31 marzo 2014

Il senso di una fine, Julian Barnes [Sì, certo, eravamo presuntuosi, se no a che serve essere giovani?]

Un libro piccolo (150 pagine) e un protagonista, Tony Webster, del tutto normale. Davvero, normalissimo. Se qualcuno mi chiedesse una sua caratteristica speciale alzerei le spalle e scuoterei la testa: non ne ha. Sì, al liceo si perdeva in discorsi filosofici, ma chi non lo ha fatto in fondo? Chi non si è mai trovato a discutere su chissà quali massimi sistemi, parlando a ruota libera, un po' a sensazione, con un po' di conoscenza e una certa dose di presunzione? Parafrasando un pensiero di Tony: a che serve essere giovani se non si è presuntuosi? Tony, a parte i dibattiti filosofici azzardati con i suoi amici, era un maschietto timido, dalle sue parti gli anni Sessanta ancora non erano arrivati, le ragazze non gli rivolgevano la parola e bastava che una non lo ignorasse per far nascere in lui un certo interesse. Insomma: Tony non era né il più intelligente del gruppo né il più figo. Era un giovanotto mediocre, discreto, nella media. Mediamente interessante, mediamente noioso. In compenso si era preso una bella cotta per una tipa tutt'altro che banale, una Veronica sopra le righe, egoista e acida, molto strana. Una che diceva a Tony che "non se la sentiva", nonostante gli anni 60 e la libertà sessuale di quegli anni. In compenso Tony aveva anche un migliore amico per niente nella media, Adrian, un genio indiscusso, uno dalla logica ferrea e dall'intelligenza davvero supersviluppata.
La storia racchiusa in queste poche pagine ruota soprattutto intorno a loro tre, specialmente intorno al tentativo da parte di Tony di dare un senso alla fine prematura del suo amico Adrian, morto suicida. Per anni, in realtà decenni, Tony ha pensato che il suicidio di Adrian fosse l'estremo gesto della sua logica ferrea, l'ennesima dimostrazione della sua coerenza rispetto alle conclusioni filosofiche verso cui lo conduceva il suo ragionamento inattaccabile.
Ma era davvero questo il senso della fine di Adrian? Davvero era qualcuno da ricordare con ammirazione per il coraggio delle proprie idee e teorie?
Imprevedibilmente Tony, decenni dopo la morte del suo amico, si troverà ancora impantanato in quelle domande, di nuovo alla ricerca di un senso che forse mai aveva immaginato fino a quel momento. Ormai ha sessant'anni, un matrimonio finito con una donna che continua a essergli amica, una figlia che sente di tanto in tanto, un nipote ancora piccolo. È un sessantenne normale, appunto. Fino al giorno in cui una lettera lo avvisa del testamento della madre di Veronica, che aveva conosciuto quarant'anni prima per un unico week end. Pare che gli abbia lasciato qualche centinaia di sterline e il diario di Adrian. Tony non capisce il perché di quel lascito, ma quel testamento inaspettato diventa l'occasione per tirare i fili della propria vita e ripercorrere il passato, ricordando la sua storia, quella parte di storia che aveva condiviso con Veronica e con l'amico suicida.
Che ne sapevo io della vita, io che ero sempre vissuto con tanta cautela? Che non avevo mai vinto né perso, ma avevo lasciato che la vita mi succedesse? Io che avevo avuto le ambizioni di tanti, ma che mi ero ben presto rassegnato a non vederle realizzate? Che avevo evitato il dolore e l’avevo chiamato attitudine alla sopravvivenza? Che avevo pagato conti e bollette, che ero rimasto in buoni rapporti con tutti il più a lungo possibile; io, per cui estasi e disperazione erano diventati da molto tempo giusto parole lette una volta nei libri? Uno i cui rimproveri a se stesso non lasciavano mai il segno?
Non sono un'amante dei libri brevi, perché spesso li trovo affrettati e superficiali, come se l'autore non avesse avuto voglia di approfondire un aspetto, come se avesse avuto fretta, a un certo punto, di chiudere. Anche in questo caso ho avuto la stessa impressione.
La parte iniziale del "romanzo" l'ho trovata davvero molto bella. Ho amato il modo del Tony sessantenne di ricordare gli anni liceali, ho amato le sue riflessioni sul tempo, sul ricordo, sulla storia, sul modo in cui si smette di essere giovani e si diventa adulti. Ho amato la maggior parte dei voli filosofici dei protagonisti. Con la (ri)comparsa di Veronica e l'affannosa ricerca di un'incomprensibile diario di Adrian però il mio piacere di lettura è calato, fino ad arrivare all'apice negativo proprio sul finale. Un finale che ho dovuto rileggere e rileggere per capire se lo avevo compreso bene. Un finale buttato lì così, con una manciata di frasi improvvise, alle quali non segue nessuna riflessione o domanda, a parte un senso del tutto nuovo e impensabile alla fine di Adrian.
All'improvviso mi sembra che una delle differenze tra la gioventù e la vecchiaia potrebbe essere questa: da giovani, ci inventiamo un futuro diverso per noi stessi; da vecchi, un passato diverso per gli altri.

30 marzo 2014

Lettera di Abraham Lincoln all'insegnante di suo figlio

Caro professore, lei dovrà insegnare al mio ragazzo che non tutti gli uomini sono giusti, non tutti dicono la verità; ma la prego di dirgli pure che per ogni malvagio c'è un eroe, per ogni egoista c'è un leader generoso.
Gli insegni, per favore, che per ogni nemico ci sarà anche un amico e che vale molto più una moneta guadagnata con il lavoro che una moneta trovata.
Gli insegni a perdere, ma anche a saper godere della vittoria, lo allontani dall'invidia e gli faccia riconoscere l'allegria profonda di un sorriso silenzioso.
Lo lasci meravigliare del contenuto dei suoi libri, ma anche distrarsi con gli uccelli nel cielo, i fiori nei campi, le colline e le valli.
Nel gioco con gli amici, gli spieghi che è meglio una sconfitta onorevole di una vergognosa vittoria, gli insegni a credere in se stesso, anche se si ritrova solo contro tutti.
Gli insegni ad essere gentile con i gentili e duro con i duri e a non accettare le cose solamente perché le hanno accettate anche gli altri.
Gli insegni ad ascoltare tutti ma, nel momento della verità, a decidere da solo.
Gli insegni a ridere quando è triste e gli spieghi che qualche volta anche i veri uomini piangono.
Gli insegni a ignorare le folle che chiedono sangue e a combattere anche da solo contro tutti, quando è convinto di aver ragione.
Lo tratti bene, ma non da bambino, perché solo con il fuoco si tempera l'acciaio.
Gli faccia conoscere il coraggio di essere impaziente e la pazienza di essere coraggioso.
Gli trasmetta una fede sublime nel Creatore ed anche in se stesso, perché solo così può avere fiducia negli uomini.

So che le chiedo molto, ma veda cosa può fare, caro maestro.



28 marzo 2014

Noteworthy things - Settimana 12

• 78/365 - 10 ore di dolci.
- Fragole a merenda.
- Domande esistenziali: vaffanculo sì o vaffanculo no?
• 79/365 - Giornata lunga mille ore. Giornata di una torta a tre piani, di carabinieri e di un mezzo vaffanculo (evvai! Ce l'ho fatta!!!).
• 80/365 - Mal di tutto.
- Pensieri razzisti (non da me) e digiuno fino alle 5 (ancora meno da me).
- Il nervoso proprio.
- Cena di classe saltata. Sigh.
• 81/365 - Sfogo il nervoso cucinando, senza riuscire a trovare la teglia per i cupcakes, che si siano portati via anche quella?
• 82/365 - Rincoionimento ancora mode on.
- Sonno normale ancora mode off.
• 83/365 - Fine di Fuoriclasse, di già. Peccato.
• 84/365 - Dopo attente riflessioni si può dedurre che guardo troppi polizieschi e che, se li provassi, potrebbero piacermi pure i libri gialli!
- Torte di Pasqua, queste sì che fanno tornare il buonumore.

Ho visto: Sex and the city - il film.

Foto della settimana 12/52 (clic)

27 marzo 2014

Anna Karenina - Quinta parte, Lev Tolstoj





Del matrimonio di Kity e Levin ho letto fuori, vicino alle piante di limone, sulla sedia a dondolo, in pieno sole, in canottiera. Una settimana fa sembrava già primavera e adesso, che primavera secondo il calendario sarebbe davvero, fa un freddo cane, ma meglio così, per i miei gusti. C'è tempo per il caldo, ché se partiamo con le temperature della scorsa settimana a marzo ad agosto muoio.
Era ora che si sposassero Levin e Kity comunque, mi sono sempre piaciuti insieme e tifavo affinché lei capisse quello che provava per lui. Ma perché, mi chiedo, nei libri lo capisci fin dall'inizio chi finirà con chi? Non sarebbe bello, o almeno utile per una pura questione temporale, riuscire a guardare dall'esterno la propria vita, come se fosse la vita di qualunque personaggio letterario, in modo da capire dopo poco come si evolveranno le cose? Oh, a me piacerebbe.
È superfluo dire che Tolstoj fornisce un'accurata (e lunga) descrizione del matrimonio di Levin e Kity? Sì, lo è: se sintetizzasse non sarebbe Tolstoj.
La loro felicità pian piano prende la forma della quotidianità e i due piccioncini si accorgono che non è tutto rose e fiori, che ci sono aspetti su cui non sono d'accordo, che a volte si deve per forza bisticciare. Si trovano immersi in un amore normale, molto felice, in ogni caso. Ma la felicità è presto interrotta dal peggioramento delle condizioni di salute di Nikolaj, fratello di Levin. Sta morendo, stavolta davvero.
Tutti sapevano che presto e inesorabilmente sarebbe morto, che era già morto a metà; tutti si auguravano una cosa sola, che morisse al più presto, ma tutti, nascondendo la verità, gli porgevano la boccetta con lo iodio, cercavano medicine e dottori e lo ingannavano, ingannando se stessi e gli altri. 
Devo chiedere scusa a Kity per averla poco sopportata all'inizio, perché in questa fase, nel momento in cui Levin aveva più bisogno di lei, lei c'è stata, come io mi sarei aspettata. È riuscita a far breccia nel cuore del cognato morente, è riuscita a rendergli gli ultimi istanti vita il più dignitoso possibile. Sì, è stata proprio in gamba e sarà all'altezza dell'uomo che da così tanto tempo l'amava.

Sull'altro fronte Anna e Vronskij nel loro viaggio europeo arrivano anche in Italia, dove restano per qualche tempo immersi nell'arte, soprattutto nella pittura, con cui prova a cimentarsi lo stesso Vronskij.  Quando tornano in Russia trovano una società che non li accoglie più, che li evita come appestati, soprattutto lei, Anna, colpevole di aver tradito il marito e di aver abbandonato suo figlio Sereza in nome di una futile passione materiale, forse pure temporanea. Lei si sente esclusa e inizia talvolta a dubitare dell'amore che Vronskij nutre per lei. Tra loro si percepisce qualche scricchiolamento, attutito dal fatto che lui mette per il momento da parte l'orgoglio e la verità dei suoi sentimenti per dire a lei quello che lei vuole sentirsi dire e non quello che lui vorrebbe davvero dirle. La vede così triste che vorrebbe solo riuscire a tirarle su il morale, ma lei si sente sola e sente il suo cuore spezzato per l'assenza di suo figlio. Perciò, dopo aver inutilmente tentato di convincere Aleksej a farle incontrare il figlio, di prima mattina trova il modo per intrufolarsi nella sua vecchia dimora fino ad arrivare alla stanza del piccolo Sereza. A lui era stato detto che la mamma era morta, ma non c'aveva mai creduto e continuava a cercarla ogni volta che usciva da casa. Finalmente in quella mattina può di nuovo abbracciarla, può di nuovo sprofondare in quella stretta piena d'amore, ma è giusto un attimo, perché sta arrivando Aleksej e non deve trovare Anna lì, in casa sua, con suo figlio. Lei è costretta a fuggire come una ladra, correndo giù per le scale, senza aver neanche consegnato al suo bambino i giocattoli che aveva comprato per lui il giorno prima. Chissà se madre e figlio si rivedranno ancora nelle restanti trecento pagine. E chissà che fine farà il freddo Aleksej, chissà se Lidija Ivanovna riuscirà a far breccia nel suo cuore... Lei ci si impegnerà di sicuro. 

25 marzo 2014

Anna Karenina - Quinta parte. frasi [Lev Tolstoj]


- Non ho mai visto un detrattore del matrimonio così convinto! - disse Sergej Ivanovic.
- Sono un sostenitore della divisione del lavoro. Gli esseri umani che non sanno fare niente devono fare nuovi esseri umani, mentre gli altri devono contribuire alla loro istruzione e alla loro felicità.

- Non è un caso che si sia radicata l'abitudine dell'addio al celibato, [...] per quanto uno sia felice, rimpiangerà comunque la libertà.

Tutta la vita, tutti i suoi desideri e le sue speranze si erano concentrate in quell'unico uomo per lei incomprensibile, a cui la legava un ancor meno comprensibile sentimento, in cui l'attaccamento si alternava alla repulsione.

Tutti sapevano che presto e inesorabilmente sarebbe morto, che era già morto a metà; tutti si auguravano una cosa sola, che morisse al più presto, ma tutti, nascondendo la verità, gli porgevano la boccetta con lo iodio, cercavano medicine e dottori e lo ingannavano, ingannando se stessi e gli altri. 

Sentiva che tutti sarebbero stati spietati con lui per il solo fatto che il suo cuore era in frantumi. Sentiva che la gente lo umiliava così come un branco di cani assale un cane dilaniato che guaisce di dolore. Sapeva che l'unico modo di salvarsi dalla gente era quello di nascondere le proprie ferite, ma in quel momento non si sentiva ancora in grado di continuare quella lotta impari.

C'erano tante buone ragioni per fare quel passo, quante ce n'erano per non farlo, e non trovava una ragione decisiva che gli  consentisse di derogare alla sua regola generale: in caso di dubbio, non agire.

Se noi sappiamo che nessuno ci impedisce di cambiare posizione, possiamo anche restare seduti immobili con le gambe incrociate per alcune ore di seguito; ma se una persona sa che è obbligata a stare così, con le gambe incrociate, cominciano i crampi, le gambe cominciano a tremare e a formicolare nel punto in cui si vorrebbe distenderle.

24 marzo 2014

Noteworthy things - Settimana 11

71/365 - Fiocchi di pasta sfoglia e nutella.
- Due treccine con tutti i capelli in giro, in disordine.
72/365 - Giornata di cucina intensa, quando mi prende così a casa mi odiano. Ho preparato: girelle di pizza con prosciutto cotto, formaggio e pomodoro; salatini di pasta sfoglia; polpettone; il dolce fragoloso per domani.
73/365 - Dolce fragoloso bello e buono.
- Giornata di sole molto primaverile, passata a dar da mangiare ai cani e a osservare una pecora e una bici.
- Malinconia in serata, la vita continua anche senza di noi.
- Le mani dentro la città.
74/365 - Di biscotti fatti impastare al mio cuginetto con buoni risultati e di tentativi sciocchi di sdrammatizzare.
75/365 - Un medico in famiglia 9 (continuo a guardarlo per inerzia sapendo che il meglio è passato).
76/365 - Mezz'oretta di lettura al sole sulla sedia a dondolo in canottiera.
- Primo 50° della settimana.
77/365 - Spese pazze e colorate preparando il rainbow party del secolo! Ahahahahah!

Ho visto: Lost in transalation - L'amore tradotto e About time - Questione di tempo.

Foto della settimana 11/52 (clic)

Pretty in Mad

18 marzo 2014

Anna Karenina - Quarta parte, frasi [Lev Tolsoj]

Quante volte si era detto che l'amore di Anna sarebbe stato la felicità; ma ora che lei lo amava come può amare una donna per la quale l'amore abbia cancellato qualsiasi altro bene del mondo, lui era molto più lontano dalla felicità di quando era partito da Mosca per seguirla. Allora si riteneva infelice, ma davanti a lui c'era la felicità; ora si sentiva che il meglio della felicità era passato.

- Quando comprendi che, se non oggi, domani comunque morirai e di te non resterà nulla, tutto diventa così insignificante! Certo, considero le mie idee molto importanti, ma in realtà, persino se si realizzassero, sarebbero altrettanto insignificanti quanto l'aver catturato quest'orsa. E così uno trascorre la vita svagandosi con la caccia, lavorando, pur di non pensare alla morte.

Non solo in quella stanza, ma nel mondo interno, per Levin esistevano solo lui stesso, che si sentiva ora enormemente importante e autorevole, e lei. Si sentiva a un'altezza che gli faceva girare la testa e solo laggiù, in basso, lontano, c'erano tutti quei simpatici Karenin e Oblonskij con il resto del mondo.

- La donna è priva dei diritti a causa della sua istruzione carente, e la sua carente istruzione deriva dalla mancanza di diritti. Non si deve dimenticare che l'asservimento della donna è una cosa così profonda e antica che spesso non riusciamo a comprendere l'abisso che ci separa...
- Voi dite i "diritti", [...] i diritti di occupare la carica di giurato, di consigliere, di sindaco, i diritti di impiegato, di parlamentare...
- Senza dubbio.
- Ma se anche le donne, in via eccezionale, possono occupare queste posizioni, voi avete utilizzato la parola "diritti" in modo errato. Sarebbe più corretto dire "doveri". Chiunque è d'accordo che adempiendo a una qualsiasi funzione di giurato, di consigliere, di funzionario del telegrafo, noi sentiamo che adempiamo a un dovere. E perciò è più corretto dire che le donne perseguono dei doveri, cosa del tutto legittima. E non può che destare simpatia questo loro desiderio di partecipare alla generale attività maschile.

- Ecco, - disse lui e scrisse le lettere: "q,m,a,r:'q.,n,è,p',s,p,s,o,s,a"? Queste iniziali significavano: "quando mi avete risposto 'questo non è possibile', significava per sempre o solo allora?". Non c'era nessuna probabilità che lei potesse comprendere quella frase complessa; ma lui la guardò come se la sua stessa vita dipendesse dalla possibilità che lei comprendesse quelle parole.
Lei lo guardò con serietà, poi appoggiò alla mano la fronte corrugata e si mise a leggere. Ogni tanto lanciava un'occhiata a Levin chiedendogli con lo sguardo :"È quello che penso io?"
- Ho capito, - disse lei arrossendo.
- Che parola è questa? - disse lui indicando la 's' che indicava la parola 'sempre'.
- Quella lettera indica 'sempre', -disse lei, - ma non è la verità!
Lui cancellò velocemente le lettere, le porse il gessetto e si alzò- Lei scrisse: 'a, n, p, r, d'.
[...] D'un tratto [Levin] si illuminò: aveva capito. Significava_ "allora non potevo rispondere diversamente".
Lui la guardò con aria interrogativa e remissiva.
- Solo allora?
- Sì, - rispose il sorriso di lei.
- E a... E adesso? - chiese lui.
- Beh, ecco, leggete. Dirò quello che io desidererei, che desidererei moltissimo! - E ascrisse le lettere c, p, d, e, p, l, a. Significava: "che possiate dimenticare e perdonare l'accaduto".
Lui afferrò il gessetto con le dita tese e tremanti, lo ruppe, e scrisse le iniziali della frase: "non ho niente da dimenticare e perdonare, non ho mai smesso di amarvi".
Lei lo guardò con un sorriso immobile.
- Ho capito, - sussurrò.
Lui si sedette e scrisse una lunga frase. Lei comprese tutto e, senza chiedergli se davvero fosse così, prese il gesso e rispose immediatamente.
Per lungo tempo lui non riuscì a comprendere quello che aveva scritto e si girò più volte a guardarla. Non riusciva in nessun modo a combinare le parole che intendeva lei; ma nei begli occhi di Kity, scintillanti di felicità, comprese quanto bastava. E scrisse tre lettere. Ma non aveva ancora finito di scrivere, che Kity già leggeva seguendo la sua mano e, finita lei stessa la frase, scrisse in risposta: "Sì".

Data la situazione Levin comunicò a Egor la sua idea sul fatto che nel matrimonio la cosa più importante fosse l'amore e che con l'amore si è sempre felici, perché la felicità si può trovare solo in se stessi.

Pensava che il suo fidanzamento non avrebbe avuto niente in comune con gli altri, che le consuete circostanze di un fidanzamento avrebbero rovinato la sua particolare felicità; ma finì che fece le stesse cose degli altri e che questo accrebbe soltanto la sua felicità e la rese sempre più speciale, priva di qualsiasi possibile analogia.

17 marzo 2014

Lady Susan, Jane Austen

Mia cara Alicia, che errore imperdonabile è stato sposare un uomo della sua età! Abbastanza vecchio da essere rigido, schiavo delle formalità e malato di gotta; troppo vecchio per essere piacevole, e troppo giovane per morire.
Fatemi essere sintetica, una volta tanto. E fatemi essere anche meno politicamente corretta del solito, ché quando ci vuole ci vuole. Se è vero che, come dice la Lucianina nazionale, certe cose si risolvono solo con un vaffanculo, è altrettanto vero che certe persone possono essere apostrofate solo così:
Ops.
Ebbene sì, ho cercato perifrasi più educate, ma niente avrebbe reso perfettamente l'idea e poi, ne sono certa, Lady Susan non si offenderebbe se leggesse, anzi forse ci riderebbe su e mi direbbe che la mia è tutta invidia, che lei sarà felice e vivrà una vita agiata con un marito ricco e innumerevoli amanti più giovani. Quando si dice capire tutto della vita, eh?
Ma Lady Susan non può essere racchiusa in quell'unico aggettivo, sarebbe troppo poco. È un'arpia civetta, rimasta da poco vedova, ma certo non per questo demoralizzata e triste. Tutt'altro. Non fa che rovinare i matrimoni delle altre e cerca in tutti i modi di far sposare la figlia Frederica con un uomo davvero triste. Per fortuna intervengono i suoi zii, in particolare la zia Mrs Vernon che non si lascia affatto incantare dalla dialettica della cognata e, nonostante l'apparenza docile e gentile, continua a non fidarsi affatto di lei. E fa bene!
Non che mi trovi d'accordo con la moda attuale di conseguire una perfetta conoscenza delle lingue, delle arti e delle scienze; è tempo sprecato: essere maestre di francese, di italiano, di tedesco, di musica, di canto, di disegno ecc., può concedere a una donna un certo plauso, ma non aggiungerà un solo amante alla sua lista. Grazia e buone maniere restano, in ogni caso, le doti più importanti. Non pretendo, quindi, che l'istruzione di Frederica oltrepassi la superficialità e mi soddisfa l'idea che non rimarrà a scuola così a lungo da imparare qualcosa per intero.
Il romanzo è scritto in forma epistolare. A parte la conclusione, sono riportate 41 lettere scritte e ricevute da tutti i personaggi della storia: Lady Susan, Mrs Johnson (la degna amica), Mr Vernon (il cognato), Mrs Vernon (la cognata), Frederica (la figlia), Lady De Courcy (la madre di Mrs Vernon), Mr De Courcy (il fratello di Mrs Vernon), Sir Reginald (il padre di Mrs Vernon).

Tutto si svolge in un centinaio di pagine che si leggono in poche ore, con molti sorrisi. Una lettura breve, ma molto piacevole, che consiglio.
Jane Austen è molto ironica, prende in giro la civetteria e le bassezze di una donna dalla vita mondana senza il benché minimo affetto famigliare, per poi punirla alla fine. Dopo innumerevoli giri, sembra voler comunicare l'autrice, quello che deve succedere succede. In fin dei conti sembra quasi una fiaba, con una matrigna e una giovane fanciulla triste in attesa del principe azzurro. E come in ogni favola che si rispetti tutti vissero felici e contenti, più o meno.

Lady Susan comunque dimostra che le donne di oggi non si sono inventate niente con il toy boy. Se fosse vissuta oggi avrebbe avuto una vita molto più semplice, è come se già la vedessi al Grande Fratello, se va bene, o addirittura in Parlamento, se va proprio benissimo. Sì, nell'era moderna Lady Susan si sentirebbe proprio a suo agio.
Non mi è piaciuto fin dall'inizio, e vi assicuro, signore, che non si tratta di un capriccio; mi è sempre apparso sciocco e arrogante e antipatico, e adesso è anche peggiorato. Preferirei guadagnarmi il pane, piuttosto che sposarlo.

16 marzo 2014

Sempre di domenica #27

1- La battaglia di 30 cani e gatti contro i mobili di casa. In certi casi ci sono posizioni davvero improbabili, che buffi gli animali! 
2- Lasciarsi con i titoli di 154 film. Chissà l'autore quanto ha lavorato per creare questo video! E chissà se una cosa del genere sarebbe possibile anche con i titoli italiani. 
3- Book sculptures. Idee per usare i libri che non ci sono piaciuti. A un altro artista del genere ha dedicato un post, proprio questa settimana, Athenae Noctua.
4- Most shocking second a day. Un video di Save the children che mostra come cambia la vita di una bambina con lo scoppio di una guerra.
Just because it isn't happening here
doesn't mean it isn't happening
5- Rifiuti eccellenti - Quando l'editore dice no. Lettere di rifiuto originali, raccolte in un post del blog di diLetti e riLetti.

14 marzo 2014

Noteworthy things - Settimana 10

• 64/365 - Filetto in crosta.
- Piccole ginnaste crescono e capita che vincano anche le gare. Brave! Applausi!
• 65/365 - Una torta mimosa con un paio di giorni d'anticipo, ma sempre buonissima.
• 66/365 - Pomeriggio con un'amica: passeggiata + chiacchiere + ma tu l'hai capita La grande bellezza? + idee di menù per un compleanno da organizzare.
• 67/365 - Festa delle donne passata con le cugine a gustare un menù favoloso con contorno di molte risate, così tante che qualcuno avrà sicuramente pensato fossero dettate da troppo vino. Invece no. Siamo così, ubriache dalla nascita.
• 68/365 - Alzata tardiva dal letto.
- Un messaggio che non mi aspettavo.
- Crêpes  tra cugini.
• 69/365 - Un'oretta passata a "giocare" a Paint my life, impuzzolendo tutta casa con lo smalto che stavo usando appunto in modo alternativo nel mio attacco d'arte.
- Seconda serie di Fuoriclasse, con quella prof che tutti avremmo voluto avere.
- Ho iniziato a leggere "Il senso di una fine" di Julian Barnes. Come inizio non c'è male!
• 70/365 - Ho comprato il secondo libro del 2014, il primo per me di Guccini. Se in questo inizio d'anno sono più risparmiosa è tutta colpa di Anna Karenina.

Ho finito di leggere: Lady Susan di Jane Austen (gli scarabocchi arriveranno lunedì!).
Ho visto: La vita di Adèle.

Foto della settimana 10/52 (clic).

13 marzo 2014

Su Papa Francesco

Quello che segue è un post riciclato dell'anno scorso, scritto altrove sul web. 
C'è stato un tempo in cui la sera dicevo le mie preghierine. 
C'è stato un tempo in cui c'era un prete che era pazzo di me, e anch'io di lui. Aveva gli occhi buoni e mi diceva tante cose belle. In cambio io gli facevo anche i disegni quando veniva a benedire casa per Pasqua.
Una volta è andato a fare un viaggio a Gerusalemme e da lì mi ha portato un rosario di legno, quando me l'ha regalato mi è spuntato un sorrisone. Ce l'ho ancora, in un cassetto del comodino. Sempre nello stesso cassetto c'è un libricino che mi ha regalato una mia zia tanti anni fa, è su San Francesco.
C'è stato un tempo in cui litigavo con la mia mamma quando sosteneva che il protettore degli animali fosse Sant'Antonio. Chiaro che no! Chi, se non San Francesco, può essere il santo degli animali?
Ora, io sinceramente non lo so chi avesse ragione tra noi (probabilmente lei, è più esperta di me in queste cose), non so chi sia il santo degli animali, ma so qual era il mio: San Francesco. Se i santi si tifassero come le squadre di calcio, sarei stata una sua ultrà. 
Forse lo sarei ancora. Anzi, togliamolo questo condizionale. San Francesco mi piace. Indicativo presente.
Sarà che ha camminato per i miei posti, sarà che ha amato gli animali, sarà che si è spogliato di tutti i suoi beni, sarà che si è fatto portavoce di una chiesa povera, ma San Francesco nel mio immaginario è una specie di hippie, un inascoltato rivoluzionario. Per questo mi piace. 
Non so se sarà mai possibile costruire una chiesa francescana, probabilmente no, ormai siamo proprio troppo oltre ogni limite, quello che voglio dire è semplicemente che secondo me Bergoglio ha scelto il nome più bello che poteva scegliere. Ai miei occhi ha guadagnato dieci punti, ora vediamo chi è, che cosa ha fatto finora, che cosa farà.
E vediamo se sarà Francesco anche nei fatti e non solo nel nome.

Il mio rapporto con la chiesa ha attualmente raggiunto i minimi storici. È probabile che Giovanni Paolo II resti nei secoli dei secoli il mio unico Papa, l'unico che ho sentito davvero mio, forse solo perché ero più piccola e ingenua. 
Ho aperto, qui accanto alla tastiera, il mio diario del 2005. Tra una lettera mai consegnata, scritta su un foglio del raccoglitore di matematica, e un foglio azzurro con sopra attaccate foto di Francesco e Antonino di Amici, c'è il 19 aprile. Quel pomeriggio ho visto la prima fumata bianca della mia vita
Mi avevano sempre detto che quando moriva il papa non si andava a scuola, che si stava a casa in segno di lutto. Invece niente. Giovanni Paolo II è morto e il giorno dei suoi funerali ci hanno portato alla messa. All'epoca non ce l'avevo con la chiesa, facevo ancora il primo liceo e di quel papa polacco sentivo già, sinceramente, la mancanza. Per questo quella messa mi ha anche emozionato. I rappresentanti d'istituto distribuivano foglietti colorati con le parole di Giovanni Paolo II indirizzate a noi giovani. Il mio foglietto, rosa, è attaccato con lo scotch qualche pagina prima del 19 aprile, giorno della prima fumata bianca della mia vita appunto. Ecco che cosa scrivevo: È stato eletto il nuovo Papa!!! Si chiama Joseph Ratzinger, è tedesco ed era uno dei maggiori collaboratori dell'ormai ex-papa. Speriamo che sia in gamba, che continui sulla strada di Giovanni Paolo II. Il suo nome papale è Benedetto XVI. Un po' il Papa mi mancava, ora ce n'è uno nuovo. Al Vaticano c'era una folla felice, la stessa folla che due settimane fa piangeva il Grande Papa. Da una parte ciò non è mica giusto. W Papa Benebedetto XVI
In otto anni il mio entusiasmo per Benedetto e per la chiesa tutta è drasticamente diminuito. Si nota per caso?
Non credo tornerà mai più un tempo in cui pregherò la sera.
Quel prete dagli occhi buoni a cui regalavo i miei disegni mi vuole ancora bene però e io ne voglio a lui, sinceramente. 
Non so se è possibile una mia parziale riconciliazione con la chiesa. So che l'unica chiesa che voglio e che posso sopportare è quella di San Francesco. Altre non dovrebbero esistere. San Francesco è ancora il mio rivoluzionario. Forse è per colpa sua se trovo sempre qualcosa di bello in ogni Francesco che incontro. 
Da Papa Francesco I non mi aspetto aperture ai matrimoni gay, come non mi aspetto che spontaneamente dica che pagherà l'Imu. Queste son cose che mi aspetto dal mio Stato, quando avrà un governo. 
Da Papa Francesco vorrei un Vaticano che si facesse gli affari suoi, che non si impicciasse di chi abbiamo al governo, dei crocifissi nelle scuole, di che cosa votare ai referendum. 
Vorrei una chiesa meno ipocrita e meno ricca.
Vorrei che i preti potessero sposarsi.
Vorrei che i preservativi non venissero considerati peccati mortali contro dio.
Vorrei che fosse eliminato quel latino che non capisce più nessuno. 

Quando parlo di chiesa parlo di potere e di influenza sulle persone, non di fede. Per come la vedo io ormai fede e chiesa sono due cose che camminano su binari paralleli. L'alta gerarchia ecclesiastica temo abbia dimenticato i valori del Vangelo. Paradossalmente forse ci credo più io, che dico di non crederci in dio, di loro. 
Insomma, il papato di Francesco I non può che farmi riavvicinare in qualche modo alla sua chiesa, più lontano di così è difficile che possa andare. Non so niente di lui. Guardando la fumata bianca non ho provato la stessa emozione di otto anni fa, ero solo curiosa di vedere che faccia aveva il nuovo papa. Non posso dire che non me ne frega niente, il papa è una figura purtroppo troppo importante e influente per fregarsene. 
In queste ore mi sono lasciata contagiare dall'entusiasmo per questo nome dal messaggio bellissimo che nessuno si era mai dato finora. FrancescoMi aspetto che in qualche modo ora lo onori. 

In otto anni ho perso la fede per strada, papa Francesco al momento non è il mio capo spirituale, quindi potrei benissimo continuare a stare zitta come ho fatto finora con le dimissioni di Benedetto. Eppure, nonostante io abbia lasciato la mia fede appigliata a qualche dolore e ingiustizia passata, credo che l'elezione di un nuovo papa riguardi anche me, perché la chiesa è solo in minima parte fede e spiritualità, per tutto il resto è politica e potere.
Non potrebbe che farmi piacere una chiesa migliore di quella di oggi. E se il nuovo papa agirà seguendo davvero San Francesco credo che qualcosa di buono ne uscirà fuori.
Abitando in Umbria ho visto tante chiese francescane, nella mia regione e anche in Toscana, luoghi dove si racconta che San Francesco sia passato, luoghi che in molti casi mantengono una certa povertà negli arredamenti, cosa che non è vera ad Assisi. Oltre alla famosissima basilica ci sono tante chiesette sconosciute più in linea con il pensiero francescano. In una di queste, in Toscana, c'era una scritta che mi sembra adatta a oggi. Diceva così: se credi prega, se non credi ammira, se sei sciocco scrivi sui muri.
Morale di questo lungo discorso: Bergoglio si è scelto il nome che mi sarei data anch'io fossi stata al suo posto, ma un Francesco, di per sé, non fa primavera. Non prego e non scrivo sui muri, però posso sempre osservare.

Sogno un'Italia che sia laica, ma temo che il giorno in cui potremo dire di vivere in un vero Stato laico sia ancora lontano anni luce per noi. Forse non avremo mai nemmeno l'occasione per dirlo in questa vita.

Oggi da quella fumata bianca è passato un anno. Il Papa che si è chiamato Francesco ha detto e fatto molto più di quello che mi sarei aspettata, tanto che a casa mi prendono pure un po' in giro perché non ho sempre da ridire qualcosa sul Papa, cosa che prima era all'ordine del giorno. La mia fede non è cambiata, almeno non mi sembra, e credo tuttora che la chiesa col suo oro e le sue guerre sia qualcosa di profondamente contraddittorio rispetto al Vangelo, però Papa Francesco, inutile negarlo o giocare a fare l'alternativa, mi piace. In certi momenti mi sono ritrovata a essere più in sintonia coi suoi pensieri e le sue azioni piuttosto che con quelle dei politici, anche di quelli che avrebbero dovuto rappresentarmi, il che, per una come me, è una cosa incomprensibile. Era pure inimmaginabile, un anno fa. Se davvero Papa Francesco vincesse il Nobel per la Pace io sinceramente non avrei nulla da ridire, se l'ha vinto Obama con qualche guerra di troppo, perché non potrebbero davvero assegnarlo a quell'uomo dagli occhi buoni e il sorriso contagioso venuto dalla fine del mondo? Ecco, se lo danno a Putin qualche problema ci sarebbe.

12 marzo 2014

Se una notte d'inverno un viaggiatore, frasi [Italo Calvino] - Parte 2



Capitolo 7

Sei apparsa per la prima volta al Lettore in una libreria, hai preso forma staccandoti da una parete di scaffali, come se la quantità dei libri tendesse necessaria la presenza d'una Lettrice. La tua casa, essendo il luogo in cui tu leggi, può dirci qual è il posto che i libri hanno nella tua vita, se sono una difesa che tu metti avanti per tener lontano il mondo di fuori, un sogno in cui sprofondi come in una droga, oppure se sono dei ponti che getti verso il fuori, verso il mondo che t'interessa tanto da volerne moltiplicare e dilatare le dimensioni attraverso i libri. Per capire questo, il Lettore sa che la prima cosa da fare è visitare la cucina. La cucina è la parte della casa che può dite più cose di te.

Osservando la tua cucina dunque si può ricavare una immagine di te come donna estroversa e lucida, sensuale e metodica, che mette il senso pratico al servizio della fantasia. Qualcuno si potrebbe innamorare di te solo a vedere la tua cucina? Chissà: forse il Lettore, che già era favorevolmente predisposto.

Sei possessiva verso te stessa, [...] ti attacchi ai segni in cui identifichi qualcosa di te, temendo di perderti con loro.

Vediamo i libri. La prima cosa che si nota, almeno a guardare quelli che tieni più in vista, è che la funzione dei libri per te è quella della lettura immediata, non quella di strumenti di studio o di consultazione né quella di elementi d'una biblioteca disposta secondo un qualche ordine. Magari qualche volta hai provato a dare un'apparenza d'ordine ai tuoi scaffali, ma ogni tentativo di classificazione è stato rapidamente sconvolto da apporti eterogenei. La ragione principale degli accostamenti dei volumi, oltre la dimensione per i più alti o i più bassi, resta quella cronologica, l'essere arrivati qui uno dopo l'altro; comunque tu sai sempre ritrovartici, dato anche che non sono moltissimi, (altri scaffali devi aver lasciato In altre case, in altre fasi della tua
esistenza), e che forse non ti capita spesso di dover cercare un libro che hai già letto.
Insomma, non sembri essere una Lettrice Che Rilegge. Ricordi molto bene tutto quello che hai letto (questa è una delle prime cose che hai fatto sapere dì te); forse ogni libro s'identifica per te con la lettura che ne hai fatto in un determinato momento, una volta per tutte. E come li custodisci nella memoria, così ti piace
conservare i libri in quanto oggetti, trattenerli presso di te.

Fra i tuoi libri, in quest'insieme che non forma una biblioteca, si può pur distinguere una parte morta o dormiente, ossia il deposito dei volumi messi via, letti e raramente riletti oppure che non hai letto né leggerai ma comunque conservati (e spolverati), e una parte viva, ossia i libri che stai leggendo o hai intenzione di
leggere o da cui non ti sei ancora staccata o che hai piacere di maneggiare, di trovarteli intorno. A differenza che con le provviste in cucina, qui è la parte viva, di consumo immediato, a dire più cose di te. Parecchi volumi sono sparsi in giro, alcuni lasciati aperti, altri con segnalibri improvvisati o angoli di pagine
piegati. Si vede che hai l'abitudine di leggere più libri contemporaneamente, che scegli letture diverse per le diverse ore del giorno, per i vari angoli della tua pur ristretta abitazione: ci sono libri destinati al tavolino da notte, quelli che trovano il loro posto accanto alla poltrona, in cucina, nel bagno.
Potrebb'essere un lineamento importante che s'aggiunge al tuo ritratto: la tua mente ha pareti interne che permettono di separare tempi diversi in cui fermarsi o scorrere, concentrarsi alternativamente su canali paralleli. Basterà questo per dire che vorresti vivere più vite contemporaneamente? O che effettivamente le vivi? Che separi ciò che vivi con una persona o in un ambiente da ciò che vivi con altri e altrove? Che d'ogni
esperienza dai per scontata un'insoddisfazione che non si compensa se non nella somma di tutte le insoddisfazioni?

La lettura è solitudine. [...] Si legge da soli anche quando si è in due.

Cominciare. Sei tu che l'hai detto, Lettrice. Ma come stabilire il momento esatto in cui comincia una storia? Tutto è sempre cominciato già da prima, la prima riga della prima pagina d'ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori dal libro. Oppure la vera storia è quella che comincia dieci o cento pagine più avanti e tutto ciò che precede è solo un prologo. Le vite degli individui della specie umana formano un intreccio continuo, in cui ogni tentativo d'isolare un pezzo di vissuto che abbia un senso separatamente dal resto - per esempio, l'incontro di due persone che diventerà decisivo per entrambi - deve tener conto che ciascuno dei due porta con sé un tessuto di fatti ambienti altre persone, e che dall'incontro deriveranno a loro volta altre storie che si separeranno dalla loro storia comune

Già nell'improvvisazione confusa del primo incontro si legge il possibile avvenire d'una convivenza. Oggi siete l'uno oggetto della lettura dell'altro, ognuno legge nell'altro la sua storia non scritta. Domani, Lettore e Lettrice, se sarete insieme, se vi coricherete nello stesso letto come una coppia assestata, ognuno
accenderà la lampada al suo capezzale e sprofonderà nel suo libro; due letture parallele accompagneranno l'approssimarsi del sonno; prima tu poi tu spegnerete la luce; reduci da universi separati, vi ritroverete fugacemente nel buio dove tutte le lontananze si cancellano, prima che sogni divergenti vi trascinino
ancora tu da una parte e tu dall'altra. Ma non ironizzate su questa prospettiva d'armonia coniugale: quale immagine di coppia più fortunata sapreste contrapporle?

Capitolo 8

Da quanti anni non posso concedermi una lettura disinteressata? Da quanti anni non riesco ad abbandonarmi a un libro scritto da altri, senza nessun rapporto con ciò che devo scrivere io? Mi volto e vedo la scrivania che m'attende, la macchina col foglio sul rullo, il capitolo da incominciare. Da quando sono diventato un forzato dello scrivere, il piacere della lettura è finito per me.

Non sono capace di scrivere se c'è qualcuno che mi guarda: sento che ciò che scrivo non m'appartiene più.

Alle volte penso alla materia del libro da scrivere come qualcosa che già c'è: pensieri già pensati, dialoghi già pronunciati, storie già accadute, luoghi e ambienti visti; il libro non dovrebb'essere altro che l'equivalente del mondo non scritto tradotto in scrittura. Altre volte invece mi pare di comprendere che tra il libro da scrivere e le cose che già esistono ci può essere solo una specie di complementarità: il libro dovrebb'essere la controparte scritta del mondo non scritto; la sua materia dovrebbe essere ciò che non c'è né potrà esserci se non quando sarà scritto, ma di cui ciò che c'è sente oscuramente il vuoto nella propria incompletezza.

Vorrei poter scrivere un libro che fosse solo un incipit, che mantenesse per tutta la sua durata la potenzialità dell'inizio, l'attesa ancora senza oggetto. Ma come potrebb'essere costruito, un libro simile? S'interromperebbe dopo il primo capoverso? Prolungherebbe indefinitamente i preliminari? Incastrerebbe un inizio di narrazione nell'altro, come le Mille e una notte?

Se penso che devo scrivere un libro, tutti i problemi del come questo libro deve essere e del come non deve essere mi bloccano e m'impediscono d'andare avanti. Se invece penso che sto scrivendo un'intera biblioteca, mi sento improvvisamente alleggerito: so che qualsiasi cosa io scriva sarà integrata, contraddetta, bilanciata, amplificata, sepolta dalle centinaia di volumi che mi restano da scrivere.

Dai lettori m'aspetto che leggano nei miei libri qualcosa che io non sapevo, ma posso aspettarmelo solo da quelli che s'aspettano di leggere qualcosa che non sapevano loro.

Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto.

C'è sempre qualcosa d'essenziale che resta fuori dalla frase scritta, anzi, le cose che il romanzo non dice sono necessariamente più di quelle che dice.

Capitolo 9


Volare è il contrario del viaggio: attraversi una discontinuità dello spazio, sparisci nel vuoto, accetti di non essere in nessun luogo per una durata che è anch'essa una specie di vuoto nel tempo; poi riappari, in un luogo e in un momento senza rapporto col dove e col quando in cui eri sparito.

Capitolo 10 


Per questa donna [...] leggere vuol dire spogliarsi d'ogni intenzione e d'ogni partito preso, per essere pronta a cogliere una voce che si fa sentire quando meno ci s'aspetta, una voce che viene non si sa da dove, da qualche parte al di là del libro, al di là dell'autore, al di là delle convenzioni della scrittura: dal non detto, da quello che il mondo non ha ancora detto di sé e non ha ancora le parole per dire.

Quale storia attende laggiù la fine? [Anatoly Anatolin]

Una volta che sei riuscito a prescindere da qualcosa che credevi essenziale, t'accorgi che puoi fare a meno anche di qualcos'altro, poi ancora di molte altre cose.

Capitolo 11


Anch'io sento il bisogno di rileggere i libri che ho già letto, - dice un terzo lettore, - ma a ogni rilettura mi sembra di leggere per la prima volta un libro nuovo. Sarò io che continuo a cambiare e vedo nuove cose di cui prima non m'ero accorto? Oppure la lettura è una costruzione che prende forma mettendo insieme un gran numero di variabili e non può ripetersi due volte secondo lo  stesso disegno? Ogni volta che cerco di rivivere l'emozione d'una lettura precedente, ricavo impressioni diverse e inattese, e non ritrovo quelle di prima. In certi momenti mi sembra che tra una lettura e l'altra ci sia un progresso: nel senso per esempio di penetrare di più nello spirito del testo, o di aumentare il distacco critico. In altri momenti invece mi sembra di conservare il ricordo delle letture d'uno stesso libro l'una accanto all'altra, entusiaste o fredde o ostili, sparse nel tempo senza una prospettiva, senza un filo che le leghi. La conclusione a cui sono arrivato è che la lettura è un'operazione senza oggetto; o che il suo vero oggetto è se stessa. Il libro è un supporto accessorio o addirittura un pretesto.

II momento che più conta per me è quello che precede la lettura. Alle volte è il titolo che basta ad accendere in me il desiderio d'un libro che forse non esiste. Alle volte è l'incipit del libro, le prime frasi... Insomma: se a voi basta poco per mettere in moto l'immaginazione, a me basta ancor meno: la promessa della lettura.

Lei crede che ogni storia debba avere un principio e una fine? Anticamente un racconto aveva solo due modi per finire: passate tutte le prove, l'eroe e l'eroina si sposavano oppure morivano. Il senso ultimo a cui rimandano tutti i racconti ha due facce: la continuità della vita, l'inevitabilità della morte.

11 marzo 2014

Anna Karenina - Quarta parte



La parte più bella letta finora, senza ombra di dubbio. Se nel precedente appuntamento con Anna Karenina avevo scritto di non aver trovato chissà quali avvenimenti, stavolta sono costretta a dire l'esatto contrario. 

Ho definitivamente perdonato Kity per aver rifiutato così miseramente Levin, all'inizio del romanzo. In fondo a chi non è capitato di innamorarsi dell'uomo sbagliato? Adesso Kity sembra aver capito tutto quello che le ho suggerito nelle pagine precedenti, l'ha capito così bene che ha accettato (stavolta sì!) la proposta di matrimonio di Levin. Che carini!!! E che bella scena quella in cui si scrivono le iniziali delle frasi che si vorrebbero dire e, incredibilmente, si capiscono! Se fossi stata al posto di Kity ancora sarei rimasta ferma alla prima lettera. Lo so che non ho spiegato affatto bene come avviene questa dichiarazione d'amore, così ne ricopio un pezzo, solo per rendere l'idea di quali affinità elettive ci siano tra quei due innamorati.
- Ecco, - disse lui e scrisse le lettere: "q,m,a,r:'q.,n,è,p',s,p,s,o,s,a"? Queste iniziali significavano: "quando mi avete risposto 'questo non è possibile', significava per sempre o solo allora?". Non c'era nessuna probabilità che lei potesse comprendere quella frase complessa; ma lui la guardò come se la sua stessa vita dipendesse dalla possibilità che lei comprendesse quelle parole.
Lei lo guardò con serietà, poi appoggiò alla mano la fronte corrugata e si mise a leggere. Ogni tanto lanciava un'occhiata a Levin chiedendogli con lo sguardo :"È quello che penso io?"
- Ho capito, - disse lei arrossendo.
- Che parola è questa? - disse lui indicando la 's' che indicava la parola 'sempre'.
- Quella lettera indica 'sempre', -disse lei, - ma non è la verità!
Le cose sono due: o in russo la comprensione è più immediata oppure esiste davvero l'anima gemella che legge nei pensieri dell'altro, perché altrimenti non si spiega come Kity abbia potuto capire quella frase lunghissima. E poi continuano ancora e ancora e ancora, non sbagliando mai nemmeno una parola. Altro che la settimana enigmistica!
A questo punto comunque la loro storia d'amore sembra essere destinata a un lieto fine. Levin è euforico, vede il mondo a cuoricini, è tutto rosa, sono tutti felici intorno a lui, e anche Kity è innamoratissima. Oh, che belli, finalmente. Purtroppo siamo solo a metà romanzo, quindi forse è presto per dire che vissero felici e contenti. Speriamo.

Dall'altro lato la situazione non è così rosea, ovviamente. Aleksej aveva chiesto ad Anna solo un po' di decenza nel vivere il suo adulterio, ma lei non riesce a fare nemmeno questo, così fa venire a casa sua (che è anche casa di Aleksej) Vronskij. Marito e amante si incontrano e il marito, come è giusto, va su tutte le furie. Finalmente decide che l'unica alternativa praticabile è per lui quella del divorzio. Quando lo comunica a Stepan, fratello di Anna, lui cerca di dissuaderlo in tutti i modi, ma Aleksej stavolta sembra irremovibile. E poveraccio, ci credo. Ho capito che in realtà lì in mezzo son tutti un po' cornuti, ma c'è modo e modo e Anna è senza decenza su, quando ci vuole ci vuole. Purtroppo nel momento in cui Aleksej decide che il divorzio è inevitabile, Anna, partorendo la bambina di Vronskij, ha serie complicazioni e pare stia per morire. Il marito accorre al suo capezzale e si ritrova commosso a perdonare l'adulterio della moglie morente. Ma...colpo di scena: Anna non muore! Aleksej è pronto per tornare indietro a vivere una vita coniugale normale con Anna, ma lei sta troppo male per la lontananza di Vronskij, che addirittura si spara sbagliando il colpo pur di non vivere più in quel modo. Anna è pallida e magra e Stepan pensa seriamente che questo suo mal d'amore la ucciderà davvero, così prova a convincere il cognato del contrario di quello su cui aveva insistito fino a qualche tempo prima. Gli chiede cioè di concedere questo benedetto divorzio ad Anna, lasciandola libera, senza farla morire. Il freddo e cornuto Aleksej è un uomo profondamente umiliato e ferito, ma dimostra di saper essere anche umano e altruista, acconsentendo definitivamente al divorzio. Anna però non vuole approfittare della bontà del marito e parte per un viaggio in Europa insieme a Vronskij senza aspettare il divorzio.

...ovviamente: to be continued...

10 marzo 2014

Somewhere over the rainbow - Marzo 2014

Nuova rubrica a cadenza assolutamente casuale, per dare un po' di colore a quelle giornate che a volte sembrano essere ingiustamente foderate di grigio.
Oggi tocca a un arcobaleno di fiori che sono appena sbocciati nei dintorni di casa mia, probabilmente con un po' d'anticipo.
Coi sette colori ho leggermente barato in qualche caso, spero non si noti troppo.

Buona settimana!

[Colonna sonora]

9 marzo 2014

Sempre di domenica #26 [tra l'altro, di 8 marzo e grande bellezza]

1- Lettera a te (al quale ho prestato un libro), bellissime parole di Simo che dovrebbero leggere proprio in tanti. Io, per evitare, i miei libri li presto proprio raramente, col contagocce.

Più che altro evita, ma evita, che il mio libro faccio il giro del parentado. Perché io so che ce l'hai te e invece tu l'hai dato a tua sorella che l'ha prestato al suo moroso che l'ha dato a sua cognata che l'ha dato a Cristina che l'ha prestato a Roberta che l'ha consigliato a Palmira che l'ha consegnato a Grazia che l'ha dato a Graziella e, grazie al cazzo che poi mi torna distrutto.

Non solo, alla fine manco vi ricordate di chi è sto libro. E nessuno ha voglia di conoscere la filiera e la rintracciabilità di un libro, come se fosse il latte della Lola, e quindi finisce che magari Graziella lo porta a una bancarella dell'usato o allo scambio libri della scuola dove un bimbetto dispettoso lo prende, lo porta in cortile, se lo dimentica e ti ci caga sopra un piccione.
No, dico, ma ti sembra la giusta fine di un mio libro?
2- Il maestro di Cipì. Qualche giorno fa ho letto della morte di Mario Lodi, prima che arrivassi alla fine dell'articolo già si era accesa una lampadina nella mia testolina che mi diceva che forse era lo scrittore di Cipì. Non mi sbagliavo. Cipì è il primo libro che mi ricordo di aver letto tutto da sola, è ancora adesso in mezzo agli altri libri, con la copertina praticamente inesistente e le pagine un po' scarabocchiate. Della storia non ricordo molto, infatti quasi quasi mi è venuta voglia di rileggerla, però non so che effetto mi farebbe. Forse preferisco che rimanga annebbiata tra i ricordi della mia infanzia. Vedremo. 
Qual è stato il vostro primo libro?

3- La grande bellezza di mia mamma. Oh, io sono patriottica e sono felicissima che un film italiano abbia vinto l'Oscar. Siamo tutti contentissimi, come quando l'Italia vince i mondiali e qualche atleta sconosciuto, che tornerà sconosciuto due minuti dopo, fa suonare l'inno alle Olimpiadi. Se l'Italia trionfa noi siamo felici. Per quanto riguarda il film di Sorrentino io non c'ho capito niente, ho rischiato seriamente di addormentarmi nella prima mezz'ora, poi mi sono ripresa e, ai titoli di coda, avevo tipo 173654280 punti interrogativi sopra la mia testa. Oscar a La grande bellezza perché nessun film mi ha mai fatto sentire tanto idiota. Grazie Paoletto. E, visto che proprio non c'ho capito niente, davvero potenzialmente questo film potrebbe essere bellissimo, potrebbe essere qualsiasi cosa. Toni Servillo è fantastico e Jep Gambardella mi ha messo addosso solo tanta tristezza e un sacco di rimpianti per la vita che avrebbe potuto avere, e non ha avuto, con Elisa. Tutto il resto è...boh, qualcosa di non pervenuto. 
A proposito di Oscar, segnalo questo generatore di discorsi di ringraziamento di Sorrentino, e poi gli Oscar di Makkox, se vi siete persi Gazebo (ed è gravissimo se non vedete Gazebo).


5- Favole. L'8 marzo.

8 marzo 2014

Una fetta di mimosa

Complice il fatto che quest'anno l'8 marzo cade di sabato, stasera mi tocca partecipare a una cenetta di sole donne, cosa che di solito evito volentieri di fare. E quando dico cenetta intendo cenetta, non quegli squallidi spogliarelli che la donna, a mio avviso, la mortificano, come se senza quel tipo tutto finto e oleoso noi non potremmo essere in grado di provare niente. Profonda tristezza.

Non sono una femminista, non vado in giro enunciando un'incompresa superiorità femminile, non sono una sostenitrice delle quote rosa e non vorrei nemmeno la parità, nel senso che non me ne faccio niente di otto ministri uomini e otto ministri donne, io vorrei sedici ministri bravi. Punto. Il fatto di essere donna non è di per sé sufficiente per garantire qualità, per come la vedo io. Nicole Minetti era al potere, ma certo non per i meriti a cui mi riferisco.
A me sembra discriminatorio anche solo star sempre lì a sottolineare il momento in cui una donna raggiunge una posizione importante, fino a qualche tempo fa riservata soltanto agli uomini. Discriminatoria mi è sembrata la foto delle ministre con Renzi e Napolitano, discriminatorie mi sembrano le quote rosa. Nel senso: ci sono cose che dovrebbero essere naturali, cose per il cui sostegno non ci dovrebbe essere bisogno di una legge.
Un Paese con una reale parità, per come la vedo io, non avrebbe bisogno di mettere per iscritto le quote rosa.
Ma certo non siamo un Paese in cui uomini e donne hanno gli stessi diritti e non solo nei ruoli di potere, parlo anche e soprattutto dei contratti di lavoro normali. In quanto donna tu un giorno può darsi che ti farai crescere la pancia e quindi non sarai mai affidabile ed economicamente conveniente come un uomo. Io mi concentrerei più su quest'aspetto piuttosto che sulle questioni numeriche di governo, che poi sembra che alle donne danno otto ministeri perché fanno pena e sembra che glieli danno solo perché sono donne e vanno aiutate, mica perché se lo meritano. Poi il collegamento tra le donne al potere e il rispetto delle donne lavoratrici "normali" è tutto da vedere, magari fosse.
È un po' come quando Pasolini scriveva che chi si dice tollerante nei confronti dei gay in realtà, inconsapevolmente, nel momento in cui lo dice, sottolinea una differenza.
È così, non c'è niente da fare. A me non piace l'idea di un appiattimento generale, preferirei che si riuscisse a convivere nelle diversità, senza fingere di essere tutti uguali, tanto non lo siamo e non lo saremo mai. Ovviamente quando parlo di diversità non parlo di una diversità che significa superiorità di una parte rispetto a un'altra, intendo una diversità da rispettare, sempre.

Nella mia società ideale i posti importanti non si occupano in base alle quote rosa, ma per il merito.

E comunque, dopo queste considerazioni confuse, offro a tutti (donne e uomini) una fetta della mia torta mimosa, "mia" per modo di dire, in realtà viene da Cotto e mangiato.
Lo sapete che se resisto alle cene a prezzi esagerati dettati da una data particolare nel calendario non so resistere, mai, ai dolci.

Bon appétit!


Ingredienti

• PER IL PAN DI SPAGNA:
- 5 uova intere;
- 125 g di zucchero;
- 100 g di farina;
- 25 g di fecola;
- 1 bustina di vanillina.
• PER LA CREMA:
- 4 tuorli;
- 150 g di zucchero;
- 50 g di farina;
- 500 ml di latte;
- scorza di limone
• PER GUARNIRE:
- 200 ml di panna montata;
- pesche sciroppate.

• Preparazione

Iniziare preparando il pan di Spagna. Separare i tuorli dagli albumi. Montare a neve gli albumi e sbattere i tuorli prima solo con lo zucchero, poi aggiungendo anche la farina, la fecola e la vanillina. Infine unire gli albumi, lentamente, col cucchiaio, mescolando dal basso verso l'alto. Quando il composto sarà omogeneo versarlo in una teglia di 24 centimetri di diametro. Cuocere a 180° per una mezz'oretta.
Nel frattempo preparare la crema. Mettere sul fuoco il latte con un pezzo di scorza di limone, a bagnomaria. A parte mescolare i tuorli (se non si vogliono sprecare gli albumi consiglio di fare le meringhe) con lo zucchero e la farina, poi versare nel latte caldo e mescolare, mescolare, mescolare fino a che la crema si addensa.
Quando sia il pan di Spagna che la crema si sono freddati, ci si può dedicare alla costruzione di questa buonissima torta mimosa.
Innanzitutto bisogna unire a metà della crema pasticcera sia la panna montata che le pesche tagliate a pezzetti (metà crema si lascia così, senza aggiungere niente). Tagliare il pan di Spagna più in alto della metà, poi con le mani svuotare la base formando delle briciole di pan di Spagna che serviranno per decorare. A questo punto bagnare la base col succo delle pesche sciroppate, aggiungere il composto di crema, panna e pesche e ricoprire con la parte superiore del pan di Spagna, anch'essa un po' bagnata col succo. Spalmare su tutta la torta la crema rimasta e appiccicarci sopra le briciole di pan di Spagna. Far riposare in frigo.
Consiglio di preparare la torta con un po' d'anticipo, così sarà ancora più gustosa.

7 marzo 2014

Noteworthy things - Settimana 9

• 57/365 - Ho finito quel piccolo gilet a maglia che ho fatto e sfatto un numero imprecisato di volte.
- Riflessioni su un'eventuale lontananza che non saprei gestire. Dobbiamo stare vicini vicini.
• 58/365 - Un pacco zeppo di cose dalla Sardegna.
- Una gustosa torta meringata al cioccolato.
- Bambi e coriandoli.
• 59/365 - Non ho fatto la fila all'ufficio postale. Miracolo!
- Civati, alle invasioni barbariche, ci riunisce davanti alla politica in tv.
• 60/365 - Marzo col vento di cambiamento, scriveva Joanne Harris in Chocolat. Vedremo. Nel frattempo ho cambiato il mio tumblr, ora è tutto a tema libresco. Mi piace!
• 61/365 - Dopo secoli ho rifatto le girelle: mi ero dimenticata di quanto fossero buone!
• 62/365 - Ho fatto la sfoglia tutta da sola, spianarla è stato faticoso, ma che soddisfazione poi! Le tagliatelle non le ho ancora mangiate però.
• 63/365 - E dai che il mio studente è riuscito a imparare la formula per risolvere un'equazione di 2° grado. Ora resta da capire quanti mesi ci metterà per applicarla bene.

Ho finito di leggere: Se una notte d'inverno un viaggiatore [Italo Calvino].
Ho visto: New in town - Una single in carriera, Non è un paese per vecchi, The Hurt Locker, La bellezza del somaro.

Foto della settimana 9/52 (clic).


Pretty in Mad

6 marzo 2014

Argo, il film Premio Oscar di Ben Affleck [2012]

Questo è l'impero persiano, oggi conosciuto come Iran. Per 2500 anni questa terra fu governata da una serie di re, conosciuti come Scià.
Nel 1950 il popolo dell'Iran elesse Mohammad Mossadeq, un democratico laico, primo ministro. Nazionalizzò le holding petrolifere britanniche e statunitensi, restituendo il petrolio dell'Iran al suo popolo. Ma nel 1953 gli Stati Uniti e la Gran Bretagna organizzarono un colpo di Stato che depose Mossadeq e insediarono Reza Pahlavi come Scià. Il giovane scià era noto per la sua opulenza e i suoi eccessi. Si dice che sua moglie facesse il bagno nel latte, mentre lo Scià si faceva portare il pranzo da Parigi con un Concorde. Il popolo era affamato. Lo Scià manteneva il potere per mezzo della sua spietata polizia interna, la Savak. Un'era di torture e paura ebbe inizio. Lo Scià iniziò poi una campagna per occidentalizzare l'Iran, facendo infuriare la popolazione sciita per lo più tradizionalista. Nel 1979, il popolo dell'Iran rovesciò lo Scià. Il chierico esiliato, l'ayatollah Khomeini, ritornò a governare l'Iran. Si arrivò ai regolamenti di conti, squadroni della morte e caos. Morente di cancro, lo scià ottenne asilo negli Stati Uniti. Il popolo iraniano scese in piazza davanti all'ambasciata degli Stati Uniti chiedendo che lo scià fosse restituito, processato e impiccato.
Una voce fuori campo introduce così il contesto in cui si svolgono i fatti narrati nel film, ambientato a cavallo tra il 1979 e il 1980, tra Stati Uniti e Iran.

In piena rivoluzione islamica, il popolo iraniano, alla fine del 1979, manifesta davanti all'ambasciata americana, fino a superare i cancelli e a fare irruzione. I diplomatici statunitensi vengono presi in ostaggio, ma sei cittadini americani riescono fortunatamente a fuggire e trovano rifugio presso l'abitazione dell'ambasciatore canadese. A differenza di altri lui ha accettato di nasconderli, nonostante tutti i rischi del caso.
Due mesi più tardi i sei sono ancora lì.
Il governo statunitense, in collaborazione con quello canadese e con la CIA, sta cercando un piano per liberarli. Per questo viene interpellato il miglior esfiltratore al mondo, Tony Mendez, interpretato dallo stesso regista Ben Affleck. 
Sarà proprio lui a elaborare il piano per tirare fuori quei sei americani dall'Iran antiamericano. L'idea gli viene guardando col figlio un film fantascientifico, durante il quale pensa che sarebbe una buona copertura per l'operazione di esfiltrazione un film di fantascienza del genere, da girare in Iran. 
Così viene costruito un finto studio cinematografico, viene comprata una vera sceneggiatura (quella di Argo appunto), vengono pubblicati articoli sul film in molte riviste: insomma, agli occhi dell'America e del mondo, Argo non è un film diverso dai tanti fantascientifici ambientati in posti esotici che riempiono cinema e tv. È a tutti gli effetti un vero film.
Quando tutti i dettagli sembrano essere al loro posto Tony Mendez parte per l'ennesima missione sotto copertura ad alto rischio di fallimento, ha un nome falso e un falso mestiere, quello di produttore. Ha anche nuovi documenti e nuove vite per i sei americani nascosti da mesi in territorio nemico: saranno i componenti canadesi di quella troupe cinematografica, appena atterrata in Iran per studiare le location del film. 
Riuscirà Argo a salvare a tutti la vita?

C'è bisogno di dire di un film che ha vinto l'Oscar che è un bel film? 
Oscar a parte, a me è piaciuto, molto. Non conoscevo la storia, vera, di Tony Mendez e di quei sei, vittime casuali di politiche sbagliate. Sinceramente, mentre guardavo il film, non sapevo nemmeno se i fatti fossero reali o di fantasia, ma i titoli di coda mi hanno tolto ogni dubbio, dato che mostrano accostate le facce dei veri protagonisti della vicenda con quelle degli attori che li interpretano. Successivamente, leggendo qua e là su internet, ho scoperto che il film è tratto da un libro omonimo dello stesso Tony Mendez e di Matt Baglio.

Argo è un film da me consigliatissimo, per momenti in cui si cercano palpitazioni e tachicardie. 
Ero molto in ansia io e non facevo altro che chiedermi se ce l'avrebbero fatta o no quei disgraziati, perché tutto davvero si gioca nel giro di piccoli avvenimenti che se fossero avvenuti un infinitesimo di secondo prima o dopo avrebbero cambiato le sorti della storia. 
Una seconda parte del film da togliere il fiato.

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