18 luglio 2013

E la chiamano estate

Quest'estate senza 40 gradi, per la mia felicità.
Quest'estate senza vacanze.

Quest'estate di feste, chiacchiere sulla panchina, partite a bigliardino e a pallavolo.
Quest'estate di momenti di trascurabile felicità e di non trascurabile dolore.
È un luglio di poche parole questo, poche parole lette, scritte forse un po' di più. È un luglio di sabati pomeriggi passati in compagnia a svuotare barattoli di nutella, ché quella il morale sa sempre come tirarlo su.
È un'estate in cui non ho né la voglia né il tempo dell'inverno per accendere il computer e scrivere, scrivere, scrivere. È un periodo un po' così.

Facciamo finta che vado in vacanza per un po'. Facciamo finta che arrivo fino a Capo Nord, il mio viaggio da sogno. Facciamo finta che adesso pubblico questo post e poi mi metto a fare le valigie. Facciamo finta che va tutto bene. Facciamo finta che tra un mese ritorno e questi scarabocchi torneranno a essere quello che erano. Ah no, quest'ultimo punto non è una finzione. Ci rileggiamo dopo Ferragosto, quando avrò smaltito tutto il lavoro paesano di questo periodo e, forse, anche un po' di malessere.
Se tardo a dare segni di vita, per favore, venitemi a cercare.

Auguro a tutti quanti una felicissima estate!

10 luglio 2013

Venuto al mondo [2012]

Gli amori più assurdi sono i migliori.
Venuto al mondo, 2012.
Regia di Sergio Castellitto.
Con Penelope Cruz, Emile Hirsch,  Adnan Hackovic, 
Pietro Castellitto, Saadet Aksoy.
Il libro di Margaret Mazzantini è tra i più belli che io abbia mai letto.
Quando è uscito il film morivo dalla voglia di vederlo subito, invece ho aspettato, forse perché temevo di vedermi maltrattata una storia che avevo tanto amato.
C'erano Gemma e la sua instabilità, poi l'amore di Diego, fotografo di pozzanghere, due vite rivoluzionate da un desiderio viscerale di diventare genitori. C'era Gemma e quel desiderio diventato ossessione. C'era Sarajevo e una guerra tanto vicina quanto sconosciuta. C'era Gojko, il poeta pazzerello. C'era Aska. E poi Pietro, il figlio venuto al mondo sotto le bombe.
C'erano mille punti interrogativi e giudizi sospesi su scelte di vita complicate. Condivisibili? Non lo so.
So solo che Venuto al mondo, il libro, mi ha lasciato dentro qualcosa che non se ne andrà mai. Qualcosa che non so nemmeno spiegare, qualcosa che mi ha fatto battere il cuore, che mi ha fatto innamorare di Diego, che mi ha fatto piangere e divorare pagine, che mi ha lasciata sconvolta quasi, per un epilogo che non mi aspettavo.

Ho temuto di perdere questo magico qualcosa nel film. Per questo ho aspettato.
Come sempre il cinema snellisce le situazioni, sorvola sulle descrizioni, sbiadisce le caratterizzazioni dei personaggi, tutto sommato però non ho trovato il film tanto brutto. Mi sono più volte chiesta che cosa ne penserei se non avessi prima letto il libro, se non avessi conosciuto già tutto il passato della vita di Gemma, se non avessi scavato già con le parole la sua sofferenza. Mi sono chiesta se mi sarei innamorata del Diego del film nello stesso modo in cui mi sono innamorata di quello del libro e la risposta, probabilmente, è no.
Detto questo, tralasciando una certa superficialità inevitabile per i tempi cinematografici, la storia resta bellissima. Per me, ovviamente.

Non rileggo mai i libri, ma se dovessi iniziare a farlo un giorno comincerei da questo qui. I film invece li rivedo spesso e sicuramente questo sarà uno di quelli che un giorno saprò quasi a memoria, anche se il libro, come al solito, è un'altra cosa. Le emozioni, comunque, ci sono da entrambe le parti.
E quando ci sono quelle, le emozioni, tutto il resto e tutti i confronti non valgono più.
È stato più facile correre sotto le granate che camminare sulle macerie.

8 luglio 2013

Non ti muovere, frasi [Margaret Mazzantini]


Impegnarsi per essere naturali è già una sconfitta.

Il coraggio non dimorava più tra noi. Il coraggio, Angela, appartiene agli amori nuovi, gli amori vecchi sono sempre un po' vili.

Non posso fingere di non sapere quanto la volontà di un ottimo chirurgo sia ininfluente rispetto al compiersi di un destino. Le braccia di un uomo sono ferme alla terra, figlia mia, Dio, se c'è, è alle nostre spalle.

«Non possiamo vivere di paure, dobbiamo lasciarla crescere».

La sera dopo cenavo con Manlio in una di quelle trattorie del centro con i tavoli all'aperto che traballano sul selciato e devi chinarti a sistemare la zeppa sotto la gamba giusta, poi ti rialzi e ti accorgi che traballa da un altro verso, esattamente come la vita.

Il corpo può amare ciò che la mente disprezza?

Gli amori nuovi sono pieni di paure, Angela, non hanno un posto nel mondo e non hanno capolinea.

«Non mi prendere mai sul serio quando ti dico di lasciarmi. Tienimi, ti prego, tienimi. Vieni quando ti pare, una volta al mese, una volta all'anno, ma tienimi...».

E adesso sapevo che non ero cambiato, che ero sempre lo stesso, e che forse non si cambia, Angela, semplicemente ci si adatta.

Il vento trascina lontano tutto ciò che credevo di volere. Sono un disgraziato a spasso nella vita.

Come puoi vedere il fondo dell'acqua se non smetti di turbare la sua superficie?

Tutti hanno un passato scordato che danza alle spalle. Ora ti guardo e so cosa mi stai insegnando. M'insegni che i peccati si pagano, forse non vale per tutti, ma vale per noi. Perché insieme a quel figlio abbiamo raschiato via noi stessi.

Il tempo lavora così, Angela, con sistematica gradualità. Un invisibile ma implacabile movimento ci usura. La trama dei tessuti si allenta e si riassesta sul telaio delle ossa, e un giorno, senza che nessuno ti abbia avvisato, indossi la faccia di tuo padre.

Ero felice, non ci si accorge mai di esserlo, Angela, e mi chiesi perché l'assimilazione di un sentimento così benevolo ci trovi sempre impreparati, sbadati, tanto che conosciamo solo la nostalgia della felicità, o la sua perenne attesa.

Chi ti ama c'è sempre, Angela, c'è prima di conoscerti, c'è prima di te.


♥ I miei scarabocchi su "Non ti muovere", Margaret Mazzantini

7 luglio 2013

Sempre di domenica #7 [di indicativi passati]

Fino ad ora di quest'anno che doveva essere del duemila[c]redici non c'è stata traccia, fino ad ora non c'è stato niente in cui credere, niente di positivo in cui sperare. I primi sei mesi si sono rivelati più cupi, tristi e complicati del previsto, sono stati mesi in cui mi sono sforzata tutto sommato di sorridere, anche se sapevo già che le cose non sarebbero migliorate. Sono stati mesi in cui ho finto di non vedere, di non sapere, ho finto di essere forte, più di tutti. Erano solo finzioni. E in questo periodo stanno venendo tutte a galla.
Vi ricordate qual era il decimo motivo per cui sono stata felice di aver letto l'ultimo romanzo di Paolo Di Paolo? Perché l'ultima parte dell'ultimo periodo mi ha fatto venire i brividi, nessuna parola poteva esprimere meglio lo stato d'animo di quei (e questi) giorni.                                                              
 [...]sentire di non aver fatto abbastanza per evitare ciò che comunque non è possibile evitare, avere per un minuto, all'improvviso, la sensazione che non sia accaduto niente, che si può aspettare anche chi non può tornare, che si possa fare soltanto questo: aspettare, nelle stanze rimaste vuote, intoccabili, congelate, fino a che piomba in un'ora del pomeriggio tutto insieme il peso dell'assenza - devastante, lugubre, senza speranza - o dentro notti infinite, tormentate e nere come questo inchiostro, fino a che con ogni atomo di noi, a una profondità che ci toglie il respiro, sentiamo l'irrimediabile, e che tutto questo è reale, reale come la vita che continua, mentre di un uomo si è costretti a dire era, è scomparso - e una parte di noi con lui.
Mentre di un uomo si è costretti a dire era. Già. Quando si è costretti a usare un imperfetto, un indicativo passato. Quando il presente è solo un'attesa. Quando l'unico verbo che si coniuga al futuro è mancare. Mi mancherà. Tutto riducibile a questo o a tempi futuri che si riempiono di negazioni, indicativi futuri pieni di azioni che non farà mai più.
A scuola mi cercavano per infondere energia positiva e in effetti provo sempre a tenerne una scorta, soprattutto per gli altri, visto che con le mie cose sono più pessimista, in questo momento però temo che la spia della mia energia positiva sia rossa, rossa fissa. E devo capire dove trovare il distributore per rimettermi in moto. In questa settimana non ho fatto niente di tutte le cose che di solito adoro fare. Non ho letto, ho scritto poco, non ho seguito la politica, ho lasciato pochissimi commenti in giro nei blog, non ho visto film, non ho fatto l'uncinetto, non ho sperimentato niente in cucina. Solo ieri ho fatto un dolce per il compleanno di una persona speciale, oggi devo finirlo di decorare. Magari lo zucchero farà alzare leggermente l'asticella della mia energia positiva. Chissà.
Ho fatto questa premessa per dirvi che se non vedete miei commenti in giri è perché sono un po', come dire, senza parole. Su questo però non c'è nulla da temere: senz'altro torneranno.

Mi ricordo quello che ho scritto la prima volta che ho parlato di questa specie di rubrica domenicale, ho scritto che avrei linkato qualche sito carino trovato in giro. In realtà non lo faccio quasi mai. Va a finire ogni volta che la domenica scrivo un post random, così, per dare un'idea generale di me e di quello che ci circonda. Per dire un po' quello che penso, anche se spesso le mie idee si percepiscono anche da quello che scarabocchio sui libri.
Questa settimana comunque i due link da segnalare ce l'ho, riguardano la rubrica mensile di Gramellini su Vanity Fair, rubrica intitolata "Il club dell'Ippogrifo" dedicata ai libri. Per ora ci sono state solo due puntate:
  1. Io che sognavo di amare come Gatsby (e non avevo capito niente)
  2. Ma chi l'ha detto che noi uomini cerchiamo la donna sofà?

♥ Foto della settimana [Al di là del mare]
Fonte
♦ Citazioni e immagini della settimana [tentativi di pensieri positivi]
 
[come al solito le immagini non sono le mie, ma provengono da tumblr]

6 luglio 2013

Collage del fanciullino di Pascoli

È dentro noi un fanciullino [I] che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello. Il quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell'età giovanile forse così come nella più matura, perché in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell'angolo d'anima d'onde esso risuona. E anche, egli, l'invisibile fanciullo, si perita vicino al giovane più che accanto all'uomo fatto e al vecchio, ché più dissimile a sé vede quello che questi. Il giovane in vero di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo; ché ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni d'un passato ancor troppo recente. Ma l'uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave; e l'armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d'un usignuolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora. […]

[III] Ma è veramente in tutti il fanciullo musico? Che in qualcuno non sia, non vorrei credere né ad altri né a lui stesso: tanta a me parrebbe di lui la miseria e la solitudine. Egli non avrebbe dentro sé quel seno concavo da cui risonare le voci degli altri uomini; e nulla dell'anima sua giungerebbe all'anima dei suoi vicini. Egli non sarebbe unito all'umanità se non per le catene della legge, le quali o squassasse gravi o portasse leggiere, come uno schiavo o ribelle per la novità o indifferente per la consuetudine. Perché non gli uomini si sentono fratelli tra loro, essi che crescono diversi e diversamente si armano, ma tutti si armano, per la battaglia della vita; sì i fanciulli che sono in loro, i quali, per ogni poco d'agio e di tregua che sia data, si corrono incontro, e si abbracciano e giocano. [...]
Egli è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra di sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l'ombra di fantasmi e il cielo di dei . Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione. Egli è quello che nella morte degli esseri amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in lacrime, e ci salva. Egli è quello che nella gioia pazza pronunzia, senza pensarci, la parola grave che ci frena. Egli rende tollerabile la felicità e la sventura, temperandole d'amaro e di dolce, e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo. Egli fa umano l'amore, perché accarezza esso come sorella (oh! Il bisbiglio dei due fanciulli tra un bramire di belve) , accarezza e consola la bambina che è nella donna. Egli nell'interno dell'uomo serio sta ad ascoltare, ammirando, le fiabe e le leggende, e in quello dell'uomo pacifico fa echeggiare stridule fanfare di trombette e di pive, e in un cantuccio dell'anima di chi più non crede, vapora d'incenso l'altarino che il bimbo ha ancora conservato da allora. Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri, ché ora vuol vedere la cinciallegra che canta, ora vuol cogliere il fiore che odora, ora vuol toccare la selce che riluce. 
E ciarla intanto, senza chetarsi mai; e, senza lui, non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perché egli è l'Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adatta il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario. E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: Impicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare. Né il suo linguaggio è imperfetto come di chi non dica la cosa se non a mezzo, ma prodigo anzi, come di chi due pensieri dia per una parola. E a ogni modo dà un segno, un suono, un colore, a cui riconoscere sempre ciò che vide una volta.

4 luglio 2013

Non ti muovere, Margaret Mazzantini

Il primo ricordo che ho legato a questa storia risale a una serata di ormai tanti anni fa, quando ero a letto con la febbre alta e canale 5 trasmetteva il film di Non ti muovere. Forse saranno stati i miei quaranta gradi corporei, ma di quella prima visione, lasciata a metà tra l'altro, ricordo di non averci capito un bel niente. In tempi migliori ho rivisto il film per intero, niente di incomprensibile certo, ma tanta tanta angoscia, quella sì.
Ho rimandato a lungo la lettura del libro, un tempo necessario per far sì che i volti di Castellitto e Penelope Cruz si sfumassero nei miei ricordi, nel frattempo però ho toccato con mano il modo di scrivere della Mazzantini. L'ho conosciuta con quello che, oggi, considero il suo libro più bello: Venuto al mondo. Il suo primo romanzo letto da me, quello che mi è restato nel cuore.
Ogni volta che mi sono trovata ad elogiare questo libro c'era sempre qualcuno che sottolineava quanto anche Non ti muovere fosse altrettanto bello. Non potevo non leggerlo dunque, considerando anche il fatto che Margaret Mazzantini ha un modo di scrivere che si fa leggere volentieri da me, anche quando capita un romanzo che non ha niente di particolarmente speciale, come accaduto ad esempio con Nessuno si salva da solo.
Certo non si può dire lo stesso, che non sia speciale cioè, di Non ti muovere, tra le cui pagine si snoda una storia tutt'altro che banale.

Superficialmente si può riassumere tutto in un tradimento prolungato di un uomo in fuga dalla propria vita e dalle proprie responsabilità, uno stronzo, ecco. Uno stronzo con un nome assurdo: Timoteo, affermato chirurgo, sposato da molto tempo con una donna bellissima ed elegante, Elsa. Conducono insieme da anni una vita al di sopra della media. Lui è un medico, lei una giornalista, hanno carriere importanti e una vita coniugale che per scelta è costituita ancora solo da loro due. Quando, dopo la morte del padre, Timoteo resta orfano, inizia a sentire un vuoto profondo dentro di sé. Non se ne rende nemmeno conto, ma quella vita perfetta fatta di operazioni, viaggi e week end al mare, inizia a stargli stretta. Quella moglie invidiata da molti uomini non è più in grado di amarlo come lui vorrebbe, oppure non è capace lui, ad amare lei. Tutto inizia a scricchiolare fin quando casualmente Timoteo incontra una donna sconosciuta, trasandata, che vive in una desolata periferia, indossa vestiti dai colori sgargianti, va in giro con una borsa patchwork dalla tracolla troppo lunga. Cammina storta, è brutta. Brutta come la sua casa vuota e vecchia. Sopra la porta c'è una chiave attaccata con un chewing gum, dentro ci sono un vecchio divano, un caminetto, un quadro con una scimmia, un tavolino. Un ambiente più distante dal suo Timoteo non poteva incontrarlo. C'è anche un telefono in mezzo al niente di quell'appartamento ed è proprio per usare il telefono fisso, per avvertire la moglie a casa di un guasto alla macchina, che Timoteo conosce quella strana donna e la sua abitazione. Due bicchieri di vodka bastano per fargli perdere la testa, bastano per fargli sbattere al muro la donna sconosciuta, bastano per non farlo fermare davanti alle sue resistenze e ai suoi aiuto.
Inizia con una violenza il rapporto tra Timoteo e Italia. L'affermato chirurgo resta sconvolto dalle sue azioni, ma non riesce a staccarsi da lei e da quel modo che ha di piombare a casa sua solo per sentirsi padrone del suo corpo. Non gli è mai successa una cosa simile. Ne è spaventato. Vorrebbe riattoppare il suo matrimonio, perciò chiede a Elsa di fare un figlio. Adesso è un orfano, ha bisogno di fare il padre. Elsa non sembra d'accordo, ride di fronte alla proposta del marito, gli dice che tanto stanno bene anche così. Ma Timoteo non sta affatto bene, non con Elsa almeno. Lui sta bene solo con Italia. Per lei prova quell'amore incondizionato che non ha mai provato per nessun altra al mondo. Diventano amanti. Un giorno lei gli legge una mano, le hanno insegnato gli zingari a farlo, gli dice che vede un figlio, anzi due, che avrà una vita lunga con un trauma in mezzo, ma sopravviverà.
Tutto giusto. Il primo figlio è quello che scopre di aspettare Italia, quello che prende Timoteo di sorpresa, che lo fa sussultare, che gli fa invocare l'aborto. È un uomo sposato, un primario, non può permettersi uno scandalo del genere. Cambia idea all'ultimo momento però, realizza all'improvviso che quel bambino è frutto del loro grande amore e che perciò deve nascere. Elsa parte per un viaggio di lavoro, Italia e Timoteo ne approfittano per vivere una specie di luna di miele, vivono come due persone sposate, fantasticano sul loro bambino. Italia gli dice che pensa che sia maschio. Timoteo le promette che appena Elsa ritorna le dirà la verità e la lascerà.
Tutto sbagliato. Elsa torna da Berlino con una cartolina per il marito, c'ha scritto solo due parole: sono incinta. Eccolo il figlio chiesto da Timoteo solo qualche tempo prima, è arrivato adesso che non lo vuole, adesso che vuole Italia, il figlio con Italia. È un uomo sposato e di buon senso in fondo e sa che non può lasciare la famiglia così, per quella donna trasandata che va in giro storta con la borsetta pathwork tra le ginocchia. Non può. Tace. Tace anche con Italia sul futuro che le aveva promesso: semplicemente non ci sarà. Italia decide che non ci sarà nemmeno il loro bambino nel mondo e si fa praticare un aborto dagli zingari. Timoteo mette un punto alla loro relazione. Torna a essere un padre di famiglia con una sola moglie, oggettivamente bellissima, e una bimba in arrivo. Sarà Angela. Sta vicino alla moglie fino alla sua nascita, poi sente di nuovo quella sensazione di vuoto, di mancanza di qualcosa. Torna da Italia, che si è tagliata i capelli e sta per lasciare la città. Torna a casa, giù al Sud. Sua figlia è appena nata e Timoteo non ci pensa su due volte a imboccare l'autostrada e andare via con il suo amore. Quel viaggio è il più bello della sua vita. Tiene la mano sulla coscia nuda di Italia e vede già la loro vita insieme, deve raccontare a Elsa di loro due. Lo farà, stavolta lo farà davvero.
Invece quello sarà l'ultimo viaggio di Italia, ma come lei gli aveva predetto leggendogli la mano, lui sopravviverà. Sarà Angela a riempire quel vuoto, a ridargli pian pianino la vita.
Angela che adesso ha quindici anni, un motorino, un casco che ha promesso di allacciare sempre, ma che stamattina non ha allacciato. Angela che è caduta dallo scooter per la pioggia. Angela che ha un trauma cranico. Angela che rischia di morire.
Timoteo nella sala d'aspetto le racconta di quella donna che lei non ha conosciuto, ma che lui ha tanto amato in un passato ormai lontano, augurandosi che gliela lasci ancora, sua figlia.

Mi è piaciuto il libro, meno di quello che speravo, ma mi è piaciuto, nonostante il protagonista mi sia sembrato uno stronzo di proporzioni cosmiche. Un uomo che nel giorno in cui diventa padre scappa con un'altra donna non può essere considerato in un altro modo. Non mi interessa della sua sofferenza di orfano a oltre quarant'anni, non mi interessa del vuoto interiore, delle sue segrete sofferenze. Niente giustifica un tale comportamento, non ai miei occhi. Se venissi a conoscenza di un Timoteo della porta accanto certo non direi belle cose di lui, tutt'altro. Non sono indulgente, certi comportamenti non so perdonarli. Insomma, questo medico affermato non ha goduto mai della mia simpatia, nemmeno la moglie a dir la verità. Forse nemmeno Italia, tanto appariscente nei colori degli abiti quanto inconsistente nel carattere. Certo è una donna che non ha una vita facile, è povera, vive da sola in un posto orribile, da bambina ha subito violenze dal padre. Lei ce l'ha la mia comprensione, a differenza di Timoteo.
Non mi hanno esaltata i personaggi dunque, ma la Mazzantini ha uno stile che mi piace, cosa che tampona mancanze che ad altri non perdonerei. Spesso è cruda, molto realistica nelle descrizioni, perfino volgare. A volte ho la sensazione che scriva da uomo, ma non lo dico in senso dispregiativo, anzi. Io preferisco la concretezza di un discorso che capisco immediatamente piuttosto che lunghissimi periodi pieni di zucchero e cuoricini. Credo che sia impossibile che un suo libro mi faccia schifo per il semplice fatto che mi piace la sua scrittura, solo a tratti la trovo un po' troppo ricercata, ma tendenzialmente mi piace. Con Venuto al mondo l'ho adorata, Non ti muovere non mi è piaciuto nello stesso modo. Entrambi comunque sono accomunati dalla narrazione di una maternità difficile. Evidentemente alla Mazzantini piace raccontare le storie che portano alla nascita di un figlio e, ringraziando il cielo (per i miei gusti), le sue storie non sono mai prevedibili e lisce come l'olio.



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