mai sopportare.

Mi accorsi che tutti sembravano felici. Non so se in quel momento lo fossero davvero o se fosse solo un'impressione. Quello che è certo è che in quel pomeriggio di fine autunno, a me apparivano così e questo mi faceva sentire ancora più solo del solito. Mi sentivo l'unico elemento estraneo in quel paesaggio.

Conosco la differenza tra le persone che sanno aprire il loro cuore, e quelle che non sanno farlo. Tu sai aprirlo. Ma solo quando dici tu, beninteso.
- E se uno lo apre cosa accade?
Sempre senza posare la sigaretta Reiko appoggiò le mani sul tavolo e con aria divertita disse: - Si guarisce.

I morti restano morti, ma noi dobbiamo vivere.

- No, non so fare niente particolarmente bene. Però ci sono cose che mi piace fare.
- Quali, per esempio?
- Viaggiare a piedi da solo. Nuotare. Leggere libri.
- Ti piacciono le cose che si fanno da soli?
- Sì, credo di sì, - dissi - Non ho mai avuto molto interesse per i giochi da fare con gli altri. Non riesco ad appassionarmici. Non mi importa di come vanno a finire.

Nel mondo ci sono persone che amano sapere tutto sulle tabelle orarie, e passano intere giornate a confrontarle. O gente a cui piace fare costruzioni coi fiammiferi, capace di costruire navi di un metro fatte tutte di fiammiferi. Allora che c'è di strano se nel mondo c'è uno che è interessato a capire te?

Lei era abituata a risolvere quasi tutte le sue cose da sola. Non chiedeva mai consiglio o aiuto a qualcuno. Non perché fosse troppo orgogliosa, credo, ma semplicemente perché le veniva naturale fare così.

Sono molto più paziente con gli altri di quanto lo sia con me stessa, e mi è molto più facile tirar fuori i lati positivi nelle cose degli altri che non nelle mie.

Bastava guardare quegli occhi per capire che non gli restava molto da vivere. Ma anche nel resto del corpo non c'era quasi più energia vitale. In quel letto c'erano solo le spoglie, fragili e consunte, di una vita umana. Come una vecchia casa da cui erano stati portati via tutti i mobili e staccati perfino gli infissi, che aspettasse solo di essere abbattuta. Attorno alle labbra secche crescevano come erbacce pochi radi peli. Mi sembrò quasi strano che la barba continuasse a crescere in un corpo svuotato di ogni energia vitale.

La morte di qualcuno lascia sempre nella mente i ricordi più stupidi e buffi.

Il guaio è che io non ho una mente tanto sofisticata. Se mi devo definire, sono una stupida ragazza all'antica. Non mi importa proprio niente di «sistemi» e «responsabilità». A me basterebbe sposarmi, dormire ogni notte tra le braccia dell'uomo che amo, avere dei bambini. Fine. Questo è tutto quello che desidero.

Io vivevo alla giornata, senza quasi mai sollevare la testa. Quella sconfinata palude era l'unica cosa che si rifletteva nei miei occhi. Procedevo mettendo a terra il piede destro, sollevando il sinistro, mettendolo a terra, e così via. Non sapevo dove mi trovavo, e niente mi diceva che la direzione verso la quale mi muovevo fosse quella giusta. Ma siccome non potevo restare bloccato lì per sempre, un passo alla volta, mi spostavo.

Hai presente quelle scatole di latta con i biscotti assortiti? Ci sono sempre quelli che ti piacciono e quelli che no. Quando cominci a prendere subito tutti quelli buoni, poi rimangono solo quelli che non ti piacciono. È quello che penso sempre io nei momenti di crisi. Meglio che mi tolgo questi cattivi di mezzo, poi tutto andrà bene. Perciò la vita è una scatola di biscotti.

Per quanto una situazione possa sembrare disperata, c'è sempre una possibilità di soluzione. Quando tutto attorno è buio non c'è altro da fare che aspettare tranquilli che gli occhi si abituino all'oscurità.

- Dimmi quanto ti piaccio, - disse Midori.
- Quanto tutto il burro che si potrebbe produrre se si sciogliessero tutte le tigri di tutte le giungle del mondo.


♥ I miei scarabocchi su "Norwegian Wood", Murakami Haruki
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