18 settembre 2013

E l'eco rispose, frasi [Khaled Hosseini]

Abdullah non riusciva a immaginarsi un tempo in cui suo padre era andato su quell'altalena. Non riusciva a figurarsi che una volta suo padre era stato un ragazzo, come lui. Un ragazzo spensierato, agile sulle gambe. Che correva a briglia sciolta per i campi con i suoi compagni di giochi. Papà con le mani coperte di cicatrici, la faccia solcata da profonde rughe di stanchezza. Suo padre che, per quanto ne sapeva Abdullah, poteva anche esser nato con la vanga in mano e il fango sotto le unghie.

Una storia è come un treno in corsa: in qualunque punto sali a bordo, prima o poi arrivi a destinazione.

Suleiman Wahdati era un essere per me incomprensibile, un uomo apparentemente soddisfatto di vivere il resto dei suoi giorni godendo della ricchezza che aveva ereditato, un uomo senza una professione, senza una passione manifesta e senza il desiderio di lasciare qualcosa di sé al mondo. Avrei detto loro che viveva una vita senza scopo né progetto. Come quei giri in macchina che facevamo assieme. Una vita vissuta dal sedile posteriore, osservata mentre passava avvolta nella nebbia. Una vita apatica.

Potevo solo concludere che per alcune persone, in particolare per le donne, il matrimonio, anche infelice come questo, può costituire una fuga da un'infelicità ancora più grande.

Dicono: trovati uno scopo nella vita e perseguilo. Ma talvolta è solo dopo aver vissuto che si riconosce che la vita aveva uno scopo, e probabilmente uno scopo architettato dal caso.

E.B.: Vive a Parigi?
N.W.: Studia matematica alla Sorbona.
E.B.: Ne sarà orgogliosa.
Lei sorride con un’alzata di spalle.
E.B.: Mi colpisce la scelta della materia, dato che lei si occupa di letteratura.
N.W.: Non so da chi abbia preso. Tutte quelle formule e teorie incomprensibili. Immagino che lei le capisca. Per quanto mi riguarda, so fare a malapena le moltiplicazioni.
E.B.: Forse è il suo modo di ribellarsi. Lei di ribellione se ne intende, penso.
N.W.: Sì, ma io mi ribellavo nel modo giusto. Bevevo, fumavo e avevo amanti. Chi si ribella studiando matematica?

Julien le aveva chiesto cosa l’aveva spinta verso la matematica e lei aveva risposto che la trovava rassicurante.
«Io la definirei piuttosto come qualcosa che intimidisce, mi sembra più pertinente.»
«È anche questo.»
Pari aveva detto che trovava consolazione nella stabilità delle verità matematiche, nella mancanza di arbitrarietà e nell'assenza di ambiguità. Nel sapere che le risposte potevano essere elusive, ma che si potevano trovare. Erano lì che aspettavano sulla lavagna, qualche passaggio più sotto.
«In altre parole, niente di simile alla vita» aveva commentato Julien. «Dove le domande o non hanno alcuna risposta o ne trovano una ingarbugliata.»

Adel sentiva che stava oltrepassando con un balzo la propria infanzia. Ben presto si sarebbe ritrovato adulto. E allora non ci sarebbe stato modo di tornare indietro, perché l'essere adulto era qualcosa di simile a ciò che suo padre una volta aveva detto a proposito dell'essere un eroe di guerra. Quando si diventa eroe, si muore eroe.

Vedevo il mio futuro come un'interminabile distesa priva di avvenimenti, e questo bastò perché trascorressi la maggior parte della mia fanciullezza ad agitarmi, sentendomi una controfigura, un delegato di me stesso, come se il mio vero io risiedesse altrove, in attesa di riunirsi un giorno con quest'altro io più oscuro, vuoto. Mi sentivo come un naufrago. Un esiliato in patria.

La corda che ti salva dall'inondazione può diventare un cappio attorno al collo.

Le città, le strade, i paesaggi, le persone che incontro incominciano a confondersi nella mente. Mi dico che la mia è una ricerca. Ma sempre più spesso mi sembra di aggirarmi senza meta, in attesa che qualcosa mi accada, qualcosa che cambierà tutto e verso cui tende tutta la mia vita.

Pensare a lui, all'angoscia dei suoi ultimi giorni, alla mia impotenza di fronte alla sua fine, rende tutto ciò che ho fatto, tutto ciò che voglio fare, inconsistente come le piccole promesse in cui ci impegniamo prima di addormentarci, e che, quando ci svegliamo, sono già dimenticate.

Imparai che il mondo non vede la tua anima, che non gliene importa un accidente delle speranze, dei sogni e dei dolori che si nascondono oltre la pelle e le ossa. Era così: semplice, assurdo e crudele. I miei pazienti lo sapevano. Capivano che gran parte di ciò che erano dipendeva, o poteva dipendere, dalla simmetria della loro struttura ossea, dallo spazio tra gli occhi, dalla lunghezza del mento, dalla punta del naso, se il naso si univa alla fronte con un angolo ideale o meno.
La bellezza è un dono gigantesco, immeritato, dato a caso, stupidamente.

Entrare nella casa della mia infanzia mi disorienta un po’, è come leggere la fine di un romanzo iniziato tanto tempo fa e poi abbandonato.

Credono di vivere in nome di ciò che vogliono. Ma in realtà si fanno guidare da ciò di cui hanno paura, da quello che non vorrebbero assolutamente.

Una parte di me pensa che sia meglio continuare come abbiamo sempre fatto, comportandoci come se non sapessimo di essere incompatibili. Sarebbe una soluzione meno dolorosa, forse migliore di questa offerta tardiva. Intravedo in modo oscuro e incerto come avrebbe potuto essere tra noi. Ma questo non produrrà altro che rimpianto, mi dico, e a che serve il rimpianto? Non ci restituisce niente del passato. Quello che è andato perduto è irrecuperabile.

La sola fuga possibile era allentare le redini della fantasia.

Dal tono tenero, leggermente angosciato con cui aveva pronunciato queste parole avevo capito che mio padre era una persona ferita, che il suo amore per me era sincero, immenso ed eterno come il cielo, e che avrebbe gravato su di me per sempre. Era quel tipo di amore che prima o poi ti avrebbe inchiodato a una scelta: o ti liberavi con una lacerazione o rimanevi e sopportavi la sua intransigenza, anche se ti torchiava sino a farti rimpicciolire.

Il tempo è come il fascino. Non ne hai mai quanto vorresti.

Non le dico tutta la verità. La racconto a malapena a me stessa. Cioè che ho paura di essere libera, nonostante lo desideri spesso. Paura di ciò che mi succederà, di quello che farò di me stessa quando Baba non ci sarà più. Per tutta la vita sono vissuta come un pesce in un acquario, dentro la frontiera rassicurante di una vasca di vetro, dietro una barriera tanto impenetrabile quanto trasparente. Sono libera di osservare il mondo che balugina all'esterno e di immaginare di farne parte, se mi fa piacere. Ma da sempre vivo come una reclusa, accerchiata dai rigidi, inflessibili confini dell’esistenza che mio padre ha costruito per me, dapprima coscientemente, quando ero una ragazza, e poi involontariamente ora che si va spegnendo di giorno in giorno. Penso di essermi abituata alla vasca di vetro e sono terrorizzata all'idea che, quando si romperà, quando sarò sola, precipiterò nell'ignoto che mi si spalancherà davanti, impotente, sperduta, annaspando nel tentativo di respirare.

 «Non so cosa significhi questa piuma, non ne conosco la storia. Ma so che significa che Abdullah ha continuato a pensarmi in tutti questi anni, a ricordarsi di me.»


♥ I miei scarabocchi sul libro


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