25 ottobre 2013

Elogio del moralismo, frasi [Stefano Rodotà] - parte 1

Sono un vecchio, incallito, mai pentito moralista. La parola mi piace, perché richiama non una moralità passiva, compiaciuta, contemplativa e consolatoria, ma una attitudine critica da non abbandonare, una tensione continua verso la realtà, il rifiuto di uno storicismo da quattro soldi che, riducendo a formula abusiva l'hegeliano «tutto ciò che è reale è razionale», spalma di acquiescenza qualsiasi comportamento pubblico e privato. Il moralista non mugugna, non si appaga del racconto delle barzellette antiregime. Esce allo scoperto, e non è frenato dal timore d'essere sgradito, o sgradevole.

Di che cosa sia il moralismo si può certo discutere, ma la critica non può trasformarsi in pretesto per espellere dal discorso pubblico ogni barlume di etica civile. L'intransigenza morale può non piacere, ma la sua ripulsa non può divenire la via che conduce a girare la testa di fronte a fatti di corruzione pubblica, derubricandoli a ininfluenti vizi privati, annegandoli nel «così fan tutti». [...] La caduta dell'etica pubblica, indiscutibile, è divenuta così un potente incentivo al diffondersi dell'illegalità, ad una sua legittimazione sociale. Rifiutata, appunto, come manifestazione di fastidioso moralismo, l'aborrita «questione morale» si è via via rivelata come la vera, ineludibile «questione politica».

Tra una politica che affonda e un populismo che di essa vuole liberarsi, bisogna riaffermare la moralità delle regole, che è cosa lontanissima da ogni suggestione di Stato etico, trovando in primo luogo il suo fondamento in una politica «costituzionale», come si dirà più avanti. E il moralismo non è la rivolta delle anime belle, la protesta a buon mercato, fine a se stessa. S'incarna sempre di più in azione, e si fa proposta politica.

Istituzioni e uomini non vengono più rispettati quando non appaiono rispettabili.

La speranza di cambiare il mondo nasce sempre da un comune rifiuto delle deformazioni di quello in cui viviamo.

Nuovi connubi mostruosi ci accompagnano, tra politica e amministrazione, politica e economia. La società viene corrosa, corrotta. La politica perde ogni mobilità e diviene essa stessa ancella dei più disparati interessi, guidata com'è dalla dittatura dell'economia e dal prevalere dell'impulso all'arricchimento privato a spese del pubblico. È moralismo invocare la parola della Costituzione, richiamare al loro rispetto chiunque abbia a che fare con le Istituzioni?


Questa rete di protezione venne poi progressivamente rafforzata attraverso varie strategie, prima tra tutte la negazione sistematica delle autorizzazioni a procedere per salvare parlamentari coinvolti in affari a dir poco dubbi.
[...] In questo modo si allontanava nel tempo - e forse definitivamente - il rischio di una sanzione, poiché i ritmi della giustizia sono lentissimi e perché non tutti i comportamenti censurabili politicamente o moralmente costituiscono reati. Al tempo stesso, però, non ci si avvedeva dell'enorme ampliamento del ruolo che da ciò derivava per la magistratura, eletta a solo e definitivo «tribunale della politica».
[...] Il conflitto tra politica e magistratura nasce proprio da qui., dal tentativo della politica di ritirare la «delega» che essa stessa aveva dato alla magistratura.

Prima di arrivare al reato esiste una intera gamma di comportamenti politici meritevoli di una sanzione, che può avere gradazioni diverse. Le dimissioni dalle cariche infedelmente esercitate, l'espulsione dal partito o movimento o associazione o gruppo, l'esclusione da ogni futura candidatura elettorale o da qualsiasi funzione pubblica, le esplicite scuse.

La democrazia non è semplicemente «governo del popolo», ma «governo in pubblico». La democrazia esige che tutti i cittadini siano messi in condizione di partecipare al governo della cosa pubblica, in primo luogo come titolari di un potere di controllo diffuso, fondato proprio sulla conoscenza. Perché «la luce del sole è il miglior disinfettante», come diceva, con una espressione che è diventata quasi un proverbio, il giudice americano Louis Brandeis, riferendosi proprio alla necessità della trasparenza come strumento principe per la lotta alla corruzione.

Assistiamo ad una pubblicizzazione della sfera privata [...] e a una inammissibile privatizzazione della sfera pubblica, non solo attraverso il brutale impadronirsi delle risorse comuni per soddisfare interessi privatissimi, ma anche, e forse soprattutto, perché le istituzioni vengono intensamente piegate al tentativo, mai abbandonato, di creare una rete di protezione rinnovata e più resistente a tutela di corrotti, corruttori, immorali. Le mosse le conosciamo. Leggi ad personam, bavagli all'informazione, azzeramento d'ogni controllo.

-1991

Il nostro ceto di governo [...] ha badato alla propria coesione interna, più che alla sua rispettabilità pubblica. E così ha fatto quadrato intorno ai propri ladri, malversatori, tangentari, procacciatori, finanziatoriHa rifiutato di accettare la distinzione, ovvia, tra accertamento giudiziario di un reato e comportamenti che, sia pure sfuggiti in qualche modo tra le maglie della giustizia, rimangono politicamente inaccettabili, ed ha così mantenuto al loro posto anche persone colpite da un paio di condanne, sia pure non definitive, o assolte in modi acrobatici. Ha trasformato in indebita persecuzione la sacrosanta richiesta di non affidare la gestione di pubbliche risorse a chi sia stato sospettato di attività illecite. Ha urlato contro le opposizioni che invocano pulizia. Ha presentato come disturbatore o irresponsabile chi adempiva all'ovvio dovere di denunciare i casi di corruzione. E così ha mantenuto al loro posto, o reintegrato allegramente o riciclato in maniera vantaggiosa, personaggi che qualsiasi sistema politico democratico avrebbe espulso senza esitare.

L'irresistibile fascino della corruzione è alimentato da un modello che misura tutto con il denaro.

Troppe cose, insomma, inducono a temere che neppure le denunce documentate riescano a produrre l'indignazione che muove le montagne. C'è il rischio, anzi, che di fronte ad un panorama così largo e così desolante qualcuno si convinca che davvero non si può far nulla. E tuttavia buone azioni civili devono essere fatte, senza preoccupazioni, senza badare alla convenienza. Quando illegalità e abusi vengono documentati, c'è sempre la speranza che qualcuno almeno si vergogni; e che altri comincino a rendersi conto che proprio da qui deve iniziare una reazione e che la ricostruzione della moralità pubblica è, oggi, il più ricco dei programmi politici e la più grande delle riforme.

- 1992
Oggi la crosta protettiva del gran sistema della corruzione comincia a rompersi. La complicità diffusa, che aveva assicurato consenso e tenuta a quel sistema, si sta rovesciando in una ripulsa sociale della quale già si sono misurati gli effetti nelle ultime elezioni. Nasce così un problema politico: offrire a quella protesta la possibilità di uno sbocco diverso da quello leghista. Ed un problema istituzionale: far sì che l'azione della magistratura possa proseguire al riparo da qualsiasi condizionamento. Come altre volte nella storia di questa Repubblica, sono stati i vituperatissimi magistrati a ridare respiro alla democrazia, a lasciarci almeno credere che l'illegalità non è destinata inevitabilmente a prevalere. Ma provate a immaginare che fine avrebbe fatto l'inchiesta di Milano se i giudici che indagano fossero stati sottoposti - come qualcuno continua a chiedere - a qualche forma, sia pure indiretta, di controllo politico.
Si muova, dunque, il Pds. Ripeta a voce altissima, mentre si parla di programmi di governo, che l'autonomia e l'indipendenza della magistratura non si toccano. Faccia parlare i suoi amministratori e, dove esistono situazioni sospette, non esiti a tirarsene fuori. Dimostri con i fatti di meritare un nuovo consenso, e chieda ai cittadini di accompagnarlo nella difficile impresa di restituire moralità alla politica.

- 1997
Ministri potenti proponevano ufficialmente e senza pudore la legalizzazione della tangente. [...] Le ricchezze clamorosamente illegittime venivano clamorosamente esibite. Erano segni del potere, e non dell’impudenza: e dunque suscitavano non ripulsa, ma ammirazione e, soprattutto, accettazione. Non si assisteva soltanto alle gesta di quei potenti. Si voleva imitarli, ed essi spingevano all'imitazione perché così cresceva il consenso sociale alla corruzione e alla rete di complicità. Qualcuno chiamava tutto questo capacità di un ceto politico moderno di non isolarsi, di vivere in sintonia con una società dinamica, ricca e complessa.

Le proposte di controllo della magistratura, il fatto di presentarla come protagonista di un grande complotto, le accuse di «accanimento giudiziario» vengono usate per trasformare tutti gli imputati di Tangentopoli in perseguitati politici, con un oblio improvviso dell'indecente e provatissima trama di ruberie di cui furono artefici. Al grido di «così fecero tutti», ormai si esibisce come titolo di merito e d'assoluzione l'aver rubato per il partito, e si propone di depenalizzare il finanziamento illecito dei partiti. E non ci si avvede dell'anormalità di questa affermazione in situazioni nelle quali il finanziamento illecito altera la competizione democratica ed apre la via alle ruberie private.

Non si può eternamente vivere sotto il peso di un passato che non passa. 

So che parlare di questione morale disturba. Ma è la grande questione politica aperta e irrisolta. Se davvero la politica vuole riprendere il sopravvento, deve rendersi conto che le sue regole devono essere assai più severe di quelle del codice penale.


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...