23 aprile 2014

Col nostro sangue hanno dipinto il cielo, Eleonora C. Caruso

La pelle che prima era solo la pelle e che adesso era lo spazio vuoto lasciato da quelle dita sulla sua pelle.
È andata così. Ho letto un post, questo, e poi ne ho letto un altro, della Leggivendola, infine ho scaricato il racconto di cui quei post parlavano: Col nostro sangue hanno dipinto il cielo, di Eleonora C.Caruso, classe 1986. Poi ho lavoricchiato un po', sono stata lontana dal computer, è passata Pasqua e pure Pasquetta, ho mangiato tonnellate di cioccolata di tutti i tipi e poi finalmente, ieri, sono stata davanti al computer un tempo sufficiente per leggerlo, quel racconto che avevo scaricato settimane e settimane fa.
Bello.
In mezzo alla strada c’era un vecchio che puzzava e aveva la barba come il catrame, “con le nostre ossa costruiscono i palazzi” urlava “con il nostro sangue hanno dipinto il cielo”.
Non ho letto molte storie ambientate in Giappone, anzi, pensandoci, può darsi che io abbia letto soltanto Norwegian Wood di Murakami. Al contrario coi cartoni giapponesi ci sono cresciuta, come tutti credo, così tanto che, quando in quei cartoni arrivava il momento dei mondiali di calcio o delle olimpiadi, io tifavo la nazionale nipponica a occhi chiusi, senza nemmeno chiedermi che fine avesse fatto la squadra che sarebbe dovuta essere la mia. Chi se ne fregava dell'Italia se i giapponesi avevano Mila e Holly e Benji. Ché poi, mi chiedo oggi, che cosa avevano Mila, Shiro, Holly e Benji di giapponese nella loro fisionomia? Proprio un bel niente!

L'idea che mi ero costruita da piccola del Paese del Sol Levante era quella di un posto con le partite lunghissime e i batticuori e la magia e tanto sport e cose belle.
Poi è arrivata la scuola e l'impero e le guerre, infine Hiroshima e Nagasaki. Il Giappone era lo Stato che avevo scelto di portare agli esami di terza media, il Paese in cui avevamo giurato di andare, un giorno, da grandi, io e la mia migliore amica dell'epoca. L'idea che avevo, dopo quel po' di storia nipponica che eravamo arrivati a studiare, era quella di un popolo fiero e combattente, un popolo che aveva saputo ricostruire dalla distruzione, che aveva fatto del proprio Paese un Paese tecnologico e all'avanguardia.
Poi ho letto Norwegian Wood e adesso questo racconto.
In conclusione non ho idea di che cosa sia questo Giappone, così lontano da noi. Non so se i suicidi siano così frequenti e se ci sia davvero questo dolore soffocato in sottofondo. Può darsi sia stata io sfortunata nel leggere due cose ambientate lì e tristissime, può darsi che ci siano altri milioni di storie romantiche, a lieto fine e divertenti, ma io mi sia incontrata solo con quelle disgraziate. Può essere, però ormai l'immagine che avevo di un popolo isolato, ma felice, è andata in frantumi.
«Toru, Tokyo è un meccanismo che si autoalimenta. Crea desideri enormi che non vengono appagati, e questo genera disperazione. Ed è proprio la disperazione che spinge la gente a desiderare. Il mondo si
regge su questo, sull’alternanza di dolore e speranza. Io ne sono solo una piccola parte. Do a donne stupide e insignificanti la speranza che qualcuno al mio livello potrà amarle. Mi sembra un bel gesto, a essere
sincero. Una volta mi hai detto che adori Tokyo, ti ricordi? Allora abbi
il coraggio di guardarla in faccia.»
Clic sull'immagine per ingrandire
Tornando al racconto, - odio quando inizio a scarabocchiare perdendo il filo del discorso - mi è piaciuto. Sono una lettrice da storie tristi, io. E Shun, già vecchio a venticinque anni, senza alcuna speranza di poter riscattare la propria vita da host, Shun che si chiama Shutaro, che ha due ulcere, è vergine e non ha mai visto Parigi, è un personaggio interessante, che mi ha incuriosito sempre di più, capitolo dopo capitolo. La sua solitudine, quel suo mestiere per cui viene pagato per fingere amore fingendo di essere amato, il suo malessere e l'assenza di qualsiasi ambizione e di qualsiasi possibilità che sia diversa da quella di fare sesso con un uomo ricco e molto più vecchio di lui in grado di mantenerlo - il tutto quando non ha ancora venticinque anni, è bene ricordarlo - fanno di Shun uno dei protagonisti più tristi che abbia mai conosciuto. E io gli ho voluto subito bene.
Ho previsto per lui un finale diverso, oltre l'ultima pagina. Ho sognato per lui una rinascita, sotto quella Tour Eiffel, perché immagino che Parigi sia davvero bella come dicono, anche se non ci sono mai stata. E in ogni caso mi piacerebbe tanto che Shun in terra francese fosse più amato di quanto lo sia mai stato a Tokyo. Di certo nessuno lo considererebbe vecchio, alla sua età. Ecco, mi piace immaginare che ci sia un futuro migliore ad attendere Shun, perché sono sì un'amante di storie tristi, ma amo anche i lieto fine.
Non che fosse andata male, in fondo, non aveva perso niente né imparato niente. La maggior parte delle storie finisce così.
"Con il nostro sangue hanno dipinto il cielo" è stato pubblicato da Speechless Books e si può scaricare gratuitamente qui. Vi invito a farlo.
Buona lettura!
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• Altre frasi che ho sottolineato: 

Certe cose non le puoi non fare solo perché in teoria puoi non farle…

«Allora continuo a non capire, per cosa ti pagano?»
«Soltanto per parlare. Corteggiarle, o ascoltarle, o consolarle... essere gentile, insomma. Le cose che non si aspettano dagli altri uomini. Pagano per sentirsi amate, e io fingo di amarle.»
[...] «Non è triste fingere di amare qualcuno?»
«L’amore è un prodotto come un altro. Se fosse una cosa seria non lo userebbero per vendere i CD.»

Capì che voleva baciarlo, che lui voleva essere baciato, che forse, in fondo, tanto valeva baciarsi. Ma nel tempo di deciderlo il momento era passato, e Toru si era allontanato riluttante.

10 aprile 2014

Vertigini, tra gli altri di Andrea Bajani [bookabook]

Qualche giorno fa ho letto questo post di Laura Pezzino, in cui parlava, tra le altre cose, di bookabook, che nel giorno in cui lei pubblicava il post e io lo leggevo non si sapeva ancora bene che cosa fosse*. Non che mi importasse particolarmente lì per lì, sia chiaro. Quello che mi interessava era che a chi metteva mi piace su quella pagina facebook veniva regalata la possibilità di scaricare un ebook contenente alcuni racconti, tra cui uno di Andrea Bajani. Quando ho associato a Bajani il concetto di gratis ho messo un mi piace sulla fiducia e ho scaricato questo ebook dal titolo Vertigini.

Mi sono ritrovata un pdf di una trentina di pagine occupate da quattro racconti, uno dei quali a fumetti.
Questi i magnifici (scherzavo!) quattro, in ordine, a seguire.

1) Il tempo chiuso dentro l'armadio di Andrea Bajani. Due pagine intense, belle. Cariche di emozioni e di quel modo unico che ha l'autore di scrivere e di trascinarmi in quel vortice di stati d'animo creato dalle sue parole, con leggerezza e profondità, forse con un pizzico di magia. Il primo racconto di questa miniraccolta è senza dubbio il mio preferito, quello senza il quale Vertigini sarebbe diventata di diritto una lettura evitabilissima.
La nostalgia arriva così, come un uccello che si poggia sopra un balcone. Non preavvisa, non si annuncia. Semplicemente, succede. Si stacca da qualche altrove – dove stanno tutte le cose che mancano – e poi arriva a posartisi in testa. Senti una pressione leggera, sopra la testa, e d’istinto ti chini tra le spalle a cercare protezione lì in mezzo. Può arrivare quando sei sola sdraiata su un letto, quando tuo figlio ti mostra un disegno, quando ti volti per parcheggiare. Può arrivare in mezzo a una frase, tagliare in due il sorriso di un altro o lo sbadiglio con cui apri il sonno prima di infilartici dentro. Eppure arriva. Arriva agli anziani e ai bambini, agli adolescenti che rincorrono il tempo e a quelli che il tempo l’hanno rinchiuso dentro un armadio. La nostalgia arriva. Arriva a quelli che non la volevano e a quelli che ne hanno fatto espressa richiesta. A quelli che sono felici la nostalgia appanna la felicità, a quelli che non lo sono mai stati dà la speranza – che in quel momento s’inciampa però in quel pensiero lasciato in mezzo alla stanza – che ci sia stato un tempo in cui forse lo erano stati un pochino. Arriva. E come arriva a tutti, un giorno è arrivata da te.
2) Il corso preparto di Ilaria Bernardini. Letto dopo Bajani questo racconto mi è sembrato piuttosto insipido e sciocco, soprattutto nella conclusione che vanno bene gli ormoni della gravidanza, però la scena di quel furtivo tradimento nel bagno della festa per la fine del corso preparto sinceramente mi è sembrata un tantino esagerata.
Improvvisamente mi sento come quando all'ultimo giorno di scuola pensavi di poter finalmente provare a farti baciare da quello che ti piaceva perché tanto non l’avresti più visto. Nel caso fosse andata male la brutta figura si sarebbe persa con l’estate e tutti gli altri baci di luglio e agosto.
3) Tu quoque di Manfredi Giffone, Fabrizio Longo, Alessandro Parodi. Tre pagine a fumetti per raccontare il rovesciamento di un dittatore operato da un popolo affamato.

4) Le voci del sacro di Paolo Rumiz. Un racconto composto da un insieme di lettere che un uomo scrive suppongo al figlio (o a qualcuno comunque più giovane) dall'Oriente, da Gerusalemme, la città dove si incrociano le tre più grandi religioni monoteiste del mondo: l'ebraismo, il cristianesimo e l'Islam. Un racconto ambizioso che in me ha fatto rima soprattutto con noioso.
Ali il matto è un turco musulmano. Vive sotto un minareto che non gli dà pace, tanto forte grida il muezzin. “Se fossi Dio – brontola lui – avrei l’emicrania a sentirmi pregare cinque volte al giorno”.
La religione fa rumore, il sacro preferisce il silenzio. Era questo che voleva farmi capire con quella frase. Sacro e religione non vanno sempre d’accordo. A volte si scontrano duramente.
Una follia. Non so come definire altrimenti un viaggio come questo, col taccuino a raccogliere briciole di Dio.
In conclusione il motivo per cui ho scaricato l'ebook (cioè la presenza di Andrea Bajani) è stato anche l'unico motivo per cui per me è valsa la pena di leggere queste paginette.
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* Che cos'è bookabook oggi si sa. È spiegato in questo video.

9 aprile 2014

Anna Karenina - Sesta parte [Lev Tolstoj]


Meno 150 pagine alla fine di Anna Karenina, che cosa ne sarà della mia vita dopo? Che cosa?

Al poi ci penserò, intanto ecco che cosa è successo nella sesta parte del libro più grande che abbia mai letto.

• All'inizio sembra possibile una nuova storia d'amore, quella tra Varen'ka (l'amica che Kity aveva conosciuto all'estero) e Sergej Ivanovic (fratello di Levin). Entrambi sembrano ben disposti l'uno verso l'altro, ma perdono l'attimo giusto per dichiararsi i propri sentimenti, così la loro storia sfuma senza lasciare traccia tra gli amori che sarebbero potuti essere e non sono stati, almeno finora. Eppure non mi sembravano male insieme. Chissà, magari prossimamente.

• L'abitazione di Levin e Kity viene "invasa" dai parenti di lei. Lui sbuffa sotto sotto, come ogni marito, lei invece è felicissima di vivere la sua gravidanza ormai agli sgoccioli insieme ai nipotini e alla sorella Dolly. Proprio lei, Dolly, la moglie di Stiva che all'inizio del romanzo lo aveva perdonato ascoltando le parole della cognata Anna, è la protagonista di questa sesta parte. Lei che, a dispetto delle apparenze e delle chiacchiere, nonostante l'isolamento in cui vivono Anna e Vronskij, decide di andare a trovare la sua parente-amica, a cui ha sempre voluto un gran bene. Durante il viaggio verso la dimora dei due amanti Dolly resta da sola e ha la possibilità di riflettere sulla sua vita, sul genere di donna che è diventata, possibilità che le è sempre preclusa per tutti i suoi impegni di madre, ruolo che svolge con profonda attenzione e tanto amore. È un viaggio di punti di domanda, di rimorsi, di rimpianti, di paragoni tra due modi completamente diversi di intendere e onorare il matrimonio e la famiglia.
E loro accusano Anna. Di cosa? Forse io sono migliore? Io almeno ho un marito che amo. Non lo amo come vorrei, ma o amo. Ma Anna amava suo marito? Che colpa ne ha se vuole vivere? Dio ce l'ha insinuato nell'anima. È del tutto possibile che anch'io avrei fatto la stessa cosa. E ancora oggi non so se ho fatto bene ad ascoltarla nel periodo spaventoso in cui era venuta a Mosca. Allora avrei dovuto lasciare mio marito e ricominciare una nuova vita. Avrei potuto amare ed essere amata per davvero. Forse così sto meglio? Io non provo rispetto per lui. Lui non mi serve, - pensava del marito, - mi limito a sopportarlo. È forse meglio così?
Dolly si chiede se ha fatto bene a perdonare quel marito farfallone che si ritrova, se ha fatto bene a sacrificare se stessa e la sua dignità in nome di un uomo traditore che aveva sposato, in nome della loro famiglia, in nome dei loro figli. Tutto sommato è quasi pronta a credere che, sotto sotto, avrebbe voluto agire come Anna, solo che non ha mai avuto il suo coraggio.
Astrattamente, a livello teorico, non solo giustificava il gesto di Anna, ma lo approvava. Come capita in generale e non di rado alle donne dalla moralità irreprensibile, stanche della monotona vita morale, da lontano non solo Dolly perdonava quell'amore trasgressivo, ma ne era persino invidiosa.
Quando finalmente Dolly arriva dalla cognata si trova circondata da un lusso che la fa sentire a disagio e da una felicità tanto dichiarata da Anna quanto probabilmente inesistente. Sono felice, sono felice, sono felice. Anna lo ripete fino allo sfinimento. E ripete che è felice anche se non ha Sereza con sé, anche se con sé ha la piccola Any che non ama, anche se in società sembra un'appestata, anche se teme che Vronskij prima o poi la lascerà e lei non potrà far niente perché non è niente, di ufficiale, per lui. È solo l'amante. A meno che non chieda il divorzio da Aleksej. Su consiglio di Dolly decide di compiere quel passo che aveva sempre evitato di fare, chiedere a suo marito di lasciarla libera di poter essere, anche di fronte alla legge, di un altro uomo.
Durante il viaggio di ritorno Dolly è di tutt'altro umore, rispetto all'andata, sì forse è una donna semplice, non vive nello sfarzo, non conosce la passione travolgente, si è accontentata di un uomo che ormai si limita a sopportare, però ha i suoi figli. E loro sì che fanno la sua felicità.
- Ti ho sempre voluto bene e, se vuoi bene a qualcuno, gli vuoi bene per com'è quella persona e non per come vorresti che fosse.
• Si svolgono le elezioni. Le ultime pagine della sesta parte sono dedicate ai perversi giochi di potere della nobiltà russa, che prende la politica come come fosse una partita a scacchi. Descrizioni piuttosto dettagliate e noiose, comunque.

8 aprile 2014

Le notti bianche, frasi [Fedor M. Dostoevskij]

• Scarabocchi sul libro

Notte prima

Era una notte incantevole, una di quelle notti come ci possono forse capitare solo quando siamo giovani, caro lettore. Il cielo era un cielo così stellato, così luminoso che, guardandolo, non si poteva fare a meno di chiedersi: è mai possibile che esistano sotto un simile cielo persone irritate e capricciose?

Camminavo e cantavo, perché quando sono felice immancabilmente canticchio qualcosa tra me e me, come qualsiasi altra persona felice che non abbia amici, né buoni conoscenti, né qualcuno con cui dividere la propria gioia nei momenti di gioia.

«Oh, avete indovinato dalla prima volta!», risposi deliziato al vedere che la mia ragazza era intelligente: quando c'è bellezza questo non disturba mai.

«Credete, nessuna donna, mai, mai! Nessuna conoscenza! e non faccio che sognare, ogni giorno, che alla fine, chissà quando, incontrerò qualcuno. Ah, se sapeste quante volte sono stato innamorato in questo modo!...»

«Rido del fatto che voi stesso siete vostro nemico, e se aveste tentato, avreste forse avuto successo».

«Io non posso non venire qui domani. Sono un sognatore; ho una vita reale talmente limitata che mi capitano momenti come questo, come adesso, tanto di rado che non posso non ripercorrere questi momenti nei miei sogni. Sognerò di voi l'intera notte, l'intera settimana, tutto l'anno. Verrò immancabilmente qui domani, proprio qui, in questo stesso punto, proprio a quest'ora, e sarò felice ricordando il giorno passato».

Notte seconda

«Allora, che tipo di persona siete? Su, cominciate dunque, raccontatemi la vostra storia».
«La mia storia!», gridai io spaventato, «la mia storia! Ma chi vi ha detto che ho una storia? Non ho una storia...»
«E come avete vissuto se non avete una storia?», interruppe lei ridendo.
«Assolutamente senza alcuna storia! Così, ho vissuto, come si dice da noi, per conto mio, cioè assolutamente da solo, - da solo, del tutto da solo, - capite cosa significa da solo?»

«Voi raccontate in modo meraviglioso, ma non potete raccontare in modo un po' meno meraviglioso? Giacché parlate come se leggeste un libro».
[...] «Nasten'ka, permettetemi ancora di raccontare in terza persona, giacché in prima persona tutto ciò è terribilmente imbarazzante da raccontare».

La solitudine e l'insolenza carezzano l'immaginazione.

«Oh, Nasten'ka, Nasten'ka! Lo sapete per quanto tempo mi avete riconciliato con me stesso? Lo sapete che ormai non potrò più pensare così male di me, come mi accadeva in certi momenti? Sapete che forse non proverò più l’angoscia di aver commesso un delitto e un peccato nella mia
vita, perché una vita come la mia è delitto e peccato? E non credete che io abbia esagerato, non credetelo, per amor di Dio, Nasten'ka, perché a volte mi colgono certi momenti di tale angoscia, di tale angoscia che... Perché già in quei momenti comincio a pensare che non sarò mai più capace di vivere una vita reale, perché mi è già sembrato di aver perduto ogni sensibilità, ogni fiuto per ciò che è vero e reale; perché, infine, ho maledetto me stesso; perché, dopo le mie fantastiche notti, mi colgono dei momenti di ritorno alla realtà che sono terribili! Frattanto senti che attorno a te rumoreggia e turbina nel vortice della vita l’umana folla; senti e vedi come vivono gli uomini, come vivono nella realtà, vedi che per loro la vita non è circoscritta, che non si dissolverà come un sogno, come una visione, ma che, in continuo rinnovamento, è sempre giovane, che in essa non esiste un’ora simile all'altra, mentre è così triste e monotona sino alla nausea la timida fantasia, schiava di un’ombra, di un’idea, schiava della prima nuvola che a un tratto offusca il sole e stringe d’angoscia un vero cuore pietroburghese che ha tanto caro il proprio sole, e nell'angoscia quale fantasia vi può essere? Senti che questa inesauribile fantasia finisce con lo stancarsi e con l’esaurirsi in un’eterna tensione perché tu, infine, diventi più uomo, ti sbarazzi dei tuoi ideali di un tempo; essi si riducono in polvere, si frantumano e, se non c’è un’altra vita, ti tocca ricostruirla con quegli stessi frantumi. E frattanto l’anima chiede, esige qualcos'altro! E invano il sognatore fruga, come nella cenere, nei suoi vecchi sogni, cercando in quella cenere una sia pur piccola scintilla per ravvivarla, e con il rinnovato fuoco riscaldare il cuore intirizzito e far risuscitare in esso tutto quanto vi era prima di così caro, che toccava l’anima, che faceva ribollire il sangue, che strappava le lacrime dagli occhi e con tanta magnificenza ingannava! Sapete, Nasten'ka, a che cosa sono giunto? Sapete che ormai sono costretto a celebrare l’anniversario delle mie sensazioni, l’anniversario di ciò che un tempo mi fu così caro, di ciò che, in sostanza, non è mai esistito, giacché quell'anniversario viene celebrato per gli stessi stupidi, incorporei sogni, e a fare questo perché anche di questi stupidi sogni non ce ne sono più, perché non so come sbarazzarmi di loro: giacché anche dei sogni ci si sbarazza! Sapete che ora io amo ricordare e visitare in un dato tempo i luoghi dove un giorno ero stato a modo mio felice, amo costruire il mio presente armonizzandolo con ciò che è passato e non ritornerà mai più e che spesso vago come un’ombra, senza scopo e senza meta, triste e avvilito, per i vicoletti e le vie di Pietroburgo? Quali, quanti ricordi! Mi torna alla memoria, per esempio, che qui, proprio un anno addietro, in questo stesso periodo, in questa precisa ora, erravo per questo medesimo marciapiede, sconsolato come adesso! E ti viene da pensare che anche allora i sogni erano tristi e, sebbene anche prima nulla ci fosse di più lieve, hai tuttavia l’impressione che tutto, invece, lo fosse e che vivere fosse più facile e più tranquillo, e che non ci fossero questi neri pensieri che ora ti serrano nella loro morsa, questi rimorsi tetri, cupi che ora non ti danno pace né giorno, né notte! E ti chiedi: dove sono dunque i sogni tuoi? E, scuotendo il capo, dici: come veloci volano gli anni! E ancora ti chiedi: che ne hai fatto di quei tuoi anni? dove hai seppellito il tuo tempo migliore? Sei vissuto oppure no? Guarda, dici a te stesso, guarda come il mondo diventa freddo! Passeranno ancora degli anni e dopo di essi verrà la cupa solitudine, verrà, appoggiata alle stampelle, la tremante vecchiaia, e poi angoscia e desolazione... Impallidirà il tuo fantastico mondo, appassiranno e moriranno i sogni tuoi e cadranno come le foglie gialle dagli alberi... Oh, Nasten'ka! Sarà triste restar solo, completamente solo, e non avere neppur nulla da rimpiangere, nulla, proprio nulla... perché tutto quanto perderò, non è stato che nulla, uno stupido, tondo zero, nient’altro che sogno!».

Notte terza

Quanto rendono meravigliosa una persona la gioia e la felicità! Come ferve un cuore innamorato! Sembra che tu voglia riversare tutto il tuo cuore in un altro cuore, vuoi che tutto sia allegro, che tutto rida. E quanto è contagiosa questa gioia!

Quando siamo infelici sentiamo più fortemente l'infelicità altrui; il sentimento non si frantuma, ma si concentra...


7 aprile 2014

Verrà la vita e avrà i tuoi occhi, Ockayovà Jarmila


Vorrei essere un sassolino nel letto di un fiume.
Un sassolino bello
rotondo, senza spigoli, levigato dalle correnti.
E poi, da sassolino, vorrei
mi trovasse un bimbo.
Mi stringerebbe nel pugno e mi riporrebbe in tasca
considerandomi speciale.
Sì, mi piacerebbe essere un sassolino nelle tasche
di un bambino che per niente al mondo mi scambierebbe con qualcos'altro.



Con questi versi letti per caso non ricordo dove non ricordo quando, versi che mi ero poi appuntata nel mio diario e che ho appena ricopiato qui, raccolgo la palla lanciata al mio blog da Alexinedda, con un leggero ritardo per cui spero sarò perdonata. Il gioco di Alexinedda mi invitava a pubblicare una delle mie poesie preferite entro 24 ore. In realtà il tempo è scaduto e questa non si può nemmeno definire una delle mie poesie preferite, però quando l'ho letta mi ha fatto sorridere e mi è sembrata dolce. Quindi eccola. .

6 aprile 2014

Sempre di domenica #28 - Speciale antipasti di Pasqua


1- Pulcini. La ricetta è in inglese e non mi sono neanche preoccupata di tradurla, perché la cosa che mi è piaciuta è l'idea, che poi ognuno può provare a riprodurla come meglio crede, no? Io ad esempio userei formaggi vari, carote, olive e per la base, ovviamente, un Ritz!
2- Originali uova tonnate. Ancora ricetta in inglese, quando ho visto quel pulcino a me è subito venuta in mente la ricetta della uova tonnate data alla Prova del cuoco qualche giorno fa. Penso che si possa partire da quella ricetta per poi dare un aspetto diverso al risultato finale.
3- Un crostino-coniglietto, realizzabile magari con del patè e salatini e ritagli di uovo sodo (la parte bianca).
4- Uova sode coccodè, altra variante carina dell'alimento più tipicamente pasquale.
5- Coniglietti di pizza, qui la ricetta è in italiano e io l'ho già provata l'anno scorso, sostituendo le olive con del pepe in grani.
6- Crostino pulcino, la ricetta originale è dolce, a me però l'aspetto dà più l'idea di un antipasto salato, che si potrebbe fare, non so, con le carote, la maionese, l'uovo lesso frullato...
6- Panini coniglietti, mi sembrano davvero carinissimi, li voglio provare. La ricetta suggerita per farli è questa.

4 aprile 2014

Noteworthy things - Settimana 13

• 85/365 - Da quanto tempo non entravo in libreria? Da tanto, così oggi mi sono rifatta comprando due libri: "Amore, ecc..." di Barnes e "Nemico, amico, amante..." di Alice Munro.
• 86/365 - Giornata di babysitteraggio no stop. E abbiamo letto, colorato, ballato, cantato, dato la pappa alle bambole e bevuto un ottimo "peppè".
• 87/365 - Primo assaggio di Coca Cola e naturalmente "il merito" è il mio!
- Per colpa di Paolo Libero e Ghiro dei Ris sono affetta dal fascino della divisa.
• 88/365 - Pomeriggio di cucito, addirittura!
- Prima prova col tricotin manuale: lavoro noioso, noioso, noioso, ma il risultato mi garba assai!
• 89/365 - Primi tulipani. Per quanto mi piacciono i tulipani vorrei tipo un giardino olandese.
• 90/365 - Foto all'aperto.
- I primi passaggi a pallavolo della stagione. Facciamo fruttare almeno un po' quest'ora di sole in più!
• 91/365 - Pescetti d'aprile multicolor disegnati da me e appiccicati al muro dalla Nipotina.
- Il tempo di Philadelphia (su La7) mi è bastato per fare un bel pulcino copriuovo all'uncinetto.

Ho finito di leggere: Il senso di una fine [Julian Barnes] e Le notti bianche [fumetto di Alessio Barale e Marco Magnone].
Ho visto: Nuovo cinema paradiso e Philadelphia.

Foto della settimana 13/52 (clic).


Pretty in Mad

3 aprile 2014

Ti è mai successo di voler tornare a tutto quello che credevi fosse da fuggire? [Marzo 2014] *

[* Ti è mai successo, Negramaro]
Ti è mai successo di sentirti altrove
i piedi fermi a terra e l’anima leggera andare
andare via lontano e oltre dove immaginare
non ha più limiti hai un nuovo mondo da inventare
 

Sì, in questo marzo mi è successo di voler tornare indietro, a tutto quello che credevo fosse da fuggire una decina di anni fa. L'adolescenza credo che un po' per tutti coincida con il sogno di una fuga, per me certo era questo: voglia di andare via. Via dal mio paese. Via dai miei compagni di classe. Via da quelli più grandi che vedevano solo quelle magrissime. Via da chi mi prendeva in giro. Via da chi mi faceva piangere. Via.
Lì per lì l'ho fatto, ho scelto il liceo più lontano che avevo a disposizione e mi sono detta che poteva nascere qualcosa di nuovo, una nuova Elisa, laggiù, in mezzo a gente nuova che le mie lacrime non le aveva né viste né tanto meno provocate. E così sono passati cinque anni belli e poi altri cinque in cui sono tornata, ma mai del tutto.
Un passo indietro (tanto per restare in tema Negramaro), un piedistallo da cui mantenere le distanze, per non mischiarmi troppo, mai, a quelli che dieci anni prima avevano ascoltato le mie interrogazioni, copiato i miei compiti, minato la mia autostima.
Marzo è stato il momento del basta, del vabbe' sono passati dieci anni, loro non sono più quei deficienti e io non sono più quella che piange per qualche stupida (e cattiva) presa in giro. Siamo cresciuti tutti e forse, mi sono detta, non sarebbe poi così male rivederli intorno a una pizza. Rivedere lui soprattutto, capelli biondo cenere e occhi furbi, compagno di infinite partite a dama e di progetti di tecnica sempre impeccabili. Lui che mi prendeva in giro per un'ipotetica love story col suo migliore amico, ma che era sempre dalla mia parte. E anche io dalla sua. La voglia di tornare a quello che credevo fosse da fuggire si può tradurre così: voglia di vedere come è diventato quello che era un ragazzino alto e magro, sveglio e strano, quello che da grande voleva fare l'inventore. E poi avrei gradito rivedere la mia stupenda prof di lettere delle medie, unica, sempre nel mio cuore. Avrei voluto dirle che nonostante lei non mi abbia insegnato la grammatica, mi ha fatto amare le parole come poche altre cose al mondo, e poi, avrei voluto dirle ancora, ho davvero continuato a scrivere, sempre, come mi aveva detto di fare lei alla fine della terza media.
Ai miei tempi (inizio a sentirmi vecchia) alle medie pochi avevano il cellulare, internet praticamente nessuno e facebook proprio non esisteva, quindi è stato possibile non rincontrarsi più, non risentirsi più, per tutto questo tempo. Il mio compagno di dame, ad esempio, non l'ho proprio più rivisto. Siamo andati alle superiori in due città diverse, abbiamo preso giri diversi, non ci siamo più incrociati, mai. E uno di questi giorni, così all'improvviso, mi è dispiaciuto esserci persi.

Queste le mie pippe mentali mensili, che non possono mai mancare, altrimenti non sarei io.
Pensare in fondo che non era così male
che amore è se non hai niente più da odiare?
Restare in bilico è meglio che cadere
a me è successo amore e ora so restare.

Per il resto marzo è stato un mese di grande bellezza italiana da Oscar, di Sorrentino diventato per un po' un indiscusso eroe della nostra povera patria, di Obama al Colosseo e di Renzi che come una trottola va in giro per l'Europa. Non so bene perché ma da quando c'è lui la politica mi annoia e alterno momenti di piccola speranza a momenti di grande disfattismo, se nel medio stesse la verità sarebbe già qualcosa rispetto al passato. Vedremo.
Per rimanere in tema mi sembra giusto ricordare i cinque minuti del mese in cui sono diventata leghista. Ora però è già passata la mia voglia di votare la Lega, Salvini può mettersi l'anima in pace. Vorrei che passassero altrettanto facilmente la paura e l'ansia e l'insonnia e gli incubi, ma mi sa che ci vuole tempo e non sarà questione né di aprile, né di maggio.
Mi auguro comunque che possa essere di nuovo un aprile di dolci dormite notturne per me.

Parti azzurre cliccabili!
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2 aprile 2014

Le notti bianche [un po' di Dostoevskij e un po' di fumetto Zandegù]

Era una notte incantevole, una di quelle notti come ci possono forse capitare solo quando siamo giovani, caro lettore. Il cielo era un cielo così stellato, così luminoso che, guardandolo, non si poteva fare a meno di chiedersi: è mai possibile che esistano sotto un simile cielo persone irritate e capricciose?

Iniziano nello stesso modo, opera originale di Dostoevskij e fumetto, con una notte pietroburghese meravigliosa, come ce ne possono essere forse solo quando si è giovani.

Il fumetto Zandegù ,scritto e disegnato da Alessio Barale e Marco Magnone, è finito tra le mie email circa un anno dopo la lettura de Le notti bianche di Dostoevskij, un libro tanto piccino quanto bello. Non so perché l'anno scorso non c'abbia scarabocchiato sopra niente, anche perché ricordo che mi era piaciuto e inoltre è stato il mio primo vero contatto con Dostoevskij, autore che non ho più approfondito per il momento, nonostante gli inviti della mia amica Serena, super letterata russa [lo leggo prima o poi Delitto e castigo, don't worry Sery!].
Se non altro il fumetto appena letto mi ha dato il pretesto per parlare di questo piccolo, grande, classico.

Protagonista della storia è il Sognatore, un uomo solitario, un uomo solo, che ha passato la sua vita a immaginare storie che poi non ha mai avuto la voglia, la possibilità o il coraggio di vivere davvero. Tutti i suoi sentimenti e batticuori sono rimasti nella sfera astratta dei sogni. Il Sognatore è un uomo che ama passeggiare nelle strade deserte della notte pietroburghese e camminando ammira, riflette, sogna. Fin quando arriva quella notte, quella notte meravigliosa che fa da sfondo al suo incontro con Nasten'ka. Il loro sogno d'amore (più che loro, di lui) dura quattro notti, nelle quali si raccontano le loro vite. A lui basta un istante per innamorarsi di lei, di quella giovane donna che non lo ignora, che non lo fa sentire solo, che sa ascoltarlo come nessun'altra prima. Il sogno d'amore lo travolge ancora una volta e ancora una volta lo travolge senza lasciare la benché minima traccia concreta. Già, perché Nasten'ka in quelle notti pietroburghesi sta semplicemente aspettando il suo innamorato, che non è il Sognatore, ma un uomo che è partito un anno prima per cercare fortuna promettendole di tornare, l'anno dopo, su quella panchina. Lei è lì per quello, ma l'anno è passato e lui non è mai arrivato, così lei gli scrive una lettera e continua ad aspettarlo. Sembra che lui l'abbia dimenticata, non si fa vivo, di conseguenza anche Nasten'ka inizia a dare spago alle fantasie del Sognatore. Purtroppo per lui, durante la quarta notte, il misterioso innamorato di Nasten'ka ritorna nella vita di lei, infrangendo quel suo effimero, come al solito, sogno d'amore.
A differenza del Bignè precedente (Jane Eyre di Sicks) con questo dedicato a Le notti bianche ho potuto fare un confronto con l'opera da cui è stato tratto. Dal confronto il fumetto non esce proprio benissimo secondo me. Alla fine ho avuto la sensazione che, se non avessi già conosciuto la storia, non l'avrei davvero capita nelle poche pagine del Bignè.

1 aprile 2014

Il senso di una fine, frasi [Julian Barnes]

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Viviamo nel tempo; il tempo ci forgia e ci contiene, eppure non ho mai avuto la sensazione di capirlo fino in fondo. Non mi riferisco alle varie teorie su curvature e accelerazioni né all'eventuale esistenza di dimensioni parallele in un altrove qualsiasi. No, sto parlando del tempo comune, quotidiano, quello che orologi e cronometri ci assicurano scorra regolarmente: tic tac, tic tac. Esiste al mondo una cosa più ragionevole di una lancetta dei secondi? Ma a insegnarci la malleabilità del tempo basta un piccolissimo dolore, il minimo piacere. Certe emozioni lo accelerano, altre lo rallentano; ogni tanto sembra sparire fino a che in effetti sparisce sul serio e non si presenta mai più.

Al tempo, era tutto più facile: c'erano meno soldi, nessun gadget elettronico, una scarsa tirannia della moda, nessuna ragazza. Niente che ci distraesse dai nostri doveri umani e filiali, vale a dire studiare, superare gli esami, sfruttare il titolo di studio per trovarci un lavoro e infine mettere insieme una vita migliore di quella dei nostri ma senza provocazioni.

In quei giorni immaginavamo noi stessi come prigionieri dentro un recinto, in attesa di essere liberati nel pascolo delle nostre esistenze. Quando fosse giunto il momento, la vita, e il tempo stesso, avrebbero subito un’accelerazione. Come avremmo potuto sapere che in effetti le nostre vite erano già cominciate, che alcuni vantaggi ce li eravamo accaparrati e che qualche danno era già stato inflitto? E che, per di più, ci avrebbero solo liberati dentro un recinto più grande i cui limiti avremmo in principio faticato a riconoscere?

Sì, certo, eravamo presuntuosi, se no a che serve essere giovani?

I nostri erano convinti che potessimo lasciarci traviare dagli altri fino a trasformarci in ciò che temevano di più: un masturbatore incorreggibile, un fascinoso omosessuale, uno spericolato ingravidatore senza scrupoli. Temevano per quanto ci riguardava la vicinanza di amici adolescenti, l’ingerenza predatoria di sconosciuti sul treno, l’adescamento della ragazza sbagliata. Che sproporzione, fra le loro ansie e le nostre esperienze.

Il mondo esiste in condizioni di caos perenne e [...] soltanto un primordiale istinto narrativo, a sua volta palese strascico delle religioni, impone retrospettivamente un senso a ciò che è o non è accaduto.

Insegnanti e genitori tendevano a ricordarci fastidiosamente di essere stati giovani a loro volta, e di poter quindi parlare a ragion veduta. È solo una fase, ripetevano. La supererai, sarà la vita a darti lezione di realtà e realismo. Al tempo tuttavia ci rifiutavamo di accettare che potessero mai essere stati minimamente simili a noi, e sapevamo di cogliere l’essenza della vita – come della verità, dell’etica e dell’arte – con chiarezza di gran lunga superiore a quella dei nostri vecchi ormai compromessi.

Ecco un’altra delle nostre paure: che la Vita potesse rivelarsi diversa dalla Letteratura. Prendi i nostri genitori, erano forse materiale letterario? Tutt'al più, potevano ambire al ruolo di astanti, di spettatori, far parte di un fondale umano contro il quale avvenivano le cose reali, quelle che contano veramente. Tipo? Beh, tutte le cose di cui si occupa la Letteratura: amore, sesso, morale, amicizia, felicità, sofferenza, tradimento, adulterio, bene e male, eroi e cattivi, colpevoli e innocenti, ambizioni, potere, giustizia, rivoluzione, guerra, padri e figli, madri e figlie, l’individuo in rapporto al sociale, il successo e il fallimento, l’omicidio, il suicidio, la morte, Dio.

Che cos'è la Storia? Qualche idea, Webster?
– La storia è fatta delle menzogne dei vincitori, – risposi un po' troppo fulmineo.
– Sì, temevo che avrebbe detto così. Non dimentichi comunque che è fatta anche delle illusioni dei vinti. Simpson?
Colin era più preparato di me. – La storia è come un panino con la cipolla cruda, signore.
– In che senso?
– Perché non fa che ripetersi, signore. Torna su. L'abbiamo constatato mille volte quest’anno. Sempre la solita solfa, lo stesso pendolo tra tirannia e ribellione, guerra e pace, prosperità e depauperamento.

 La trovavo simpatica. Beh, quasi certamente l’avrei pensato di qualunque ragazza che non mi evitasse.

Sarà meglio che spieghi il significato dell’espressione «uscire insieme» di allora, perché poi il tempo l’ha modificato. [...] Ai «miei tempi» – benché non abbia mai vantato diritti d’autore sull'epoca, e meno che mai mi sogni di farlo ora – di solito succedeva così: conoscevi una ragazza, lei ti piaceva, cercavi di ingraziartene i favori, la invitavi in un paio di luoghi di incontro – che so io, un pub –, poi le chiedevi di trovarvi da soli, poi glielo chiedevi di nuovo e, dopo un bacio della buonanotte di intensità passionale variabile, potevi ufficialmente dichiarare che «uscivi» con lei. Era solo dopo aver preso un impegno pressoché pubblico che ti era dato di scoprire la sua posizione in materia di comportamento sessuale. Il che qualche volta significava avere a che fare con un corpo protetto come una riserva di pesca esclusiva.
Veronica non era molto diversa dalle altre ragazze di allora. Si mostravano fisicamente disinvolte, ti prendevano sottobraccio in pubblico, ti baciavano da toglierti il fiato, potevano addirittura premerti volutamente addosso il seno, a patto che restassero almeno cinque strati di stoffa tra pelle e pelle. Erano perfettamente consapevoli di quanto accadeva frattanto nei tuoi pantaloni, pur non parlandone mai. E questo era tutto, per un bel po’ di tempo. Certe ti concedevano qualcosa di più: si sentiva di alcune disposte alla masturbazione reciproca e di altre che ti lasciavano fare «sesso completo», come si diceva allora. Non si era in grado di apprezzare l’importanza di quell'aggettivo «completo», se non si aveva avuto parecchia esperienza del suo contrario, vale a dire dell’incompleto. Infine, con il progredire del rapporto, si verificava una serie di implicite contrattazioni, alcune fondate sul capriccio, altre su impegni e promesse, fino a ciò che il poeta ha chiamato «la lotta per un anello».

«Perché no?», domandavo, mentre una mano severa mi bloccava il polso.
«Perché non me la sento».
Ecco uno scambio di battute udito svariate volte dinanzi a un’ansante stufetta a gas, contrappuntata dal fischio di un bollitore. E quando c’era di mezzo il «sentirsela» la discussione era chiusa, perché erano le ragazze, le esperte in materia, i maschi non erano che grezzi neofiti. Perciò quel «non me la sento» esercitava una forza persuasiva di gran lunga superiore e irrefutabile di ogni eventuale ricorso a dottrine religiose o consigli materni. Mi direte, ma non erano gli anni Sessanta? Sì, ma solo per qualcuno, e solo in determinate zone del paese.

L'unica vera utilità delle mestruazioni è quella di farti sapere che non sei incinta.

Devo tuttavia sottolineare ancora una volta come questa sia la mia lettura attuale dei fatti. O meglio, l’attuale ricordo della mia lettura di allora di quanto al tempo accadeva.

Un inglese una volta ha detto che il matrimonio è un pranzo interminabile con il dolce servito per primo.

Ti ritrovi a ripetere «Crescono così in fretta, eh?» quando quello che intendi in realtà è: oggi il tempo per me scorre più veloce.

Una vita come un'altra, no? Qualche successo, qualche delusione. Personalmente, mi è sembrata interessante, anche se non troverei né disdicevole né sorprendente se qualcuno non la pensasse così. In un certo senso, forse Adrian sapeva quel che faceva. In ogni caso io non mi sarei perso la mia vita per tutto l’oro del mondo, mi spiego?
Sono sopravvissuto. Come si dice, «vivere per raccontarla», giusto? Non è affatto vero che la storia è fatta delle menzogne dei vincitori, come sostenni una volta disinvoltamente, con il vecchio Joe Hunt; adesso lo so. È fatta più dei ricordi dei sopravvissuti, la maggior parte dei quali non appartiene né alla schiera dei vincitori né a quella dei vinti.

La vita non promuove per merito.

La storia che ci succede sotto il naso dovrebbe essere per noi la più chiara, e invece risulta la più deliquescente.

Quando si è giovani, chiunque superi i trent'anni ci sembra di mezza età, chiunque superi i cinquanta, decrepito. E il passare del tempo ci conferma che non sbagliavamo di molto. Le piccole differenze d’età, così significative e palesi da giovani, perdono rilevanza. Si finisce con l’appartenere alla stessa grande famiglia, quella dei non-più-giovani.

Meno tempo vi resta da vivere, e meno avete voglia di sprecarlo.

All'improvviso mi sembra che una delle differenze tra la gioventù e la vecchiaia potrebbe essere questa: da giovani, ci inventiamo un futuro diverso per noi stessi; da vecchi, un passato diverso per gli altri.

Perché mai l’età dovrebbe addolcirci? Se è vero che la vita non è obbligata a promuovere il merito, perché dovrebbe preoccuparsi di fornirci calore e conforto verso la fine? A quale scopo evoluzionistico può mai servire la nostalgia?

Ricordo un periodo verso la fine dell’adolescenza in cui mi ubriacavo mentalmente di prospettive avventurose. Ecco come sarò da adulto. Andrò in quel paese, farò questo, scoprirò quello, mi innamorerò di lei, e poi di lei, di lei e di lei. Vivrò come da sempre vive la gente nei romanzi. Quali romanzi, non mi era chiaro, ma sapevo per certo che passione e pericolo, estasi e disperazione (ma sempre seguita da altra estasi, intendiamoci) non sarebbero mancati. Comunque… chi è che ha parlato della «piccolezza delle passioni che l’arte ingigantisce»? Ci fu un momento quando ero ormai prossimo ai trenta, in cui dovetti riconoscere lo spegnersi definitivo di ogni ipotesi avventurosa. Non avrei mai attuato le imprese sognate da ragazzo. In compenso, tosavo il prato di casa, andavo in vacanza, facevo la mia vita.
Il tempo però… ah, come può trascinarci alla deriva e confonderci le idee. Credevamo di aver raggiunto la maturità quando ci eravamo soltanto messi in salvo, al sicuro. Fantasticavamo sul nostro senso di responsabilità, non riconoscendolo per quello che era, e cioè vigliaccheria. Ciò che abbiamo chiamato realismo si è rivelato un modo per evitare le cose, ben più che affrontarle. Già, il tempo ci riserva… il tempo necessario a farci percepire le nostre più salde risoluzioni come traballanti, le nostre certezze come capricci momentanei.

Con quale frequenza raccontiamo la storia della nostra vita? Aggiustandola, migliorandola, applicandovi tagli strategici? E più avanti si va negli anni, meno corriamo il rischio che qualcuno intorno a noi ci possa contestare quella versione dei fatti, ricordandoci che la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato. Agli altri, ma soprattutto a noi stessi.

Il carattere delle persone si sviluppa nel tempo? Nei romanzi, naturalmente, sì: altrimenti non ci sarebbe storia. Ma nella vita? A volte me lo chiedo. Cambiano i nostri atteggiamenti, le nostre opinioni, assumiamo nuove abitudini e nuove bizzarrie; ma è un’altra cosa, un fatto più decorativo. Forse il carattere è simile all'intelligenza, anche se raggiunge il suo picco massimo leggermente più tardi, diciamo, tra i vent'anni e i trenta. Dopodiché, non ci schiodiamo più da lì. Siamo soli. Se così fosse, si spiegherebbero parecchie esistenze, non vi pare? Nonché, se il termine non risulta troppo solenne, la nostra tragedia.

Qualcuno una volta ha detto che i suoi periodi storici preferiti erano quelli in cui tutto precipita, perché significano la nascita imminente di qualcosa di nuovo. Ha senso questa teoria se la applichiamo alle vite dei singoli individui? Morire quando sta per nascere qualcosa di nuovo, anche se la novità in questione riguarda proprio noi? Perché, esattamente come ogni cambiamento storico o politico prima o poi delude, così succede con il diventare adulti. Con la vita. Certe volte penso che lo scopo dell’esistenza sia quello di riconciliarci, per sfinimento, con la sua perdita finale, dimostrandoci che, indipendentemente dal tempo che ci vorrà, la vita non è affatto all'altezza della propria fama.

Quando si è giovani – parlo per me almeno – si vogliono provare sentimenti simili a quelli di cui leggiamo nei libri. Passioni che ti sconvolgono la vita, che creano e definiscono una realtà nuova. Più tardi, mi pare, vogliamo dai sentimenti qualcosa di più pratico e modesto: che siano di sostegno alla nostra vita per come è diventata e si manifesta. Vogliamo che ci garantiscano che va tutto bene. E che c'è di male in questo?

Non c'è idiota peggiore di un idiota vecchio.

Che ne sapevo io della vita, io che ero sempre vissuto con tanta cautela? Che non avevo mai vinto né perso, ma avevo lasciato che la vita mi succedesse? Io che avevo avuto le ambizioni di tanti, ma che mi ero ben presto rassegnato a non vederle realizzate? Che avevo evitato il dolore e l’avevo chiamato attitudine alla sopravvivenza? Che avevo pagato conti e bollette, che ero rimasto in buoni rapporti con tutti il più a lungo possibile; io, per cui estasi e disperazione erano diventati da molto tempo giusto parole lette una volta nei libri? Uno i cui rimproveri a se stesso non lasciavano mai il segno?

Si arriva alla fine della vita, no, non della vita in sé, ma di qualcos'altro: alla fine di ogni probabilità che qualcosa in quella vita cambi. Ci viene concesso un lungo momento di pausa, quanto basta a rivolgerci la domanda: che altro ho sbagliato?
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