30 giugno 2013

Sempre di domenica #6 [di numeri sette e tanto amore]

Temporali. Tre coperte sul letto. Pigiama che è tornato lungo. Gambe che non vedono più il sole e si spellano. Mancanza totale di corrente durante Urugay-Brasile. Mancanza di corrente a intermittenza fino al cinquantesimo di Italia-Spagna.
L'ultima settimana di giugno è stata tutto questo, tanto che, a tratti, siamo stati costretti a seguire la telecronaca della semifinale del torneo brasiliano con la radiolina! Fantastico. Solo per cinque minuti però, tutto sommato la fortuna ha fatto sì che i tuoni più forti si sentissero durante l'intervallo. La Confederations Cup certamente non è paragonabile all'emozione dei mondiali, però l'altra sera si giocava comunque Italia-Spagna, noi contro i più forti del mondo, quindi un po' di adrenalina c'era, anche se personalmente ero convinta che avremmo preso dieci goal come Tahiti. Invece no. Siamo arrivati addirittura ai rigori! Noi, contro i più forti del mondo. Abbiamo perso sette a sei, alla fine.
Sette, già. Lo stesso numero che è rimbalzato di tweet in tweet, occupando i primi titoli dei telegiornali e dei quotidiani, all'inizio della settimana, quando è diventata reale la sentenza profetizzata da Nanni Moretti ne "Il caimano": sette anni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici per il nostro povero perseguitato politico, caduto vittima della magistratura comunista.
Ovviamente alla sentenza è seguito il grido lanciato da Giuliano Ferrara, grido raccolto dalle donne del Pdl con in prima fila, come ti sbagli, la Santanchè e quella maglietta: siamo tutte puttane. Esserne consapevoli è importante. Ok, per evitare di insultare troppa gente, con questa storia del caimano mi fermo qui. Che è meglio, come direbbe il puffo Quattrocchi.

Parliamo di una cosa bella. Una notizia che viene da oltre l'Atlantico, dall'America, fonte di profonde
contraddizioni, ma capace anche di dare lezioni di democrazia. Eccola l'America che non ti aspetti: quella che sostiene che il matrimonio non è solo quello celebrato tra uomo e donna.
#LoveIsLove, ha scritto Obama nel suo tweet e non è che ci sia granché da aggiungere. Personalmente vedo il matrimonio in modo piuttosto cinico e materialista, lo vedo per quello che, mi sembra, in fondo sia: un contratto. Non credo che l'amore abbia bisogno del matrimonio, penso solo che quelle firme siano una tutela per entrambi, nel caso qualcosa dovesse andare storto. Motivo per cui mi sembra più che giusto che tutti siano tutelati allo stesso modo di fronte alla legge.
Quando l'uguaglianza promessa dalla Costituzione diventerà reale anche da noi in Italia? Ce n'è di tempo, mi sa.
Siamo proprio un Paese strano. Ci scandalizziamo per due uomini che si amano normalmente e, nello stesso tempo, ci piace tanto tanto un presidente del consiglio concussore, corruttore, condannato pure per prostituzione minorile (ho usato il plurale maiestatis ma specifico che in quel "noi" non ci sono io). Benvenuti in Italialand dunque, il vero Paese delle meraviglie.
Su questa bella sentenza, quella americana non la nostra eh, vi invito a leggere questo post di Zac. E sempre su questo argomento, vi voglio far conoscere anche un altro post che mi ha aperto gli occhi, ormai quasi due anni fa. Da quando mi ricordo sono sempre stata favorevole ai matrimoni per i gay, mentre per l'adozione ero titubante, piuttosto indecisa e forse più vicina al no. Un giorno poi ho letto questa conchiglia di Queen Father depositata sulla spiaggia di Nina e allora ho capito che semplicemente quello di cui ha bisogno un bambino è amore. #LoveIsLove. Punto. Basta. E chi dice che magari poi i bambini che hanno due padri o due madri sarebbero presi in giro dagli altri bambini nati da coppie etero, dovrebbe preoccuparsi di come li educa i suoi figli, frutto dell'amore di un uomo e di una donna. Tu educa il tuo bambino a rispettare gli altri e la diversità e non ci saranno problemi. Quel post che ho linkato mi ha mostrato le cose attraverso una nuova prospettiva, facendomi vergognare un po' dei pensieri che avevo prima.

[Questo non c'entra niente con il "Sempre di domenica", ma da qualche parte dovevo scriverlo. 
Leggendo qua e là in vari blog ho scoperto che da domani andrà in pensione Google Friend Connect, che per chi ha un blog su blogspot è il principale mezzo di lettura dei blog altrui. A me il problema non si pone perché da molto tempo ormai ho organizzato tutti i blog che seguo su Goodnoows, quindi non credo che avrò problemi da domani per ricevere i vostri aggiornamenti. 
Ho notato che quasi tutti i blog hanno sostituito il fu Google Reader con Bloglovin, quindi se volete continuare a leggere quello che scrivo da lì non c'è problema perché ci trovate anche il mio blog. QUI. C'è anche il pulsante nella colonna a destra del blog. Un clic e tutto torna come prima! 
Sì, lo so che sono un disastro con le comunicazioni di servizio. Detto tra noi non ci capisco nemmeno un granché.]

♥ Foto della settimana [#LoveIsLove]
La Repubblica
♦ Citazioni della settimana
♣ Sono disposta ad aspettare quanto occorre, quanto ti occorre. Perché “quello che c’è tra noi" merita l’attesa. David Grossman

♠ Gli occhi fanno quel che possono, niente meno, niente più. Tutto quello che non vedono è perché non vuoi vederlo tu. Ligabue

♥ È un cattivo cuoco quello che non sa leccarsi le dita. William Shakespeare

♦ Immagini [about love]
[come al solito le immagini non sono le mie, ma provengono da tumblr]

26 giugno 2013

Mandami tanta vita, frasi [Paolo Di Paolo]

I advance for as long as forever is.
(Io vado avanti quanto dura il sempre)
DYLAN THOMAS, Twenty-four years

Era il tempo delle lettere (clic)

Nella monotonia della sua esistenza, confidava che un gesto, anche insignificante, un gesto da niente fatto con opportuna concentrazione, con la giusta dose di tensione e di speranza, potesse produrre un cambiamento improvviso.

È appena cominciato, questo 1926, senza promettere nulla di buono. Se non è indietro con gli esami, Moraldo è indietro con le convinzioni. Si spacca la testa sulla filosofia, ma i concetti gli esplodono dentro appena crede di averli afferrati. Kant e Hegel tossiscono alle sue spalle come vecchi zii burberi. Il punto non sarebbe nemmeno capire loro, ma piuttosto sé stesso. Dov'è lui, rispetto a loro. Che cosa pensa di preciso. Qual è la sua ossatura morale. Invidia la facilità con cui molti coetanei sanno dove stare. Nel posto in cui fregarsene di tutto, senza rimorsi; o in quello dove accalorarsi, spendersi, dare di testa. Il posto dove essere qualcosa.

Si può voler bene a qualcuno per ciò che è. Senza nulla intorno. Lui le rispondeva male, sbraitava. Che significa? Ciò che è, ciò che è, si ripeteva nella testa, e sentiva che non avrebbe saputo dirlo, di sé, ciò che era. So dire cosa faccio, cosa non faccio, ed è tutto.

Ama le cose che si ripetono e ama il fatto che si ripetano, considera le abitudini stampelle della vecchiaia, la sola possibilità di non inciampare e cadere.

Il movimento della vita quando comincia, o quando finisce, scalza tutto il resto, è un vento inarrestabile che scompiglia i pensieri.

Vorrebbe accarezzare il figlio, ma sente di avere dita inadeguate al gesto. Una cosa tanto fragile e tanto viva gli pare di non averla mai conosciuta.

Quando smetti di essere un bambino, non te ne accorgi. È una campanella che suona più a lungo del previsto, o semplicemente il risultato di un'estate. Quando smetti di essere adolescente, no, nemmeno di questo ti accorgi. Stai correndo. Stai per perdere un treno. Sei concentrato solo in quella corsa. [...]
E quando smetti di essere giovane?
Lì no, impossibile non accorgersi: una sequela di avvisaglie, di avvertimenti ti incalza, conferma che si sta esaurendo la scorta di benevolenza che il tempo e il mondo ti hanno destinato. Che cosa si guadagna, crescendo? Dove non avresti immaginato conflitti, è proprio là che esplodono, con una violenza che può lasciarti stordito. Non c'è quasi più niente che somigli a un dono. Tutto ha l'aria di una promessa non mantenuta.

Non si arriva all'astrattismo senza passare dal realismo.

I libri - gli mancheranno uno per uno, anche quelli che non sa più di avere. Amati come poco altro al mondo: li sfiora. Hanno dato senso alle giornate, le hanno riempite. [...]
Tanto i libri non si muovono, Piero - lei lo guarda dalla soglia dello studio, i libri aspettano, si caricano di polvere, diventano fragili e gialli come le mani dei vecchi, però restano.

Non gli è mai capitato di scriverne, ma forse vengono così, le poesie: senza dare il tempo di provarne vergogna.

Non si torna indietro dalle parole dette, non si recede dalle convinzioni.

Dunque la vita è soprattutto questo? Ciò che non lascia traccia.

Sarebbe comodo essere chiocciole con il guscio addosso, casa sempre sulla schiena. Siamo animali che soffrono all'addiaccio e non sanno scavarsi tane.

Dove resta scritto, dove resta segnato l'amore che facciamo? Il piacere, esiste solo provandolo. Tutta la concentrazione del mondo, un minuto dopo, non servirebbe a riafferrarlo là dove è svanito.

Per scrivere, per parlare, si è costretti a cambiare luogo, a strapparsi le radici dai piedi?

C'è sempre qualcosa di maestoso nell'avere davanti agli occhi gli occhi di chi ha formato la tua mente.

Si rimetterà in forze. Ammalarsi non è che una nostra distrazione, un cedimento. Se stessimo sempre all'erta, se non ci distraessimo mai, forse non ci ammaleremmo. Forse è solo per distrazione che moriamo.

Un libro, quando è diventato un libro, è una cosa nuova, una cosa che prima non c'era, non c'era in natura e adesso esiste, come un essere umano al primo vagito, come una pianta, come ogni genere di cosa che cresce.

Ritiene di essere passato molto vicino a qualche cosa di importante, che poteva cambiargli la vita. Ritiene che non è semplice riconoscere queste occasioni: nel corridoio della realtà, sono porte che si aprono improvvise, passa qualche minuto, un'ora, il vento le fa sbattere per un po', poi le chiude. Ritiene che, non potendo aspettarsi niente di preciso, poteva perciò aspettarsi tutto. Sta per convincersi, si è già convinto che addentrarsi e sostare nello spazio imprevedibile, convulso dell'esistenza di lei, non gli avrebbe tolto ma aggiunto. Aggiunto qualcosa che adesso non ha. Non sa, non può immaginare cosa.

Esiste davvero qualcosa che possa lasciare traccia, in questa eterna confusione del mondo? Un'azione, un gesto umano in grado di modificare il corso delle cose? Si può agitare l'acqua di un lago con la forza delle nostre dita? Il tempo di una singola vita umana non permette di misurare il risultato di una battaglia, ma non per questo perde senso lottare. È così, monsieur, è vero? Potrebbe chiederlo al tassista. Potrebbe aprire il finestrino e domandarlo ai passanti, gridare Le idee, almeno le idee, ci sopravvivono? Forse anche i sentimenti.

Bisogna restare politici nel tramonto della politica.

Proverà a non diventare mai uno di quei padri che sorridono agli entusiasmi, ai sogni dei figli, che alzano le spalle e li trattano da illusi. Infinite volte è capitato anche a lui di essere liquidato come un ingenuo, con quel paternalismo, con il disincanto di chi ha già perduto la propria battaglia. Vorrebbe, in questo, non diventare mai come gli altri, come gli adulti.

Ragiona su quanto siano diverse, da vicino, le persone che abbiamo idealizzato. Le abbiamo astratte dalla realtà sino a farne i nostri feticci, i nostri fantasmi. Che ne è, per esempio, dell'aria spavalda che gli attribuiva? Che ne è della forza, della sicurezza. Del piglio fiero con cui, a passi svelti, sembrava sempre diretto verso un luogo preciso. Adesso, accanto a lui, l'oggetto della sua ammirazione, della sua invidia, del suo rancore sembra sperduto. Fragile al punto che da un momento all'altro potrebbe svanire, dissolversi, lasciando vuoto e inerte sulla panchina, come un guscio, il cappotto spesso.

Sentire di non aver fatto abbastanza per evitare ciò che comunque non è possibile evitare, avere per un minuto, all'improvviso, la sensazione che non sia accaduto niente, che si può aspettare anche chi non può tornare, che si possa fare soltanto questo: aspettare, nelle stanze rimaste vuote, intoccabili, congelate, fino a che piomba in un'ora del pomeriggio tutto insieme il peso dell'assenza - devastante, lugubre, senza speranza - o dentro notti infinite, tormentate e nere come questo inchiostro, fino a che con ogni atomo di noi, a una profondità che ci toglie il respiro, sentiamo l'irrimediabile, e che tutto questo è reale, reale come la vita che continua, mentre di un uomo si è costretti a dire era, è scomparso - e una parte di noi con lui.



♥ I miei scarabocchi su "Mandami tanta vita", Paolo Di Paolo

25 giugno 2013

Mandami tanta vita, Paolo Di Paolo

Esiste davvero qualcosa che possa lasciare traccia, in questa eterna confusione del mondo? Un'azione, un gesto umano in grado di modificare il corso delle cose? Si può agitare l'acqua di un lago con la forza delle nostre dita? Il tempo di una singola vita umana non permette di misurare il risultato di una battaglia, ma non per questo perde senso lottare. È così, monsieur, è vero? Potrebbe chiederlo al tassista. Potrebbe aprire il finestrino e domandarlo ai passanti, gridare Le idee, almeno le idee, ci sopravvivono? Forse anche i sentimenti.

Volli, fortissimamente volli questo libro. Perché dell'autore qualche tempo fa avevo già letto, e apprezzato, Dove eravate tutti. Perché poi un giorno ho letto questo post di Pippo Civati che mi ha ulteriormente incuriosita. Perché ho visto un booktrailer molto molto bello.
Non è stato casuale insomma che lunedì, entrando in libreria, io ne sia uscita con Mandami tanta vita. Era proprio quello che volevo. Quello che stavo cercando. Spesso quando da un libro mi aspetto grandi cose finisce che poi resto delusa, ma non è stato questo il caso. Mandami tanta vita, finalista al premio Strega di quest'anno, è bellissimo. Quindi, anche se è l'unico finalista che ho letto, ho deciso che tifo per lui. Per Piero e le sue idee, per il suo pensiero, per il suo amore, per il suo esilio, per i suoi venticinque anni mai compiuti; per Ada, la sua mandante di vita; per Moraldo, per la sua indecisione, per la sua incertezza, per le sue fragilità; per Carlotta e la sua libertà; per Torino, che sembra una città davvero magica tra queste pagine.

È proprio a Torino che, negli anni venti, si sfiorano le vite di due ventenni molto diversi tra loro.
Da un lato c'è Piero, un ragazzo bruciato dalla sua passione per la cultura, magro magro, con gli occhialetti sul naso, Piero che ha ventiquattro anni ed è già stato fondatore di varie riviste, ha perfino aperto una casa editrice che, tra le altre cose, ha pubblicato anche "Ossi di seppia", la raccolta di poesie di un nuovo e promettente poeta.
Dall'altro lato c'è Moraldo, che osserva Piero a debita distanza, gli invidia la forza, il coraggio, la vivacità, la capacità di dire sempre quello che pensa, di sapere da che parte stare, di essere qualcosa. Moraldo non è niente di tutto questo, perciò la prima sensazione che prova, quando sfiora Piero, è di forte antipatia.
Hanno la stessa età, eppure sembra che ci corrano secoli tra i due. In comune hanno solo umili famiglie d'origine che hanno fatto grandi sacrifici per farli studiare. Entrambi vanno all'università. Moraldo non è indietro con gli esami, ma con le convinzioni sì. Piero nemmeno con quelle. Brucia di passione, di cultura, di idee, di parole. Ha una fretta immensa di conoscere, scrivere, pubblicare. Una fretta immensa di imparare mille cose, come se sentisse di non avere poi tanto tempo a disposizione per dimostrare il suo valore. Agli occhi di Moraldo il Giovane Editore appare come un esempio da seguire, nonostante la sua apparente spocchia, nonostante la sua grande sicurezza, forse eccessiva per i suoi pochi anni, nonostante sembri che sappia già tutto quello che c'è da sapere. Moraldo darebbe qualsiasi cosa per avere in sé un pezzettino di Piero, lo guarda da lontano, lo segue, lo ammira. Sa quasi tutto di lui, tanto che un giorno decide di scrivergli una lettera per proporsi come collaboratore nella sua rivista. Era il tempo delle lettere quello lì. Moraldo attende la risposta di Piero, ma niente, non riceve nulla. Non sa che il suo compagno d'università, divenuto padre da un mese e mezzo, ha dovuto lasciare l'Italia fascista. È andato da solo a Parigi, per ricostruire una casa editrice all'insegna della libertà, quella libertà che l'Italia non sa più dargli. Piero è giovane ed è pieno di idee, non è certo il tipo di persona che si tappa la bocca se questo è ciò che impone il potere.
Il Piero della storia non è un Piero qualunque, è Piero Gobetti, il giovane intellettuale antifascista morto a ventiquattro anni in una clinica francese, in esilio. È il Piero Gobetti che pubblica uno sconosciuto Montale. Un Piero Gobetti che, per come viene raccontato in questo libro, sarà sicuramente felice di sapere che le idee, quelle sì, sono sopravvissute.
Piero dunque è un personaggio reale, affiancato (ammirato e spiato più che altro) da un coetaneo frutto della fantasia dell'autore, inventato eppure estremamente reale nelle sue caratteristiche. Di Piero Gobetti ce n'è stato solo uno, di Moraldi chissà quanti. Piero è un energico combattivo, pazzamente innamorato della famiglia che ha costruito così giovane, di Ada, di suo figlio Paolo. È uno per cui è probabile che avrei avuto la stessa prima impressione di Moraldo: antipatia. Di fronte alla sua sicurezza avrei storto il naso e pensato: ma chi si crede di essere questo qui? L'avrei invitato a scendere dal piedistallo, minimo. Eppure aveva buone motivazioni per essere lì, un gradino sopra i Moraldi. Piero non girava la testa dall'altra parte, lavorava quattordici ore al giorno, faceva nascere i libri e scopriva perfino Montale. Era tanto impegnato pubblicamente quanto nel riuscire ad apparire senza la benché minima incertezza o fragilità.
Spontaneamente invece Moraldo ha conquistato subito la mia simpatia. Perché Moraldo lo sono stata anch'io, lo sono ancora per molti aspetti. Ho le mie idee, non sono indietro con le convinzioni politiche, ma con tutte le altre, probabilmente, sì. Ho la mia idea di giusto e sbagliato, per il resto però sono Moraldo, affezionata alle mie confortanti abitudini, pronta a invocare un piccolo evento per produrre un grande cambiamento nella mia semplice vita. Timida, in disparte, un passo indietro forse, più propensa a guardare gli altri da fuori e a immaginare le loro storie, piuttosto che in grado di andare lì nel mezzo, buttando in faccia a uno sconosciuto un sorriso e una parlantina sciolta. Come Moraldo ho regalato il mio cuore a chi non lo meritava, come Moraldo dirigo splendidi film d'amore esclusivamente mentali. Come Moraldo ammiro profondamente quelli che sanno con certezza chi sono e che cosa vogliono essere, in futuro.
Non si sa che cosa ne sarà di Moraldo dal momento in cui apprende della morte del suo Giovane Editore. A me piace immaginarlo con una matita in mano, intento a spiare gli altri per far diventare i loro volti caricature. Lo immagino ancora silenzioso e timido, ma capace di scegliere da che parte stare. Magari sarà con una donna più giusta per lui di quanto lo fosse Carlotta. Carlotta se la terrà stretta nel cuore, la ricorderà come una delle coincidenze più belle della sua vita, consapevole però che l'amore è un'altra cosa. Me lo immagino con un figlio col nome scelto da lui: Piero.
Proverà a non diventare mai uno di quei padri che sorridono agli entusiasmi, ai sogni dei figli, che alzano le spalle e li trattano da illusi. Infinite volte è capitato anche a lui di essere liquidato come un ingenuo, con quel paternalismo, con il disincanto di chi ha già perduto la propria battaglia. Vorrebbe, in questo, non diventare mai come gli altri, come gli adulti.

Sono davvero felice di aver letto questo libro. Per vari motivi.
  1. Perché ho conosciuto Piero Gobetti, non solo di nome ecco. Adesso so che aveva una moglie con cui si scriveva in russo, quando erano segretamente innamorati, per non far capire ai loro genitori che cosa li univa. Perché il loro amore è davvero forte, viscerale, totale. Così giovani e così maturi, così lontani dai ventiquattrenni di oggi.
  2. Per l'impacciataggine e l'inesperienza di Moraldo, che fanno tenerezza.
  3. Perché bisogna restare politici nel tramonto della politica.
  4. Perché ognuno di noi ha le proprie persone da ammirare, persone da cui prendere esempio o più sterilmente solo da invidiare.
  5. Perché a volte anch'io mi chiedo quando finirà la giovinezza. Ci sarà un giorno preciso? Me ne accorgerò davvero? Quand'è che si diventa grandi sul serio? Nel mio immaginario ho sempre posto un'asticella ideale a venticinque anni, ma so che poi sarà tutto più complesso e più sfumato di una cifra diversa nella nostra età. 
  6. Perché le coincidenze mi affascinano enormemente. E nel libro ce ne sono tante, a partire da quella valigia scambiata per un errore che trascina Moraldo a Parigi, dove non ritroverà l'amore, come lui sperava, ma, ancora casualmente, incrocerà di nuovo Piero, poco prima della sua morte prematura.
  7. Perché mi piace la storia italiana e nei due libri di Paolo Di Paolo che ho letto l'ho sempre trovata.
  8. Perché l'ho trovato un libro molto poetico e dolce.
  9. Perché credo che tutto sommato sia un inno alla giovinezza, che ti fa venire voglia di dire: ok, non sarò certo un Piero Gobetti, ma magari potrei essere più di un Moraldo spettatore delle vite altrui incapace di vivere la propria. Una via di mezzo. Niente di eccezionale, ecco, solo una persona in grado di esprimere al cento per cento se stessa, senza troppi timori, tremori, sudori, paure. Essere se stessi, nient'altro.
  10. Perché l'ultima parte dell'ultimo periodo mi ha fatto venire i brividi. Nessuna parola può esprimere meglio lo stato d'animo di questi miei giorni.                                                              
                                           [...]sentire di non aver fatto abbastanza per evitare ciò che comunque non è possibile evitare, avere per un minuto, all'improvviso, la sensazione che non sia accaduto niente, che si può aspettare anche chi non può tornare, che si possa fare soltanto questo: aspettare, nelle stanze rimaste vuote, intoccabili, congelate, fino a che piomba in un'ora del pomeriggio tutto insieme il peso dell'assenza - devastante, lugubre, senza speranza - o dentro notti infinite, tormentate e nere come questo inchiostro, fino a che con ogni atomo di noi, a una profondità che ci toglie il respiro, sentiamo l'irrimediabile, e che tutto questo è reale, reale come la vita che continua, mentre di un uomo si è costretti a dire era, è scomparso - e una parte di noi con lui.

♥ Le frasi che ho sottolineato 

24 giugno 2013

Era il tempo delle lettere

Era il tempo delle lettere. Planavano come stormi sopra la città di mattina presto. Le buste si bagnavano di pioggia e poi si gonfiavano, fino a diventare scrigni. Non ti scriverò più perché sarebbe troppo tardi - Arrivo martedì o mercoledì - Avrei un mucchio di cose da raccontarti - Mi sono giunte questa mattina le tue parole - Se mi scrivi, fallo presto, perché la tua lettera non vada poi perduta.
A volte custodivano ciocche di capelli, banconote, rischiando sempre di perdersi, di tornare indietro, con un segno brutale che cancellava il nome del destinatario. Le grafie, i francobolli, le timbrature, talvolta la ceralacca e perfino le macchie di giallo, le gocce di profumo: questo era ciò che le faceva uniche, inconfondibili come volti umani. Gli anni di guerra le avevano rese vitali, preziose come poche cose al mondo: potevano brillare a lungo nelle cucine buie, tenere con il fiato sospeso le madri fino al prossimo segno di vita dei figli. La vita era anche questo - scrivere lettere, aspettarle. C'era gente che tossiva per ore, o piangeva, poi stendeva la carta velina contro una finestra, per sapere quello che non c'era scritto. C'erano frasi d'amore mascherate sotto caratteri esotici, per aggirare la censura domestica, padri e madri sospettosi e in allerta. C'erano gli auguri e c'erano i lutti, i vecchi che morivano, i bambini che nascevano, c'erano sempre, sempre, le malattie, e qualcuno da mettere al corrente. A volte, da giovani, bastava la bellezza formale e senza scopo di mettere in cima al foglio il nome di un luogo e una data. E un'ora esatta del pomeriggio, se era per amore. San Bernardino di Trana, 14 agosto 1920, ore 18. Cercare qualcuno, gettare un amo. Illustrissimo signor professore, una cosa che sempre mi fa meravigliare di Lei è la prontezza e l'ordine del rispondere a tutte le lettere, anche alle mie. Nascevano da lontano sodalizi e dissidi, dialoghi lunghissimi e accaniti che non temevano i chilometri, né le catene montuose, i mari, quando la geografia li prevedeva. Il punto, il più delle volte, era semplicemente questo, dire a qualcuno Sono qui, sono vivo. Sono arrivato, sono salvo. Domani parto, non sono morto. Ti confermo che il treno arriva giovedì alle dieci e un quarto. E il treno in effetti arrivava, con un leggerissimo ritardo.






tratto da "Mandami tanta vita", di Paolo Di Paolo 

23 giugno 2013

Sempre di domenica #5 [di maturità, ricette calcistiche e libri belli]

Di solito il post che pubblico la domenica lo scrivo prima della domenica, ma questa settimana non ho fatto in tempo ad anticipare niente, cosa che in effetti non mi sorprende. La mia capacità organizzativa è pari a zero, da sempre, anche quando andavo a scuola ero un disastro: se per mercoledì non c'erano compiti passavo il martedì a oziare senza preoccuparmi del fatto che per giovedì ero carica di capitoli da studiare. Tutto questo per dire che, al contrario di quanto ho fatto finora, scrivo proprio adesso, dopo aver guardato Italia-Brasile in compagnia, tra patatine, perline e cannoli con la crema fatti oggi pomeriggio.
Che buoni i cannoli con la crema! Ho rubato la ricetta ad Anna Moroni e, vi assicuro, ne vale proprio la pena. Ve la consiglio appassionatamente. Guardate qui e mettete in pratica, su! Bon appétit! 
Ah, per rimanere sempre in tema calcistico e dolciario, tanto che ci sono, vi consiglio anche le meringhe tricolori, che avevo preparato l'anno scorso, in occasione di quella finale europea terminata con uno schiacciante, e umiliante, poker spagnolo a nostro discapito. Forse non hanno proprio portato fortuna, però senza dubbio erano buonissime! Quindi su, provate anche queste!

Ho trovato un blog molto carino qualche giorno fa: Un secolo breve. Il nome richiama immediatamente l'opera di Eric Hobsbawm ed è una specie di diario della storia del secolo scorso, un diario scritto dalle prime pagine di due quotidiani che hanno messo a disposizione il loro archivio: La Stampa e L'Unità. Mi piace molto il blog perché adoro sia la storia sia le prime pagine dei quotidiani, tanto che, quando penso di vivere un evento importante, corro in edicola e compro il giornale solo per conservarlo. Altrimenti leggo tutto su internet. Per il momento, ad esempio, ho la prima pagina del giorno in cui abbiamo vinto i mondiali, del giorno del primo insediamento di Obama, con quel suo meraviglioso discorso che poi ho messo pure nel tema di maturità, perfino del giorno in cui si è dimesso Berlusconi nel 2011, "Mai più" diceva il primo titolo de Il Manifesto (temo di poterlo anche buttare quel giornale lì). In sintesi colleziono le prime pagine che mi piacciono, quindi un blog del genere non può che farmi impazzire.

Settimana calda, di estate che arriva anche sul calendario, di Confederation Cup, di un'Italia che a mezzanotte gioca contro un'incredibile Giappone (che nemmeno quello di Holly e Benji era così forte...), settimana della maturità, di Magris e temi completamente fuori programma. Quelli del ministero non devono avere la più pallida idea di quello che si studia concretamente a scuola. Secondo me sono più interessanti e con maggiori spunti di riflessione le tracce sulla seconda metà del novecento, ma non ha senso proporli in una scuola dove, nella stragrande maggioranza dei casi, si arriva alla seconda guerra mondiale con difficoltà, in una scuola dove Montale, se si fa, si fa di corsa, dove Pasolini nemmeno si nomina. Non ha senso. I programmi devono essere svecchiati, ma proprio tanto, secondo me.
Comunque, mentre i maturandi sudavano maledicendo Magris, mentre questo blog compiva gli anni, mi sono regalata ben tre libri che volevo da tanto tempo. Il primo è uno dei cinque finalisti al premio Strega di quest'anno: "Mandami tanta vita" di Paolo Di Paolo, l'ho finito di leggere ieri e non mi è solo piaciuto, di più. Bello bello bello (presto ci scarabocchierò sicuramente su). A proposito di prime pagine, nell'altro romanzo che ho letto di Paolo Di Paolo, "Dove eravate tutti", la storia è costellata dei titoli dei quotidiani degli anni, cosiddetti, zero. C'è bisogno di aggiungere che mi era piaciuto anche quel libro? Credo di no. Ho comprato anche "Non ti muovere", perché tempo fa ho deciso che voglio leggere tutto quello che ha scritto la Mazzantini. E poi, oggi, ho finalmente portato a casa il nuovo romanzo di Khaled Hosseini. Sarà bellissimo, lo so. Lo dico sulla fiducia. Non vedo l'ora di leggerlo.
Insomma, ho speso un po' più di quello che avrei dovuto, ma quando si tratta di libri che volli, così fortissimamente volli, bhè...non mi sento poi troppo in colpa.

♥ Foto della settimana [Mentre negli stadi si gioca...]
La Repubblica
♦ Citazioni della settimana
♣ Di solito la notte la passo a dormire accanto a me che sto sveglio. Federico Fellini

♦ Non troverai mai arcobaleni se guardi in basso. Charlie Chaplin

♥ Il segreto è non correre dietro alle farfalle. Il segreto sta nel curare il tuo giardino perché esse vengano da te. Mário Quintana

♣ Immagini [di una settimana di libri belli]

[come al solito le immagini non sono le mie, ma provengono da tumblr]

21 giugno 2013

Io prima di te, frasi [Jojo Moyes]


Come potevo spiegare a quest'uomo quanto desiderassi lavorare? Aveva la minima idea di quanto mi mancasse il mio vecchio impiego? La disoccupazione per me era sempre stata un concetto astratto, qualcosa di cui si parlava ripetutamente nei telegiornali in relazione a cantieri navali o case automobilistiche. Non avevo mai riflettuto sul fatto che la mancanza di un lavoro potesse essere dolorosa come la mancanza di un arto, un pensiero costante, tormentoso. Non avevo considerato che, oltre agli ovvi timori riguardo il denaro e il futuro, perdere il lavoro mi avrebbe fatto sentire inadeguata e un po' inutile. Che alzarsi al mattino sarebbe stato più difficile rispetto a quando la sveglia mi catapultava bruscamente nella realtà.

Avevo ventisei anni e non sapevo chi fossi veramente. Fino al momento in cui avevo perso il lavoro, non me lo ero mai chiesto. Pensavo che magari avrei sposato Patrick, messo al mondo un paio di bambini, e mi sarei trasferita a pochi isolati da dove avevo sempre vissuto. A parte una certa stravaganza nell'abbigliamento e il fatto che sono un po' bassa, non sono poi così diversa da chiunque potreste incontrare per strada. Probabilmente non vi voltereste a guardarmi una seconda volta. Una ragazza normale che conduce una vita normale. In effetti, mi andava bene così.

«Desidero con tutte le mie forze tornare a usare il cervello. Lavorare dal fioraio mi sta logorando. Io voglio imparare qualcosa. Voglio migliorarmi. E sono stanca di avere le mani sempre gelate a forza di stare nell'acqua.»

Si può aiutare solo chi vuole essere aiutato.

«Come, hai sempre vissuto qui? Dove hai lavorato?»
«Soltanto qui. [...] Perché? Che c'è di tanto strano?»
«È una città così piccola. Così limitante. Dove tutto ruota intorno al castello. [...] Penso sempre che questo sia uno di quei luoghi dove la gente desidera tornare quando è stanca di tutto il resto, o quando non ha abbastanza immaginazione per andare da qualche altra parte.»

Vi posso dire con precisione il giorno esatto in cui ho smesso di essere coraggiosa. [...] Mia nonna era morta un mese prima dopo una lunga malattia, e l'estate era avvolta da un sottile velo di tristezza. [...] Io avevo vent'anni e avrei conosciuto Patrick meno di tre mesi dopo. Ci stavamo godendo una di quelle rare estati di assoluta libertà: nessuna responsabilità finanziaria, niente debiti, nessun obbligo di occuparsi di qualcuno. Avevo un lavoro stagionale e tutto il tempo del mondo per imparare a truccarmi, mettere i tacchi suscitando la disapprovazione di papà, e in generale per capire semplicemente chi ero.

«Come pensi che io abbia fatto i soldi?»
«Truffando la gente nella City?»
«Ho capito quello che mi avrebbe reso felice, ho capito quello che volevo fare e mi sono impegnato per cercare il lavoro che mi avrebbe consentito di realizzare entrambe le cose.»
«La fai semplice.»
«È semplice.» disse. «Il punto è che questo comporta anche un sacco di duro lavoro. E la gente non ha voglia di impegnarsi.»

Avrei voluto contraddirla, ma poi mi resi conto che nulla di ciò che avevo fatto negli ultimi sette anni indicava che io avessi l'ambizione o il desiderio di superare i confini del mio piccolo mondo. Seduta là, mentre il vecchio motore stanco dell'autobus brontolava e vibrava sotto di noi, ebbi l'improvvisa consapevolezza che il tempo scorreva veloce e che ne stavo perdendo una parte consistente nei miei brevi tragitti su e giù per la stessa strada, continuando ad aggirarmi intorno al castello, guardando Patrick inanellare giri r giri di pista. Le stesse preoccupazioni insignificanti. La stessa routine.

«So che la maggior parte della gente pensa che vivere nelle mie condizioni sia praticamente la cosa più terribile che possa capitare, ma potrebbe anche andare peggio. Potrei finire per non essere più in grado di respirare da solo o di parlare, oppure avere dei problemi circolatori che potrebbero implicare l'amputazione degli arti. Potrei essere ricoverato per un tempo indefinito. La mia non è una gran vita, Clark, ma quando penso a quanto potrebbe peggiorare certe notti resto disteso sul letto e mi manca il respiro.»
Deglutì. «E sai una cosa? Nessuno vuole sentir parlare di tutto questo. Nessuno vuole sentirti dire che sei spaventato, o che soffri, o che hai paura di morire per colpa di qualche stupida infezione presa per caso. Nessuno vuole sapere come ci si sente a essere consapevoli che non farai più sesso, non mangerai mai più il cibo che hai cucinato con le tue stesse mani o non potrai più tenere tuo figlio tra le braccia. Nessuno vuole sapere che qualche volta mi sento così intrappolato su questa sedia che ho soltanto voglia di gridare come un pazzo al pensiero di trascorrere un altro giorno inchiodato qui. [...] Tutti vogliono vedere il lato positivo. Hanno bisogno che io veda il lato positivo. Hanno bisogno di credere che esista un lato positivo.»

«Io voglio che lui viva. [...] Ma voglio che viva se è lui a desiderarlo. Se non è così, se lo costringiamo a tirare avanti, non importa quanto gli vogliamo bene: diventiamo solo degli altri stronzi che gli impediscono di fare le sue scelte.»

Mi sentivo come mia sorella quando aveva appena dato alla luce Thomas. "È come se guardassi attraverso un imbuto" aveva detto, osservando il suo piccolino. "Il mondo si è ristretto a me e a lui."

Tu hai cambiato la mia vita molto più di quanto questo denaro potrà mai cambiare la tua. 
Non pensare a me troppo spesso. Non voglio pensarti in un mare di lacrime. Vivi bene.
Semplicemente, vivi.


♥ I miei scarabocchi su "Io prima di te", Jojo Moyes

19 giugno 2013

Io prima di te, Jojo Moyes

Può darsi che sia io ad avere un serio problema con le storie d'amore, in tutti i sensi, perfino quando si tratta di libri. Il fatto è che di nuovo, un po' come era successo mesi fa leggendo La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo, di fronte alla storia così romantica raccontata in questo romanzo, di fronte all'amore tra Louisa e Will, mi sono sentita un po' cinica e decisamente poco incline a lacrime di commozione.
A me non è sembrata una storia così credibile e forse per questo non mi ha davvero emozionata, fino in fondo. Mi è sembrato tutto piuttosto scontato. Ogni evento, anche il più piccolo. Una favola, dal finale lieto in base al concetto che ognuno di noi ha della propria vita, probabilmente. Per me sì, è stata una favola a lieto fine.

C'era una volta Will, un giovane ragazzone ricchissimo e bellissimo. Aveva tra le mani una carriera invidiabile e donne meravigliose. Passava il tempo in giro per il mondo e praticava le attività più spericolate. A poco più di trent'anni, quando il suo futuro è pieno di magnifiche aspettative, viene investito da una moto e la sua vita cessa di esistere. Da quel giorno c'è un Will tetraplegico, che può muovere solo la testa. Di quello di prima non rimane niente. Solo qualche foto attaccata al muro, messa lì per ricordargli ogni volta quello che era e non sarà mai più. Non può nemmeno staccarle da solo, quelle foto.
C'era una volta Louisa, detta Lou, figlia maggiore di una famiglia qualunque, anzi più incasinata di una famiglia qualunque. Una Louisa che lavorava da sempre nello stesso bar vicino casa e che aveva da sempre lo stesso fidanzato, Patrick. C'era una volta, dunque, una Louisa con una vita fin troppo normale, anonima, certamente lontana anni luce da quella del Will di prima dell'incidente. L'unica cosa che li accomuna è un punto di svolta nelle loro vite, dopo il quale nulla sarà come prima. Per Will è stato l'incidente a cambiare tutto, per Lou è l'improvviso licenziamento. Lei ha ventisei anni e una vita che è sempre andata avanti per inerzia, adesso si ritrova con niente in mano: non ha qualifiche, non ha particolari sogni e non sa che cosa fare. Sa soltanto che a casa hanno profondamente bisogno del suo stipendio, visto che il padre rischia di perdere il posto di lavoro e la sorella è una ragazza madre che vuole ricominciare a frequentare il college. Per essere loro d'aiuto accetta di badare a un tetraplegico, campo in cui non ha alcuna esperienza. Il contratto è per sei mesi, la paga ottima. In fondo non sembra poi così terribile.
Quello che Lou non sa all'inizio è che cosa significhino quei sei mesi. Lei crede che siano solo un periodo di prova, dopo il quale magari le rinnoveranno il contratto, invece no. Sono i mesi che Will ha dato alla sua famiglia per farli abituare all'idea che lui una vita così non la vuole e che, passato quel periodo di tempo, si farà portare in una clinica svizzera. Quando Lou scopre questo per caso, spiando una conversazione, si sente gelare il sangue. Ormai si è affezionata a lui, alla sua cultura, al suo strano modo di spronarla a pretendere di più da se stessa, al suo strano modo di volerle bene, anche insultandola e trattandola male. No, Lou non può far sì che Will opti davvero per l'eutanasia. Nel tempo che resta si pone un obiettivo: fornire a Will tanti buoni motivi per continuare ad amare la vita, come faceva prima dell'incidente.
E mentre i due iniziano a stringere una vera amicizia, mentre cominciano a frequentare teatri e concerti, il fidanzamento storico di Lou va a rotoli. D'altra parte lei si era già resa conto delle vibrazioni che provava quando era con Will, vibrazioni non esattamente amichevoli. Lou ama Will ed è convinta che nessun ostacolo fisico potrà intaccare il loro sentimento. Sarà tutto possibile per loro due, perché l'amore può sempre, anche quando tutto sembrerebbe senza speranza. Lou è convinta che anche lui sia innamorato di lei e che il loro amore lo terrà in vita.
Ma è vita quella di Will? Lou (secondo me egoisticamente) pensa di sì. Ha bisogno di lui, delle sue parole, delle sue idee, del suo umorismo, non può davvero lasciarlo andare. Per Will, invece, inchiodato su quella sedia a rotelle, senza alcuna possibilità di fare qualcosa da solo, no, non è vita. È solo uno strazio, un continuo ricordare, sapendo che non ci saranno miglioramenti, neanche il più piccolo passo avanti. Niente. Sempre così. Dipendente in tutto e per tutto dagli altri. Non può esistere in questo modo, non può a maggior ragione per tutto quello che ha vissuto nei suoi primi trent'anni di vita. Ama Lou, sì, ma non può darle niente. Non può abbracciarla, non può stringerle la mano, non può farci l'amore. Non la vuole una vita così. Non sarebbe vita, non la vuole nonostante l'amore sincero e genuino di e per Louisa.
Lei non può far altro che dimostrargli tutto quello che prova lasciandolo libero di scegliere una delle poche cose che dipendono ancora dalla sua volontà. Per lei Will ha fatto tanto, l'ha aiutata a tirare fuori potenzialità che lei non credeva davvero di avere. Le ha dato fiducia, le ha insegnato a credere di più nelle sue capacità. E questo Louisa, qualunque cosa farà e diventerà nella sua vita, qualunque viaggio compirà, non lo dimenticherà mai. Non potrà mai dimenticare Will.

The end. Non è proprio un "vissero felici e contenti", ma è comunque la fine che si percepisce fin dall'inizio. Non sorprende insomma.
Quello che Will insegna, a Lou e a tutti quanti, è di vivere la vita attimo per attimo, senza chiudersi in un'esistenza che non ci appartiene davvero, senza rinunciare a pezzi di noi per accontentare solo gli altri. Insomma, la vita è qualcosa che va oltre la meccanica, oltre il respiro automatico, oltre il battito del cuore naturale. Se tutto procede quasi per inerzia non ha senso, diventa solo un'esistenza come tante altre. E se non ci si muove, se ci si limita solo a respirare, senza correre, senza amare, senza viaggiare, senza ballare, allora significa che non si sta, semplicemente, vivendo. E che una vita così non è vita. E che l'eutanasia non è un omicidio, perché quella a cui si pone fine è solo un niente, non certo una vita.
Questo è quello che ha capito Will, sulla sua pelle. Questo è quello che credo anch'io. Molto semplicemente io sono per la libertà di scelta delle persone, per questo esigo dallo Stato italiano una legge sul fine vita. Non perché poi tutti debbano farne uso, compresi quelli che credono che la vita sia un dono di dio e resta tale finché non si spegne autonomamente. Liberi di restare attaccati a una macchina per decenni, se necessario. Non capisco però perché tutti dobbiamo essere condannati a un supplizio del genere, anche quelli che vedono la vita come un qualcosa che va oltre il respiro. Non capisco perché c'è sempre una parte che impone all'altra il proprio pensiero. Non va bene. Vorrei che ognuno fosse libero di decidere per sé. Se ci fosse un referendum voterei a favore dell'eutanasia, non solo perché in una situazione del genere la pretenderei anch'io, ma perché credo nella libertà di scelta delle persone.

Almeno questa (banalotta) storia d'amore alla fine ci può far riflettere su questo, sull'eutanasia. Sempre sull'argomento se non avete ancora visto il film Mare dentro ve lo consiglio vivamente.


♥ Le frasi che ho sottolineato

17 giugno 2013

Due anni di blog

Il venerdì 17 di due anni fa ho pubblicato il primo post in questo blog. Esattamente due anni fa. Non sapevo nemmeno che cos'era un blog, non sapevo che cosa ne avrei fatto, non sapevo quanto sarebbe durato il mio vizio di scrivere qui sopra. Senza un foglio e senza una penna.
Chi mi conosce da tanto tempo si renderà conto di quanto questi miei scarabocchi di pensieri siano cambiati nel tempo. Non escludo che possano cambiare ancora, d'altra parte dietro ogni blog c'è una persona (cosa che non avevo tanto chiaro in mente due anni fa), una persona che col tempo cambia e si evolve, perciò mi sembra anche più che normale che si evolva anche un blog.

Ho cancellato tanti post che mi sembravano troppo personali in questo ultimo anno e adesso l'unica cosa di cui mi preoccupo mentre scrivo è di scrivere qualcosa che poi un giorno non mi verrà voglia di cancellare. Spero solo che, anche se non racconto le mie giornate o non parlo esplicitamente della mia vita qui, si percepisca lo stesso chi sono, anche vagamente ecco, tra le parole dei libri o le mie idee.

Da due anni, anche grazie a quello che leggo in giro, ho iniziato a vedere molti film in più. Questo è sicuramente uno degli aspetti positivi che ha prodotto l'esistenza di questo blog. Se avessi tempo e abbastanza voglia, mi piacerebbe raccontare qualcosa anche dei film che vedo, una volta ogni tanto. Magari arriverà, in questo nuovo anno, un'evoluzione cinematografica negli scarabocchi, chissà. Forse l'estate non è il periodo più indicato però. Vedremo.

In questi due anni ho conosciuto tante persone grazie agli scarabocchi. Alcuni le sento quasi quotidianamente e non esagero se per loro uso una parola che due anni fa non avrei mai sognato di pensare che potesse arrivare così, con un blog: alcuni sono amici a tutti gli effetti. Belle persone che vanno ai concerti, leggono i libri, viaggiano, si innamorano, studiano, lavorano, ironizzano, si incazzano. Belle persone che conosco ormai nella maggior parte dei casi da almeno un anno e mezzo, che è tanto in fondo. Abbastanza per parlare di amicizia e di fiducia.
Oggi insomma il mio blog festeggia due anni. E se ci sono ancora, davanti a una pagina bianca, con le dita che ticchettano sulla tastiera, non è merito mio, è grazie a voi che mi avete letto, commentato, che mi siete stati vicino e avete usato tante parole carine per me. Davvero, infinitamente grazie a tutti. Agli amici e a chi c'è da poco tempo, al dolce Robi, a Carlo e Tina (che sono stati i primi a cui ho lasciato i miei commenti moooooolto titubanti). Grazie a Giulia, Serena, Marta, Chiara che, anche se sparse per l'Italia (e non solo) oramai sono in quasi tutte le mie giornate. Grazie alla zietta Maris, alla Cristina, alla Marika, alla Claudia, all'Eli, alla Betty, alla Federica, alla Miky e alle sue foto, a Strawberry e alle sue mille rubriche, ad Alice, che in quanto a cambiamenti nei blog sicuramente mi capisce, a Zac che mi ha fatto conoscere il suo Pippo in tempi non sospetti. E grazie anche agli ultimi arrivi libreschi con cui spero di scambiare tante opinioni ancora per chissà quanto altro tempo.
Grazie a tutti, perché senza di voi non mi piacerebbe così tanto ritagliare ogni giorno un po' di tempo per i blog, il mio e i vostri.

Buon compleanno Scarabocchi di pensieri!

16 giugno 2013

Sempre di domenica #4 [di amministrative nonostante e tanto rosso]

Questa settimana l'ho iniziata leggendo un post sul blog di Grillo, cosa del tutto eccezionale per me. Ho cominciato a seguire con costanza il suo blog dopo le elezioni politiche, ho smesso al massimo un paio di settimane dopo, il tempo di capire che lui non aveva intenzione di fare niente. Lunedì ci sono tornata, perché volevo leggere un post trovato linkato su twitter, un post che riprendeva quel "Qualcuno era comunista" di Gaber e lo trasformava in "C'è chi ha votato M5S perché..." (questo non lo linko, perché non voglio link al blog di Beppe Grillo nel mio) e giù tutta una serie di belle cose. Leggendo tutta la lista mi è venuta in mente più o meno la stessa considerazione di Severgnini:
Questo piccolo dettaglio Grillo deve averlo dimenticato. Gli elettori evidentemente no, così in queste amministrative qualcuno (più di uno) non ha rivotato M5S, ma non solo: non ha votato nemmeno la Lega, nemmeno Alemanno. Il centrosinistra ha vinto ovunque e io, davvero, ancora non mi capacito di come possa essere successo, considerato come sta messo il Pd da un po' di tempo. Letta crede che vada tutto bene, sì, che il voto espresso sia un chiaro sostegno al suo governo, Epifani magari pensa che il congresso, ora che il Pd vince a mani basse dappertutto, può essere rimandato.
Ho davvero paura dei vertici del Pd, che come al solito non ci capiranno niente e non sapranno essere all'altezza del popolo che si ritrovano, popolo che, nonostante tutto, a votare ci va. Siempre. Nonostante il governissimo, nonostante i D'Alema, le Finocchiaro snob, nonostante i famosi 101 franchi tiratori di Prodi non ancora meglio identificati.

Comunque un po' di fibrillazione nel Pd c'è: il cavallo di razza fiorentino scalpita che è una bellezza ed è riapparso, addirittura, anche Bersani, che per carità, io gli voglio bene, però può bastare pure così, no?
Tra i due a questo punto non ci sarebbe più partita. Sarà difficile per chiunque stare in partita contro un Renzi sempre in formissima. Un Matteo Renzi che piace tanto tanto a tutti, ma soprattutto a Marchionne e a Briatore. Wow. Marchionne e Briatore sono esattamente i modelli della sinistra che vorrei. Sì sì. Come no.
Non è che la sinistra deve parlare ai Marchionne e ai Briatore. Ma da quando? Esigo una sinistra che parli a me, persona normalissima, senza Ferrari o maglioncini supercostosissimi. A me che a volte lavoro, a volte no. A me.
Clic per ingrandire e leggere
È veramente così impossibile avere un partito grande di sinistra che sia di sinistra? Ma perché vanno dagli imprenditori pieni zeppi di soldi e non dagli operai e dai piccoli imprenditori che devono pagare non so quanto per la loro azienda? Perché? Questa non è sinistra e non me ne frega niente se Renzi vincerebbe a occhi chiusi contro Berlusconi o chiunque altro, io Renzi non lo voto perché il suo non sarà un Pd di sinistra. Punto.
Io vorrei un segretario che prima di andarsi a cercare i voti della destra, si riprendesse quelli della sinistra, che ci sono e sono tanti. Ho letto da qualche parte, ma non ricordo dove, che Civati sarà un po' come Ingrao: uno che piace molto al suo popolo, ma non al partito, e che quindi non avrà mai incarichi cruciali. Ovviamente mi auguro che non sia così. Mi piacerebbe molto una sfida Renzi-Civati, perché secondo me Civati saprebbe tenergli testa, combattendo ad armi pari, ovviamente. I giornali e le tv dovrebbero parlare di entrambi nello stesso modo, cosa che al momento non avviene affatto. Per sconfiggere Renzi serve un nome giovane, rinnovatore e sveglio quanto il suo. Per specificare, quando dico giovane non sto pensando a Roberto Speranza, ad esempio.
Una cosa positiva comunque il Pd ce l'ha, almeno finché non sarà il Pd di Renzi: non è un partito personale e scene come quella della Gambaro e di Grillo non se ne vedranno mai. [Finalmente una che ha detto di non essere d'accordo con il capo, mamma mia. Ci voleva tanto?]

♥ Foto della settimana [Oh Già, va' a spala' la neve...daje!]:


♦ Citazioni della settimana:
♥ C’è una storia dietro ogni persona. C’è una ragione per cui loro sono quello che sono. Sigmund Freud

Se non attraversiamo il dolore della nostra propria solitudine, continueremo a cercarci in altre metà. Per vivere a due, prima, è necessario essere uno. Fernando Pessoa

♣ Non ho niente di speciale, ma se ridi poi vuol dire che una cosa la so fare. Cesare Cremonini

♠ È una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito. È una follia condannare tutte le amicizie perché una ti ha tradito, non credere in nessun amore solo perché uno di loro è stato infedele, buttare via tutte le possibilità di essere felici solo perché qualcosa non è andato per il verso giusto. Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza. Per ogni fine c’è un nuovo inizio. Il piccolo principe

♥ I libri sono per la gente che spera di essere altrove. Mark Twain

♣ Immagini [tra il rosso delle amministrative e quello dell'estate]
[come al solito le immagini non sono le mie, ma provengono da tumblr]

14 giugno 2013

Margherita Dolcevita, frasi [Stefano Benni]

Dentro un raggio di sole che entra dalla finestra,
talvolta vediamo la vita nell'aria.
E la chiamiamo polvere.

Il modo si divide in:
quelli che mangiano il cioccolato senza pane;
quelli che non riescono a mangiare il cioccolato
se non mangiano anche il pane;
quelli che non hanno il cioccolato
quelli che non hanno il pane.

(Dai detti celebri di nonno Socrate)

Quando i bambini crescono e diventano adulti, capiscono subito che quello che gli avevano detto da bambini non è vero, eppure riciclano ai loro figli l'antica bugia. E cioè che tutti vogliono consegnare ai bambini un mondo migliore, è un passaparola che dura da secoli, e il risultato è questa Terra, questa vescichetta d'odio.
Perciò io, che sono una bambina in scadenza, penso:
a) che i grandi non hanno più nulla da insegnarci;
b) che sarebbe meglio se noi prendessimo le decisioni, e i temi scolastici contro la guerra li scrivessero loro;
c) che dovrebbero smettere di fare i film dove la giustizia trionfa e farla trionfare subito all'uscita del cinema.
Ebbene sì, sono polemica.

L'uomo è stato creato padrone della Terra, ma gli manca una cosa fondamentale: una borsa di attrezzi per riaggiustarsi. [...] Se ci fosse un cacciavite per togliere le idee sbagliate e un martello per fissare le buone intenzioni, una chiave inglese per stringere per sempre l'amore e una sega per tagliare col passato! Ma questa attrezzeria non ce l'hanno data e, dopo aver tentennato e scricchiolato, prima o poi ci romperemo.

A volte penso che dovrei mettermi a dieta, poi penso che se dimagrissi sarei sempre tesa per la paura di ingrassare, invece così sono tranquilla. A scuola vado abbastanza bene, e da grande vorrei fare la poetessa. La mia specialità sono le poesie brutte. Pensateci bene: il mondo è pieno di poeti così così, ma una poesia veramente brutta è rara.

Invento i libri e racconto di averli letti. Fingo così bene e li rigiro nel cervello così a lungo che forse a quel punto potrei anche scriverli. Ma fantasticare è piacevole, scrivere è faticoso.

Forse non diventeremo amiche, ma è un interessante esemplare di umana diversa da me. Come dice sempre il nonno, dobbiamo essere esploratori.

Quando amo odio tutti.

Ai party sto in disparte
Ai balli nessuno mi invita
Ma quando apre il buffet
La star è Margherita.

In economia bisogna essere furbi e capire quali sono i desideri degli altri, ma soprattutto insegnare agli altri che desideri devono avere.

Se deridi così le storie di chi ha sofferto, vuol dire che non hai sofferto abbastanza.

Era inutile lamentarsi, bisognava lottare. Se ti arrendi a quattordici anni, ti abituerai a farlo tutta la vita.
Solo i pesci morti vanno con la corrente.
Così diceva il nonno. Perciò ho deciso di tenere i nervi saldi e gli occhi bene aperti.

Ascoltavo la mia prof preferita, quella di lettere. Stava spiegando che non si dice ma però, e neanche ma d'altra parte. Sono pleonasmi, allungano il discorso, e continuava a parlare, parlare e io pensavo che aveva ragione, ma però d'altra parte contemporaneamente d'altronde, per spiegarci di non farla lunga la stava facendo lunghissima, ma però non se ne accorgeva.
E ci sono periodi molto maperò nella vita. Il fiume degli eventi ristagna e non si sa quale direzione prenderà, e andiamo alla deriva in acque torbide. Poi l'acqua diventa limpida, il torrente scorre, e tutto torna trasparente. 


♥ I miei scarabocchi su "Margherita Dolcevita", Stefano Benni

13 giugno 2013

Margherita Dolcevita, Stefano Benni

Qualche giorno fa una mia omonima, più nota come lettrice rampante, ha posto una domanda su facebook, chiedendo in sintesi quali libri ci hanno fatto sentire profondamente stupidi, perché c'è sembrato di non averli capiti davvero fino in fondo. A caldo ho pensato subito a L'insostenibile leggerezza dell'essere e a Siddharta, due libri che prima o poi voglio rileggere, soprattutto il primo, perché credo di averli liquidati in fretta senza aver capito tante cose.
Mentre pensavo a come iniziare gli scarabocchi su questo libricino letto un mese fa, ho realizzato il fatto che anche Margherita Dolcevita mi ha lasciata con qualche punto di domanda, ecco sì, mi ha fatta sentire un po' stupida, sensazione amplificata dal fatto che da questo libricino mi aspettavo una storia molto leggera e simpatica. Niente di profondo o complicato insomma, qualcosa di carino e divertente. Non faccio altro che leggere tante belle cose su Stefano Benni, è chiaro che mi aspetto di trovarle quando apro per la prima volta un suo libro e se poi alla fine tutta questa meraviglia non la recepisco inizio a pensare che sì, mi sarà sfuggito qualcosa, qualche particolare importante, un senso profondo. Non lo so, ma qualcosa dev'essere andato storto in me.

Tutto era iniziato bene. Margherita mi piaceva molto: cicciottella, simpatica, intelligente. Un bellissimo personaggio ricco di fantasia, con una straordinaria capacità di inventare, e raccontare, storie. Una che avrei voluto come compagna di banco, di passeggiate, di shopping, di merende. Con Margherita mi sarei potuta perdere parlando di libri o mangiando una montagna di bomboloni strabordanti di crema. Non saremmo mai state, entrambe, tipe da dieta.
A volte penso che dovrei mettermi a dieta, poi penso che se dimagrissi sarei sempre tesa per la paura di ingrassare, invece così sono tranquilla.
Bellissima anche la sua famiglia strampalata: un padre che passa il tempo libero ad aggiustare le cose; una madre, dipendente da una telenovela di cui non perde una puntata, che finge di fumare sigarette immaginarie; un fratello più grande, Giacinto, che come tutti i diciottenni ha in mente solo il calcio e il sesso (quest'ultimo esclusivamente in mente); un fratello più piccolo, Eraclito, vero e proprio piccolo genio; il nonno Socrate, famoso per i suoi proverbi, telepaticamente sempre in contatto con Eraclito, convinto che il mondo sia avvelenato, quindi per evitare di morire intossicato da chissà che cosa non fa altro che ingoiare piccole quantità di veleni, ogni giorno, per autoimmunizzarsi.
Ha una famiglia così Margherita, dove tutti sono sopra le righe, perfino il cane Pisolo, ognuno ha qualche stranezza che, in me, ha suscitato immediata simpatia.
Una mattina come le altre poi Margherita si alza dal letto e che cosa vede vicino a casa sua, là dove era tutto verde fino alla sera prima? Un cubo nero. In quel cubo vive la famiglia Del Bene, ipertecnologica. Ci sono genitori ricchi e superficiali, c'è Lucilla, la figlia, bella come le ragazze delle pubblicità, Lucilla che fa girare la testa a Giacinto stravolgendo completamente quello in cui credeva prima. C'è anche Angelo, il fratello di Lucilla, uno che con la sua famiglia non c'entra niente. Un ragazzo buono, semplice, pulito, che colpisce dritto al cuore difettoso della piccola protagonista.
Le vite delle due famiglie divenute in una notte vicine di casa inevitabilmente si intrecciano e dall'intreccio l'esistenza di Margherita viene completamente stravolta. Sembra che solo lei si accorga della fregatura che c'è sotto quella casa supertecnologica, con degli schermi al posto delle finestre, con il prato sintetico, con tutti quei disinfettanti. Sembra che solo lei resti attaccata ai valori naturali della sua famiglia, senza subordinarli al denaro. Solo lei. Giacinto è completamente succube di Lucilla, la madre ormai vive dentro quella meravigliosa televisione gigante che i Del Bene le hanno procurato, il padre è a tutti gli effetti un socio nei loro strani traffici, ha smesso anche di aggiustare le biciclette.
Nessuno è più quello che era prima dell'arrivo del cubo nero. Solo Margherita resta fedele a se stessa, col supporto del nonno Socrate che ha sentito puzza di bruciato. Anche Eraclito, dopo un primo momento di sbandamento, torna sulla retta via e decide di aiutare sua sorella a capire che cosa c'è sotto tutto quel giro di soldi dei Del Bene, in cui ormai sono coinvolti anche i loro genitori.
E che cosa c'è sotto? Un traffico di armi, minimo. Sicuramente qualcosa di losco che ha portato a far sparire Angelo e anche Pisolo. Che conduce tutti alla morte.

Più che altro è stato il finale a farmi sentire piuttosto stupida. Insomma: l'ho capito o no? Me lo chiedo ancora. L'ho trovato piuttosto caotico, poco chiaro, mi aspettavo un finale diverso. Doveva essere un libro divertente, no? Bhè, il finale non è divertente per niente. Anzi.
Forse quello che mi ha fregato nel leggere questo libro è il fatto che mi aspettavo una cosa e invece era tutt'altro. Margherita Dolcevita offre, dietro a un velo d'ironia, una profonda critica alla società di oggi, cosa che non sapevo quando ho iniziato a leggere il libro. Mi aspettavo una storiella, invece ho scoperto un affresco piuttosto colorato della società degli anni duemila, gli anni zero. Il libro è del 2005. Stefano Benni critica la nostra società col sorriso, con una storia frutto della fervida fantasia di una ragazzina paffutella e simpatica, che ama leggere e scrivere e parla con un'amica immaginaria pronta a tenderle la mano nei momenti di difficoltà. Margherita rappresenta le persone buone, genuine, che seguono le proprie passioni, che rispettano se stesse, gli altri, la natura. Margherita rappresenta il buono della società, quel buono che non si omologa, che non si appiattisce, che non si piega davanti al potere della fredda tecnologia e del denaro. Margherita non cede ai ricatti morali e non smette di essere quello che è. Non si gira dall'altra parte, lei vuole che il bene trionfi sul male, partecipa, non è indifferente.
La sua famiglia invece si perde. Viene risucchiata dal canto delle sirene del cubo nero, viene trascinata in un vortice di consumismo, superficialità, diventa tutta una rincorsa all'ultimo modello di ogni cosa, per apparire sempre di più come i Del Bene. Per essere sempre più ricchi e più potenti.
E chi vince alla fine? Non la nostra Margherita Dolcevita per cui qualunque lettore, credo, farebbe il tifo. No. Vincono i Del Bene. Vince il male. La società dominata dai soldi e dal consumo, dalle apparenze, da una tecnologia invasiva, da prati sintetici e schermi al posto delle finestre. Vince la società che vuole tutti uguali, omologati. Non c'è posto per chi resta genuinamente se stesso, senza appiattirsi agli altri. Non c'è posto per Margherita.
Ascoltavo la mia prof preferita, quella di lettere. Stava spiegando che non si dice ma però, e neanche ma d'altra parte. Sono pleonasmi, allungano il discorso, e continuava a parlare, parlare e io pensavo che aveva ragione, ma però d'altra parte contemporaneamente d'altronde, per spiegarci di non farla lunga la stava facendo lunghissima, ma però non se ne accorgeva.
E ci sono periodi molto maperò nella vita. Il fiume degli eventi ristagna e non si sa quale direzione prenderà, e andiamo alla deriva in acque torbide. Poi l'acqua diventa limpida, il torrente scorre, e tutto torna trasparente. 

♥ Le frasi che ho sottolineato 

11 giugno 2013

Il ballo, Irène Némirovsky

Adoro questi libricini a 99 centesimi: costano così poco che non si possono non comprare, stanno dentro la borsa che è una meraviglia e mi fanno scoprire brevi storie che magari, senza quei 99 centesimi, non avrei mai comprato, letto e conosciuto.
Per il momento ne ho letti solo un paio, tra cui Il ballo di Irène Némirovsky.
Avevo sentito nominare tante volte l'autrice, ma ero così ignorante da non conoscere minimamente la sua biografia. Per fortuna, direi quasi eccezionalmente rispetto a quanto faccio di solito, ho letto tutta l'introduzione di questo breve racconto e lì c'ho trovato dentro una vita finita troppo presto, insieme a milioni di altre, nel campo di concentramento di Auschwitz. Era un'ebrea atipica Irène Némirovsky, tale solo nella sua genetica, nei fatti si era già spontaneamente convertita al cattolicesimo perché da sempre si sentiva pienamente francese. Ovviamente ciò non le offrì protezione di fronte al progetto nazista. Doveva essere sterminata come gli altri.
Proveniva da una famiglia molto ricca, che purtroppo non sapeva offrirle niente oltre ai soldi. Regnavano sovrane l'indifferenza e la carenza d'affetto nella sua casa, un'indifferenza e una carenza d'affetto che la fecero soffrire molto da piccola e da adolescente.
Il ballo è pieno zeppo di tutto questo malessere tra le mura domestiche di una famiglia borghese. In questo breve racconto la protagonista è la famiglia Kampft, ma è chiaro andando avanti con la lettura che al nome Kampft si potrebbe sostituire tranquillamente il nome Némirovsky. Sì, questa è una storia ricca di elementi autobiografici.

Forse anche Irène da adolescente è stata una sorta di Antoinette. Arrabbiata col mondo, con la sua famiglia, con i suoi soli quattordici anni. Forse anche lei ha passato notti insonni a piangere contro il cuscino imprecando contro genitori brutti e cattivi che non ascoltavano i suoi desideri e comunque non li prendevano mai in considerazione. Forse anche lei ha augurato loro le peggiori cose, meditando vendette, escogitando piani diabolici per regalare al padre e alla madre un pizzico di quella sofferenza che loro ogni giorno, senza nemmeno rendersene conto, regalavano a lei.
Anch'io sono stata un'Antoinette a quattordici anni. Anch'io mi sono sentita stretta in una famiglia che mi sembrava non sapesse prendermi per il verso giusto e anch'io ho pianto bagnando il cuscino di notte, ho urlato brutte parole, minacciato fughe e brutti voti. A differenza sua però non ho mai messo in pratica niente di tutto questo, nessun piano diabolico. Tutto per me è restato puramente teorico, come mi succede spesso.
Antoinette invece si è dimostrata decisamente più pratica.
Non è sempre stata ricca la sua famiglia, lo è diventata all'improvviso dopo un colpo di fortuna in banca. Così adesso i suoi genitori, specialmente la madre Rosine, non vedono l'ora di dare un fastoso ballo nella loro nuova lussuosa casa di Parigi. Un ballo per farsi accettare dall'alta società, un ballo a cui invitare chiunque conti qualcosa o abbia un titolo. Antoinette è euforica al pensiero di questo ballo. Già sogna il suo debutto in società, già immagina qualche uomo che si soffermerà sulla sua candida pelle. Già si vede protagonista di baci mozzafiato, come quelli che ha visto ricevere dalla governante Miss Betty, invidiandola un po'. Ecco, è questo il momento. Il momento in cui smetterà di essere una bambina agli occhi di tutti, il momento in cui diventerà una donna. Succederà al ballo. Purtroppo la sua euforia è immediatamente smontata dalla madre, che ha aspettato di diventare ricca per tutta la vita e adesso certo non può farsi togliere spazio da sua figlia. No. Rosine vieta ad Antoinette di partecipare al ballo e Antoinette non ci vede più dalla rabbia. Finge di consegnare gli inviti che invece getta nella Senna e se la gode mentre i genitori attendono gli invitati la sera del ballo, circondati da pietanze abbondanti, ottima musica e fiumi di champagne. Quel ballo è un fiasco, nessuno si presenta. Rosine è disperata, Antoinette finge disperazione, ma in realtà sorride soddisfatta della sua vendetta mentre asciuga le lacrime della madre.

All'inizio provavo simpatia per Antoinette. Mi sembrava fosse un po' come ogni adolescente: arrabbiata, sognante, vogliosa di diventare grande, ribelle, innamorata dell'amore. Mi sembrava fosse almeno un po' come ero io, alla sua età. Andando avanti con la lettura però quell'istintiva simpatia per lei è sfumata. Alla fine in questo centinaio di pagine non ho trovato un personaggio positivo, tutti nella famiglia Kampft sono egoisti e se ne fregano dei sentimenti. Sono freddi macchinatori dei destini altrui, prima Rosine che pensa solo ai soldi e alle apparenze e non presta attenzione alle richieste e alle lamentele della figlia e poi anche lei, la figlia Antoinette, che non si mostra migliore di sua madre. La mia impressione è che alla fine, in quell'abbraccio tra una figlia che diventa donna e una madre che inizia il suo declino, sia scritto che cosa ne sarà di quella quattordicenne arrabbiata e vendicatrice: diventerà come la madre che tanto detesta, niente di meglio. Solo la stessa smania di arrivare da qualche parte, di essere circondata di cose belle, di essere importante, al centro di ricevimenti e balli lussuosi.


♥ Le frasi che ho sottolineato

9 giugno 2013

Sempre di domenica #3 [di cose colorate]

Che soddisfazione dare un senso al cambio di stagione indossando i primi pantaloncini corti della stagione! È successo questa settimana, per un paio di giorni sembrava davvero di essere a giugno, solo per un paio di giorni però, ovviamente non è mancata nemmeno la pioggia.
Settimana di pantaloncini corti dunque e, purtroppo, di gambe bianche cadaveriche da abbronzare. Ma quando?
Settimana di mille cose da fare e poco tempo per stare davanti al computer. 
Settimana in cui più che letto o scritto ho fatto.
Settimana di ciliegie non ancora davvero mature, ma comunque accettabili. 
Settimana di bimbe da festeggiare. Di una prima candelina da soffiare. Di un vestito colorato da indossare per il battesimo di ieri.
Settimana di segnaposto da preparare. 
Settimana di solo cose belle, di fiori rosa e di giochi colorati.
Ogni tanto ci vuole proprio una settimana così.

Da adesso in poi ci proverò a farti avere il meglio che ho, il peggio lo troverai da te...ma vale la pena vivere, mi chiederai "sì, ma perché?", so solo che ti dirò vale la pena vedrai...da adesso in poi. Ligabue
♦ Ci voleva lui perché ritrovassi me, perché forse in fondo è vero che per essere capaci di vedere cosa siamo dobbiamo allontanarci e poi guardarci da lontano, da un aeroplano… Daniele Silvestri
Tutte le cose fragili si fanno sempre amare. L’ho capito subito sentendoti parlare. Tiziano Ferro

E infine foto colorate, come è stata la mia settimana. 

Tutte le foto vengono da tumblr.

5 giugno 2013

Il ballo, Irène Némirovsky [frasi]


Da allora Antoinette non le aveva mai più dato baci che non fossero quelli del risveglio e della buonanotte, che genitori e figli potevano scambiarsi sovrappensiero, come strette di mano tra sconosciuti.

Nessuno le voleva bene, non una sola anima al mondo... Ma non si rendevano conto, ciechi, idioti, che lei era mille volte più intelligente, più splendida, più profonda di tutte queste persone che osavano crescerla, educarla, istruirla... Dei volgari parvenu, ignoranti... Ah! Come aveva riso di loro tutta la sera, senza che se ne accorgessero, ovviamente... Poteva piangere o ridere sotto i loro occhi, non si sarebbero degnati di vedere niente... Una figlia di quattordici anni, una ragazzina, qualcosa di spregevole e basso come un cane... Con quale diritto la mandavano a dormire, la punivano, la insultavano? "Ah! Vorrei che morissero".

«Vorrei morire; Dio fa' che io muoia... Dio mio, Madonnina, perché mi ha fatta nascere tra loro? Puniteli, vi prego... Puniteli una volta e poi muoio in pace...»

Stupidi, non vedrete mai più questa carne vellutata e le palpebre lisce, intatte, fresche e ombrate, e questi begli occhi spaventati, sfrontati, che chiamano, ignorano, aspettano... Mai più, mai più... Aspettare... E i cattivi desideri... Perché quell'invidia vergognosa, disperata, che consuma il cuore, nel vedere passeggiare due innamorati al tramonto, che si baciano mentre camminano e vacillano un poco, come ebbri?... Un odio da zitella a quattordici anni? Eppure sa che avrà anche lei la sua parte; ma ci vorrà tanto tempo, così tanto, non arriverà mai, e, nell'attesa, quella vita meschina, umiliata, le lezioni, la dura disciplina, la madre che grida...

Ancora un'ora persa, sprofondata nel nulla, che è colata via tra le dita come acqua e che non tornerà più... "Vorrei andarmene lontano, oppure morire...".

Era l'attimo, l'istante impercettibile in cui si incrociavano "sul cammino della vita": una stava per spiccare il volo, l'altra per sprofondare nell'ombra. Ma non lo sapevano. Eppure Antoinette ripeté piano: «Povera mamma...»



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