31 gennaio 2014

Noteworthy Things - Settimana 4


• 22/365 - Primo shopping con i saldi. Ha prodotto: una maglietta blu con Minnie e Topolino, una camicia a quadretti rossi e un maglioncino bianco e nero. Poi ho comprato anche "Splendore" della Mazzantini, pagando più il libro di tutto il resto.
• 23/365 - Ben QUATTRO scatole piene di gomitoli!
• 24/365 - Un rotolo cuoricioso.
- Un diario di quando ero piccola ritrovato in un cassetto, dal diario si deduce che sono sempre stata una schiappa a inglese.
• 25/365 - Una persona mi ha detto: «Ogni cosa che tocchi diventa qualcosa». Amo trasformare le cose in qualcosa, qualcosa che prima di passare per le mie mani non c'era. Mi ha fatto piacere sentirmi dire che, a volte, il mio sforzo (che sforzo in realtà non è) si nota.
• 26/365 - Uno scambio culturale-musicale.
- In pigiama fino a mezzogiorno.
- Un'infinita partita a scopa.
• 27/365 - Film notturno, molto notturno.
- Scoprire che tra poco inizierà la 10° stagione di Grey's Anatomy in italiano.
- Giulia Michelini in tv. Mi piace molto come attrice, ma non ho potuto seguirla, perché ero impegnata in complicati dibattiti politici.
• 28/365 - Piccola parrucchiera cresce, solo che non è una bellissima sensazione sentirsi tra i ricci il pettine di Ciccio Bello.

Ho finito di leggere: "Il peso della farfalla" di Erri De Luca.
Ho visto: La nostra vita, Diaz-Non pulire questo sangue. [Settimana in love with Elio Germano ♥]

Foto della settimana 4/52 (clic).

Pretty in Mad

30 gennaio 2014

Il peso della farfalla, frasi [Erri De Luca]


Non erano coraggiosi, erano molti, valore che dà forza ai più deboli.

Bestia assassina l'uomo che abbatteva i figli del re dei camosci da lontano, bestia che brulicava a valle e faceva rumore di tuono quando era sereno. Bestia solitaria quella che saliva da loro per agguato, per portar via. Anche così i camosci lo preferiscono all'aquila, che arriva d'improvviso senza avviso di odore, in giorno di nuvole e di nebbia e spinge nel vuoto i piccoli per divorarli in basso sfracellati.
Meglio l'uomo, che si fa sentire da lontano e che scaccia le aquile. Di lui i camosci si accorgono sempre.

Per un tempo del secolo scorso la gioventù si dette una legge diversa da quella stabilita. Smise di imparare dagli adulti, abolì la pazienza. In montagna saliva cime nuove, in pianura si dava nomi di battaglia. Voleva essere primizia di tempi opposti, dichiarava falsa ogni moneta. Non aveva diritto all'amore, pochi di loro ebbero figli durante gli anni rivoluzionari. Mai più si è visto un altro accanimento a rovesciare il piatto, in una gioventù. Un piatto sottosopra contiene poco però ha la base più larga, sta piantato meglio.

L'uomo passò duecento metri d'aria sotto il branco. Non poteva vederlo, molti salti di roccia più in su. Nessun senso gli dava la certezza che c'era. Sono scarsi i sensi in dotazione alla specie dell'uomo. Li migliora con il riassunto della intelligenza. Il cervello dell'uomo è ruminante, rimastica le informazioni dei sensi, le combina in probabilità. L'uomo così è capace di premeditare il tempo, progettarlo. È pure la sua dannazione, perché dà la certezza di morire.

Si era infilato sotto un mugo la prima volta per sfuggire all'odore di un uomo vicino. Quando era passato, aveva tolto dei sassi con le zampe e si era ricavato un buon riparo. Sotto il tetto di rami alzava il muso di notte verso l'alto del cielo, un ghiaione di sassi illuminati. A occhi larghi e respiro fumante fissava le costellazioni, in cui gli uomini stravedono figure di animali, l'aquila, l'orsa, lo scorpione, il toro.
Lui ci vedeva i frantumi staccati dai fulmini e i fiocchi di neve sopra il pelo nero di sua madre, il giorno che era fuggito da lei con la sorella, lontano dal suo corpo abbattuto.

In ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove. Sono una quota sperimentale che va alla deriva.

La canna del fucile aveva raccolto fili di ragnatele nei passaggi. Li lasciò stare, erano buon augurio, opera del più grande cacciatore del mondo, che disegna trappole nell'aria per catturare ali. Il ragno era un collega. Nella sua stanza c'erano stesi i fili delle ragnatele intorno alla finestra. Al sole luccicavano per impigliare i voli. I ragni fissano reti con un centro e aspettano. Le prede vanno a loro. L'uomo doveva scalare per andare al centro delle prede. Il ragno era il più bravo cacciatore. Nella sua posizione ancora all'ombra, l'uomo vedeva luccicare al vento un filo di ragnatela fissata sulla canna del fucile.

L'uomo è dotato per la geografia, è la misura che impara meglio pure senza scuola.

L'uomo d'inverno deve solo resistere nel guscio. Pensa: nessuna geometria ha ricavato la formula dell'uovo. Per il cerchio, la sfera c'è il pigreco, ma per la figura perfetta della vita non c'è quadratura.

Un uomo che non frequenta donne dimentica che hanno di superiore la volontà. Un uomo non arriva a volere quanto una donna, si distrae, s'interrompe, una donna no.

Era l'ultimo passo dell'autunno, poi sarebbe venuta la neve e il suo magnifico silenzio. Non ce n'è un altro che valga il nome di silenzio, oltre quello della neve sul tetto e sulla terra.

La sua vita a spasso di stagioni era andata col mondo. Se l'era guadagnata molte volte, ma non era roba sua. Era da restituire, sgualcita dopo averla usata. Che creditore di manica larga era quello che gliela aveva prestata fresca e se la riprendeva usata, da buttare.

Al re piaceva quando la montagna se ne sta in abbraccio stretto col temporale e il vento. L'aquila non vola e l'uomo non sale.

Il re dei camosci era vestito di vento.

L'uomo aveva assistito a duelli di camosci di altri branchi. Ammirava la loro lealtà, mai due contro uno. Lui portava nel fianco il taglio di un coltello traditore, colpo sferrato da uno del mucchio che lo aveva aggredito. Gli uomini hanno inventato i minuziosi codici ma appena c'è occasione si azzannano senza legge.

A quella che arrivava da lui per ultima aveva visto fare la mossa di sbattere i capelli lisci in fuori, oltre le spalle. Somigliava alla scossa di fastidio che allontana e somigliava pure al richiamo di essere toccata sui capelli. Le donne fanno mosse di conchiglia, che si apre sia per buttare fuori che per risucchiare all'interno.

Pagò il suo vino, non quello della donna, se no l'oste ne avrebbe parlato per l'inverno. In un villaggio bisogna saperci stare. In un posto dove ci si saluta tutti chiamandosi per nome, ci sono usanze sconosciute alla città.

Le bestie sanno il tempo in tempo, quando serve saperlo. Pensarci prima è rovina di uomini e non prepara alla prontezza.

Era il giorno perfetto, non si sarebbe più battuto contro nessuno dei suoi figli e non doveva aspettare l'inverno per morire.

Abbassò il fucile. La bestia lo aveva risparmiato, lui no. Niente aveva capito di quel presente che era già perduto. In quel punto finì anche per lui la caccia, non avrebbe sparato ad altre bestie.

Non è mai goffo un albero, nemmeno quando crolla per il ferro del boscaiolo.
Da quel momento la sua vita è legno, viaggia lontano, verso le segherie, diventa casa, barca, chitarra, manico, scultura. Sarà elegante anche caduto in mano a un assassino. Da quel momento è promesso alla cenere.

Gli alberi di montagna scrivono in aria storie che si leggono stando sdraiati sotto.

29 gennaio 2014

Il peso della farfalla, Erri De Luca

L'inizio non è stato dei migliori, anzi. Temevo di addormentarmi da un momento all'altro.
La prima immagine che questo libro mi ha fatto comparire in testa è stata, addirittura, quella del cacciatore che uccide la mamma di Bambi. Sì, mi vergogno un po', ma al re dei camosci, solo per un istante giuro, ho dato il volto bellissimo e dolce di Bambi. Il re dei camosci si offenderebbe sicuro, se lo sapesse. Lui, così fiero, così leale, così libero, così forte nella sua solitudine, così capace di restare al comando vivendo lontano dagli altri, ricordandosi delle altre solo nella stagione degli amori. Lui che si nasconde in tane che gli altri camosci non conoscono, lui che mangia foglie che gli altri camosci non hanno mai pensato di mangiare. Lui che ha inventato nuove strade, perché in ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove, e si muove tra le rocce, i boschi e gli strapiombi come fosse un atleta. Come un acrobata più che altro, bello, fiero, libero. Con il suo ciuffo prezioso, tutto il suo peso e quella farfalla bianca che ama sostare sulle sue corna.
Ce ne sono due di re dei camosci in quella montagna. Uno è il re animale, a quattro zampe, l'acrobata appunto, che regna incontrastato da un ventennio, l'altro è un umano, chiamato re dei camosci perché non esiste un altro bracconiere come lui. È stato lui a uccidere la mamma di Bambi. È il suo l'odore che il camoscio riesce sempre ad annusare, in tempo per non farsi prendere dal fulmine, dal fuoco e dalla pallottola. Il camoscio sente sempre l'uomo, per questo lo preferisce alle aquile, che invece planano dall'alto, si rubano i cuccioli e beccano i loro occhi dopo averli frantumati a terra.
L'uomo ha più rispetto, tutto sommato.
I due re dei camosci si sfiorano da vent'anni, sono solitari, arrivano dove gli altri, in branco, non arriveranno mai. Ma adesso sono vecchi. Sono passate molte stagioni, il camoscio sa che non ci saranno altri autunni in cui essere ancora il re, con tutte le camoscette a disposizione, mentre l'uomo inizia a sentire il bisogno di avere una storia, lui che ha bruciato la sua gioventù in lotte violente e poi ha deciso di ritirarsi tra i boschi, senza far avvicinare mai nessuno alla sua tana, eppure adesso sente che qualcosa sta cambiando, come se si stesse aprendo un piccolo varco nel cuore.
Il re dei camosci umano vuole solo il re dei camosci quadrupede, cui dà la caccia da anni e anni, una volta che potrà rivendere il suo prezioso ciuffo smetterà di uccidere e troverà una sua storia da raccontare. Il camoscio, al contrario, la sua storia l'ha già scritta, manca solo il finale, ma ne serve uno degno della vita che ha avuto. Non può pensare di essere sventrato da uno dei suoi figli, a lui serve una fine più dignitosa. L'idea gli viene quando sente l'odore dell'uomo in avvicinamento. Quel giorno di novembre è il giorno perfetto, le bestie sanno il tempo in tempo, quando serve saperlo. Il camoscio cerca il suo cacciatore, lo trova. Ed è uno scontro tra due re, uno che vuole morire con fierezza, l'altro che vuole concludere altrettanto fieramente la sua carriera da bracconiere. Si incontreranno a metà strada e le loro solitudini così ruvide e regali si fonderanno per il peso di una farfalla bianca.

Così questa storia, che all'inizio mi sembrava solo un racconto di caccia, è diventata una storia di lealtà e onore. Di solitudine. Di rispetto. E pian piano, pagina dopo pagina, mi è piaciuta sempre di più, anche se poi, in definitiva, non mi ha fatto proprio impazzire.
Erri De Luca scrive in un modo inconfondibile e anche le sue storie sono molto particolari. C'è spesso un riferimento ai ricordi della sua gioventù, spesa tra le righe di Lotta Continua, alle sue lotte, a quell'ordine che si cercava di sovvertire. Come è già successo con I pesci non chiudono gli occhi (scarabocchi qui) mi sono trovata davanti una storia bella, che però mi lascia un però. Non so come spiegare: la scrittura di Erri De Luca non mi lascia indifferente, ma c'è sempre un qualcosa per cui non me ne innamoro perdutamente.

Comunque, oltre al racconto che dà il titolo al libro, ce n'è un altro, molto breve, alla fine. Si intitola Visita a un albero ed è una specie di ode a questa pianta di conifere che cresce su una roccia sfidando qualsiasi legge della natura, che cresce sola e che, per questo, molto probabilmente sarà la vittima scelta da un fulmine, prima o poi. È un albero sotto cui ogni tanto l'autore va a scrivere, ma non è l'unico inventore di storie tra i due, perché anche gli alberi di montagna scrivono in aria storie che si leggono stando sdraiati sotto. Una ragazza di campagna come me, che d'estate dondola beatamente su un'amaca appesa tra due piante, non può che sottoscrivere.
L'uomo d'inverno deve solo resistere nel guscio. Pensa: nessuna geometria ha ricavato la formula dell'uovo. Per il cerchio, la sfera c'è il pigreco, ma per la figura perfetta della vita non c'è quadratura.

28 gennaio 2014

Anna Karenina - Seconda parte, frasi [Lev Nikolaevic Tolstoj]


- Nessuno è mai contento del proprio patrimonio, ma della propria intelligenza sono sempre contenti tutti.

- Quante volte la felicità di un matrimonio razionale va in fumo perché compare proprio quella passione che era stata ignorata...

- Io vi chiedo una cosa sola, vi chiedo il diritto di sperare, di soffrire come adesso; ma se non mi permettete neanche questo, ordinatemi di sparire e io lo farò. Se la mia presenza vi fa star male, non mi vedrete più.

Aleksej Aleksandrovic non era geloso. La gelosia, secondo la sua convinzione, offendeva una moglie per la quale si doveva provare fiducia.

Per un attimo il viso di lei si piegò e si spense la scintilla sarcastica nel suo sguardo; ma le parole "ti amo" la irritarono nuovamente. Lei pensò: "Mi ama? Ma è forse capace di amare? Se non avesse sentito dire che l'amore esiste, non avrebbe mai neppure usato quella parola. Lui non sa cosa sia l'amore".

(Levin) aspettava con ansia la notizia che si era sposata o che si sarebbe sposata a giorni, sperando che, come l'estrazione di un dente, quella notizia l'avrebbe guarito del tutto.

La primavera è stagione di progetti e di propositi.

- Tu sei proprio un uomo fortunato. Hai tutto quello che ami. Ami i cavalli e li hai; ami i cani e li hai; la caccia ce l'hai; ami l'azienda e hai pure quella.
- Sarà forse perché quello che ho mi rende felice e non mi tormento per quello che non ho - disse Levin ricordandosi di Kity.

Lui non voleva vedere niente e non vedeva niente.

Per l'indole del suo carattere, Kity era sempre propensa a pensare il meglio di ogni persona, soprattutto di coloro che non conosceva. E anche ora, facendo congetture su chi fosse chi, su quali fossero i rapporti tra loro e su che tipo di persone fossero, Kity immaginava i caratteri più nobili e straordinari e trovava conferme alle sue supposizioni.

- Ma il tempo è denaro, non lo scordate! - disse il colonnello.
- Ma quale tempo! Il tempo non è mai uguale, a volte daresti un mese intero per cinquanta copechi, a volte non c'è cifra che accetteresti per una mezz'ora.

27 gennaio 2014

Se questo è un uomo, frasi [Primo Levi]

27 gennaio. Giornata della memoria. La vivo così, molto semplicemente, con le frasi che la me liceale si era ricopiata su un quadernino a quadretti. Sono andata a ricercarle per questo post. Comincio dalla poesia, una delle pochissime che saprei recitare a memoria.

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani, né italiani né tedeschi, ebbe animo di venire a vedere a vedere che cosa fanno gli uomini quando sanno di dover morire.

Ecco dunque, sotto i nostri occhi, sotto i nostri piedi, una delle famose tradotte tedesche, quelle che non ritornano, quelle di cui, fremendo e sempre un poco increduli, avevamo così spesso sentito parlare. Proprio così, punto per punto: vagoni merci, chiusi dall'esterno, e dentro uomini donne bambini, compressi senza pietà, come merce di dozzina, in viaggio verso il nulla, in viaggio all'ingiù, verso il fondo. Questa volta dentro ci siamo noi.

Ci dicemmo allora, nell'ora della decisione, cose che non si dicono fra vivi. Ci salutammo, e fu breve; ciascuno salutò nell'altro la vita. Non avevamo più paura.

Quando abbiamo finito, ciascuno è rimasto nel suo angolo, e non abbiamo osato levare gli occhi l'uno sull'altro. Non c'è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera.

Qui non c'è perché, mi ha risposto, ricacciandomi dentro con uno spintone. La spiegazione è ripugnante ma semplice: in questo luogo è proibito tutto, non già per riposte ragioni, ma perché a tale scopo il campo è stato creato.

Tale sarà la nostra vita. Ogni giorno, secondo il ritmo prestabilito, uscire e rientrare; lavorare, dormire e mangiare; ammalarsi, guarire o morire.

Avevamo deciso di trovarci, noi italiani, ogni domenica sera in un angolo del Lager; ma abbiamo subito smesso, perché era troppo triste contarci, e trovarci ogni volta più pochi, e più deformi, e più squallidi. Ed era così faticoso fare quei pochi passi: e poi, a ritrovarsi, accadeva di ricordare e di pensare, ed era meglio non farlo.

Ho scordato ormai, e me ne duole, le sue parole diritte e chiare, le parole del già sergente Steinlauf dell'esercito austro-ungarico, croce di ferro della guerra 15-18. Me ne duole, perché dovrò tradurre il suo italiano incerto e il suo discorso piano di buon soldato nel mio linguaggio di uomo incredulo. Ma questo ne era il senso, non dimenticato allora né poi: che appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l'impalcatura, la forma della civiltà. Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l'ultima: la facoltà di negare il nostro consenso. Dobbiamo quindi, certamente, lavarci la faccia senza sapone, nell'acqua sporca, non perché così prescrive il regolamento, ma per dignità e per proprietà. Dobbiamo camminare diritti, senza strascicare gli zoccoli, non già in omaggio alla disciplina prussiana, ma per restare vivi, per non cominciare a morire.

Guai a sognare: il momento di coscienza che accompagna il risveglio è la sofferenza più acuta.
Ma non ci capita sovente, e non sono lunghi sogni: noi non siamo che bestie stanche.

I motivi sono pochi, una dozzina, ogni giorno gli stessi, mattina e sera: marce e canzoni popolari care a ogni Tedesco. Esse giacciono incise nelle nostre menti, saranno l’ultima cosa del Lager che dimenticheremo: sono la voce del Lager, l’espressione della sua follia geometrica, della risoluzione altrui di annullarci prima come uomini per ucciderci poi lentamente.

Abbiamo imparato che la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita.

Sappiamo donde veniamo: i ricordi del mondo fuori popolano i nostri sonni e le nostre veglie, ci accorgiamo con stupore che nulla abbiamo dimenticato, ogni memoria evocata ci sorge davanti dolorosamente nitida.
Ma dove andiamo non sappiamo.
Potremmo forse sopravvivere alle malattie e sfuggire alle scelte, forse anche resistere al lavoro e alla fame che ci consumano: e dopo?
Qui, lontani momentaneamente dalle bestemmie e dai colpi, possiamo rientrare in noi stessi e meditare, e allora diventa chiaro che non ritorneremo.
Noi abbiamo viaggiato fin qui nei vagoni piombati, noi abbiamo visto partire verso il niente le nostre donne e i nostri bambini; noi fatti schiavi abbiamo marciato cento volte avanti e indietro alla fatica muta, spenti nell’anima prima che dalla morte anonima.
Noi non ritorneremo.
Nessuno deve uscire di qui, che potrebbe portare al mondo, insieme col segno impresso nella carne, la mala novella di quanto, ad Auschwitz, è bastato animo all’uomo di fare dell’uomo.

Per qualche ora possiamo essere infelici alla maniera degli uomini liberi.

Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla.

26 gennaio 2014

Sempre di domenica #20

1- Cinque ragioni per cui leggere è faticoso (ma va fatto). Autore: Paolo Di Paolo, e ho detto tutto. Non c'è niente da fare: lui mi piace. Come scrive, quello che scrive. Ha una voce tutta speciale e secondo me diventerà bravissimo, cioè ancora più bravo di così, col tempo. Il fulcro del suo discorso, cioè del perché leggere costa fatica, comunque è il seguente:
Il tempo: la lettura è prepotente, tiranna. Se leggi un libro, puoi solo leggere (al massimo con un po’ di musica, ma non tutti riescono). La solitudine: sei tu e il libro, non è un’attività di gruppo (a meno che non si legga ad alta voce per qualcuno). La concentrazione: se perdi il filo devi tornare indietro; se non capisci un’espressione o una parola, diventa un ostacolo. La concorrenza: le storie arrivano da centinaia di fonti, e così le parole in genere – ci assediano, ci saltano addosso: dalla rete, dalla tv, dal cinema. Perché dare tanta fiducia e tanto spazio alla storia di un romanzo anziché a una serie tv? La durata: il New York Times ha di recente segnalato la solitudine del «long-distance reader», il lettore abituato ai romanzi lunghi, alle maratone della parola scritta. Siamo sempre più propensi – sostiene il quotidiano statunitense, e non è facile smentirlo – alla lettura in piccole dosi. 140 caratteri, o poco più.
In settimana ho letto anche un altro articolo di Paolo Di Paolo, su La Stampa però, tutt'altro argomento, ma comunque curioso. Pare che il 1994 sia un nodo storico, oltre che per la politica, anche per la letteratura italiana (clic per leggere 1994: i dodici mesi che cambiarono la narrativa italiana).
2- Da Picasso a Munch il capolavoro è nel toast. Non sono una divoratrice di toast, ma sono un'amante dei cibi buoni e belli (prima buoni però eh!).
3- Storia delle figurine. Un post, scritto da quella che ormai sta diventando la mia libraia preferita, molto curioso e interessante. Poi, tra l'altro, da piccola facevo solo l'album dei calciatori. Non vi dico le esultanze di fronte alla figurina del mio amore Sheva.
4- Personaggi Disney nascosti in altri film. Mi sa che io non mi sono mai accorta di niente...
5- Fare poesia su Instagram: le illustrazioni di Javier Perez. Un oggetto qualunque, pochi tratti disegnati: la ricetta per una semplice magia è tutta qui.

24 gennaio 2014

Noteworthy Things - Settimana 3


• 15/365 - Ho accavallato maglie e fatto gettate, andando oltre il solito dritto e rovescio. Il mio cappuccio credo proprio che verrà alla luce!
• 16/365 - Cappuccio finito! Mi piace, mi piace, mi piace! Ora aspetto il freddo, grazie.
- Veterinaria portatrice di buone notizie.
• 17/365 - Ho "incappucciato" anche mia sorella! Incredibile: due cappucci in tre giorni.
• 18/365 - Serata stravincente a scala 40. Evvai! È un mezzo miracolo.
• 19/365 - Peppa Pig in pasta di zucchero molto apprezzata. Me, zia felice!
• 20/365 - Ho riordinato tutti i libri (unico riordino che mi piace).
- Ho fatto per la prima volta una treccia a maglia.
- È tornato padre Gabriel Antinori. Aspetto con ansia il momento in cui Claudia gli toglierà il collarino.
• 21/365 - È ricominciato Gazebo ed era decisamente ora passata.
- Visto che non c'è due senza tre ho finito anche il cappuccio per la mia nipotina. Addirittura ha i paraorecchie, mi sto evolvendo. Credo che da grande aprirò una cappucceria!

Ho finito di leggere: "Camilla e Ludovico", di Eleonora Antonioni e Sergio Varbella.
Ho visto: La grande bellezza, Rapunzel, Notte prima degli esami, Benvenuti al Sud, Venuto al mondo, Mio fratello è figlio unico, Nessuno mi può giudicare (fare un cappuccio richiede circa il tempo di tre film!).

Foto della settimana 3/52 (clic) 


Pretty in Mad

23 gennaio 2014

Anna Karenina - Seconda parte, Lev Nikolaevic Tolstoj


La seconda parte mi ha un po' annoiata, si vede dal fatto che la lettura è andata piuttosto a rilento. Comunque, bene o male, procedo. Certo, leggendo venti pagine al giorno questo librone me lo trascinerò per tutto il 2014, ma sono ottimista: in fondo mancano solo seicento pagine! Ne ho lette 252 su 859. Detto così sembra che me l'abbia ordinato il dottore di leggere Anna Karenina, invece no: me lo sono autoimposta e, anche se da quello che ho scritto in queste righe non si direbbe, mi sta pure abbastanza piacendo o, almeno, non mi sta facendo schifo.

Cose successe nella seconda parte:
- Anna e Vronskij iniziano a frequentarsi e tutti lì a spettegolare su di lei, che, santo cielo, è una donna sposata e si intrattiene con un altro uomo. Scandalo! Lo scandalo non è che lei abbia un altro, ma che neanche si impegni un attimo per mascherare la cosa. C'è modo e modo per tradire, le donne dell'aristocrazia russa lo sanno bene. All'inizio Anna e Vronskij cercano di resistere, lui è pazzo di lei, ma lei finge di non sentire l'istinto per cui si butterebbe all'istante tra le sue braccia. E lui le dice che va bene comunque, l'importante è che lei gli lasci una speranza, le dice che vuole starle anche semplicemente accanto in quel modo, che pur di averla vicina è disposto a soffrire, ma, le dice ancora, se la sua presenza la fa star male lui sparirà dalla sua vista. Macché...altro che star male! Dopo mille vorrei ma non posso i due consumano, mentre tutti continuano a gran voce a sparlare. L'unico che pare non accorgersi di niente è il marito cornuto di Anna. Figuriamoci se è geloso: ma no! Ci si deve fidare della propria moglie altrimenti le si manca di rispetto. Lui non vuole vedere e non vede niente. Crede di poter vivere nella menzogna per tutta la vita, fin quando, colpo di scena, Anna gli racconta la verità: ama Vronskij. Avrebbe dovuto aggiungere anche che ha appena scoperto di aspettare un bambino, ma questo si guarda bene dal dirglielo.
- Levin è ancora distrutto per il rifiuto della sua amata Kity. Si è ritirato in campagna e di lei non sa più niente. Finalmente, a primavera, quando la neve si scioglie, i suoi terreni tornano a richiedere molto lavoro, così lui, dal cuore spezzato, può finalmente distrarsi col lavoro. Quando gli fa visita Stepan, Levin è convinto che gli porterà quella notizia che da un lato teme, ma che dall'altro non vede l'ora di ricevere. Levin vuole sentirsi dire che Kity si è sposata o sta per farlo, perché questo, come l'estrazione di un dente, risolverà il problema alla radice e gli consentirà di tornare a vivere. Ma si sbaglia. Stepan non ha per lui quella notizia, anzi, tutt'altro. Dopo che Vronskij non l'ha chiesta in sposa, Kity è andata proprio in crisi. Era depressa, molto malata, così il medico ha consigliato di mandarla per un po' all'estero, per distrarsi. In effetti, lontano dai luoghi che le ricordavano i suoi amori sbagliati, Kity si riprende, anche grazie all'amicizia di Varen'ka, una specie di angelo, sempre pronta ad aiutare tutti i bisognosi, sempre buona, semplice, col sorriso sulle labbra. Kity vorrebbe essere come lei e prova, in tutta sincerità, a diventarlo, senza riuscirci davvero.

22 gennaio 2014

Per dieci minuti, frasi [Chiara Gamberale]

Passato il momento del dolore insopportabile, poi, non c'era più neanche quello a farmi un po' di compagnia.

I giochi sono per persone serie.

Sono cresciuta e ho sempre vissuto a Vicarello, frazione di un paese a un'ora da Roma che dorme e s'annoia sul suo lago.
Sono stata tante cose, lì: triste, felice, con i capelli a caschetto, lunghi, corti, con il morbillo, le ginocchia sporche, ho avuto gli incubi dei dieci anni, i segreti tremendi dei quindici, le delusioni dei venti, gli stupori dei venticinque, ho fatto le cazzate dei dieci, dei quindici, dei venti e dei venticinque, mentre di là cucinava mia madre, usciva e rientrava mio padre, nasceva mio fratello, passeggiava un gatto, un cane, un altro cane, un coinquilino, un altro coinquilino, un altro ancora, mi sono innamorata, sono stata ricambiata, ma poi no, lasciata, ma poi no, annoiata, noiosa, voluta, perduta, cretina, moglie.
Sempre e comunque protetta.
Dalla violenza della realtà, dicevo io.
Dalla responsabilità di essere davvero un'adulta o almeno giù di lì, dicevano gli altri: finché ti basta attraversare un pezzo di orto per essere a casa dei tuoi genitori è una finta tutto, lo capisci o no?

Fai un po' come credi.
Si diventa così sordi, quando la paura di perdersi supera la voglia di trattenersi...

“Allora? Come va?”
“Tutto male, grazie. Niente uomini, niente lavoro.”
“Ma sono i romanzi che scrivi, il tuo lavoro.”
“Quella è la mia passione.”
“Pensa che fortuna, farli coincidere. Io non me lo scordo mai, quanto sono fortunato a vivere suonando il violino.”

Ogni tanto cado all'indietro, o forse chissà, prendo una rincorsa.

Le telefonate con Mio Marito mi sfiancano.
Ma ogni volta che il suo nome lampeggia sul display del mio cellulare, io ancora ci spero. Che arrivi finalmente quella telefonata:
“Magoo, ho sbagliato tutto, sono stato un povero pazzo, tu sei stupenda, non so vivere senza di te, subaffittiamo la casa di Roma e torniamo a Vicarello. Tu e io. Per sempre”.
Una telefonata semplice e chiara: come semplice e chiara è stata quella che mi ha fatto da Dublino.
Chissà perché certi abbandoni sono così netti e certe riconquiste così vaghe.

È convinto che dentro ognuno di noi, soprattutto – non ho mai capito esattamente perché – se fa politica o se gestisce un blog, sia nascosta una diva frustrata, e che il problema della nostra società sia che nessuno lo ammette.

Se la nostra, come ogni giorno minaccia di fare, si rivelerà una fine e non solo una crisi, chi lo porterà per boschi?
Chi mi porterà per musei?
Chi si occuperà di tutte quelle parti di noi che diciotto anni fa è stato l'altro a inventare, che per diciotto anni è stato l'altro a tenere in vita?

Passa un minuto.
Ne passano due.
Tre.
Non so più quanti ne passano, quando eccola.
Ma sì, sì. Eccola.
Mi appare: la vita. Che scorre, semplicemente. Lungo questa stradina di Delft. Scorre. Per le due donne, per i bambini.
Per tutti.
Implacabile.
Sempre uguale.
Implacabile perché sempre uguale.
Perché sempre uguale, a tratti bellissima.
E improvvisamente capisco, so.
Che non sono i viaggi per il mondo, non sono i deserti immensi, le cattedrali, gli eserciti di terracotta, i panda, i canyon con Mio Marito che mi mancano: no. Non sono “i fatti salienti, le contraddizioni e le opere d’arte”. Ma è quella cosa lì che mi manca.
La nostra vita sempre uguale.
Bellissima.
Implacabile.

Parlava velocissima, senza prendere il respiro, mulinava le braccia e mi diceva grazie, perché il coraggio di scegliere Lettere all'Università pensava di non averlo, ma ora forse sì, l'aveva trovato: “Scusa, ma secondo te basta, per iscriversi a Lettere, amare la letteratura, o dovrei anch'io avere un talento? Perché io non lo so se ce l'ho, tu prima di iscriverti all'Università già lo sapevi? E come hai fatto a capire che quello che sapevi non era una bugia, ma era esattamente quello che più ti avrebbe soddisfatta? Ma? Quando? Come? Perché? Perché?”.

Una minore intensità di aspirazioni senza dubbio permette una maggiore coincidenza con la propria vita.

La scrittura per me è un po' come il sesso con qualcuno che ami e conosci nel profondo.
Non sai se ne hai ancora davvero voglia, temi di non avere più niente di così interessante da dare, temi che non ci sia niente di nuovo da scoprire. Poi però cominci a farlo, smetti di temere e spontaneamente dai, spontaneamente scopri. Vieni.

Ci sono cose che per tutta la vita, forse perfino quando moriranno, sono i genitori a fare, punto. Noi non le facciamo, o le facciamo male, proprio perché a quelle cose sia ben chiaro: “Guardate che ci pensano mamma e papà, a voi”.
Ci pensano mamma e papà, a noi.

“[...] Possibile non mi fossi mai nemmeno accorta che, a tre passi da casa, esiste un posto che si chiama Casa del Ricamo? E che esistono riviste specializzate di punto croce, dibattiti in Internet, scuole di pensiero?”
“Allo stesso modo, chi non ha niente a che fare con la letteratura potrebbe stupirsi delle recensioni, delle classifiche dei libri più venduti, delle faide editoriali di cui mi parla lei...”
“Cose che invece per me sono pane quotidiano. Sono il mio mondo.”
E mentre lei si rifugia nel suo mondo, il resto del mondo dove va a finire?

“Purtroppo e per fortuna, però, bisogna essere in due a voler essere in due, Chiara.”

Scrivere è, semplicemente, il mio unico rimedio all'esistenza.
È sempre stato così, fin da quand'ero bambina e mi chiedevano che cosa desiderassi per il futuro: scrivere romanzi e incontrare un grande amore, rispondevo io.

Siamo diversi, appunto. Molto diversi fra noi. Leggiamo per noia, per curiosità, per scappare dalla vita che facciamo, per guardarla in faccia, per sapere, per dimenticare, per addomesticare i mostri fra la testa e il cuore, per liberarli.

Quando fanno qualcosa per noi, gli altri ci consegnano o in realtà ci tolgono un'occasione?
Chi lo sa. Non lo sappiamo noi, che affidiamo quel qualcosa agli altri. Non lo sanno gli altri, che fanno quel qualcosa per noi.

Soffre ciò che cambia, anche per farsi migliore. Pasolini

Da quando la mia vita è vuota non mi ero mai accorta che fosse così piena.

Ho parlato di Mio Marito.
Non faccio altro da un anno.
Perché è davvero perverso l’amore.
Quando c'è, parli con una sola persona di tutte le altre.
Quando entra in crisi, parli con tutte le altre di una sola persona.
L'unica con cui, a parlare, non riesci più.

[...] In effetti, il meglio della vita sta in tutte quelle esperienze interessanti che ancora ci aspettano: con il gioco dei dieci minuti lo sto imparando.
Dunque sta anche nei libri che tutti hanno letto, ma che per qualche imprecisato motivo noi ancora no.

Non ho più un amore. Non ho più una casa che sento davvero mia, non ho più un lavoro che mi piaceva. Non ho un perno: ecco. Ma la vita che gira attorno a questo perno che non c'è, forse, non è poi così male.
“Vede, Chiara, è proprio la vita l'unico perno possibile. È perno e ruota insieme, la vita.”

Perché nelle infinite semplificazioni con cui crediamo di metterci in salvo e dentro cui invece ci perdiamo, c'è una cosa, una soltanto, che non può venirci dietro, che non possiamo ingannare.
Questa cosa è il tempo.
Che è qualcosa di pochissimo, se siamo felici.
È qualcosa di tantissimo, se siamo disperati.
Comunque sta lì.
Con una lunga, estenuante, miracolosa serie di dieci minuti a disposizione.
Abbiamo l'occasione di farci quello che ci pare, con la maggior parte di quei dieci minuti.
Ma ci sono momenti in cui non riusciamo proprio a coglierla, l'occasione.
Ci sono momenti in cui, anzi, ci pare una disdetta.
Quei momenti sono bugie.

Non ho ancora un nuovo amore, purtroppo.
Ma ripenso spesso all'esperimento di un anno fa.
E allora mi dico che, se nel mondo ci sono persone che suonano il violino, cambiano pannolini, girano video porno amatoriali, insegnano hip-hop, seminano e leggono Harry Potter, fra sette miliardi ce ne sarà almeno una che stava aspettando proprio me, nei dieci minuti in cui io la incontrerò.

21 gennaio 2014

Per dieci minuti, Chiara Gamberale [Soffre ciò che cambia, anche per farsi migliore. Pasolini]

Cose che ho imparato leggendo questo diario di Chiara Gamberale:
1) Che spesso prendiamo residenza a Egoland e ci attacchiamo a quel posto più dei politici alla poltrona. Non esiste altra persona all'infuori di noi: solo noi amiamo, solo noi abbiamo problemi, solo noi soffriamo, solo noi siamo così ingiustamente incompresi dal mondo intero. Il mondo intero...esiste forse un mondo al di fuori di noi? No. Siamo noi il centro dell'universo o almeno del sistema solare, Copernico dev'essersi certamente sbagliato.
2) Che uscire da Egoland è complicato, molto, ma che ci si può riuscire, soprattutto se ci sforziamo di conoscerci meglio sul serio. Soprattutto se ci proviamo davvero, a cambiare qualche piccolo pezzettino di noi.
3) Che i cambiamenti sono dolorosi. Che chi cambia, anche per diventare migliore, è inevitabile che soffra, come diceva Pasolini. È un meccanismo della natura umana. Accovacciarsi dentro un'abitudine sembra faccia stare bene, ma un giorno gli eventi la romperanno, quell'abitudine, e non resterà altro da fare che provare a costruirsene altre, magari migliori. Il percorso sarà stritolante, ma un bel giorno finirà. E noi saremo persone nuove, con nuovi occhi e nuovi cambiamenti all'orizzonte, ché in questa vita non ci si abitua mai troppo all'abitudine.
4) Che i giochi sono per persone serie. E che giocare, anche quando sembra un po' stupido, è bello e magari serve per togliere un po' di sofferenza a quel cambiamento.
5) Che quando si cade all'indietro può darsi si stia solo prendendo una rincorsa. Solo, meglio non andare troppo indietro. Mi ricordo un momento di Million Dollar Baby in cui Frankie dice a Maggie che per tirare un colpo vincente bisogna arretrare, ma che, se si arretra troppo, poi non si combatte più. Tutto sta nel trovare la misura giusta!
6) Che qualsiasi cosa succeda fuori e dentro di noi, c'è una cosa che resta indifferente: il tempo. Non importa se a noi sembra andare velocemente quando siamo felici o lentamente quando siamo tristi, non importa. Lui scorre sempre uguale, pieno di un numero elevatissimo di dieci minuti che possiamo usare per fare cose nuove, mai fatte prima. Per cogliere l'attimo. Per sorridere. Per provare a essere quello che siamo, per provare a guardarci intorno. Per scoprire quanto c'è di bello o interessante o strano intorno a noi.
7) Che il meglio è nelle cose che non abbiamo ancora provato, in quello che ancora non conosciamo, nei film che tutti hanno visto, ma noi no. Nei libri che tutti hanno letto, tranne noi. Lì. E quanti dieci minuti abbiamo per viverlo, questo meglio, se solo uscissimo da Egoland e ci accorgessimo che esistono anche gli altri, oltre a mille altre cose su cui non abbiamo mai posato lo sguardo, troppo presi com'eravamo da noi stessi.
8) Che, se nel mondo ci sono persone che suonano il violino, cambiano pannolini, girano video porno amatoriali, insegnano hip-hop, seminano e leggono Harry Potter, fra sette miliardi ce ne sarà almeno una che stava aspettando proprio me, nei dieci minuti in cui io la incontrerò. Diciamo che, più che imparato, questo lo spero! 

Per entusiasti pensieri sul libro, anche molto dettagliati sulla trama, vi rimando al post di Marta (clic), che tra l'altro, insieme a Serena (clic), è la ragione per cui ho iniziato a leggere Chiara Gamberale, l'anno scorso.

20 gennaio 2014

Camilla e Ludovico, Eleonora Antonioni e Sergio Verbella [fumetto]

Avete mai avuto un amico di penna? Io per pochissimo tempo. Alle elementari avevo iniziato a scambiarmi letterine tutte colorate e brilluccicose con una compagna di classe emigrata in Olanda. Poi io e mia cugina, a quaranta chilometri di distanza, avevamo avviato una corrispondenza epistolare sempre in quegli anni lì, a cavallo tra le elementari e le medie. Infine, alle medie, per una specie di gemellaggio, mi ero scambiata un paio di lettere con un ragazzo pugliese.
Fine.
Magari avrei altre storie di penna da raccontare se poi non fossero arrivati gli sms e le email. O il blog. Ecco, il blog. Non esagero se dico di considerare alcune persone conosciute tramite gli scarabocchi come vere e proprie amiche di penna, o, per meglio dire, di tastiera. Un po' mi mancano quelle letterine sbrillucicose che volavano dall'Italia all'Olanda, però penso anche che le mie amiche di penna, in fin dei conti, le ho trovate anche senza usare parole glitterate, adesivi e francobolli. Le nostre parole, e l'affetto, attraversano l'Italia anche dentro un'email, come avrebbero fatto su un foglio di carta.
Insomma, se qualcuno mi chiedesse se ho avuto mai amicizie di penna, io risponderei che le ho tuttora!

Camilla e Ludovico (di Eleonora Antonioni e Sergio Varbella) è un fumetto che parla di questo: di un'amicizia che sembra solo epistolare, ma che poi, riflettendoci un attimo e cercando di rimettere insieme date ed eventi, forse non è altro che un'amicizia immaginaria (questa è una mia libera interpretazione, credo).
Camilla ha otto anni, vive all'inizio degli anni 90, guarda Mila e Shiro su Canale 5 e, per caso, dai nonni, fruga in uno scatolone e trova una rivista del 1979, dove c'è l'indirizzo di un bambino che cerca un amico di penna. Lo scambio epistolare tra Camilla e Ludovico inizia così. E continua finché, col passare del tempo, crescendo, tutte le lettere conservate da Camilla diventano fogli bianchi, finché anche Ludovico, insieme alle parole dell'infanzia, sparisce. Ma magari non finisce proprio così.

Probabilmente sto per dire una cavolata, ma avete mai visto il film "La casa sul lago del tempo"? Ecco, a un certo punto ho avuto l'impressione di avere davanti una storia simile: bella, ma temporalmente ingarbugliata.

p.s. se vi interessa, potete trovare maggiori informazioni sul fumetto qui.


19 gennaio 2014

Sempre di domenica #19

1- Histagrams [History depicted as Instagrams]. Cose che, forse, avremmo visto se ci fosse sempre stato Instagram.
2- Librerie Lego. Ma perché da piccola giocavo sempre con Ciccio Bello e mai con i Lego?
3- 20 foto di bambini introvabili a nascondino. Scommetto che un sorriso, questi nascondigli, ve lo strapperanno!
4- La sindrome del Titanic e la campagna #coglioneno. Critica alla discutibile "poverata" di Niccolò Contessa su Minima&Moralia: l'eccellenza esiste davvero? E la prima classe sa cosa succede nella terza? Una riflessione che mi sento di condividere. Ecco un'anticipazione:  L'eccellenza millantata da Contessa in Italia non esiste e volendo è proprio questo il problema di fondo di #coglioneno. Ci può essere eccellenza vera se tutti partiamo dalle stesse possibilità. Un ragazzo, bravo a scuola, che si sforza di fare l'università, lavorando per aiutare la famiglia o per non gravare, che quindi non può concedersi Erasmus, stage gratuiti e costosi Master, ha le stesse possibilità di un suo coetaneo meno bravo, ma benestante?  Non sto parlando di gap sociali rilevanti tipo l'industriale e il povero, parlo del figlio unico di una coppia medio borghese e il primo figlio di tre di una piccolo borghese. Sono cose che le borse di studio che in Italia sono ridicole, arrivano dopo mesi e vengono continuamente tagliate non possono sempre colmare.
5- Leggi 7 classici in 35 secondi. Rivisitazioni schematiche di Frankestein, La Metamorfosi, Moby-Dick, l'Odissea, Robinson Crusoe, Romeo e Giulietta e...dai, indovinate voi il romanzo dello schema che ho messo nell'immagine sopra!

17 gennaio 2014

Noteworthy things - Settimana 2


8/365 - Un pensiero per un piccolo compleanno lontano lontano. Era bello quando era qui.
9/365 - In edicola ho, per caso, visto la prima uscita di "Dolci e Magie". L'ho presa, anche se resterà la mia unica uscita della collana. Adesso ho un bellissimo stampo di Topolino che non vedo l'ora di usare!
10/365 - L'idea del più bel gruppo di lettura del mondo, con Serena, Marta e Laura.
11/365 - È arrivata la tazza della Nutella presa con i punti Ferrero.
12/ 365 - Il racconto di un'amica, pieno di #solocosebelle, come direbbe lei.
13/365 - In uno scatolone della mamma ho trovato la lana rossa che stavo cercando. Via ai lavori cappucciosi dunque!
14/365 - La mia nipotina che sa riconoscere quasi tutti i colori: confonde un po' il verde e ha una speciale predilezione per l'arancione.

Ho letto: "Cosa vuoi fare da grande", di Ivan Baio e Angelo O. Meloni (qui il post dedicato) e "Per dieci minuti" di Chiara Gamberale (post ancora da scrivere).
Ho visto: Cime tempestose (1992), Little Miss Sunshine, Detachment - Il distacco, One day, Gli anni spezzati - Il giudice. [Ho visto tante cose perché ho avuto la febbre.]

Foto della settimana 2/52 (clic)


Pretty in Mad

16 gennaio 2014

Nulla due volte, Wislawa Szymborska [La gioia di scrivere #1]

Come avevo annunciato di voler fare nel librottino di gennaio, da un paio di settimane ho preso l'abitudine di leggere qualche poesia prima di addormentarmi. Se lo sapesse la mia prof del liceo non ci crederebbe mai: io che leggo poesie! Ahahah! Anzi no, lei non sarebbe capace di riderci su. Figuriamoci. È stata l'unica persona al mondo a farmi sembrare noiosa la lettura in generale, figuriamoci la lettura delle poesie. Di figure retoriche non ho mai capito molto e, se c'era una cosa che sapevo sulla mia maturità, era che non avrei mai, mai, mai fatto l'analisi del testo.
E invece adesso, anni dopo, un bel giorno decido che forse forse nemmeno le poesie sono così brutte. E poi adesso non devo vergognarmi per leggerle ad alta voce in classe, non devo sottolineare nessuna figura retorica, non devo prendermi nessun voto.
Adesso, anni dopo, posso leggere le poesie con tranquillità, facendomi guidare da un istinto naturale e non studiato, scegliendo solo in base al mio gusto e alle mie emozioni se una cosa mi piace oppure no.

Ho impiegato un po' di tempo per decidere con le poesie di chi iniziare, ho pensato a Leopardi all'inizio, ma, sebbene mi piacesse, lo trovavo ancora troppo scolastico, non adatto al mio scopo in questo momento. Così ho letto un po' in giro e ho deciso di iniziare da lei: Wislawa Szymborska. E meno male che il suo nome devo solo scriverlo. Ricordo di averlo sentito pronunciare da Roberto Saviano qualche anno fa, in un modo per me impronunciabile, temo. Per fortuna questo è un blog e devo solo scrivere, appunto. Wislawa Szymborska, lo riscrivo. Anche da scrivere non è semplicissimo, ma tempo un paio di post e non dovrò ricontrollarlo più, promesso.
A Natale insomma, tra tutti i libri che avrei voluto (più di tutti l'ultimo della Mazzantini, che ancora non ho...), mi sono regalata La gioia di scrivere, che raccoglie tutte le poesie di questa poetessa polacca, premio Nobel per la letteratura nel 1996, dal nome impronunciabile. La libraia mi ha pure messo il bollino sul prezzo, senza neanche chiedere se doveva farlo, dando per scontato, evidentemente, che non fosse per me. Che io non fossi un tipo da poesie. Almeno finora.

Un paio di settimane fa l'ho messo sul comodino. Già quel titolo, ma quanto è bello? La gioia di scrivere. Bellissimo.
Sto facendo procedere la lettura molto molto lentamente, leggo giusto una, due poesie a sera. Col contagocce. Per rallentarmi ulteriormente ho comprato un quadernino dove riscrivo i pezzi che mi colpiscono di più. Che mi piacciono di più. Che mi emozionano di più. A prescindere da tutte quelle regole che tra i banchi mi hanno portato a sbadigliare, magari in versi.
L'altra sera, comunque, ho riscritto una poesia intera. Ed è quella che voglio condividere oggi. Buona lettura.
Spero che emozioni anche voi.

Nulla due volte

[Da "Appello allo Yeti", raccolta del 1957]

Nulla due volte accade
né accadrà. Per tal ragione
si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi
della scuola del pianeta
di ripeter non è dato
le stagioni del passato.

Non c'è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
né due baci somiglianti,
né due sguardi tali e quali.


Ieri, quando il tuo nome
qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.

Oggi, che stiamo insieme,
ho rivolto gli occhi altrove.
Una rosa? Ma che cos'è?
Forse pietra, o forse fiore?

Perché tu, malvagia ora, 
dài paura e incertezza?
Ci sei - perciò devi passare.
Passerai - e qui sta la bellezza.

Cercheremo un'armonia,
sorridenti, fra le braccia, 
anche se siamo diversi
come due gocce d'acqua.


15 gennaio 2014

Cosa vuoi fare da grande, frasi [Ivan Baio, Angelo O. Meloni]

Volkan era uno di quegli studenti spreca–genio che campano come viene e non si aspettano granché dalla vita. Dopo i primi, durissimi corsi il suo entusiasmo per i numeri si era affievolito, e il suo bernoccolo per la matematica era scomparso come se non se lo fosse mai procurato. La notte in cui sognò d'essersi dimenticato le derivate, ben lungi da assumere i contorni di un incubo, fu segnata da una nostalgia indicibile per la sua terra, per la sua piccola città, dove a nessuno sarebbe mai saltato per la testa di giudicarlo in base alla sua conoscenza delle equazioni a novantanove variabili e dei postulati di Bastianatti sull'imponderabilità ponderata.

– E che hai visto a Polignano?
– Onofrio… c'era un casino di gente in strada, la movida, ma non sei di Bari, tu?
Onofrio tracannò il prosecco. Era schifosamente dolce, e se lo lasciò scivolare lungo il palato come una medicina.
– Esatto. Un casino di gente per strada fino a tarda notte.
– C’andavamo a mangiare i cornetti all'alba, il bar con le luci…
– Lasciamo stare i cornetti, per favore, la questione è un'altra. Dimmi, piuttosto, se ti sei mai chiesta perché qui alle ventitré è un deserto e lì c'è un sacco di gente in giro.
La ragazza sorseggiò dal suo bicchiere con un sorriso imbarazzato.
– Non te lo sei mai chiesta, vero? Te lo dico io, allora, perché stanno per strada. Perché a casa mia non c’è uno stracazzo di lavoro di merda. Ecco perché!

 – Mio nipote stava peggio di te. Si è laureato in Storia del cinema, pensa un po', otto anni c'ha messo. E anche lui è stato al centro cazzopolifunzionale. Cristo! Non l'ho mai capito a che serve laurearsi se per imparare un mestiere ti tocca studiare di nuovo. Roba da matti.

Amico, non serve a un cazzo scalare le montagne, – gli aveva detto Jimmi, leggenda vivente dei fuoricorso nell'ateneo barese.
– Sì, lo so, ma se uno è obbligato, a scalarla? Se non se ne può fare a meno?
– Allora devi pensare di arrivare al rifugio per mangiarti un panino, questo devi pensare. Le cime lasciale agli illusi. A noi interessano le bibite fresche, il pane e salame.

Li riconosceva a naso, quel genere di bambini svagati, di sognatori dagli obiettivi friabili da cui si generano uomini insicuri, privi di carisma. E lei temeva l'insicurezza, la odiava. In compenso amava il carisma.

[...] Onofrio avrebbe voluto fare chissà cosa, e invece. Da piccolo pensava di meritare il massimo e che questo massimo sarebbe scattato di diritto. A vent'anni aveva virato verso una nuova prospettiva e non gliene fregava un cazzo di niente. A trenta si sentiva turlupinato dal mondo e soffriva di solitudine. «Vivi e lascia vivere», aveva sempre affermato con convinzione; e lo aveva pure scritto nel profilo del suo blog, che aveva chiamato Un po’ di me. Era un tipo pacifico, Onofrio Ora, ma allora, perché tutta quella rabbia? 

Ma chi poteva dare credito al frignante Gianni Serra? Chi poteva commuoversi di fronte alla faccia terrea, chiazzata di rosso, di Guido Pennisi? Certo non il presidente Marmolada, che in atmosfere come quella ci sguazzava da anni, lui che aveva costretto alle dimissioni il Ministro dell'Opinione pubblica con un sondaggio, lui che aveva smosso l'intero parlamento europeo per l'introduzione del televoto nei processi alla Corte internazionale dell'Aia.

Guido e Gianni erano due oggetti misteriosi. Due bambini perduti che si lavavano poco, si vestivano male e facevano cose strane. Non erano simpatici come gli asini né utili come i secchioni.

[...] Il futurometro non poteva mentire, era una macchina, e si sa, le macchine dicono la verità. Solo gli uomini le sparano grosse e covano sogni e studiano tutta la vita anche se sanno che i sogni sono fragili, le notti lunghe e solitarie, gli amori un affare per pochi.

– Non c'è bisogno del futurometro per sapere certe cose. Voi siete due falliti. Vivrete ai margini della società, non avrete denaro da spendere, non avrete donne che vi desiderano, non avrete famiglie che vi rispettano, sarete incapaci d’amare qualcuno per davvero e consumerete le vostre notti sospirando per le occasioni mancate che non mancheranno di farvi invecchiare nel dolore. La scuola per quelli come voi non può nulla. Non sapete fare niente e mai imparerete a fare qualcosa, nemmeno un festone degno di questo nome. La vostra mancanza di talento è assoluta. (pronunciato dalla maestra a Guido e Gianni)

Dubbi e angosce si erano risvegliati all'improvviso e le mamme avevano cambiato idea. Le più inviperite, con il tacito assenso delle altre, minacciavano immediate denunce all'osservatorio dei minori se solo si fosse provato ad avvicinare i loro figlioli al futurometro.
– Sarà stato testato a sufficienza? – si chiedeva l’apprensiva Marilisola Valcarelli.
– E se scopro che il mio Giangiglio non diventerà mai un concertista? – si chiedeva una preoccupatissima signora Fumagalli, che aveva investito una montagna di soldi nell'acquisto di un pianoforte a coda.
– Ma che futurometro e futurometro, non ci sono storie, Carlo Maria farà il dentista, come suo padre e come suo nonno prima di suo padre, – aggiungeva un’altra.
– Io voglio guidare il furgone del latte, – sosteneva Grammazio Smargotti, che fino a quel momento non aveva avuto il coraggio di confessarlo a sua madre.
E la Robertona potrà fare la gommista? Cristina l'arciere a Sherwood, Tonino lavare i vetri dei grattacieli, Massimo diventare un supereroe, Simonetta cucinare per le sue bambole, Lia volare su Marte e Rosa diventare la più bella di tutte le belle?

Quello che invece vi interesserà sapere, forse, e che nessuno vi ha mai detto, probabilmente, è che se la mia vita è diventata meravigliosa, è solo perché il mondo è pieno di imbecilli. Nessuno di voi merita la mia stima e nemmeno io merito la stima di qualcuno, tutti noi ci meritiamo le televendite, gli oroscopi e i futurometri madreperlati. Vi sto dicendo che mi sono stufato, come tutti, ma siccome sono ricco posso dirlo ad alta voce. Posso rompere il giocattolo, io; e voi siete condannati a usarlo. Non vi disprezzo, per questo, ma non vorrei essere nei vostri panni né in quelli dei vostri bambini. (pensieri dell'inventore del futurometro)

14 gennaio 2014

Cosa vuoi fare da grande, Ivan Baio e Angelo O. Meloni

Finalmente ho scritto bene il titolo di questo libro, perché ho l'impressione di aver scritto un'altra cosa sulla pagina fb, oltre che nella pagina del diario dedicata ai libri di quest'anno (quindi ancora tutta bianca). Non so bene come mai, ma il mio cervello, fino a cinque minuti fa, aveva salvato questa storia col titolo di Cosa farai da grande, eliminando quindi inconsciamente il verbo volere, operazione per niente in disaccordo col contenuto del libro, tutto sommato.

Cosa vuoi fare da grande narra una storia ambientata in un futuro indefinito, probabilmente nemmeno troppo lontano. Un futuro in cui la scuola è, per quanto possibile, ulteriormente peggiorata e si trova farcita di professori che non hanno alcuna intenzione di aiutare chi è in difficoltà e di genitori la cui unica preoccupazione è far in modo che i propri figli appaiano sempre migliori degli altri, in tutto. La scuola elementare Attilio Regolo di Milano rappresenta bene tutta la scuola pubblica italiana, il libro è ambientato lì solo perché eventi fortuiti hanno fatto sì che fosse quella la scuola estratta per testare il futurometro nel nostro Paese. Il futurometro, appunto.
Tutte le vicende ruotano intorno a questo aggeggio futuristico che, come me, ha eliminato il verbo volere dai progetti giovanili.
Non conta che cosa vuoi fare, conta quello che sei destinato a essere.
Il futurometro, infatti, collegato ai bambini delle elementari, è in grado di stabilire, tramite algoritmi complicatissimi, che cosa quel bambino diventerà da grande. Capite? Nessuno avrà più alcun dubbio, nessuno si chiederà mai più qual è il suo sogno, quale scuola è più adatta, quale strada prendere davanti a un bivio. Non serviranno domande, perché il futurometro, già in tenera età, darà tutte le risposte: saprà capire chi diventerà avvocato, medico, operaio o kamikaze.
Nessun margine per il verbo volere.

La critica mossa dagli autori alla società del futuro, che poi tanto futuro non è secondo me, l'ho apprezzata molto. La scuola pubblica italiana fa schifo, i professori in molti casi non hanno voglia di fare niente e i genitori hanno in mente solo una sterile competizione, una superficiale gara dell'apparenza. In tutto questo sfacelo gli unici a mostrare un po' di ingenuità e sgomento sembrano essere i bambini, quei Guido Pennisi e Gianni Serra, con vite così complicate, con famiglie così sfortunate, che nessuno scommetterebbe su di loro. Certo non le maestre, impegnate ad assecondare i figli delle famiglie più abbienti senza preoccuparsi dei figli di nessuno, che nessuno resteranno certo per tutta la loro vita. Certo non i bidelli, vittime anche loro della cattiveria insensata degli insegnanti e dei dirigenti. Certo non le famiglie dei loro compagni di scuola, che li escludono da ogni partita a calcetto, da ogni festa di compleanno.
E poi c'è Onofrio Ora, uno dei tanti giovani italiani che hanno studiato, si sono laureati, specializzati, masterizzati e sono ancora alle prese con gli stages non pagati.
Insomma, la società del futuro dipinta in questo romanzo surreale, ma neanche tanto, è molto simile a quella di oggi, dove regna sovrano il denaro, condito da un enorme pizzico di egoismo, servito con abbondante superficialità.
È (o sarà) un tempo che stritola le emozioni, che elimina i dubbi e fa sentire falliti i dubbiosi. Non c'è un minuto da dedicare alle incertezze, nessuno deve poter fermarsi un attimo a pensare. Siamo tutti macchine, senza sentimenti, senza desideri, senza verbo volere.

La critica alla società è l'aspetto che ho maggiormente apprezzato del libro, per il resto non sono un'amante del genere tragicomico o fantascientifico, sapete oramai inoltre che ho difficoltà gigantesche nel ridere per un libro. Non mi riesce, è più forte di me. Nonostante non abbia riso e abbia anche sbadigliato in certe scene un po' troppo surreali per i miei gusti (ripeto che non amo il genere), sono davvero felice di aver avuto la possibilità, grazie agli autori, di poter leggere questa storia. Sicuramente se fossi entrata in libreria non avrei mai comprato questo libro, eppure mi sarei persa una bella critica a quest'Italia che mi sta così a cuore.

E poi, tutto sommato, nel finale io c'ho letto una piccola speranza: in fondo in fondo forse esiste ancora un piccolo margine in cui possiamo smettere di essere macchine senza emozioni e lasciare che sia l'amore la nostra benzina.

p.s. Qui c'è il blog dedicato al libro.

13 gennaio 2014

Mi riconosci, frasi [Andrea Bajani]

Ridevamo perché ridere fa rumore, e allora ridevamo in maniera più rumorosa, quasi maldestra, come in montagna si batte in terra con un legno per mettere in fuga i serpenti acquattati sul cammino.

Il figlio non riesce a dormire. Sente dall'altra parte il corpo di suo padre poggiato sopra il materasso. Anche se la vita non lo abita più, è una presenza che fa invasione nella casa. È la morte che non lascia dormire chi resta.

Lei è stata tanto simpatica con me, le avevi detto prima di riattaccare. E la simpatia è il miglior regalo che si possa fare a una persona che neanche si conosce.

Parlavi dell’ignoranza, mi ricordo. Se l'ignoranza fosse un vuoto, mi dicevi, sarebbe facile riempirlo di cose, di cultura, di civiltà. Ma l'ignoranza, caro mio, è un pieno. È un muro, e i muri si possono solo abbattere, oppure scavalcare.

Qualche volta però, in quelle telefonate notturne, la tua voce era come un rumore di vetri rotti a ogni parola che dicevi, piatti lanciati in terra in mezzo alla cucina. In quei casi io stavo in silenzio, per tutta la rabbia che avevi da sfogare. L'Italia che a vederla da lontano ti faceva soffrire ancora di più, di disgusto e d'impotenza. E non essere nemmeno uno scrittore in esilio, ma solo uno che se n'è andato, che per schifo non riesce più a tornare, e lungo la colonna vertebrale sente tutto il sisma della lontananza.

Cercavo di parlarti lentamente, di disegnare una strada di parole, di sbriciolarci sopra l’alfabeto, perché in mezzo a quello smarrimento tu seguendole potessi ritornare a casa.

Non volevi che ti vedessi per com'eri diventato, la magrezza, la fatica, il non riconoscersi allo specchio. Ti sottraevi a tutto per lo sfinimento che ti provocava la lotta contro i farmaci, te li sguinzagliavano dentro il corpo perché facessero razzia dell'intruso, ti mettevano il sangue a ferro e fuoco. Da fuori ne potevi sentire i latrati, la ferocia assassina. Poi sul campo di battaglia lasciavano anche te, vittima collaterale di quella guerra in corso tutti i giorni senza tregua, colpito per sbaglio anche l'unico che volevano salvare. Così tu ti sottraevi, tua moglie ti teneva al riparo dal mondo, e tu smagrivi, ti trovavi una faccia che non volevi indossare. Perché non eri tu che la sceglievi, era la morte che ti metteva addosso la sua maschera di carnevale. Ti obbligava a una vestizione che non avevi chiesto. Ti costringeva a startene in piedi, completamente nudo, tirare su le braccia, lasciare che ti prendesse le misure. Ti chiedeva di voltarti, e a te non restava altro che girarti e fare quello che diceva, rassegnarti a essere il suo zimbello con le spalle curve di pudore. E poi fare la giravolta, e poi farla un'altra volta, fino a quando ti montava in faccia la maschera finale. Allo specchio vedevi il pallore di una smorfia, e un sorriso che era come un crampo, ed era anche tante altre cose ma era comunque il sorriso di un altro.

Le tue parole spesso venivano fuori nella notte, come fiori al rovescio, che avevano bisogno del buio per aprirsi. La mattina, quando la luce gonfiava metro dopo metro la città, le parole si richiudevano e le mettevi via, le riponevi in bell'ordine dentro le borse sotto gli occhi.

Ehi, timidino, mi avevi detto attraversando a grandi falcate quella piccola curvatura terrestre. Timidino, dico a te. Che ci fai lassù nello spazio?
Io avevo avvicinato l’occhio.
Non mi venire addosso, però! avevi urlato. Poi, di fronte al mio imbarazzo avevi detto: Senti, timidino, tu non parli e io mi annoio a morte. Per cui ti saluto, che qui c’è un sacco di lavoro da fare. Ma tu - ti prego - smettila di stare sempre così con i piedi per terra che non sei affatto divertente.

Una delle tue preoccupazioni, prima dell'ultimo ricovero, era che non ti riconoscessi. Da qui il divieto di raggiungerti. Tua moglie una mattina mi ha chiamato e mi ha detto che eri diventato più piccolo, di dimensioni, rispetto a come io ti conoscevo. Aveva la voce appena trafelata, al telefono. Usciva di casa per dare notizie, lasciando a te il silenzio e portando fuori aggiornamenti e uno sconforto tenuto a bada. Poi comprava qualcosa, respirava, e tornava dentro ad aspettare. Ha detto che stavi diventando più piccolo, come se fosse quello il processo che non si riusciva ad arrestare, come se stessi perdendo aria a poco a poco e non ci fossero toppe da applicare. Ho messo giù il telefono e ti ho pensato dentro il letto a occupare sempre meno spazio dal tuo lato, a ridurre giorno dopo giorno la superficie di lenzuolo da sgualcire. Una volta ne avevamo anche parlato, io e te, di questo punto della vita in cui ci si rassegna a tornare indietro verso la terra dopo aver cercato di scapparle in tutti modi, di salire più in alto possibile, di portarsi in salvo almeno con l’altezza. Poi, appunto, arriva quel momento in cui ciascuno diventa figliol prodigo pentito, con la terra, e allora di colpo si ferma, guarda in alto, e dopo inizia a venire giù in una sorta di restituzione, riconsegnandosi con un filo di malinconia. Allora avevamo pensato che forse si muore così, occupando sempre meno spazio, con i vecchi sempre più piccoli dentro le poltrone, fino a quando un giorno non li si trova più e si guarda in terra, come se potesse averli riassorbiti lei, alla fine.

E lì davanti a me, facendo colazione, tuo figlio mi parlava come se non fosse già più il tuo primogenito, ma la tua levatrice, stremata per la notte a cui aveva preso parte in ospedale. Gli era toccato in sorte d'improvvisarsi in quella parte, con le mani maldestre degli uomini, e la paura di sbagliare di un figlio che maneggia le ultime ore di suo padre.

Allora ti ho abbracciato piano, con tutta la paura di farti male, fragile com'eri, e anche però con il desiderio per un attimo di nascondere la faccia, di non farti vedere nei miei occhi quello che vedevo.

Il lutto, in fondo, è il tentativo di abitare il vuoto di qualcuno che si è perso.

12 gennaio 2014

Sempre di domenica #18 [Il primo del 2014!]

1- Cosa resterà di questo 2013? Il giro dell'anno in 12 libri! Tra grandi vecchie, Grillo e Renzi, mayali e divette, nuovi Duran Duran e papi star un'istantanea dell'anno che se ne va! Un post davvero divertente che rende bene l'idea di quello che è stato il 2013. Non è una classifica dei libri più belli dell'anno, ma di quelli che lo rappresentano meglio. Alcuni esempi? Peppa Pig, il Papa, Kennedy, Grillo. 
2- Umberto Eco: "Caro nipote, studia a memoria". Non so voi, ma io ho studiato davvero pochissime poesie a memoria a scuola, tanto che a volte sono in difficoltà pure su La nebbia agli irti colli piovigginando sale ecc. ecc., anche se la sanno pure i muri. Ho frequentato una scuola che alle nozioni da imparare a memoria dava poca importanza, quello che conta, dicevano i prof, è saper ragionare. Ai compiti di matematica il prof ci faceva tenere vicino le formule di prostaferesi, quella di storia non dava troppa importanza alle date se sapevamo collegare gli eventi, se sapevamo indicare le cause e le conseguenze di un fatto. Io, e credo molti miei coetanei, ho vissuto una scuola così e quindi non ho mai allenato la memoria, consapevole anche dell'esistenza di Google. Ma se fosse davvero così importante come ha scritto Umberto Eco?
3- Abbiamo bisogno di più calzolai e di meno filosofi. Una riflessione personale, interessante, mi sembra.
4- L'odio su facebook e twitter. Ho scelto un articolo a caso per sollevare l'argomento. Personalmente ho sgranato gli occhi già nelle settimane scorse davanti agli innumerevoli (e irripetibili) auguri di morte a Caterina, come se davvero un topo valesse più di una persona. Ma scherziamo? Per come la vedo io, non c'è feto o topo che regga: qualsiasi cosa può essere fatta per curare una persona deve essere fatta. E poi, che bisogno c'è di regalare quegli insulti a una ragazza? Mi chiedo se li avrebbero scritti comunque, se Caterina fosse stata la loro figlia, sorella, amica. Chissà. 
Altro caso: Bersani si sente male e giù, da un lato piovono ipocriti elogi da post mortem e dall'altro più veritieri insulti, auguranti una vera morte. Partendo dal presupposto che non mi vestirò a lutto il giorno in cui morirà Berlusconi, sono anche abbastanza sicura di poter dire che non mi metterò nemmeno a scrivere inni alla gioia. Dentro di me farò capriole, ma non ci sarà bisogno di scriverlo ovunque. Tra dire cose brutte vere o cose belle false, credo ci sia un'alternativa: stare zitti. Non capisco perché questa via su internet sembra non esistere. Non scriverò mai cose simili a quelle che altri hanno scritto a Bersani. 
Fino a qualche giorno fa credevo che l'anonimato del web fosse un grande aiuto per fare uscire la parte peggiore delle persone, poi ho visto la fiction di Rai1 dedicata a Luigi Calabresi e ho iniziato a pensare che non è internet il problema. Mi sono chiesta che genere di persona sarei stata io, se avessi avuto vent'anni in quegli anni lì, se avessi vissuto in una città importante. Mi chiedo se sarei stata abbastanza lucida da capire che non c'è idea giusta che tenga di fronte alla vita di una persona, mi chiedo se sarei stata in grado di fermarmi un passo prima delle bombe e delle pallottole. Chissà se sarei finita con quello striscione fuori dall'obitorio: giustizia è fatta. Ma quale giustizia? Calabresi pare essere stato solo un capro espiatorio, un uomo che credeva nel dialogo, lasciato completamente solo dallo Stato. Quegli anni di piombo, spezzati, li ho studiati in fretta a scuola, più spesso li ho trovati dentro qualche film, ma non so collegare i nomi alle facce vere, ad esempio. Leggendo su internet ho scoperto che il vicequestore di Milano di quegli anni, Guida, era un ex fascista (il capo delle carceri di Ventotene), su cui si allungarono diverse ombre dopo la morte di Pinelli. Ho letto che Pertini, un giorno che andò in visita a Milano dopo Piazza Fontana, si rifiutò di stringergli la mano. Ecco, questo mi sembra un compromesso più che accettabile tra gli insulti e i falsi elogi.
Mi sto dilungando un po' su questo punto, volevo solo arrivare alla mia personalissima conclusione: che ovunque c'è una folla in grado di garantirci un certo anonimato e di darci l'impressione di non essere comunque i soli colpevoli, ecco, lì ci sentiamo autorizzati a dare il peggio di noi, senza ritenerci neanche responsabili. Sul web oggi, dietro le bombe e le pistole quarant'anni fa.
5- 10 libri italiani da leggere prima dei 30 anni. L'ennesima lista di libri da leggere. Non ci faccio davvero caso, ma al momento sui dieci libri elencati ne ho letti solo quattro (La tregua, Uno nessuno e centomila, La luna e i falò e La ragazza di Bube).
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