30 settembre 2013

Sono affidabile al 100%!

Il Blog AffidabileStrawberry di Una fragola al giorno e Federica di Una ciliegia tira l'altra mi hanno insignita di questo premio qualche giorno fa, perciò eccomi qui a scrivere il dovuto post di ringraziamento.
Ecco quali caratteristiche deve avere un blog per essere affidabile al 100%:
– Deve essere aggiornato regolarmente
– Deve mostrare la passione autentica del blogger per l’argomento di cui scrive
– Deve favorire la condivisione e la partecipazione attiva dei lettori
– Deve offrire contenuti e informazioni utili ed originali
– Non deve essere infarcito di troppa pubblicità
Che dite, i miei scarabocchi le rispettano queste condizioni? Io direi di sì, mi sento proprio affidabile, non c'è che dire.

La regola del gioco prevede che io risponda a una domandina molto semplice, questa: quando e perché ho deciso di aprire il blog?
Sul quando non ho dubbi: era un venerdì 17 di giugno, non sapevo che cosa fare, ero davanti al computer e mi annoiavo, così, di punto in bianco, ho deciso di aprire un blog. Ho pensato per un po' di minuti a un titolo che potesse rappresentare qualcosa e poi è bastato un clic su crea un nuovo blog. Lì per lì non avevo ben chiaro praticamente niente, l'html non sapevo nemmeno che cosa fosse e non sapevo neanche come trovare altri blog. Infine non sapevo che cosa scriverci, nei miei scarabocchi di pensieri. Per poco più di un anno ho riempito il blog con mille post diversi. Chi c'era all'inizio sa di cosa parlo: Scarabocchi di pensieri era un luogo dove appuntavo le ricette, le mie opinioni politiche, dove parlavo di libri e film. Principalmente però era un diario, molto personale. 
Poco più di un anno fa poi ho avuto un piccolo problema di anonimato, ho rischiato che miei conoscenti leggessero tutto. La cosa mi ha spaventata molto, mi ha fatto capire che avevo sottovalutato la portata della rete e che dovevo darmi una regolata. Così per un mese ho chiuso il blog, cercando nel frattempo di capire quale destino volevo dargli: chiuderlo o cambiarlo? Dopo qualche tempo ho capito che gli volevo troppo bene, al blog, per eliminarlo definitivamente, così ho eliminato solo quei post in cui mi ero lasciata troppo andare. Ho fatto dei miei scarabocchi un luogo dove appuntare ciò che leggo, unendo due necessità, o forse tre: leggere, scrivere e ricordare. Sì, perché il mio blog mi serve oltretutto per porre un limite alla mia smemorataggine. Da un po' di tempo sento che ho bisogno di cambiare qualcosa, di ritornare in parte, forse, alle origini. No, non ho intenzione di ricominciare a scrivere un diario qui, quello che vorrei forse (e sottolineo forse) è ampliare un po' gli orizzonti, parlando anche delle altre cose che mi piace fare, oltre a leggere. 
Per tornare alla domanda iniziale, credo di aver aperto il blog per un mio bisogno di comunicare. Ho sempre scritto molto, fin da piccola, ma non avevo mai scritto niente da far leggere agli altri. Scrivere il blog mi ha fatto capire che con le parole ci si può anche tenere compagnia.

p.s. tutti i blog che leggo possono tranquillamente ritenersi per me affidabili, senza che io passi a ridistribuire il premio, ok?


29 settembre 2013

Sempre di domenica #10

1- I 30 pregiudizi snob da sfatare. Quanto siamo con la puzza sotto al naso quando scegliamo di leggere un libro? Quanti ne scartiamo a priori, perché pensiamo che non facciano al caso nostro o perché non ci sembrano alla nostra altezza? 
2- Christmas countdown. Volete sapere quanto manca esattamente alla festa più bella e magica dell'anno? Con questo link non c'è problema.
3- Dentro Ozpetek [Memorie di una vagina, 20 settembre 2013]
4- 30 libri da leggere prima dei 30 anni. Sono messa maluccio ancora. Tra tutti ne ho letti solo due: L'insostenibile leggerezza dell'essere e Siddharta. Ho ancora esattamente sette anni per rimettermi in pari!
5- Quando muore uno famoso. L'ultimo fumetto di Zerocalcare mostra con ironia (come al solito) quello che succede nei social network quando muore un personaggio famoso. E ditemi se non ha ragione! 


27 settembre 2013

Cate, io - Matteo Cellini

Cara Cate, se ti avessi conosciuta a quindici anni, credimi, ti avrei voluto un gran bene. Avrei preso la tua storia e l'avrei appiccicata a me. Certe frasi, certe parti dei tuoi pensieri sparsi, sono sicura di averli scritti anch'io nei miei diari di qualche anno fa. Certamente avrò usato parole diverse, ma il senso era senz'altro quello.
Non ero obesa come te, avevo solo un po' di ciccia in più (ce l'ho ancora), ma come te mi sentivo sempre osservata da tutti e camminavo a testa bassa tra la gente, sentendomi sempre la peggiore: la più brutta, la più imbranata, la più timida, la più sola. Come te Cate pensavo che un giorno avrei preso una bacchetta magica e avrei cambiato tutto quello che in me non andava. Così, di punto in bianco. In fondo non mi importava se il presente faceva schifo, perché il futuro, un ipotetico futuro vissuto chissà dove, chissà con chi, sarebbe stato meraviglioso. Io l'avrei reso meraviglioso, avrei mostrato al mondo che cos'ero, che cosa c'era dentro quel po' di ciccia in più, dietro quegli occhi bassi, dietro quei silenzi.
Cate, mi sarebbe piaciuto conoscerti prima, sfogliarti al ritorno dalla scuola, accartocciata sul sedile di un pullman sempre troppo vuoto. Forse, se tu mi avessi stretto la mano a quindici anni, avrei capito prima tante cose che invece hanno richiesto molto del mio tempo, dei miei anni. Molte lacrime. Molte arrabbiature. Molte solitudini.
Cara Cate, forse solo ora sto iniziando a prendere in mano quella bacchetta magica che credevo di poter estrarre così, di punto in bianco, dal niente. Almeno questo è quello che mi auguro. Forse se ti avessi conosciuta a quindici anni avrei studiato un po' meno e avrei costruito meno muri. Invece che cosa ho fatto? Vuoi saperlo? Ho studiato giornate intere, collezionato dieci e lodi a matematica, preso il massimo dei crediti e il massimo alla maturità. Non credevo di essere solo una secchiona, sai Cate? Ma evidentemente lo ero, perché quasi tutti quelli che mi chiamavano il pomeriggio per i compiti o mi aspettavano la mattina per copiare le versioni di latino, ecco poi non mi hanno cercata più. Non che io l'abbia fatto. Ero una secchiona asociale come te, come te troppo attenta a dare la colpa agli altri, a sottolineare le loro mancanze nei miei confronti prima di pensare alle mie.
Cate, se ti avessi conosciuta a quindici anni avrei evitato di pensare che tanto lo studio e la mia intelligenza (che in fondo ero ben convinta di possedere a tonnellate) avrebbero tranquillamente sostituito la mia non-prestanza fisica, la mia non-loquacità, la mia non-socievolezza, la mia timidezza.
Magari se ci fossimo incontrate in classe insieme ci saremmo raccontate le ansie dei diciotto anni, di quella festa angosciante, di quei biglietti senza senso che annunciano una vita da grandi, all'improvviso, quando invece tutto rimane uguale, come è ovvio che sia. Forse avrei letto con te e tua nonna Pirandello e forse avrei voluto bene anche alla tua prof di italiano. Chissà se anche tu avresti voluto bene al mio prof di matematica, conoscendoti oggi, sono sicura di sì, Cate. Anch'io ho avuto un insegnante come la tua. A te ha tirato un salvagente di parole, il mio invece era un salvagente fatto di certezze razionali, di soluzioni sempre rintracciabili grazie a qualche teorema, di perché pieni di risposte, a differenza di quello che succede nella vita, Cate.
Quello che penso è che non importa per che cosa abbiamo sentito il nostro cuore battere, l'importante è che nel nostro tumulto interiore, nel bel mezzo delle nostre crisi e dei nostri momenti difficili, abbiamo trovato una mano tesa verso di noi e qualcosa per cui appassionarci. Qualcosa che ci ha salvato, perché, come dice il titolo di quel libro che sicuramente avrai letto anche tu, nessuno si salva da solo. Nemmeno noi. La felicità è insieme agli altri. Adesso lo sappiamo entrambe.
Sai che c'è? C'è che vorrei che ti conoscessero tutti, ma soprattutto le ragazze come noi.
Magari qualcuna quella mano tesa potrebbe riceverla proprio da te.


♥ Le frasi che ho sottolineato

25 settembre 2013

Perdersi e ritrovarsi, Jamie Ford

Oggi tra le email ne ho trovata una della Garzanti, leggendola ho scoperto che tra un paio di settimane uscirà un nuovo romanzo di Jamie Ford, romanzo che si intitolerà Come un fiore ribelle e che (so che non lo direste mai...) voglio assolutamente leggere. È il minimo, dopo tutte le emozioni provate con Il gusto proibito dello zenzero. Senza dubbio è stato uno dei libri più belli letti l'anno scorso, ci scarabocchiavo sopra quasi esattamente un anno fa, qui.
In quel romanzo i due protagonisti, Henri e Keiko, l'uno cinese e l'altra giapponese, erano emarginati dai loro coetanei e dalla società americana in cui avevano sempre vissuto. Loro erano diversi e per questo, perché non considerati davvero americani a tutti gli effetti, per via delle origini e di quegli occhi a mandorla, dovevano aiutare la signora Beatty alla mensa della prestigiosa scuola inglese in cui erano stati ammessi.
La storia del libro poi ovviamente continua con l'attacco a Pearl Harbor e ciò che ne consegue per Keiko, per tutti i giapponesi residenti negli Stati Uniti d'America, per il giovane amore di quelle due paia di occhi a mandorla. Oggi però non voglio raccontarla, l'ho già fatto l'anno scorso.
Oggi voglio solo parlare di questo racconto di Jamie Ford, Perdersi e ritrovarsi, ispirato a uno dei personaggi de Il gusto proibito dello zenzero, la signora Beatty, che, dice l'autore, gli ricorda molto sua nonna.
In questo breve racconto si narra un momento di svolta nella vita della donna, avvenuto prima dell'attacco a Pearl Harbor. Prima era la signora Beatty: una casalinga, con un marito per niente speciale, con una sterilità che le aveva impedito di mettere in pratica l'unico vero motivo per cui si era sposata. Quella che nel romanzo abbiamo conosciuto come signora Beatty è in realtà una donna che odia farsi chiamare così, col cognome del marito. Dal suo momento di svolta, in cui mette a fuoco che tutto sommato poteva scegliersi un uomo anche un pochino migliore di Harold, ecco, da quel momento lei non vuole più farsi chiamare signora Beatty, ma semplicemente Dora Jean. Perciò scusa Dora, se a lungo ti abbiamo continuato a conoscere come tu non volevi essere conosciuta.

Il racconto è molto breve e si legge in pochissimo, ma davvero pochissimo, tempo. Non è che mi abbia cambiato la vita eh, però è carino, soprattutto (o forse solamente) per chi ha molto apprezzato quel bel romanzo di Jamie Ford. Il romanzo ve lo straconsiglio, il racconto fate un po' voi, però considerando che tra pochi giorni sarà scaricabile gratuitamente (gratuitamente!) male non farà di sicuro!

«A volte ti svegli e non hai altre certezze, non ti resta che seguire il vento dominante… è troppo dura andare contro corrente. Ma tra l’accettazione e la resa c’è una bella differenza.»
Cercò disperatamente di trasformare il suo dolore in sollievo, il sollievo di essersi liberata di Harold una volta per tutte. Ma quella libertà era solo un’altra forma di ripudio. Non amava suo marito, ma si era innamorata dell'idea di averlo accanto. Lo aveva sempre considerato una porta per la maternità.


24 settembre 2013

Acciaio [2012]

Acciaio, 2012
Qualche giorno fa, parlando dell'uscita del nuovo romanzo di Silvia Avallone, mi è tornato in mente il film tratto dal suo primo libro, Acciaio, film che non avevo ancora visto per mia dimenticanza.
Visto che li guardo sempre i film tratti dai libri che leggo e visto che Acciaio mi era anche piaciuto, era ovvio che dovessi rimediare alla mia distrazione, così, qualche sera fa, ebbene sì, ho visto il film uscito l'anno scorso.
Puro masochismo.

Acciaio (il romanzo) mi era piaciuto, ricordo bene i personaggi, ricordo che alla fine della lettura mi era rimasta l'immagine di donne completamente incapaci di farsi rispettare. Veniva voglia di gridare loro Ehi, ma che cosa ci fate con degli uomini così? Che vi picchiano, che vi sottomettono, che non vi fanno essere niente? Su, svegliatevi, fatelo anche per le vostre figlie che hanno bisogno di un modello. Mi ricordo che avevo avuto brividi e lacrime leggendo della morte bianca di quel ragazzo che, certo non era perfetto, ma si capiva benissimo che era buono e che avrebbe meritato un'altra possibilità da questa vita.
In Acciaio (il film) tutto questo non l'ho ritrovato. Mi chiedo che cosa resti di questo film a chi non ha letto il libro. Secondo me? Ben poco.
Anna e Francesca sono raccontate in maniera superficiale, le loro famiglie disastrose neanche si affacciano sulla scena quasi. Non ci sono le madri, arrendevoli, succubi dei mariti. Non ci sono nemmeno i mariti in realtà, se non di sfuggita. Acciaio (il film) sfiora le cose, ma non ci entra mai. I personaggi non hanno lo spessore di quelli di carta, tutto sembra scontato, come se fosse normale mettere al mondo un figlio senza occuparsene, come se fosse normale rubare.
Alessio
Il film riesce inoltre in un'impresa quasi impossibile: far sembrare normale anche morire sul lavoro. Riesce nell'impresa di non farmi piangere con quella scena. Incredibile, davvero. E pensare che ricordo ancora i brividi provati sopra quelle pagine. Mah...

Ultimo neo che mi viene in mente in questo momento è la presenza di un'attrice che non sopporto, Vittoria Puccini, che mi sta antipatica a pelle. Non sapevo che ci fosse anche lei nel cast. Al contrario mi piace molto Michele Riondino, nei panni in questo caso di Alessio, il fratellone di Anna, un personaggio bello sulla carta e pure sulla pellicola.

Insomma, secondo me il film non rende per niente giustizia al libro, cosa che mi è apparsa anche un po' strana visto che Silvia Avallone è presente tra gli sceneggiatori. Qualcosa dev'essere andato storto, perché alla versione cinematografica di Acciaio mancano molte cose. Il film racconta superficialmente quasi tutti gli stessi fatti del libro, sì, però non indaga sulle cause e non mostra neanche le conseguenze, allora tutto mi sembra un po' inutile, ecco.

Anna
Dicono che per noi giovani qui non ci sia futuro. Mi chiedo perché il futuro debba essere sempre altrove, da un'altra parte..




 ♥ I miei scarabocchi sul libro 


23 settembre 2013

Cate, io - frasi [Matteo Cellini]


Sono la possibilità ambulante di un paragone che salva; che toglie dalle mani la palma della più brutta, della più grassa, della più sola.

Sul pullman arrivo tra i primi per non comparire di fronte alla platea, per non percorrere il corridoio tra i sedili, come una ridicola passerella; mi siedo in seconda fila tra i primini, rivolta al finestrino. Non ho compiti da copiare, non ho appunti da ripassare, non ho amiche con cui condividere qualcosa. Mi hanno confinata qui, murata in me stessa. Avranno pensato che grassa come sono potevo ricavare da me un'amica o due con cui chiacchierare, trascorrere il tempo; che fossimo più persone in una.

La classe ha la forma di un mattone.
Siedo in un angolo, quello opposto all'entrata.
Sparisco: devi pensarmi per vedermi, devi volermi parlare: girare la testa.

Inaspettatamente pensò ai libri; ai libri come pastiglie rettangolari e colorate, con una confusa idea di quello che potessero contenere: poesie, romanzi, disegni, saggi… senza riuscire a indicare un solo autore, o un titolo. Ma era convinta che una pagina tra le migliaia della biblioteca di Urbania parlasse di me: che dovesse per forza parlare di me: salvandomi. Che mi permettesse di capire.

 Lei molto ingenuamente crede che la letteratura sia la chiave della mia salvezza. Che io sia una serratura difficilissima e la letteratura una chiave passepartout.

Mi piacerebbe essere una lumaca e portarmi sempre dietro la casa. Oppure un riccio per chiudermi in me stessa.

La scuola superiore è il mondo. La scuola media è ancora la casa, oppure uno stagno. Se è uno stagno, la scuola superiore è il mare.

Affacciandomi alle superiori è bastato un quadrimestre per capire che non avevo i requisiti per entrare nel club degli altri e rendere così felice me.
Grassa, per niente attraente, timida e di poche parole. Sola, da subito, con la miseria di sentirmi considerata per la bravura nelle materie di scuola, per la responsabilità quasi adulta: una moneta che gli amici e i coetanei non accettano.

Tutte le decisioni che prendevo solennemente in camera mia scomparivano appena uscivo di casa.
Incidevo sull'universo degli altri come una carezza su un sasso.

Per esclusione, logicamente, arrivai all'identificazione del problema: io.
Io scritto maiuscolo, in stampatello, in grassetto.
Io come un meno davanti a tutte le mie idee e i miei gesti.
Come uno zero che si moltiplichi per tutte le mie parole, azzerandole.

Sarebbe bello riuscire ad allontanare la carovana degli altri e sentirsi a posto, soddisfatti delle gioie che ognuno può procurarsi da sé. E poteva essere ragionevole pensare che ci sarei riuscita, disprezzando ormai le mie coetanee, ritenendomi in possesso di una verità che le loro stupidaggini non potevano nemmeno immaginare, come un profeta che aveva visto giusto ed era stato scacciato, ma sapevo con sincerità che non erano i miei pensieri.
Per me la felicità è solo insieme, nella condivisione. E solo gli altri possono renderti felice.

Le persone (e le nonpersone) che non vogliamo deludere sono quelle che possono renderci felici (e nonfelici).

Perché la poesia, ce lo ha insegnato lei, mette a fuoco e racconta con parole note cose che non si sapevano ancora, molto spesso dentro di noi, cose ingarbugliate, mosse, invisibili, per le quali non si aveva ancora la giusta prospettiva. Per funzionare la poesia pretende che tu non legga solamente ma che ti metta in gioco dalla testa ai piedi, con tutto quello che ci sta in mezzo.

Anche se fai cose belle, dici cose belle, pensi cose belle gli altri non ti ascoltano perché tu non sei bella, ma brutta e grassa. E una cosa bella tenuta solo per te diventa una cosa brutta.

Dentro un rapporto funzionante devono girare bene mille rotelle perché i colpi di fulmine non esistono: i miei genitori si sono fatti bastare quel poco di interessi comuni che avevano: come i due ultimi pezzetti di un puzzle, fatti di rientranze e sporgenze non coincidenti, che per forza provano a incastrarsi.

Babbo è, semplicemente; perché babbo fa le cose che deve fare. Punto. Un'automobile affidabilissima, però modello base, senza nemmeno un optional.

Riceviamo un primo bacio quando se ne va e ne otteniamo un secondo nell'altro margine del giorno, quando torna. Il magazzino e le commissioni lo portano spesso distante da casa, e pranza tra le impalcature.
Il bacio è un gesto ormai sdoganato, consueto. L'abitudine gli ha tolto ogni imbarazzo e forse ogni significato. Lui deve farci passare dentro tutti i suoi obblighi di padre, come se li esaurisse completamente.

Perché nemmeno sono sicura dei suoi sentimenti nei miei confronti: essere mio babbo non significa volermi bene. Chi l'ha detto che devi voler bene a tua figlia per forza? Io non lo so. Io ho sentito la sua presenza come un recinto, non come amore. L'affetto lo si dimostra, mio padre è una brava persona, invece, nel mondo degli adulti. Quaggiù dove sto io non è venuto mai: una parola caparbia, un non arrendersi di fronte alla mia stupida ritrosia; provare a capirmi e poi esplorarmi, circumnavigarmi.
Invece da lontano, col binocolo, come un guardiano. Mio padre è solo un padre che si occupa dei propri figli e io sono semplicemente una figlia, non Caterina.
Fossi differente mi amerebbe dello stesso indifferente amore, come per un nome comune – figlia – e non per il mio nome proprio, con tutto quello che contiene.

E piango anch'io, perché siamo fatti d’acqua per il settanta per cento, e ogni terremoto è per forza un maremoto.

Sul suo lettone rosa sono violenta nel prendermi a calci, mentre faccio un ripasso per niente sintetico dei miei egoismi. Per ognuno chiedo scusa, chiedendole non il perdono, ma il tempo per provare a meritarmelo.

«Per anni mi sono chiesta cosa dovessero fare gli altri per essere miei amici. Veri amici. Dove dovessero venire a cercarmi. Quali prove dovessero superare, per esserci, perché li mettessi a parte delle mie aspirazioni e dei miei sogni. Come se io mi ritenessi speciale, o diversa, e fossi un lusso, per loro».

Con un cigolio doloroso la mia testa si apre di qualche millimetro e l'elenco di inadeguatezze si arricchisce di altre voci, perché gli obesi hanno molti luoghi negati, sarebbe stupido ammettere il contrario: però faccio scontrare questo elenco con un altro, che riporta i luoghi ai quali la mia intelligenza può permettermi di accedere, e in generale l'esserne provvisti, di intelligenza. E poi penso al coraggio e alle prove che può farti superare a differenza di chi non ne ha, e la timidezza invece quante gioie può escludere dalla vita, a priori. La bellezza gli aiuti che può dare, la faccia tosta, e il saper parlare, disegnare, giocare a calcio; e l'essere simpatici o avere senso dell’umorismo e così via. Una intera biblioteca di qualità, stati d’animo, competenze, predisposizioni, caratteri, elementi fisici che combinati danno come risultato noi.
Danno come risultato – io.
Dipende tutto da come li leggi, da cosa decidi di mettere prima e dopo, a cosa vuoi dare più importanza.


♥ I miei scarabocchi sul libro

18 settembre 2013

E l'eco rispose, frasi [Khaled Hosseini]

Abdullah non riusciva a immaginarsi un tempo in cui suo padre era andato su quell'altalena. Non riusciva a figurarsi che una volta suo padre era stato un ragazzo, come lui. Un ragazzo spensierato, agile sulle gambe. Che correva a briglia sciolta per i campi con i suoi compagni di giochi. Papà con le mani coperte di cicatrici, la faccia solcata da profonde rughe di stanchezza. Suo padre che, per quanto ne sapeva Abdullah, poteva anche esser nato con la vanga in mano e il fango sotto le unghie.

Una storia è come un treno in corsa: in qualunque punto sali a bordo, prima o poi arrivi a destinazione.

Suleiman Wahdati era un essere per me incomprensibile, un uomo apparentemente soddisfatto di vivere il resto dei suoi giorni godendo della ricchezza che aveva ereditato, un uomo senza una professione, senza una passione manifesta e senza il desiderio di lasciare qualcosa di sé al mondo. Avrei detto loro che viveva una vita senza scopo né progetto. Come quei giri in macchina che facevamo assieme. Una vita vissuta dal sedile posteriore, osservata mentre passava avvolta nella nebbia. Una vita apatica.

Potevo solo concludere che per alcune persone, in particolare per le donne, il matrimonio, anche infelice come questo, può costituire una fuga da un'infelicità ancora più grande.

Dicono: trovati uno scopo nella vita e perseguilo. Ma talvolta è solo dopo aver vissuto che si riconosce che la vita aveva uno scopo, e probabilmente uno scopo architettato dal caso.

E.B.: Vive a Parigi?
N.W.: Studia matematica alla Sorbona.
E.B.: Ne sarà orgogliosa.
Lei sorride con un’alzata di spalle.
E.B.: Mi colpisce la scelta della materia, dato che lei si occupa di letteratura.
N.W.: Non so da chi abbia preso. Tutte quelle formule e teorie incomprensibili. Immagino che lei le capisca. Per quanto mi riguarda, so fare a malapena le moltiplicazioni.
E.B.: Forse è il suo modo di ribellarsi. Lei di ribellione se ne intende, penso.
N.W.: Sì, ma io mi ribellavo nel modo giusto. Bevevo, fumavo e avevo amanti. Chi si ribella studiando matematica?

Julien le aveva chiesto cosa l’aveva spinta verso la matematica e lei aveva risposto che la trovava rassicurante.
«Io la definirei piuttosto come qualcosa che intimidisce, mi sembra più pertinente.»
«È anche questo.»
Pari aveva detto che trovava consolazione nella stabilità delle verità matematiche, nella mancanza di arbitrarietà e nell'assenza di ambiguità. Nel sapere che le risposte potevano essere elusive, ma che si potevano trovare. Erano lì che aspettavano sulla lavagna, qualche passaggio più sotto.
«In altre parole, niente di simile alla vita» aveva commentato Julien. «Dove le domande o non hanno alcuna risposta o ne trovano una ingarbugliata.»

Adel sentiva che stava oltrepassando con un balzo la propria infanzia. Ben presto si sarebbe ritrovato adulto. E allora non ci sarebbe stato modo di tornare indietro, perché l'essere adulto era qualcosa di simile a ciò che suo padre una volta aveva detto a proposito dell'essere un eroe di guerra. Quando si diventa eroe, si muore eroe.

Vedevo il mio futuro come un'interminabile distesa priva di avvenimenti, e questo bastò perché trascorressi la maggior parte della mia fanciullezza ad agitarmi, sentendomi una controfigura, un delegato di me stesso, come se il mio vero io risiedesse altrove, in attesa di riunirsi un giorno con quest'altro io più oscuro, vuoto. Mi sentivo come un naufrago. Un esiliato in patria.

La corda che ti salva dall'inondazione può diventare un cappio attorno al collo.

Le città, le strade, i paesaggi, le persone che incontro incominciano a confondersi nella mente. Mi dico che la mia è una ricerca. Ma sempre più spesso mi sembra di aggirarmi senza meta, in attesa che qualcosa mi accada, qualcosa che cambierà tutto e verso cui tende tutta la mia vita.

Pensare a lui, all'angoscia dei suoi ultimi giorni, alla mia impotenza di fronte alla sua fine, rende tutto ciò che ho fatto, tutto ciò che voglio fare, inconsistente come le piccole promesse in cui ci impegniamo prima di addormentarci, e che, quando ci svegliamo, sono già dimenticate.

Imparai che il mondo non vede la tua anima, che non gliene importa un accidente delle speranze, dei sogni e dei dolori che si nascondono oltre la pelle e le ossa. Era così: semplice, assurdo e crudele. I miei pazienti lo sapevano. Capivano che gran parte di ciò che erano dipendeva, o poteva dipendere, dalla simmetria della loro struttura ossea, dallo spazio tra gli occhi, dalla lunghezza del mento, dalla punta del naso, se il naso si univa alla fronte con un angolo ideale o meno.
La bellezza è un dono gigantesco, immeritato, dato a caso, stupidamente.

Entrare nella casa della mia infanzia mi disorienta un po’, è come leggere la fine di un romanzo iniziato tanto tempo fa e poi abbandonato.

Credono di vivere in nome di ciò che vogliono. Ma in realtà si fanno guidare da ciò di cui hanno paura, da quello che non vorrebbero assolutamente.

Una parte di me pensa che sia meglio continuare come abbiamo sempre fatto, comportandoci come se non sapessimo di essere incompatibili. Sarebbe una soluzione meno dolorosa, forse migliore di questa offerta tardiva. Intravedo in modo oscuro e incerto come avrebbe potuto essere tra noi. Ma questo non produrrà altro che rimpianto, mi dico, e a che serve il rimpianto? Non ci restituisce niente del passato. Quello che è andato perduto è irrecuperabile.

La sola fuga possibile era allentare le redini della fantasia.

Dal tono tenero, leggermente angosciato con cui aveva pronunciato queste parole avevo capito che mio padre era una persona ferita, che il suo amore per me era sincero, immenso ed eterno come il cielo, e che avrebbe gravato su di me per sempre. Era quel tipo di amore che prima o poi ti avrebbe inchiodato a una scelta: o ti liberavi con una lacerazione o rimanevi e sopportavi la sua intransigenza, anche se ti torchiava sino a farti rimpicciolire.

Il tempo è come il fascino. Non ne hai mai quanto vorresti.

Non le dico tutta la verità. La racconto a malapena a me stessa. Cioè che ho paura di essere libera, nonostante lo desideri spesso. Paura di ciò che mi succederà, di quello che farò di me stessa quando Baba non ci sarà più. Per tutta la vita sono vissuta come un pesce in un acquario, dentro la frontiera rassicurante di una vasca di vetro, dietro una barriera tanto impenetrabile quanto trasparente. Sono libera di osservare il mondo che balugina all'esterno e di immaginare di farne parte, se mi fa piacere. Ma da sempre vivo come una reclusa, accerchiata dai rigidi, inflessibili confini dell’esistenza che mio padre ha costruito per me, dapprima coscientemente, quando ero una ragazza, e poi involontariamente ora che si va spegnendo di giorno in giorno. Penso di essermi abituata alla vasca di vetro e sono terrorizzata all'idea che, quando si romperà, quando sarò sola, precipiterò nell'ignoto che mi si spalancherà davanti, impotente, sperduta, annaspando nel tentativo di respirare.

 «Non so cosa significhi questa piuma, non ne conosco la storia. Ma so che significa che Abdullah ha continuato a pensarmi in tutti questi anni, a ricordarsi di me.»


♥ I miei scarabocchi sul libro


15 settembre 2013

Sempre di domenica #9 [ironia politica, creatività e Italia.fm]

Per i link:

1- Il proiettore fai da te, inventato dalla fantastica autrice di "Un'idea nelle mani". Sono rimasta davvero stupita da questa creazione, così tanto che credo proprio di doverlo mettere in pratica, prima o poi.
2- La decadenza. Un po' d'ironia sopra questa parola decisamente inflazionata nell'ultimo periodo. Sperando che sia di buon auspicio.
3- Generatore automatico di slogan di Pippo Civati. Visto che in tv e nel Pd non esiste altro dio all'infuori del sindaco fiorentino, ho deciso che ci penso io a fare campagna elettorale per Pippo Civati, ok? Nel frattempo comunque, mentre nessuno ne parla, l'outsider fa il pieno (L'espresso, 6 settembre 2013). 
4- Tutte le radio italiane in un click. Questo sito mi piace, lo trovo utile, anche se in questo periodo ne ascolto davvero poca di radio. Qual è la vostra preferita comunque? 
5- 10 tips per cominciare l'anno, scritto da Camilla autrice di "Zelda was a writer". Consiglio a tutti questo blog, soprattutto nelle giornate grigie e tristi. È buonumore. Speranza. Fiducia. Sogni. #solocosebelle insomma. Il post linkato in particolare raccoglie dieci punti essenziali per vivere bene il nuovo anno che sta iniziando, perché è chiaro che è settembre il vero gennaio, no? Leggeteveli tutti. A me fanno impazzire. Il mio preferito è il numero sei che dice così (copio e incollo da Zelda): Comprate penne e matite, signori temperini e colla stick. Rinnovate la sensazione di essere fautori di un piano a sette colori, dedito alle cose della vostra vita e a quelle di chi più amate. Sottolineate, stampate, colorate, attaccate e ritagliate. Io ritaglio sempre figure dai giornali, specie quando sono particolarmente stressata. Sono qui che tentenno sul consigliarvelo o meno perché credo, non senza timore, che un buon psicologo avrebbe molto da dire in merito. Insomma, a prescindere da tutto: siate creativi anche quando non vi viene richiesto. (Quest'ultima esortazione la scriverò sulla parete della mia camera credo!).


11 settembre 2013

E l'eco rispose, Khaled Hosseini

Dunque ce l'ho fatta a voltare l'ultima pagina. Detta in questo modo mi rendo conto che sembra che la lettura dell'ultimo romanzo di Khaled Hosseini sia stata per me una maratona, ma non è così, non completamente almeno.
Ho amato a dismisura Il cacciatore di aquiloni prima e Mille splendidi soli poi, li ho amati così tanto che mi sono trovata sempre in difficoltà quando qualcuno mi ha chiesto quale dei due mi era piaciuto di più. Temevo, e speravo, che, con l'arrivo del terzo romanzo di Khaled Hosseini, sarebbe stato ancora più complicato scegliere il mio preferito tra i suoi libri. Invece no. E l'eco rispose, per me, non ha la stessa bellezza degli altri due. Non la sfiora neanche. Forse per questo, perché un po' mi ha delusa, ho faticato molto per finirlo. E pensare che, presa dall'entusiasmo, l'ho comprato o il giorno stesso o il giorno dopo che è uscito in Italia, a giugno insomma. Sono passati quasi tre mesi, per un libro che, credevo, avrei divorato in tre giorni. A mia discolpa posso solo dire che c'è stata un'estate un po' strana nel mezzo (è solo un'inutile scusa, lo so...).

Non mi risulta facile scrivere di questo romanzo.
Sono 450 pagine di continui flashback, di continui spostamenti anche spaziali, oltre che temporali. Si parte dall'Afghanistan per arrivare in Pakistan, a Parigi, su un'isola greca, perfino in America. Il filo conduttore dovrebbe essere la separazione forzata di due fratelli rimasti orfani di madre, Abdullah e Pari, profondamente legati da bambini. Per Abdullah (il fratello maggiore) è uno strazio vedere la sorellina venduta dal padre a una ricca famiglia di Kabul, è un dolore che resta piantato nel suo cuore per sempre. Pari, invece, che ha appena due-tre anni quando viene ceduta a Nila Wahdati, non ricorda il fratello. Per gran parte della sua vita crede di essere il frutto di quella famiglia che invece l'ha solo adottata, pur percependo, dentro di sé, chissà per quale misterioso meccanismo della memoria umana, una forte sensazione di vuoto. Spesso sente di essere incompleta, è come se le mancasse un pezzo. Ma è solo una sensazione, una vaga impressione, nient'altro. Non ha la più pallida idea di che cosa si tratti. Lo scopre solo da adulta, dopo essere cresciuta a Parigi, dopo anni vissuti da occidentale, dopo aver studiato matematica, dopo essere diventata addirittura un docente universitario, dopo essersi sposata, dopo aver avuto dei figli, dopo essere andata forzatamente in pensione per una malattia. Scopre la verità solo grazie all'intreccio di vite profondamente diverse dalla sua e diverse tra loro, vite che per caso si intersecano in alcuni momenti, in spazi lontani, riportando a galla quella verità nascosta che Pari aveva in fondo sempre percepito. Un giorno un'eco risponde, lì, dentro quel vuoto che l'ha accompagnata per tutta la vita. Ed è un'eco di occasioni sprecate, di momenti non vissuti, di distanze immense mai neppure sospettate. È un'eco che tampona quella sensazione di vuoto e incompletezza, anche se ormai Abdullah e Pari non sono più quei bambini inseparabili che erano un tempo. Anche se è finita la loro infanzia, anche se è finita la loro adolescenza, anche se hanno già preso le loro decisioni e vissuto le loro vite. L'eco risponde alla fine e se risponde è grazie al fortuito intreccio delle vite di tante persone, in particolare quelle di Nabi, fratello della nuova moglie del padre di Abdullah e Pari, e Markus, medico senza frontiere di origine greca, ormai stanziato a Kabul. È soprattutto grazie a loro se quelle piume che Abdullah raccoglieva da bambino per far contenta sua sorella tornano, decenni dopo, nelle mani a cui erano destinate.
Quella piuma sulla copertina del libro, insieme a quelle per Pari che aprono e chiudono il romanzo, mi hanno fatto venire in mente la piuma bianca di Forrest Gump. Forse quello che ci dicono, Forrest Gump da un lato e Pari e Abdullah dall'altro, è che la vita di ognuno di noi è trasportata da un vento leggero e chissà dove andrà a posarsi, basta un niente per allontanarsi, per volare via e poi, forse, anche per ritrovarsi. Destino, tutto qui. Per chi ci crede, ovviamente. Io no, non vorrei crederci, ma questo è un altro discorso.

Stranamente (ahahah!) mi sto dilungando anche su questa storia. Parlare di storia, al singolare, per l'ultimo romanzo di Hosseini è del tutto fuori luogo. La storia di Pari e Abdullah, che a grandi linee ho raccontato, è solo un filo conduttore, è una sorta di contenitore che tiene insieme tutte le altre. Ci sarebbero decine di personaggi da nominare. Decine di storie in cui scavare: quelle di Sabur, Parwana, Masuma, Gholam, Adel, Iqbal, Madeline, Odie, Thalia, Timur, Idris, Amra, Roshi, Suleiman Wahdati. Avrò sicuramente dimenticato qualcuno. Questo libro è tante storie, che mi aspettavo fossero secondarie e invece non lo sono state poi così tanto. È come se Pari e Abdullah fossero al centro di una mappa e da loro partissero tante frecce con tutti i nomi delle persone che hanno avuto un ruolo nella loro separazione e nel loro ritrovarsi, nomi che non restano "vuoti", ma che poi si riempiono delle storie che ci sono dietro. Non so se mi spiego. È come se fosse una matrioska: la storia di Pari e Abdullah contiene tutte le altre, altrettanto belle, altrettanto interessanti. Spesso ho avuto proprio la sensazione che ce ne fossero troppe, di storie. Troppi nomi, troppe divagazioni, troppi intrecci, troppe cose da ricordare. A volte mi sembrava quasi che Khaled Hosseini andasse, come dire, fuori tema. È come se c'avesse voluto mettere dentro troppe cose, non so. Avrei preferito che si tenesse qualche storia per il prossimo romanzo, anche perché sono tutte molto belle e in alcuni casi avrebbero meritato più di un capitolo. Personalmente avrei preferito che fosse raccontata in modo più approfondito la vita di Abdullah, che cosa ha fatto dopo la separazione da Pari, la fuga dall'Afghanistan, l'arrivo in America, il matrimonio. Avrei preferito che avesse più spazio la sua vita di ragazzo e uomo, senza che si passasse dall'infanzia alla vecchiaia lasciando qualche punto interrogativo di troppo su quello che c'è stato nel mezzo. Avrei preferito la sua storia ad altre, seppur intense e commoventi.

Il libro comunque è bello, non so se si era capito, ma mi è piaciuto eh. Non come i due precedenti, questo no, ma comunque è un romanzo che consiglierei e regalerei.
Khaled Hosseini ha sempre un posticino speciale nel mio cuore.
Ben oltre le idee
di giusto e di sbagliato
c'è un campo.

Ti aspetterò laggiù.

[Jalaladdin Rumi, XIII secolo]
♥ Le frasi che ho sottolineato

10 settembre 2013

Sofia si veste sempre di nero, Paolo Cognetti

[Scritto qualche notte fa].

Sofia si veste sempre di nero, io mai. Il suo colore preferito è quello meno presente nel mio armadio. Mentre scrivo di lei, alle dieci di una sera di inizio settembre, quando ho appena infornato un dolce al cioccolato, ho addosso un pigiama che Sofia non avrebbe mai messo: rosso con un sacco di fiori bianchi e blu. Un botto di colori che le presterei volentieri, per provare a farle passare un po' di allegria da fuori a dentro, quasi per osmosi.
Perché Sofia non è allegra mai, nemmeno per sbaglio. È nera fuori e dentro, figlia unica di un padre assente e di una madre che per la famiglia ha smesso di esistere. Sofia non è stata una figlia voluta, ma un incidente di percorso, legalizzata in fretta e fuga da un matrimonio riparatore come mille altri. Tra i suoi genitori non c'è mai stato l'amore. La madre, Rossana, è una donna grigia, senza più sogni ed energia, senza più voglia di andare avanti, incapace di prendere in mano la propria vita. Il padre, Roberto, è un ingegnere dell'Alfa Romeo, che vive per il suo lavoro ed è completamente assente dalla vita della sua bambina, tanto che lei non sa cosa scrivere quando a scuola le danno da fare un tema sul papà: lei non lo conosce.
Sofia è il frutto non cercato di una famiglia mai davvero nata, che va a rotoli, che non esiste. La sua infanzia è segnata dalla paura: paura che i genitori possano divorziare, paura che quella parola che ha bussato a casa del suo amico (tumore) bussi anche alla sua lasciandola ancora un po' più sola.
Crescendo il suo umore non cambia: ha paura, non si sente compresa, prova a ribellarsi in ogni modo che conosce. Finalmente si affaccia nella sua vita la zia Marta, in passato attivista politica nelle file di estrema sinistra, che si prende a cuore la nipote oramai cresciuta e la porta con sé, lontano da quella famiglia che famiglia non è e che a Sofia sa dare solo ansia e preoccupazioni.
Nonostante il nero con cui si avvolge, Sofia vorrebbe essere felice adesso, in ogni istante, ha ancora delle speranze addosso, benché viva ogni giorno con l'incubo di diventare come la madre. Invece non lo è. Sofia non è spettatrice della propria vita, come Rossana, Sofia cerca di prendersi quello che vuole. Sogna di fare l'attrice, per recitare altre vite, per allontanarsi dalla sua. Al contrario della madre non lascia che questo resti un sogno irraggiungibile, ma si impegna per acchiapparlo, trasferendosi anche molte volte, cercando il suo posto nel mondo, il suo angolo felice. Milano, Roma, infine New York.

Sofia si veste di nero e sa quello che vuole. È una donna in gamba, ribelle, caotica, ma anche determinata. È un bel personaggio. Una donna interessante che chissà quante cose avrebbe da raccontare se solo non si chiudesse a riccio.
Mentre scrivo, adesso, sono avvolta dal profumo del mio dolce appena sfornato. A Sofia ne offrirei volentieri una fetta, così, tanto per provare a ficcarle in testa che non è completamente sola al mondo e che ci sono tante piccole cose per cui vale la pena vivere, nonostante tutti i casini che gli altri ci possono aver provocato. A dir la verità non offrirei una fetta di torta a tutte le Sofie che riempono queste pagine: a volte avrei voluto più che altro sbatterle la testa contro il muro per farla rinsavire. È stato un rapporto altalenante il nostro, durato, complessivamente, qualche ora.

Sofia si veste sempre di nero non è un romanzo, non nel senso classico. Paolo Cognetti affida al narratore Pietro, un aspirante scrittore che ha conosciuto Sofia a New York, il compito di dipingerla come meglio crede. Ne nascono dieci racconti, dove Sofia non è sempre la protagonista, pur essendo presente ogni volta. L'autore, insomma, ha costruito una specie di puzzle, scrivendo dieci racconti su dieci aspetti diversi della vita di Sofia. È un continuo andare avanti e indietro nel tempo, un continuo cambiamento di spazi e anni, è come se ci fossero tanti asterischi pronti a rimandare ad altre pagine, ad altri eventi che alla fine si incastrano alla perfezione. È così che conosciamo Sofia, come se fosse il risultato di un puzzle complicato che solo alla fine esce fuori in tutta la sua interezza e bellezza.

«È che tu sei comunista dentro - le dice Sofia -. Voi siete come i cattolici, vi fate un culo così perché credete nel futuro. Io voglio essere felice adesso»


♥ Le frasi che ho sottolineato


8 settembre 2013

Sempre di domenica #8 [varie ed eventuali di ritorno dall'estate]

Ora che è settembre rispolvero anche questa pseudo-rubrica settimanale. Non so voi, ma io quest'estate ho staccato completamente la spina da tutto, sono poche le notizie che sono giunte fino al mio orecchio. Davvero pochissime. Che cosa è successo in questi mesi? Ditemelo voi, perché stavolta io non vado oltre a Berlusconi condannato, al Pd che giura e spergiura che voterà per il rispetto della sentenza, ad Obama che vuole attaccare la Siria. Niente di più, giuro. Non ne vado orgogliosa eh, però è successo. Per tornare una politicante attiva come al solito confido nell'autunno, nelle giornate più corte e nel divano davanti al fuoco.
Nel frattempo ho elaborato un "Sempre di domenica" settembrino, di ritorno dall'estate, molto grafico [ehm, sì, in realtà non sapevo che cosa fare e ho passato un po' di tempo con picmonkey]. Comunque, ecco qui cinque cosette carine che durante questa mia estate altalenante ho salvato tra i preferiti nella cartella Sunday, pensando proprio a questa mini-pseudo-rubrica. Come sono previdente.


Per i link:
1- La legge di Murphy e la tempesta perfetta ["Piovono rane" di Alessandro Gilioli, 22 agosto]
2- Le immagini segrete nascoste nei libri: 1 e 2 [sono rimasta troppo affascinata da questa cosa!]
3- Un fan potenzialmente pericoloso [Pippo Civati, 1 luglio]
4- En e Xanax, Samuele Bersani [Se non ti spaventerai con le mie paure, un giorno che mi dirai le tue troveremo il modo di rimuoverle. In due si può lottare come dei giganti contro ogni dolore, e su di me puoi contare per una rivoluzione. Tu hai l'anima che io vorrei avere...]

6 settembre 2013

Sofia si veste sempre di nero, frasi [Paolo Cognetti]

«Sofia», disse l’infermiera a voce alta, «lo sai che cos'è la nascita? È una nave che parte per la guerra».

Sta male da così tanto tempo che tutti ormai si sono abituati a vederla senza capelli, con la faccia gonfia e giallastra, e a immaginarla così quando la sentono al telefono o ne parlano tra loro, come se quello fosse il suo aspetto naturale. Nessuno è tanto ingenuo da sperare che guarisca, però si erano illusi che potesse camminare sul filo, ammalata ma viva, se non per sempre almeno per un presente indefinito.

Ogni fiore piantato, ogni giocattolo dimenticato nell'erba è un pezzetto di una storia più grande e uno può anche provare a ricostruirla partendo da lì – da una sdraio, un’aiuola di lavanda e rosmarino, un tavolo di plastica con quattro sedie pieghevoli, un’amaca, un triciclo, la ciotola di un cane.

 Difficile dire quando il discorso passa dalla pirateria alla religione. Secondo quello che ha capito Oscar, anche lì tutto gira intorno alla morte: senza morte non ci sarebbe bisogno di pregare né di andare in chiesa, di obbedire a chiunque sia più grande di te, di non dire parolacce e bugie. Ma siccome bisogna morire, il problema diventa capire dove finirai dopo. Inferno o Paradiso.

Le famiglie erano come sommergibili sotto il tiro di disgrazie casuali, bombe di profondità lasciate partire dall'alto dei cieli in una battaglia navale tra te e l’imperscrutabile volontà di Dio.

Avrà ricordi marginali e nitidi come questi. Come le foto di famiglia che non ritraggono niente di particolare, e non si sa bene perché siano state scattate né quando, però anni dopo valgono molto più di interi album dedicati a compleanni e matrimoni.

Negli ultimi tempi ho letto la Bibbia da cima a fondo. Non credo in Dio ma mi sembrava un libro importante da leggere, almeno per evitare che qualcun altro lo facesse al posto mio e pretendesse di spiegarmelo.

Ma il coraggio è una cosa che si impara? [...] Oppure una ci nasce e basta? È possibile che ho paura di tutto?

Roberto si era ormai rassegnato a pensare che fosse quello, l'amore degli adulti: un esercizio di indulgenza e tolleranza, abituarsi ai difetti di un'altra persona e infliggerle i propri, caricarsi sulla schiena il fardello della sua infelicità.

Non è tanto quello che ho visto, è piuttosto quello che non ho visto. Sai quando sei fuori al sole e senti un'ombra passarti addosso? E allora guardi in su per vedere se era un uccello, una nuvola o cosa, ma ormai è troppo tardi, e qualunque cosa fosse è già passata?

L'intelligenza non è saper fare, è saper imparare.

C'è un unico modo sincero di piangere, ed è piangere da soli.

Così per la prima volta intravedi un finale. È un gioco che facevi spesso da ragazzina. All'inizio di ogni relazione ti sforzavi di immaginare la scena: mentre un ragazzo ti baciava tu ti chiedevi se quella era una storia da scusa, o una storia da allora ciao, o una storia da vaffanculo, o una storia da restiamo amici. Se sarebbe successo in un letto o in mezzo alla strada e la faccia che avrebbe fatto lui, se era un tipo da insultarti o implorarti o non parlare più, tirare un pugno al muro e odiarti e basta. Dopo ti sentivi più tranquilla. Era come conoscere già l'ultima pagina di un libro, per poi immergerti nella trama senza nessuna angoscia.

Abitare, abito, abitudine. È tutta roba che ci mettiamo addosso, tutti i nostri strati protettivi.

Da complici erano diventate rivali, e sapevano ferirsi nel modo crudele di chi conosce tutti i punti deboli dell'altra.

È per colpa di chi non c'è più, mi capisci? Anche le cose più stupide, anche quella sedia lì, prendono un valore che prima non avevano.

 La bellezza in fondo che cos'è, una stupida questione geometrica, solo un incastro fortunato nel campionario di bocche, nasi e orecchie disponibili. Ma se una faccia hai imparato a conoscerla, e l’hai vista quando ha sonno, quando ha il raffreddore, quando è distrutta da una giornata nera, se ti sei abituato a quella faccia, allora hai superato la questione della bellezza, non sei d’accordo?

Non sono le tue azioni, sosteneva, ma le tue reazioni a definire chi sei. [...] «Quando le cose vanno bene sono buoni tutti», disse. «È quando vanno male che si vede di che pasta sei fatto».


♥ I miei scarabocchi su "Sofia si veste sempre di nero"


Cinquanta smagliature di Gina, frasi [Rossella Calabrò]

In ogni donna ci sono almeno cinquanta (mila) sfumature, sbavature, smagliature, che la rendono tanto ricca interiormente quanto incomprensibile all’altra metà del cielo. In questo libro, di smagliature femminili ne racconteremo soltanto cinquanta, un numero che va molto di moda in questo momento. Ma cosa si intende per smagliature? Be’, si intende quel po’ di sovrappeso emotivo che tutte noi abbiamo, quelle bislacche imperfezioni che ci rendono così ipersensibili, complicate, esperte di film dell'orrore che proiettiamo dentro di noi ogni volta che per esempio un fidanzato non risponde subito ai nostri sms (non mi ama più e/o sta scrivendo a un'altra), un'amica ci trova un po' stanche (stanca? Vuol dire brutta?), la bilancia segna un etto in più (ecco, sono obesa). Cinquanta smagliature di Gina vi propone un rimedio naturale al cento per cento, consigliatissimo contro le smagliature interiori. Si chiama autoironia. Che, combinazione, oltre a far più bella la pelle come ogni sorriso, è l'arma di seduzione più efficace che ci sia. Meglio del botox.

Il contenuto-tipo di una borsetta ginesca può essere rappresentato efficacemente da questo piccolo elenco:
Un portafogli, solitamente tenuto aperto per pigrizia, ma che produce gradevoli sorprese tipo farci trovare una banconota da venti euro infrattata nella bustina degli assorbenti.
Un cellulare, del diffuso modello che quando suona diventa invisibile.
Due sigarette spezzate.
Trecentoventi piccole briciole di tabacco, più una grossa.
Sette accendini rubati.
Un rossetto senza tappo, pralinato al tabacco.
Uno specchio pieno di ditate.
Diciannove monetine da 2 centesimi che pascolano sul fondo.
Una monetina da 5 centesimi che fa la gradassa, ma in realtà si sente sola.
Una penna prestidigitatrice, stessa marca del cellulare, che sparisce quando serve. Essa però non suona.
Un elastico per capelli che inspiegabilmente teniamo sul polso, nonostante sia calvo.
Una bottiglietta d’acqua per combattere panico e cellulite in un solo sorso.
Un paio di calze autoreggenti per tradire il marito sul posto di lavoro.
Un paio di occhiali unti di focaccia.
Un taccuino Moleskine nero, che odiamo perché abbiamo scoperto dopo che esisteva anche rosso e persino viola. Cazzo.
Tredici scontrini del bar appallottolati, che giocano a biglie.
Un portachiavi con venti chiavi, diciassette delle quali non sappiamo cosa aprano.
Un chewing-gum masticato e sputato, avvolto in un pezzo di carta.
Un fazzoletto di terra.
Otto cani bassotto (scherzavo).

Lo shopping è l'unica attività al mondo che non ha secondi fini. Una Gina fa shopping per fare shopping.
Stupisce la grossolana superficialità di chi pensa che i capi acquistati si debbano anche indossare.

Non pronunciate nemmeno lo sciagurato commento «Tanto ricrescono», quando la Gina si è tagliata i capelli e vi chiede come sta. Rischiate che venga tagliato qualcos'altro, che poi mica vi ricresce. Se la Gina, dopo l'evirazione, vi dice: «Tanto ricresce», non ci credete.

Passiamo la vita a farci apprezzare per la personalità e non per l'aspetto fisico. Quando finalmente ci apprezzano per la personalità e non per l'aspetto fisico, ci girano i coglioni.

Ma parliamo ora dell’eyeliner, quella cosa che, come le linee della mano nella chiromanzia, determina il futuro di una persona. Se la linea nera sulla palpebra superiore viene bene, ogni Gina avrà una giornata meravigliosa, ricca di incontri seducenti e di successo, perché si sentirà bella. Se la linea viene tremula e stortignaccola, è scientifico: sarà una giornata di merda. I signori Gigi sono avvisati. L’eyelinermanzia è una scienza esatta.

Ma com'è che ’sti capelli non stanno mai come li mettiamo noi? Cos'hanno, una personalità anche loro? Sono posseduti? Parlano, magari? E se parlano, dicano una volta per tutte cosa cazzo vogliono, cosa c’è che non va, cosa li rende così inquieti, così crespi, così fottutamente stronzi. Mica per altro, è che se ci svegliamo la mattina con i capelli stronzi, ci si smaglia l'umore per tutta la giornata e diventiamo centomila volte più stronze di loro.

Quando con un uomo ci sentiamo libere di essere totalmente noi stesse, quello è l'uomo giusto.


♥ I miei scarabocchi su "Cinquanta smagliature di Gina"


5 settembre 2013

Cinquanta sbavature di Gigio, frasi [Rossella Calabrò]


In fondo, ridere è la cosa più erotica che c'è.

Il bello dei libri è che si può inventare qualunque cosa. Persino uno shuttle, eventualmente, costerebbe solo due righe, senza intaccare il conto corrente.

SBAVATURA N. 3. LA BELLEZZA MASCHILE.
Mr Grey è bellissimo. Occhi: grigi come il cielo prima di una tempesta ormonale. Mani: grandi come l'amico single che sta sotto la cintura. Capelli: da farci un nido. E il Gigio? Occhi: due. Mani: anche. Capelli: eroici. Si possono ammirare presso il monumento dei Caduti eretto in loro onore.

In una cosa Mr Grey è davvero da imitare: lui non accompagna mai la sua bella a fare shopping. Il furbastro subappalta la temibile incombenza a un personal shopper di fiducia, che acquista i capi e si annoia a morte al posto suo. Davvero un genio del male, questo Mr Grey. Il Gigio invece, soprattutto in quei due periodi dell'anno che segnano la catastrofe emotiva e il tracollo fisico (i saldi), accompagna la Gina a caccia di
occasioni. Lo fa solo perché gli costa meno fatica andarci che dirle di no. Errore imperdonabile, superficialità perniciosa. Perché il Gigio si dimentica che il suo ruolo non è soltanto quello di accompagnatore (quindi autista), né eventualmente quello di erogatore (quindi bancomat), ma è soprattutto quello di consigliere. Un consigliere che sappia non soltanto dire questo sì, questo no, ma che sia in grado di motivare in modo convincente i suoi responsi. Nello spiegarsi, deve avere però l'accortezza di evitare frasi infelici del tipo: «Questo no, perché si vede che hai le braccia a budino», «Questo no, perché mostra le tue ginocchia a michetta» o  «Questo no, perché ti fa sembrare la sorella scema dell'Ape Maia». La formula magica, sempre e comunque, dovrebbe essere: «Questo no, perché non mette abbastanza in risalto i tuoi pregi».

Prendiamo un Gigio e una Gina qualche secondo dopo il loro primo bacio. Il Gigio ha tutti i neuroni impegnati a individuare al più presto un luogo appartato dove far divertire anche il suo amico che scalpita dentro i pantaloni. Nessun altro pensiero gli attraversa la materia gigia. È la sopravvivenza della specie che lo
governa.
La Gina ha tutti i neuroni impegnati a capire se questo Gigio appena baciato sarà un buon padre per i loro figli, o quantomeno se sarà uno che, se si rompe una tapparella in casa, la saprà aggiustare. È la sopravvivenza della specie (e delle tapparelle) che governa anche lei.

A Mr Grey il detto «Se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse» gli fa un baffo. Ha il corpo di un ragazzo e l’esperienza di un vecchio puttaniere. Sono i miracoli dell’ingegneria genetica, o di quella editoriale.


♥ I miei scarabocchi su "Cinquanta sbavature di Gigio"

4 settembre 2013

Poseidon [2006]

 Poseidon, 2006
Era una bella serata  di fine agosto, una serata tra amici, fuori pioveva e su Sky davano, addirittura, il Titanic. Non appena l'abbiamo scoperto, noi femminucce eravamo già pronte per gustarci, ancora una volta, il Di Caprio dei tempi andati, ma i maschietti si sono impuntati. Ancora il Titanic? E baaaaastaaaaaa!!! Così uno di loro ci ha proposto un altro film acquatico e drammatico, un certo Poseidon, film per noi fanciulle sconosciuto. A malincuore abbiamo ceduto al loro volere e ci siamo trovate scaraventate in una nave che, a causa di un'onda anomala, si era capovolta.
I primi minuti del film sono stati terribili. Io già immaginavo quanti incubi avrei potuto avere la notte, dopo aver visto quelle scene crudi, tutti quei morti, quelle urla. Mamma mia.
Era panico.
La suspence però è durata poco. Presto è apparso chiaro che quella decina di persone, protagoniste del film, sarebbero sopravvissute grazie alle geniali imprese di un certo Dylan biondo con gli occhi azzurri, molto atletico e, buon per lui e per i suoi compagni d'avventura, conoscitore di navi. Un indiscusso eroe che fa le peggiori cose, dà le peggiori botte possibili e immaginabili, rischia ogni tanto di morire, ma alla fine niente: non si fa nemmeno un graffio, non è nemmeno un po' zoppo, non gli fa nemmeno un po' male la schiena. A vederlo alla fine non sembrava affatto che questo Dylan avesse faticato per risalire una nave affondata, ma piuttosto che avesse compiuto una passeggiata solo un po' più lunga del solito.

Poseidon è, insomma, una cavolata. Troppi effetti speciali per un'avventura che, nel dramma assoluto, anziché farci piangere, ci faceva ridere per l'assurdità degli avvenimenti. Roba da non crederci.
Se perciò una sera anche voi sarete indecisi tra il Titanic e questo Poseidon, non abbiate dubbi: non importa se il Titanic l'avete già visto 29478907 volte e ormai lo sapete pressoché a memoria, il mio consiglio è di andare sul sicuro senza avventurarsi su un'altra nave, finita altrettanto male.
Ascoltatemi e vi risparmierete un pessimo (secondo me) film d'azione che doveva essere drammatico, ma sembrava più fantascientifico.

2 settembre 2013

Cinquanta sbavature di Gigio - Cinquanta smagliature di Gina, Rossella Calabrò

Non ho ancora ceduto all'irresistibile fascino delle sfumature grigie, rosse e nere, non ho ancora toccato con mano il meraviglioso Mr. Grey, ma certo non posso dire di non conoscere la sua fama. Chi è Mr Grey lo sappiamo benissimo tutte, più che altro sappiamo tutte benissimo che cosa fa alla sua donna. Una roba che...mamma mia. Magari prima o poi mi dedicherò anche alle sfumature originali, forse la prossima estate, intanto in quella che sta finendo ho conosciuto l'opera di Rossella Calabrò, presentata come il lato B delle più celebri sfumature.
Partendo dal presupposto che se mi metto a leggere due libricini intitolati Cinquanta sbavature di Gigio e Cinquanta smagliature di Gina non mi aspetto certo una lettura complicata, ma semplicemente qualcosa che mi distragga e mi faccia sorridere almeno un po', ecco, partendo da questo presupposto, questo lato B delle sfumature mi ha delusa. 
L'idea furbastra dell'autrice è molto semplice. Magari si sarà chiesta: perché, se la James scrivendo una trilogia su due mostri del sesso del tutto fuori dalla realtà fa un sacco di soldi, non dovrei riuscirci io sostituendo ai mostruosi Mr Grey e Anastasia un Gigio e una Gina qualunque? Detto fatto. 
Anche Rossella Calabrò, sull'onda del successo delle cinquanta sfumature, butta giù cinquanta sbavature e cinquanta smagliature che dipingono Gigi e Gine in modi per niente edificanti. Mi piace pensare che la verità stia nel mezzo: tra l'incredibile Mr. Grey e il volgare, insignificante, Gigio. Stessa cosa per noi donne, ovviamente.
Sono pagine queste in cui i luoghi comuni sugli uomini e le donne vengono analizzati con una certa ironia, ma non in maniera così originale, secondo me.
Mi aspettavo di meglio.

Una lettura così comunque d'estate ci può pure stare, se poi mi avesse tenuto compagnia sotto l'ombrellone e io avessi avuto a disposizione esemplari di Gigi e Gine a portata di vista sarebbe stato certamente meglio, invece ho sfogliato le pagine nella solitudine della mia camera e sì, a volte ho sorriso, ma grosse risate non sono arrivate, no. D'altra parte io ho un serio problema con i libri che mi dovrebbero far ridere: non ci riescono. Non ci riescono mai. Ogni estate provo a sciogliere l'incantesimo, ma niente. L'ironia delle storie non mi colpisce quanto il dramma. Son fatta così, forse è meglio che me ne faccia una ragione e basta. 

Nonostante tutto comunque, messe da parte l'indubbia furbizia dell'autrice e le mie non risate pazze, messi da parte anche alcuni sbadigli, queste cento sbavature e smagliature si leggono in pochissimo tempo, sono leggere e a volte (mica sempre dai) anche vere. 
L'autoironia poi, quella è davvero fondamentale, come sostiene Rossella Calabrò.

In fondo, ridere è la cosa più erotica che c'è.
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