19 giugno 2013

Io prima di te, Jojo Moyes

Può darsi che sia io ad avere un serio problema con le storie d'amore, in tutti i sensi, perfino quando si tratta di libri. Il fatto è che di nuovo, un po' come era successo mesi fa leggendo La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo, di fronte alla storia così romantica raccontata in questo romanzo, di fronte all'amore tra Louisa e Will, mi sono sentita un po' cinica e decisamente poco incline a lacrime di commozione.
A me non è sembrata una storia così credibile e forse per questo non mi ha davvero emozionata, fino in fondo. Mi è sembrato tutto piuttosto scontato. Ogni evento, anche il più piccolo. Una favola, dal finale lieto in base al concetto che ognuno di noi ha della propria vita, probabilmente. Per me sì, è stata una favola a lieto fine.

C'era una volta Will, un giovane ragazzone ricchissimo e bellissimo. Aveva tra le mani una carriera invidiabile e donne meravigliose. Passava il tempo in giro per il mondo e praticava le attività più spericolate. A poco più di trent'anni, quando il suo futuro è pieno di magnifiche aspettative, viene investito da una moto e la sua vita cessa di esistere. Da quel giorno c'è un Will tetraplegico, che può muovere solo la testa. Di quello di prima non rimane niente. Solo qualche foto attaccata al muro, messa lì per ricordargli ogni volta quello che era e non sarà mai più. Non può nemmeno staccarle da solo, quelle foto.
C'era una volta Louisa, detta Lou, figlia maggiore di una famiglia qualunque, anzi più incasinata di una famiglia qualunque. Una Louisa che lavorava da sempre nello stesso bar vicino casa e che aveva da sempre lo stesso fidanzato, Patrick. C'era una volta, dunque, una Louisa con una vita fin troppo normale, anonima, certamente lontana anni luce da quella del Will di prima dell'incidente. L'unica cosa che li accomuna è un punto di svolta nelle loro vite, dopo il quale nulla sarà come prima. Per Will è stato l'incidente a cambiare tutto, per Lou è l'improvviso licenziamento. Lei ha ventisei anni e una vita che è sempre andata avanti per inerzia, adesso si ritrova con niente in mano: non ha qualifiche, non ha particolari sogni e non sa che cosa fare. Sa soltanto che a casa hanno profondamente bisogno del suo stipendio, visto che il padre rischia di perdere il posto di lavoro e la sorella è una ragazza madre che vuole ricominciare a frequentare il college. Per essere loro d'aiuto accetta di badare a un tetraplegico, campo in cui non ha alcuna esperienza. Il contratto è per sei mesi, la paga ottima. In fondo non sembra poi così terribile.
Quello che Lou non sa all'inizio è che cosa significhino quei sei mesi. Lei crede che siano solo un periodo di prova, dopo il quale magari le rinnoveranno il contratto, invece no. Sono i mesi che Will ha dato alla sua famiglia per farli abituare all'idea che lui una vita così non la vuole e che, passato quel periodo di tempo, si farà portare in una clinica svizzera. Quando Lou scopre questo per caso, spiando una conversazione, si sente gelare il sangue. Ormai si è affezionata a lui, alla sua cultura, al suo strano modo di spronarla a pretendere di più da se stessa, al suo strano modo di volerle bene, anche insultandola e trattandola male. No, Lou non può far sì che Will opti davvero per l'eutanasia. Nel tempo che resta si pone un obiettivo: fornire a Will tanti buoni motivi per continuare ad amare la vita, come faceva prima dell'incidente.
E mentre i due iniziano a stringere una vera amicizia, mentre cominciano a frequentare teatri e concerti, il fidanzamento storico di Lou va a rotoli. D'altra parte lei si era già resa conto delle vibrazioni che provava quando era con Will, vibrazioni non esattamente amichevoli. Lou ama Will ed è convinta che nessun ostacolo fisico potrà intaccare il loro sentimento. Sarà tutto possibile per loro due, perché l'amore può sempre, anche quando tutto sembrerebbe senza speranza. Lou è convinta che anche lui sia innamorato di lei e che il loro amore lo terrà in vita.
Ma è vita quella di Will? Lou (secondo me egoisticamente) pensa di sì. Ha bisogno di lui, delle sue parole, delle sue idee, del suo umorismo, non può davvero lasciarlo andare. Per Will, invece, inchiodato su quella sedia a rotelle, senza alcuna possibilità di fare qualcosa da solo, no, non è vita. È solo uno strazio, un continuo ricordare, sapendo che non ci saranno miglioramenti, neanche il più piccolo passo avanti. Niente. Sempre così. Dipendente in tutto e per tutto dagli altri. Non può esistere in questo modo, non può a maggior ragione per tutto quello che ha vissuto nei suoi primi trent'anni di vita. Ama Lou, sì, ma non può darle niente. Non può abbracciarla, non può stringerle la mano, non può farci l'amore. Non la vuole una vita così. Non sarebbe vita, non la vuole nonostante l'amore sincero e genuino di e per Louisa.
Lei non può far altro che dimostrargli tutto quello che prova lasciandolo libero di scegliere una delle poche cose che dipendono ancora dalla sua volontà. Per lei Will ha fatto tanto, l'ha aiutata a tirare fuori potenzialità che lei non credeva davvero di avere. Le ha dato fiducia, le ha insegnato a credere di più nelle sue capacità. E questo Louisa, qualunque cosa farà e diventerà nella sua vita, qualunque viaggio compirà, non lo dimenticherà mai. Non potrà mai dimenticare Will.

The end. Non è proprio un "vissero felici e contenti", ma è comunque la fine che si percepisce fin dall'inizio. Non sorprende insomma.
Quello che Will insegna, a Lou e a tutti quanti, è di vivere la vita attimo per attimo, senza chiudersi in un'esistenza che non ci appartiene davvero, senza rinunciare a pezzi di noi per accontentare solo gli altri. Insomma, la vita è qualcosa che va oltre la meccanica, oltre il respiro automatico, oltre il battito del cuore naturale. Se tutto procede quasi per inerzia non ha senso, diventa solo un'esistenza come tante altre. E se non ci si muove, se ci si limita solo a respirare, senza correre, senza amare, senza viaggiare, senza ballare, allora significa che non si sta, semplicemente, vivendo. E che una vita così non è vita. E che l'eutanasia non è un omicidio, perché quella a cui si pone fine è solo un niente, non certo una vita.
Questo è quello che ha capito Will, sulla sua pelle. Questo è quello che credo anch'io. Molto semplicemente io sono per la libertà di scelta delle persone, per questo esigo dallo Stato italiano una legge sul fine vita. Non perché poi tutti debbano farne uso, compresi quelli che credono che la vita sia un dono di dio e resta tale finché non si spegne autonomamente. Liberi di restare attaccati a una macchina per decenni, se necessario. Non capisco però perché tutti dobbiamo essere condannati a un supplizio del genere, anche quelli che vedono la vita come un qualcosa che va oltre il respiro. Non capisco perché c'è sempre una parte che impone all'altra il proprio pensiero. Non va bene. Vorrei che ognuno fosse libero di decidere per sé. Se ci fosse un referendum voterei a favore dell'eutanasia, non solo perché in una situazione del genere la pretenderei anch'io, ma perché credo nella libertà di scelta delle persone.

Almeno questa (banalotta) storia d'amore alla fine ci può far riflettere su questo, sull'eutanasia. Sempre sull'argomento se non avete ancora visto il film Mare dentro ve lo consiglio vivamente.


♥ Le frasi che ho sottolineato
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