29 maggio 2013

Il Vangelo di un utopista, frasi [Don Gallo]


Primo Vangelo. Un'unica famiglia umana.
Ricordate il dibattito sulla questione del crocifisso nelle scuole? Qualche anno fa il movimento universitario leghista ha chiesto al rettore dell'Università di Bergamo l'urgente acquisto di crocifissi da appendere alle pareti delle aule dell'ateneo statale.Si strepitava con orgoglio padano: «Il crocifisso è simbolo di valori cristiani, ultimo baluardo di fronte al fondamentalismo», come se fossimo alla vigilia di una guerra di religione, come se si stesse per partire per una battaglia di Lepanto. Ma il crocifisso bisogna portarlo nel cuore, o appenderlo ai muri di uno spazio pubblico, anche quando la sua presenza non esprime un sentimento condiviso? La fede è forse salva, in questo modo? Gesù, umile e mite di cuore, non si è mai imposto a nessuno, mentre noi abbiamo la pretesa di appenderlo sul muro delle classi e degli edifici pubblici.Mi domando ancora: se in questi luoghi non c'è il crocifisso, un cattolico viene meno alla sua fede e forse è esentato dal praticare quotidianamente, tra i fratelli, i consigli evangelici? C'è vera relazione tra il crocifisso "ostentato", magari con sentenza del magistrato, e la testimonianza cristiana? 
[...] Dal famoso "caso del crocifisso" emerge in modo chiaro una politica - non solo leghista - incolta, arrogante e accomodante, pronta a riconoscere per il proprio tornaconto elettorale l'utilità sociale della religione.

La Repubblica italiana, con la sua Costituzione, è democratica, laica, antifascista (non è un optional, l'antifascismo, per nessun cittadino).

Non sappiamo più «dare a Cesare quel che è di Cesare» e lo vogliamo dare a Dio.

Vorrei con tutto il cuore che la mia amata Chiesa cattolica, della quale sono presbitero da oltre cinquantanni, non volesse mai avere un "posto speciale" nella storia. Essa è sale, è lievito, è chicco di grano. Non ha nulla da spartire con il Potere .
Gesù non ha scelto il Palazzo, ha scelto di nascere in una mangiatoia.

C'è un ampio spazio per i credenti di tutte le religioni, e anche per i non credenti, nella nostra laicità del villaggio globale.

Non spetta alle religioni (e qui parlo della religione cristiana) definire o reggere la società, cadendo magari nella deriva del fondamentalismo o peggio dell'integralismo, come la storia insegna.

Il messaggio di Gesù è che prima della fede viene l'etica, cioè il comportamento di ciascuno.

 Il Male sta dove manca la speranza del Bene. Come diceva papa Giovanni, nella Pacem in terris: «Non ascoltate i profeti di sventura» .

Secondo Vangelo. La Pace.
Caro Gesù, aiutaci a ottenere un'obiettiva radiografia della nostra classe politica. Mediamente essa è incolta, disinformata e intimorita, soprattutto sulla scelta della pace. [...]
È arrogante e debole nell'affrontare il problema dell'informazione, del lavoro, delle pensioni, dei giovani, del sociale. È specialista in tagli, convinta di rispondere a una cittadinanza e a un elettorato incapace di intendere e volere.

Vogliamo l'impegno contro tutte le ingiustizie, con il rispetto delle diversità e delle alterità, per lasciare spazio a molteplici forme di democrazia in sintonia con le diverse culture e tradizioni, secondo il principio di autodeterminazione dei popoli.

Fortemente spero in una giustizia mondiale, e allora vi auguro di diventare tutti più poveri, perché non ci potrà essere giustizia mondiale se non saremo tutti più sobri, più parsimoniosi, più poveri, più giusti, in tutti i nostri pensieri, in tutti i nostri rapporti e progetti.

Terzo Vangelo. L'utopia.
Mio fratello mi diceva che ero un utopista. Eppure era una persona saggia! L'utopia, nella concezione generale, indica qualcosa che non si potrà mai raggiungere, non si potrà mai realizzare. Ma lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano ce ne spiega il senso: Lei è all'orizzonte. [...] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l'utopia? Serve proprio a questo: a camminare. L'utopia è questo: quando sei convinto che a trecento metri ci sia quello che vuoi raggiungere, li percorri e ti rendi conto che l'utopia è trecento metri più in là, e così via. Per questo ti dici:«Allora è veramente irrealizzabile». Invece no, perché c'è un aspetto positivo: che si sta camminando, e quindi l'utopia si realizza strada facendo. 

Uno dei grossi difetti della Bibbia è che chiunque, stralciandone alcune frasi, ne può parlare. Pensate a Hitler: nella fibbia del cinturone dei nazisti c'era la scritta «Got mit uns» (dio con noi). Se non è una bestemmia questa!? La Chiesa sarebbe dovuta intervenire, dicendo che non era possibile scrivere questa frase.

Certi problemi di fondo, come quello, per esempio, se Dio c'è o no, bisogna collocarli a livello della speranza.
Non vi so dire se Dio c'è o no, ma voglio sapere in che cosa sperate.
Se voi avete una speranza timida, Dio non esiste .
Se voi non sperate in niente, Dio non c'è .
E se voi non sperate in niente e andate in chiesa per pregare Dio, il vostro Dio è un idolo perché il volto di Dio è la misura stessa della vostra speranza nella giustizia, nella pace.
Sperate nell'impossibilità, perché Dio è oltre l'impossibile.
[...]Il Dio di cui tento di parlare (Gesù, l'incarnazione) è nell'orizzonte della speranza del regno: cieli nuovi e terre nuove. Il regno che è già ma non ancora. Ecco perché è soprattutto il Dio dei poveri e a Betlemme, dove Gesù è nato, circondato da poveri appunto: Maria, Giuseppe, i pastori, i contadini. Per nascere non ha scelto il Palazzo, ha preferito la mangiatoia (così ci dice Luca nel suo Vangelo). È un bambino che nasce a quota zero .
Non perché sia un Dio classista ma perché il povero "vero" coscientizzato è colui che riesce ancora a sperare e sognare in un mondo migliore della Terra. Il povero è colui che ha una speranza sciolta da tutte le condizioni, mentre quando noi speriamo, troppo spesso, speriamo sempre e solo purché ci sia garantito ciò che già abbiamo.

Quarto Vangelo. La sobrietà.
Dalla sobrietà nasce la solidarietà, cioè l'arrivare a pensare agli altri. Vi faccio un esempio: io se ho quattro panini penso: "Magari con due posso anche farcela, e il resto lo posso dare a chi non ha niente". Ecco che dalla parsimonia, dalla sobrietà, si passa alla solidarietà .

Se io vado in un museo o in una mostra di grandi quadri d'autore e deturpo un'opera d'arte, mi mettono in galera e hanno ragione. Mentre chi arriva con un progetto devastante, in un'ansa naturale, e va a colpire la natura? La risposta a questi progetti dovrebbe essere: «Sii sobrio, facciamone a meno di queste infrastrutture, e rispettiamo la natura». Sobrietà infatti vuol dire anche rispettare tutto quello che costituisce la natura, che è di tutti, cioè la terra.
Il dieci per cento degli italiani è proprietario del cinquanta per cento della ricchezza nazionale. Io sono in quel novanta per cento che non la possiede, e assieme a quelli come me dobbiamo distribuirci l'altro cinquanta per cento. E questa non è sobrietà, non è equità.

In una convivenza di più persone, se ognuno è sobrio si ha una distribuzione equa. Non si tratta di tornare al tempo delle caverne, ma di vivere di ciò che è necessario. Il che comporta un equilibrio, una verifica, e porta poi a una serenità umana. L'equità è fondamentale, la proprietà ha un senso solo se serve in vista di un'equità generale, non deve servire solo per l'arricchimento di pochi.

Quinto Vangelo. La Costituzione.
Siamo all'eutanasia della democrazia.

Tutte le volte che sentite parlare dell'inferno e di Dio con un aspetto punitivo o vendicativo non credeteci! 

Abbiamo conquistato la democrazia, pensate all'Assemblea costituente, a quell'unità: c'era la matrice comunista, la matrice socialista, la matrice cattolica, la matrice liberale, la matrice repubblicana, la matrice del partito d'azione, anche la matrice monarchica, e ne è venuto fuori un patto nazionale: la Costituzione.

Ero in una chiesina lì al porto a pregare: «Mio Dio, mio Dio, non mi far morire democristiano!» Mi ha accontentato! Dopo un po' mi dissero che c'era il cosiddetto CAF, Craxi-Andreotti-Forlani, e allora pregavo: «Mio Dio, mio Dio, non mi far morire caffiano»; dopo un po' spunta anche il cavaliere, e gridavo ancora più forte: «Mio Dio, mio Dio non mi far morire berlusconiano, piuttosto divento musulmano!» Poi è arrivato Prodi eccetera... Adesso cosa dico al padre eterno? Gli dico che abbiamo proprio una serie di situazioni corrotte da tutte le parti.

«Il più alto tra voi sia il servo dei fratelli e delle sorelle».
Servitore. Quindi se uno va in politica è come tale che deve percepirsi.

Io voglio sempre mettermi in discussione! Io domani voglio essere più uomo, più umano, più cristiano, più prete, più anticapitalista, antifascista, più non violento, ogni giorno! La sintesi della Costituzione è che l'Italia è una Repubblica, res publica, di tutti e non di Arcore, Grazioli. L'Italia è democratica, demos è il popolo, tocca a noi!
Non abbiate paura. Deve rinascere tutto! Perché i partiti stanno lì, e non ascoltano? Sanno di essere allo stremo e per non rianimarsi non ascoltano. Non ascoltano i giovani, non ascoltano gli operai, non ascoltano niente! L'Italia è democratica, ve lo dice un prete: tutte le volte che la mia Chiesa è contro Gesù e cerca di interferire continuamente, come nella bioetica, bisogna dire no! La costituzione è laica, non si può ignorare. Ed è antifascista.
Per questo la considero un mio Vangelo: è una voce, una poesia, è la mia colonna sonora che si ispira agli ultimi, è non violenta, è anticapitalista!

Sesto Vangelo. De André e Balducci.
Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità.

Dopo la scomparsa di De André, Dori Ghezzi disse: «Ora Fabrizio è di tutti». Giusto.
Si può certamente dire lo stesso anche di Balducci.
Questi due "cattivi maestri" sono di tutti coloro che cercano la giustizia, la pace, l'uguaglianza.
Ernesto, così come Fabrizio, era un mite ribelle. I miti ribelli sono poco appariscenti, ma hanno una lunga tenuta. Si dissolvono per autocombustione e tornano sotto forma di "brace", capace di provocare incendi clamorosi nei palinsesti delle coercizioni di Stato, dei padroni, delle Chiese.
Questi "compagni di strada", così presenti e paralleli allo scorrere del tempo, sono stati sordi a qualsiasi moda, a qualsiasi trappola omologante, a qualsiasi nouvelle vague del pensiero debole.
Al contrario, hanno partecipato ai tentativi di defenestrare gli ammiragli, onorare i pirati, liberare la ciurma. E soprattutto mi colpisce il modo in cui l'hanno fatto. Né Ernesto, né Faber ci hanno mai detto: «È così», ma tutt'al più: «Io la vedo così». È troppo poco? Secondo me è tantissimo, dato che quello che vedevano e ci mostravano è ciò che veniva e viene ancora nascosto da tutti: dal governo, dallo Stato, dalla Chiesa, dalla televisione, dai partiti, dai padroni. Non indicavano la strada, ma ci hanno convinti nella nostra capacità di scegliere gli ultimi.

Oggi viviamo un senso di depressione e di smarrimento per le condizioni in cui versa la vita pubblica in Italia e nel mondo. La classe politica è ormai un'ultracasta, una casta de luxe. La mia amata Chiesa è sconvolta da accuse di pedofilia, da mancanza di verità umane, concentrata nel suo ruolo secolare.

Ernesto e Fabrizio ci dicono che l'unica politica possibile consiste nell'incarnarsi nella vita dei poveri e degli esclusi, non per essere tutti travolti e abbassati, ma per vivere insieme a loro la liberazione reale.

L'integrazione è nel rispetto di tutte le culture, quando uno fa guerra all'altro di un'altra cultura per difendere la propria identità vuol dire che la sua identità è fragile, perché non sa veramente ascoltare quello che l'incontro può portare.

Fabrizio ed Ernesto arrivano da ambiti diversi ma hanno scelto la barricata. Non era facile per un religioso; non era leggero per un signorino di buona famiglia. Ma loro hanno creduto nell'utopia.
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