3 maggio 2013

I pesci non chiudono gli occhi, Erri De Luca

Quando ho compiuto dieci anni ricordo di averlo davvero pensato: oggi divento grande, da oggi per scrivere la mia età avrò bisogno di ben due cifre. Una cosa che diventa scontata, da quel momento in poi. Eppure la prima volta che non basta un numero per dire quanto si è grandi, davvero ci si sente cresciuti. Dei mezzi giganti.
Anche Erri De Luca è tornato indietro nel tempo prima di scrivere I pesci non chiudono gli occhi. È tornato fino al momento in cui la sua età, per la prima volta, non era più composta solo da una unità. Fino a quando aveva dieci anni.

Quel ragazzino nato dopo la guerra è un amante del mare. Ci passa estati intere tra le onde, la spiaggia e le barche dei pescatori. Estati tutte ugualmente belle, trascorse tra libri e cruciverba fatti a penna, estati tutte ugualmente infantili, fino a quella lì. Fino all'estate dei suoi dieci anni, quando all'improvviso si sente con la testa già oltre, molto più avanti del suo corpo restato tale e quale a quello dell'anno prima. L'Erri De Luca alla sua prima decina è intrappolato in un corpo che non è più il suo. Sente di dover assolutamente trovare un modo per rompere quell'incantesimo, quel guscio, deve riuscire a crescere in altezza almeno quanto è già cresciuto con la testa.
Quell'estate lì succede davvero qualcosa. Lo fa accadere una ragazzina un po' più grande di lui, con cui si ferma a parlare di storie e animali. La ragazzina, mai indicata con un nome (Da lettore dimentico in fretta i nomi delle storie. Non aggiungono consistenza e sono una convenzione), è una scrittrice. Scrive storie di animali, loro sì che hanno una marcia in più rispetto agli uomini, sanno sempre come dirsi le cose, non perdono tempo in giri di parole inutili, non si fraintendono. Non lo sprecano, il tempo. Loro.
In riva al mare il ragazzino intrappolato nel suo corpo di bambino, grazie alla ragazzina, impara molte cose. Impara innanzitutto che per fare giustizia spesso bisogna far male agli altri, ma soprattutto si sorprende nel rendersi conto della reale bellezza del suo verbo preferito: mantenere. Comportava la promessa di tenere per mano
In riva al mare, forte di un'età a due cifre e di un naso rotto, scopre che non ha mai sentito niente di più liscio di quella mano che stringe la sua. E ha paura anche dei suoi pensieri, perché potrebbero essere davvero, per la prima volta, pensieri d'amore.
In riva al mare quei pensieri d'amore si materializzano in un bacio innocente, dato a occhi aperti.
Era così bellissima vicina, le labbra appena aperte. Mi commuovono quelle di una donna, nude quando si accostano a baciare, si spogliano di tutto, dalle parole in giù.
“Chiudi quei benedetti occhi di pesce.”
“Ma non posso. Se tu vedessi quello che vedo io, non li potresti chiudere.”

Se tu vedessi quello che vedo io, non li potresti chiudere. Commossa dalla bellezza di queste undici parole.

Mentre leggevo questa storia piccina picciò mi sembrava di avere di nuovo dieci anni, ma davvero. Lo siamo stati tutti, inadeguati. Impacciati. Riluttanti all'amore. Vergognosi dell'amore. Spaventati dall'amore. Pesci lessi. Io non avevo il mare e non avevo neanche una testa da grande incastrata in un corpo da bimba, ero fatta al contrario: con un corpo che cambiava forme e taglie e una testa che, fosse stato per lei, avrebbe giocato con le bambole ancora un po'. Avevo le mie storie da pensare e dei baci, dell'amore, a dieci anni me ne fregavo. Per meglio dire, l'idea di baciare qualcuno, a dieci anni, mi faceva altamente schifo. A undici avevo già cambiato idea e per un bacio del più bel paio di occhi azzurri della mia scuola avrei fatto carte false. Eh sì, forse se mi avesse baciato su una qualche panchina, gli occhi non avrei saputo chiuderli nemmeno io. Non l'ha fatto però, così i miei occhi di pesce non sono mai stati per lui.


♥ Le frasi che ho sottolineato (tante)

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