24 aprile 2013

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana #1

In questi giorni di arrabbiature politiche avevo tra le mani un libro tutto ingiallito dal tempo, comprato non so da chi, non so quando. Il prezzo non si legge più, ma al massimo immagino che sarà costato qualche mila lire.
Ci dobbiamo essere incontrati molto tempo fa, io e il libro ingiallito, lo testimoniano i miei scarabocchi sulle pagine, scarabocchi fatti con una penna blu addirittura. In una pagina c'è disegnato qualcosa che potrebbe somigliare a una casa.
Il libro ingiallito è un libro importante. Contiene le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. Sono state scritte per la maggior parte da ragazzi, da diciottenni che si dichiarano calmi davanti alla morte, perché hanno la coscienza pulita e perché sono fieri di morire per la Patria, con la lettera maiuscola. Viva l'Italia, scrivono in molti. Mi è rimasto in mente un pensiero di un padre di famiglia che scrive che muore forte e orgoglioso perché col suo sacrificio ha contribuito a costruire i letti su cui dormiranno in futuro altri italiani. Noi.
Bella riconoscenza.
Mi chiedo se lo rifarebbero quei ragazzi se potessero vedere come siamo finiti, com'è oggi la loro Patria, come abbiamo sfatto e sporcato il letto che c'hanno preparato. Mi chiedo che fine abbiano fatto quelle idee e mi chiedo perché la Resistenza sia ancora un elemento che divide anziché unire. Ancora c'è chi paragona la violenza dei partigiani a quella dei fascisti. Ancora c'è chi considera la Resistenza un fatto esclusivamente comunista, quando invece non è così. La Resistenza è stata di tutti, tranne che dei fascisti. La Resistenza è stata dei comunisti, ma anche dei socialisti, dei liberali, dei cattolici. La Resistenza dovrebbe essere un elemento di unità, di appartenenza profonda alla Patria.
Mentre leggo quelle lettere, quelle rassicurazioni dei mariti alle mogli, quelle scuse che i figli rivolgono ai padri per non aver ascoltato i loro consigli ed essere andati via per un'Idea, mi vengono i brividi e mi sale una rabbia assurda. Sono morti in tanti per noi e noi diamo tutto questo per scontato. Diamo per scontato le nostre libertà sancite da quella Costituzione che senza il sangue dei partigiani non sarebbe mai nata. Diamo per scontato il fatto che, per quanto poco, possiamo fare qualcosa anche noi, andando a votare, per esempio. E se possiamo farlo è grazie a quei diciottenni che davanti al plotone d'esecuzione hanno gridato "Viva l'Italia". Sono dell'opinione che se ce ne freghiamo di tutto quello che accade intorno a noi, se alziamo le spalle convinti che tutti sono uguali, ladri nello stesso modo, allora è come se rendessimo vane le morti di quei ragazzi, che non c'hanno pensato due volte a mollare tutto per un'Idea di Patria destinata ad altri. Noi non lo faremmo. Noi non abbiamo più un'Idea per la quale saremmo disposti a dare anche la vita. Noi siamo italiani indegni degli autori di quelle lettere.
Più leggo quegli addii scritti con un italiano stentato e più mi chiedo perché quei ragazzi che a malapena sapevano leggere e scrivere siano stati pronti a morire per l'Italia mentre oggi, che invece tutti studiamo fino a non so quanti anni, in molti casi ce ne freghiamo. Perché?

In questi giorni di balletti politici, di inciuci, di una sinistra (ingiustamente definita tale) che sceglie Berlusconi invece che Rodotà, avevo nella testa l'eco di quelle parole scritte tra le montagne. La rabbia, davanti alle maratone di Mentana, è cresciuta esponenzialmente anche per quest'eco.
Viviamo in un tempo confuso, di crisi, ma non solo economica. Quello che ha scritto oggi Gramellini nel suo buongiorno ha dell'incredibile. Ragazzi che fuori da una scuola commentano così: «La prof dice che giovedì non c’è lezione». «Vero, c’è qualcosa tipo… una liberazione». Qualcosa tipo una liberazione? Ecco, quei ragazzi la Resistenza non se la meritano. 

Quelle lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana mi fanno piangere e arrabbiare. Ho sottolineato talmente tante parti che in unico post non c'entrano, intanto stasera ho iniziato a ricopiare le prime, pian piano arriveranno tutte.
Buona lettura e 
buon 25 aprile a tutti gli italiani 
che la Resistenza se la meritano.


• Antonio Fossati
Io muoio contento d'aver fatto il mio dovere di Vero Patriota.

• Renzo
Tu che sei un uomo di alti sentimenti, sappi che tuo figlio muore per un alto ideale, per l'ideale della Patria più libera e più bella.

Muoio da eroe e non da vile, muoio per la mia cara Italia che ho sempre adorato, muoio e nel più estremo dei miei momenti di vita terrena grido vendetta per il mio sangue sparso così innocentemente.
Miei cari zii e zie allevate i vostri figli con il più alto dei sentimenti: quello della Patria e dell'onore. Al mio caro cuginetto che dovrà nascere come mia ultima volontà gli porrete nome Vittorio, come a simboleggiare la vittoria della mia causa.

• Ignoto
Vengo fucilato questa mattina, e sono contento perché in Italia verrà la distruzione: così io sarò già a posto e non avrò più da vedere queste cose che verranno troppo brutte.

• Albino Albico ( 24 anni)
Mi trovo senz'altro a breve distanza dall'esecuzione. Mi sento però calmo e muoio sereno con l'animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e per la nostra cara e bella Italia.
Il sole risplenderà su noi «domani» perché TUTTI riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi.

• Giuseppe Anselmi (61 anni)
Sapete che sono innocente e solo vittima di una montatura preparata da un uomo indegno.
Potete quindi alzare la testa più di prima. [...]
Baci a tutti, vi assicuro che muoio con coraggio.

• Franco Balbis (32 anni)
La Divina Provvidenza non ha concesso che io offrissi all'Italia sui campi d'Africa quella vita che ho dedicato alla Patria il giorno in cui vestii per la prima volta il grigioverde. Iddio mi permette oggi di dare l'olocausto supremo di tutto me stesso all'Italia nostra ed io ne sono lieto, orgoglioso e felice!
Possa il mio sangue servire per ricostruire l'unità italiana e per riportare la nostra Terra ad essere onorata e stimata nel mondo intero.

Prego i miei di non voler portare il lutto per la mia morte; quando si è dato un figlio alla Patria, comunque esso venga offerto, non lo si deve ricordare col segno della sventura.
Con la coscienza sicura d'aver sempre voluto servire il mio Paese con lealtà e con onore, mi presento davanti al plotone d'esecuzione col cuore assolutamente tranquillo e a testa alta.
Possa il mio grido di «Viva l'Italia libera» sovrastare e smorzare il crepitio dei moschetti che mi daranno la morte; per il bene e per l'avvenire della nostra Patria e della nostra Bandiera, per le quali muoio felice!

• Achille Barilatti (22 anni)
Mamma adorata, quando riceverai la presente sarai già straziata dal dolore. Mamma, muoio fucilato per la mia idea. Non vergognarti di tuo figlio, ma sii fiera di lui. Non piangere Mamma, il mio sangue non si verserà invano e l'Italia sarà di nuovo grande.

• Mario Batà (26 anni) 
Perdonatemi se ho preposto la Patria a voi.

• Pietro Benedetti (41 anni)
Amatevi l'un l'altro, miei cari, amate vostra madre e fate in modo che il vostro amore compensi la mia mancanza. Amate lo studio e il lavoro. Una vita onesta è il migliore ornamento di chi vive. Dell'amore per l'umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili. Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono i vostri fratelli.
Siate umili e disdegnate l'orgoglio; questa fu la religione che seguii nella vita.
Forse, se tale è il mio destino, potrò sopravvivere a questa prova; ma se così non può essere io muoio nella certezza che la primavera che tanto io ho atteso brillerà presto anche per voi. E questa speranza mi dà la forza di affrontare serenamente la morte.

Io, senza volerlo, mi son trovato sempre fra gli attori. Sempre fra quelli cioè che conoscono più la parola dovere che quella diritto. Non per niente costruiamo i letti perché ci dormano su gli altri. Tutta la mia educazione, fin da ragazzo, mi portava a farmi comportare così.
Ed anche ora, di fronte allo scempio della Patria, dei nostri focolari, delle nostre famiglie, io sentivo che era da codardi restare inerti e passivi. Ma forse con ciò calpestavo i miei doveri verso la famiglia? No, perché la causa che avevo sposata altro non era che quella dei nostri figli e delle nostre famiglie. Non sappiamo cosa sarà l'avvenire che io comunque già sento più bello, più buono del triste presente, di questo terribile oltraggio all'umanità. Ma qualunque esso sia ed io dovessi essere inghiottito da questo vortice tremendo, che annienta uomini e cose, di fronte al giudizio dei miei figli, preferisco essere il padre che ha risposto all'appello del dovere, anziché il codardo che se ne sottrae. 
Se con la mia morte tu e i miei figli avrete perso il mio amore e il mio sostegno, vi resterà un amore e un sostegno più grandi: quello dell'umanità finalmente libera, che accoglierà nella sua grande famiglia gli orfani e le vittime di questa vasta tragedia. Ed io, tu lo sai, non sarò il solo caduto; è ormai innumerevole la schiera dei generosi che hanno offerto il proprio petto in questa lotta di popoli anelanti ad un domani di luce. E potessi io essere l'ultimo. Morirei più contento se sapessi che il mio solo sangue bastasse ad estinguere la sete della belva. Ma troppo poca cosa io sono.
Me ne vado con la coscienza di non aver mai operato male nel mondo e di aver fatto, quando ho potuto, un po' di bene.

Veglia su di loro ed educali all'amore del lavoro e dello studio, all'onestà e all'amore dei deboli e degli oppressi. Siano essi modesti e buoni con tutti e non importa essere poveri quando la mente e il cuore sono ricchi di queste doti sublimi.
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