13 novembre 2015

Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop, Fannie Flagg

Proprio oggi, colta da una piccola febbre che sicuramente mi ha attaccato la mia nipotina alle prese col primo anno di asilo, sono riuscita a vedere il film tratto da Pomodori verdi fritti al caffé di Whistle Stop, scritto da Fannie Flagg, così mi è tornata all'improvviso voglia di scrivere qualcosa. Ho detto una bugia, in realtà spesso ho voglia di scrivere, solo che sono alla ricerca di un nuovo equilibrio in cui incastrare tutte le novità dell'ultimo periodo, anzi se non lo trovo credo che impazzirò presto. 
Intanto stasera provo a ritagliarmi questo momento per me e per una delle cose più solo mie che ho: questo blog.

Premetto che il film è carino, ma il libro è proprio bellissimo.
Pomodori verdi fritti è una storia meravigliosa, leggera e profonda al tempo stesso. La leggerezza è data dalla protagonista principale, Idgie Threadgoode, una donna stravagante, piena di energia e simpatia, credo che lei potrebbe essere una dei miei personaggi femminili preferiti in assoluto. 
Idgie è di sani principi, ha alle spalle una famiglia numerosa, nel cuore porta il peso di un lutto che non la abbandonerà mai per tutta la vita. Di lei mi piace il carisma, mi piace quel dolore che sa portare con dignità, mi piace il suo modo di non scendere a compromessi, la sua continua ricerca della felicità, di una felicità che non ha mezze misure e che passa solo attraverso una persona: Ruth. Per anni Idgie sa tenerla nel cuore, senza accontentarsi di nessun altro, fino a quando riesce a coronare il suo sogno e a portare la sua amata con sé. Idgie è una donna combattiva, che non si arrende mai, né nei piccoli problemi quotidiani, né tantomeno di fronte alle ingiustizie più grandi. 
Sono anni complicati quelli per i negri d'America, ma Idgie e Ruth non si fermano certo al colore della pelle. Loro aiutano tutti quelli che ne hanno bisogno, senza fare troppo caso alle apparenze, senza fossilizzarsi troppo sui commenti delle persone, sui pregiudizi della società. Il loro caffè di Whistle Stop, lungo la ferrovia, è un luogo di ritrovo per tutti i casi più disperati: vagabondi e negri trovano sempre un posto, alla faccia delle leggi che non lo permetterebbero. Idgie e Ruth seguono il buon senso, più che la legge.
È una storia che, con ironia, ci fa riflettere su temi importanti, come il razzismo, appunto, ma non solo. Le donne sono al centro di tutto, donne in gamba sempre, ma non sempre valorizzate. Pomodori verdi fritti è, secondo me, anche un romanzo in parte femminista: Idgie dovrebbe essere esemplare per tutte noi, Ruth dimostra che si può decidere di lasciare un marito violento, ma anche una figura meno eccezionale di loro, come Evelyn Couch, ha molto da insegnarci. Lei è un'invenzione dell'autrice, una scusa per cui Ninny, cognata di Idgie ricoverata in una casa di riposo, può raccontare la storia, l'epopea, della famiglia Threadgoode, di Whistle Stop. Evelyn è una donna troppo giovane per essere vecchia e troppo vecchia per essere giovane, come dice lei, passa le sue giornate a mangiare e a frequentare dei corsi inutili per risollevare un matrimonio piuttosto noioso, ormai. Evelyn non è per niente libera nella sua femminilità, è una donna qualunque, che ha solo fatto la madre e la moglie e che ora, sull'orlo della menopausa, si ritrova sola, annoiata, triste, con la certezza della sua inutilità. Forse si sarebbe suicidata, se non  avesse per caso conosciuto quell'arzilla vecchietta logorroica, invece grazie a lei si è salvata. Si è rimboccata le maniche, ha preso il coraggio a due mani e ha deciso di cambiare vita, di diventare una persona nuova e migliore. Evelyn ce l'ha fatta e anche di lei, del suo sforzo incredibile e della sua forza di volontà che né noi né lei sospettavamo potesse avere all'inizio, dobbiamo ricordarci.

5 ottobre 2015

Atti osceni in luogo privato, frasi [Marco Missiroli]


Così conobbi l’inspiegabile equazione della passione: l’estetica, l’eros, i modi garbati e un cervello che contenesse sensibilità e cultura non erano direttamente proporzionali ai risultati. Marie Lafontaine ne era l’esempio. Solo più tardi credetti di intuire il perché: il maschio percepiva la sua fretta di accasarsi. E la sua fame di maternità. Così quelle mammelle eludevano il loro fine primitivo, l’allattamento, per uno più bieco, l’eccitazione. Il risultato erano le pareti di libri che Marie ergeva nel suo salotto. Non ricordo chi abbia detto la frase straziante: “Più volumi troverai in casa di una persona e maggiore sarà il suo grado di infelicità”.

Spavento e desiderio provocarono una reazione controversa, la fuga. Avrei dato qualsiasi cosa per averla e qualsiasi cosa per andarmene: scelsi l’immobilità.

Si voltò e mi abbracciò. Ci tenemmo lì e per la prima volta avvertii la paura che le succedesse qualcosa, e che la mia felicità fosse la sua, e anche i dolori e le apprensioni e le possibilità di qualcosa di buono. Non ero più vulnerabile per me stesso, ero fragile per noi. Passavo dalla prima persona singolare alla prima persona plurale. Intuii lì, in quell'abbraccio furtivo, che avrei potuto prendere le ferite di un altro essere umano e tentare di ripararle, e che io stesso avrei potuto affidare le mie.

Allora era questo l’amore? Una prima persona plurale?

Cher Grand,
per prima cosa voglio consigliarti un libro che devi leggere, “Mentre morivo” di William Faulkner. Segui la madre Addie Bundren e il figlio Cash: ti trasporteranno nel limbo dell’addio e ti garantiranno la forza del trapasso. Sapevi che Faulkner l’ha scritto in tre settimane su una carriola capovolta quando faceva il fochista in una miniera di carbone? È la storia di un viaggio. Quel viaggio.

– Potreste farvi del bene. O maltrattarvi. Il rischio si accetta per il sublime.

– Mio padre – disse lei senza che le chiedessi niente. – È stato lui a spegnere mamma, una donna nata in miseria che voleva cambiare vita. A lei non importava che fosse un certo tipo di uomo – Sorrise: – Io non farò la stessa fine.

L’osceno è il tumulto privato che ognuno ha, e che i liberi vivono. Si chiama esistere, e a volte diventa sentimento.
Tieniti stretta la tua meravigliosa indecenza, Grand.

In una storia d’amore ci si appropria dell’altro e l’altro si appropria di noi. Le mani, gli occhi, il volto, la pelle, i sessi, e più il tempo di legame dura e più l’identità singola si dissolve. Diventa due. L’abbandono la frantuma e apre il bivio: ritrovarci in un nuovo legame dopo qualche tempo o diventare se stessi nella brutalità. 

– Lunette – allungai la mano sulla scrivania.
Me la prese.
Pianse di colpo, e piansi anche io. Non per nostalgia, non per desiderio, ma perché le cose finiscono.

Se subito non mi trovi non scoraggiarti/ Se non mi trovi in un posto cercami in un altro/ In qualche posto mi sono fermato e t’attendo. [Whitman]

Detestavo uno schema umano e glielo confidai: l’istinto di lasciare una persona solo dopo averne trovata un’altra, come la scimmia che salta da un ramo solo dopo aver afferrato una nuova liana con la coda.

– Il tempo. Non buttarlo via. Non avere paura di correre.

Aveva questo modo di sfogliare le riviste, appollaiata sulla credenza, spulciava un articolo di “Specchio” con un paio di occhialini che falsavano il volto e un pigiama che la sformava. Poteva essere chiunque. Forse Lunette, o una raccattata per strada, o una delle tacche dell’osteria, o Frida, o una presenza elemosinata nel mio disordine. Mi sforzai di immaginarla come un corpo di consumo, già consumato. Ci riuscii, ma non bastò: perché era lei. E ognuna delle donne passate mi aveva dato qualcosa per trovarla, e per capire la mia gioventù solitaria. Solo adesso ero grato a ciascuna di loro. Ognuna era stata il mio diario affinché Anna fosse la mia libertà, lo pensai mentre la guardavo. Lei se ne accorse, Sono brutta?, domandò. Sei tu, dissi.

2 ottobre 2015

In questo mese // Settembre 2015

Pizze, piazze e pazzie. 
Ne avrei di cose da raccontare su questo settembre qui, le pagine del mio diario sono fitte fitte di parole e frasi che, dopo l'estate, hanno perso quel punto interrogativo che mi dava ansia e mi innervosiva. Da quando affronto le mie giornate col punto esclamativo sto molto meglio. E settembre è stato un mese così, da esclamazioni e facce sorprese, un mese da incorniciare, comunque vadano le cose.
Abbiamo mangiato pizze, sudato nelle piazze, guardato i fuochi d'artificio. Abbiamo festeggiato compleanni, uno in particolare importantissimo, quello della mia cuginetta che è diventata maggiorenne. Vederla splendente e felice dentro i suoi 18 anni tanto attesi mi ha fatto capire che io ero ormai un'altra cosa, i miei 18 anni un lontano ricordo, così come le persone da cui ero circondata. Ne sono rimaste poche, ed è meglio così. 
Ho rischiato seriamente di portare a casa anche il bouquet di mia cugina, domenica scorsa, per fortuna quella davanti a me ci si è buttata a pesce, perché, al contrario mio, lei lo voleva lo voleva lo voleva. Quanti cuori e quanto zucchero mi hanno avvolta ultimamente, certe volte mi ci sento quasi affogata, poi riemergo, sorrido, metto un punto esclamativo e mi dico che imparerò, a non essere più solo io.
Libri
- Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli, il mio piacevole primo incontro con l'autore.
Film
- Saving Mr. Banks, film su Walt Disney e, in particolare, su Mary Poppins. Molto carino, anche se probabilmente l'avrei apprezzato di più se avessi già visto e amato Mary Poppins, film d'animazione che invece ancora mi manca all'appello.
- La verità è che non gli piaci abbastanza, rivisto a letto mezza influenzata.
Fiction e serie tv
- Il giovane Montalbano 2, c'è Riondino protagonista...che faccio non lo vedo?
- Squadra antimafia 6. Rosy Abate è ancora in convento, le sorelle Colombo sono state entrambe uccise, Sandro continua imperterrito a essere sfigatissimo in amore, De Silva è ancora immortale e Calcaterra finalmente ha trovato la scusa per essere un giustiziere, so che lo sognava in fondo.
- Provaci ancora prof 6, devo recuperare qualche puntata, ma mi auguro che questo sia finalmente l'anno giusto per vedere insieme la prof e il commissario. 
3 Canzoni 
Se tu fai pensieri falli su di me
se tu speri spera che mi avveri io per te
se tu cadi cerca di cadere in mano mia
e se muori amore non morire
tornami accanto per dormire
qui per dormire insieme io e te
2) A modo tuo / Ligabue. Questa canzone io la amo, punto.
3) Guai / Vasco Rossi. Vasco non mi piace sempre, ma questa canzone mi ha colpita al primo ascolto, perciò poi l'ho sentita spesso.
Guai,
non devi dirlo mai,
che adesso non lo sai,
se poi mi amerai,
tutta la vita.
Tu dimmi solo se,
adesso sei con me,
oppure non mi vuoi,
ed è finita.
Sai,
si vive senza mai,
sapere come andrà,
domani.
Sperimentazioni in cucina
- Crostatine di pasta sfoglia ripiene di uova, formaggio e ricotta.
- Focaccia di Recco. Non mi è venuta bene per niente.
- Girandole di pasta sfoglia con patate e prosciutto cotto.
Cose creative
- Biglietto con un albero autunnale pop up per il babbo.
- Album fotografico per i 18 anni della mia cuginetta preferita.
- Fiore amigurumi per mia sorella.
- Biglietto esplosivo per mia sorella.
- Biglietto romanticissimo per il matrimonio di una mia Big cugina.
Fotografie

30 settembre 2015

Atti osceni in luogo privato, Marco Missiroli

Sono sicura che ci siano dei libri che ci restano nel cuore più di altri non tanto (o non solo) per la storia che racchiudono loro, quanto piuttosto per la storia in cui siamo racchiusi noi, nel momento in cui ci capita di leggerli.

Per esempio non dimenticherò mai Sulla strada di Jack Kerouac, sebbene sia uno dei libri che abbia meno apprezzato in tutta la mia vita, perché mentre lo leggevo, seduta su una poltrona viola di un ospedale di provincia, nel giugno di ormai tre anni fa, sono diventata zia.

Sono abbastanza certa di poter dire che anche Atti osceni in luogo privato, scritto da Marco Missiroli, mi resterà impigliato tra i ricordi per tutti i secoli dei secoli.
Non l'ho finito di leggere ieri, ma circa un mese fa. Nell'ultimo mese non ho letto altro, è possibile che io abbia già dimenticato molti passaggi della trama, ma di certo non scorderò mai che cosa ha significato questo libro per me.
Per dirla come Le Grand Liberò è stata l'ultima storia letta prima di mettere un piede dentro la mia adultità.
Sabato ho compiuto 25 anni, l'età che ho sempre pensato fosse il limite ultimo per la mia gioventù superficiale e a tratti egoista. Mi dicevo sempre che a 25 anni sarei diventata grande. Non so bene dire come si siano evolute le cose, ma è successo che davvero nell'ultimo mese io mi sia sentita donna come mai prima e che abbia addirittura scelto di prendermi una responsabilità con un'altra persona. Eccola, l'adultità. È quella prima persona plurale che ogni tanto mi esce dalla bocca e mi suona strana,  quell'impossibilità di decidere da sola se uscire o non uscire la sera, se andare al cinema o al bowling, quella necessità di dire Sento che cosa vuole fare anche lui. Lui. L'adultità. I nostri atti osceni consapevoli e dolci, io che perdo le parole, lui che dà un nome a tutto quello che prova. Per usare un'espressione trovata in un libro bellissimo un anno fa, l'adultità mi sembra che possa coincidere con questa sensazione di fluidità che se ne va da me, giorno dopo giorno. Ero liquida, dentro i suoi abbracci trovo una forma che non avevo prima.

Sono diventata grande insieme a Liberò. Pagina dopo pagina ho ripercorso i miei errori attraverso i suoi, la sua crescita che in fondo è la crescita di ognuno di noi mi ha fatto venire voglia di tenere gli occhi aperti, ma anche di socchiudere il cuore. Ho provato a farlo, sto provando a farlo. Come andrà si vedrà col tempo, intanto sono felice e mi auguro che il contenitore che mi sta dando forma sia la mia Anna e non la mia Lunette.

A prescindere dal contesto sicuramente particolare in cui mi sono per la prima volta approcciata alla scrittura di Missiroli, devo dire che questo romanzo mi è comunque particolarmente piaciuto, soprattutto mi ha incuriosita il rapporto del protagonista col padre e mi ha commossa la lunga elaborazione del lutto che forse non termina mai fino in fondo.
Mi sono segnata anche alcune opere citate nel libro, opere che hanno contribuito alla formazione del piccolo Liberò:
- Lo straniero di Camus;
- Il deserto dei tartari di Buzzati;
- Favole al telefono di Rodari;
- L'amante di Marguerite Duras;
- Mentre morivo di Faulkner.

E voi, ce l'avete un libro che vi ricorda il momento in cui avete socchiuso il cuore e vi siete innamorati?

1 settembre 2015

In questi mesi // Giugno, luglio, agosto 2015

Un bel respiro ed ecco settembre. Finalmente, mi verrebbe da dire.

Riprendere in mano il blog dopo l'estate mi costa sempre molta fatica, mi costa sempre molti post scritti e cancellati, poi riscritti, poi ricancellati, fino a che non ne esce fuori uno che tutto sommato mi sembra possa andare bene. Sarà questo? Chi lo sa.

Un bel respiro e si ricomincia.
Un nuovo autunno, un nuovo anno, una nuova vita. A volte succede, forse succederà perfino a me. 
Quest'estate del 2015 me la porterò nel cuore per un tempo lungo, con tutte le persone nuove che ho conosciuto, con quelle vecchie che non avevo mai conosciuto così e che mi hanno fatto stare bene, molto. Me la ricorderò per le mille cene improvvisate, per il tiro a segno, i fuochi sul lago, per le buonanotti a cui non ero abituata e a cui non so se vorrò abituarmi. Me la ricorderò per una festa organizzata in un mese, per un gruppo bellissimo che abbiamo un po' stentato a costruire, ma che ormai ha ingranato la marcia giusta e andrà avanti e avanti e avanti. Per la sangria e le prese in giro, per la nutella e un pennarello blu. Per i gavettoni e le brocche, per il potere che abbiamo conquistato noi giovani, solo noi. Me la ricorderò per le torte e la pasta al forno, per le chiusure del bar il sabato sera, per i cinquecento euro di spesa e per le lezioni di briscola, sulla cui riuscita ho tuttora i miei dubbi.

Potrei parlare per ore di questi mesi in cui ho messo in pausa il blog, pensandoci col senno del poi avrei dovuto attaccarci un cartello: Chiuso per bellezza. Si può fare? L'ho fatto.

Un bel respiro e si riparte come sempre, come ogni anno, sperando che la bellezza resti anche per tutti i prossimi mesi.

Felice settembre, buon anno a tutti.

23 giugno 2015

Scrivimi ancora, frasi [Cecelia Ahern]


Fra qualche anno, quando sarò diventata famosa, tu probabilmente dirai: “Rosie: ecco un nome che non sentivo da secoli. Una volta eravamo grandi amici. Chissà che cosa starà facendo, ora; sono anni che non la vedo e che non so più niente di lei!” Sembrerà di sentire mia madre e mio padre che, durante le cene con i loro amici, parlano dei tempi andati. Nel rievocare i momenti più significativi della loro vita, nominano persone di cui io non ho mai sentito parlare. Com’è possibile che oggi mia madre non dia più nemmeno un colpo di telefono alla sua damigella d’onore di vent’anni fa? E quanto a mio padre, com’è possibile che non sappia dove abiti il suo più caro compagno di scuola?

Credo di dover pensare a quello che avrei potuto essere per capire e accettare quello che sono.

Tu passi anni e anni ad aspettarlo finché alla fine ci rinunci e vai avanti con la tua vita. Alla fine decidi di sposare Greg e qualche settimana dopo Alex rompe con Sally. Sai cosa ti dico? Voi due mancate totalmente di tempismo. Quando imparerete a regolare i vostri passi in modo da riuscire a incontrarvi?

Il mio incubo peggiore è quello di perdere Katie. Non so proprio che cosa farei. Può starsene tutto il santo giorno davanti alla tivù a guardare MTV, far andare a tutto volume la musica in camera sua, rovinarmi le giornate obbligandomi ad andare a scuola a battagliare con la signorina Nasona Alito Pesante Casey, spargere lustrini su divani e tappeti, farmi preoccupare da morire quando ritarda anche di un solo minuto sul coprifuoco delle nove, ma è la cosa più importante che io ho nella vita. Lei viene sempre prima di tutto e tutti. Sono felice che Alex non sia venuto al ballo della scuola e sono felice che Brian la Lagna fosse una persona tanto noiosa. Gli uomini della mia vita possono anche avermi deluso, ma la ragazzina della mia vita mi ripaga ampiamente ogni giorno.

Quando ho iniziato ad andare a scuola, consideravo i ragazzi della sesta classe tanto più grandi e sicuri di sé, anche se non avevano più di dodici anni. Quando sono arrivata a dodici anni, pensavo che i ragazzi di diciotto dovessero sapere tutto. A diciotto anni, ho stabilito che soltanto una volta finito il college avrei veramente raggiunto la maturità. A venticinque non ero entrata al college, ero ancora all’oscuro di tutto e avevo una bambina di sette anni. Ero convinta che a trent’anni avrei avuto per lo meno alcune certezze su quanto mi stava accadendo.
Niente affatto, sono ancora al punto di prima.

Il modo migliore per passare sopra a un uomo è passare sotto un altro.

Rosie: Sì, be’, è una lunga storia, tesoro.
Katie: Quelli che dicono che è una lunga storia in realtà vogliono dire che la storia è stupida e corta, che sono troppo imbarazzati e che non gli va di raccontarla. Mamma, perché non gli parli?

Ho imparato che “casa” non è un luogo, ma un sentimento.

Non c’è niente di più confortante dell’udire la voce di un bimbo innocente, spensierato, in un luogo di dolore. Ti rammenta che la vita va avanti, tranne per colui al quale stai dicendo addio. Le persone nascono e poi se ne vanno, e noi siamo perfettamente consci di questa realtà, eppure, quando questo accade, veniamo colti da una violenta emozione.

20 giugno 2015

Scrivimi ancora, Cecelia Ahern [E 4 anni di blog!]

È strano, e bello, che questo sia il libro di cui mi trovo a parlare proprio in questi giorni. Da quando ho aperto il blog è il primo anno che il 17 giugno lo lascio senza un post d'auguri, ma è anche il primo anno in cui sono davvero impegnata su vari fronti, in cui mi sento davvero sulla via di guarigione da tutte le pippe mentali che mi affliggevano quando quattro anni fa pubblicai, così per gioco, il primo post.
Dico che è bello che oggi sia qui a scrivere proprio di questo romanzo epistolare di Cecelia Ahern, perché mi sembra che il titolo sia come un invito che il blog sta facendo proprio a me: Scrivimi ancora.
Scrivimi ancora benché sia estate e tu non abbia mai, e sottolineo mai, voglia di accendere il computer; scrivimi ancora anche se hai cose migliori da fare; scrivimi ancora perché sarà bello riguardare te stessa con altri occhi tra un po' di tempo; scrivimi ancora perché sono stato io a insegnarti la costanza nella scrittura, il piacere di essere letti, sono stato io a farti conoscere persone le cui vite, anche se distanti, sono ormai parte della tua. Scrivimi ancora, giura che lo farai, giura che continueremo a festeggiare compleanni insieme, a passare estati forse un po' lontani, ma comunque vicini col pensiero; scrivimi ancora per anni e anni, proprio come hanno fatto Rosie e Alex nella loro stramba vita.
Non so se sarò così brava, come quei due, a scrivere questo blog fino a quando avrò cinquant'anni e oltre. Non so se sarò così brava da rimanere dentro questo mondo meraviglioso che ho scoperto quattro anni fa, anche se un giorno mi innamorerò seriamente e seriamente lascerò che qualcuno mi infili un anello al dito, anche se un giorno mi ritroverò alle prese con pannolini e primi passi e cene da inventare e panni da stirare.
No, non sta succedendo niente di tutto questo, per carità. Facevo solo esempi pertinenti al romanzo della Ahern, un romanzo costruito su lettere, email, biglietti d'auguri, basato cioè su tutto ciò che lasciamo scritto di noi e delle nostre emozioni. Sarebbe bello poter raccogliere tutte le nostre parole insieme, mi piacerebbe davvero tanto non dover ricercare in mille diari e quaderni diversi i pezzi della me che sono stata, che sono e che sarò, mi piacerebbe averli tutti insieme, a portata di mano, in un ordine cronologico meticoloso e alquanto irreale, di certo.
Rosie è come me, scriverebbe a tutte le ore, ma a differenza mia lei ha dei destinatari, io scrivo più per me (blog a parte), ho poche amiche di penna email e quelle che ho le ho conosciute grazie a Scarabocchi di pensieri.
Scrivimi ancora è un romanzo di formazione, che vede i due protagonisti bambini diventare adulti, inseguendo i propri sogni, inciampando più e più volte nelle proprie debolezze e nelle proprie paure. C'è un filo conduttore che lega le vite distanti di Rosie e Alex, una promessa che si erano fatti da piccoli: tenersi in contatto per sempre. Che bello sarebbe avere un'amicizia così, come la loro, forte nonostante l'oceano Atlantico a separarli. Peccato solo che forse, sotto sotto, non sia mai stata una vera amicizia.

All'inizio la storia mi aveva preso, poi ha iniziato ad annoiarmi per la sua ridondanza e per il fatto che, cavolo, il finale è palese fin dall'inizio, perché farci sorbire decenni e decenni di letterine di un'amicizia che profuma d'amore? Ma ci si può davvero amare per tutta la vita senza avere mai il coraggio di dirselo? Io penso che possa succedere purtroppo, soprattutto quando chi ci fa battere il cuore è, prima di tutto, un amico. Uscire fuori dall'amicizia e buttarsi in qualcosa di più è tutt'altro che semplice, c'è un rischio più alto: si può guadagnare un amore, ma anche perdere una persona che comunque importante lo è già in partenza, perciò le titubanze di Rosie e Alex sono piuttosto comprensibili, quello sì, ma se ho già i miei contorsionismi mentali, perché devo sorbirmi anche quelli dei protagonisti adolescenti e poi ventenni e poi trentenni e poi quarantenni? Perché? Per nessun motivo al mondo, se non per autolesionismo.
Peccato, perché l'idea e l'inizio mi sono piaciuti molto. Lo svolgimento, meno.
Comunque, mi raccomando, scriviamo tutti ancora per molto e molto tempo i nostri blog. E buon compleanno al mio! Spero mi perdoni per questi auguri particolarmente insipidi.

15 giugno 2015

Storia del nuovo cognome, frasi [Elena Ferrante]

Se si era già arresa, se aveva già digerito quell'affronto, il legame con Stefano doveva essere veramente forte. Lo amava, lo amava come le ragazze dei fotoromanzi. Per tutta la vita gli avrebbe sacrificato ogni sua qualità, e lui non si sarebbe nemmeno accorto del sacrificio, avrebbe avuto intorno la ricchezza di sentimento, di intelligenza, di fantasia che la caratterizzava senza sapere cosa farsene, l’avrebbe sciupata. Io, pensai, non sono capace di amare nessuno così, nemmeno Nino, so solo passare il tempo sui libri.

Anche Alfonso nascondeva in petto don Achille, suo padre, malgrado l’aria delicata? Possibile che i genitori non muoiano mai, che ogni figlio se li covi dentro inevitabilmente? Dunque da me davvero sarebbe sbucata mia madre, la sua andatura zoppa, come un destino?

Mi sentii sollevata. Lasciai a lei anche le sorelle di Linda e andai a sedermi al bar, in un posto da cui le potevo tenere d’occhio tutt'e quattro e intanto leggere un po’. Ecco come diventerà, pensai guardandola. Ciò che prima le sembrava insopportabile, ora già la rallegra. Forse dovrei dirle che le cose prive di senso sono quelle più belle. È una buona frase, le piacerà. Beata lei che ha già tutto quello che conta.

Una volta restò col tiretto aperto a fissare i soldi. Disse di pessimo umore:
«Questi li guadagno io con la mia fatica e quella di Carmen. Ma tutto, qua dentro, non è mio, Lenù, è fatto coi soldi di Stefano. E i soldi Stefano li ha accumulati partendo dai soldi di suo padre. Senza quello che don Achille ha messo sotto il materasso facendo la borsa nera e lo strozzino, oggi non ci sarebbe questo e non ci sarebbe nemmeno il calzaturificio. Non solo. Stefano, Rino, mio padre non avrebbero venduto nemmeno una scarpa senza i soldi e le conoscenze della famiglia Solara, strozzini anche loro. È chiaro dentro che cosa mi sono messa?».

«Ti vergogni, eh?» gli chiese. «Colpa tua. Come fai a essere fidanzato con una che scrive a questo modo?».
Nino non disse niente, seguitò a fissarsi i piedi.
Intervenne Bruno, anche lui sull’allegro: «Forse, quando uno s’innamora di una persona non le fa prima l’esame per vedere se sa scrivere una lettera d’amore».

«Cos’è successo quando ti ho fatta? Un incidente, un singhiozzo, una convulsione, è mancata la luce, s’è fulminata una lampadina, è caduta la bacinella con l’acqua dal comò? Certo qualcosa ci dev’essere stato, se sei nata così insopportabile, così diversa dalle altre».

Lei insomma s’era meritata Nino perché riteneva che amarlo significasse provare ad averlo, non sperare che lui la volesse.

«Mi hai confuso le idee. Perché sei come una goccia d’acqua: teng teng teng. Finché non si fa a modo tuo, non la finisci».

A casa mia ormai mi trattavano come se fossi una persona di riguardo che s’era degnata di passare per un saluto frettoloso. Mio padre mi osservava compiaciuto.
Sentivo il suo sguardo soddisfatto addosso, ma se gli rivolgevo la parola s’imbarazzava. Non mi chiedeva cosa studiavo, a cosa serviva, quale lavoro avrei fatto dopo, e non perché non volesse sapere, ma per paura di non capire le mie risposte.

Dopo molto tempo fui veramente contenta di me. Poco prima dei ventitré anni ero nientemeno dottoressa, avevo una laurea in lettere, centodieci e lode. Mio padre non era andato oltre la quinta elementare, mia madre s’era fermata alla seconda, nessuno dei miei antenati, per quel che potevo sapere, aveva mai saputo leggere e scrivere correntemente. Che prodigioso sforzo avevo fatto.

Per tutta la giornata pensai alla Oliviero e a come sarebbe stata fiera di sapere della mia laurea col massimo dei voti, del libro che stavo per pubblicare. Quando andarono tutti a dormire mi chiusi nella cucina silenziosa e sfogliai i quaderni uno dietro l’altro. Come mi aveva istruito bene, la maestra, che bella grafia mi aveva dato. Peccato che la mano adulta l’avesse rimpicciolita, che la velocità avesse semplificato le lettere. Sorrisi per gli errori d’ortografia segnati con tratti furiosi, per i buono, gli ottimo, che scriveva cavillosamente a lato quando trovava una bella formulazione o la soluzione giusta a un problema arduo, per i voti sempre alti che mi aveva assegnato. Mi era stata davvero più madre di mia madre? Da un po’ di tempo non ne ero più sicura. Ma era riuscita a immaginare per me una strada che mia madre non era in grado di immaginare e mi aveva costretta a percorrerla. Di questo le ero grata.

13 giugno 2015

Storia del nuovo cognome, Elena Ferrante


Lenù, piccola dolce Lenù. Forse devo cambiare idea su Lila, sai? Forse non è così geniale come credevo o, per meglio dire, può darsi che sia una specie di genio del male, di un male che fa sostanzialmente a te, Lenù.
Forse c'è una Lila per ognuna di noi. Forse tutte noi abbiamo un'amica che crediamo tale, ma che in realtà ci considera solo a fasi alterne, in particolare solo ed esclusivamente quando ne ha bisogno lei; un'amica che in realtà ha piacere nell'umiliarci e nel farci sentire delle stupide ogni volta, anche se stupide, in fondo, non siamo affatto; una persona verso la quale ci sentiamo inevitabilmente inferiori, non si sa nemmeno bene per quale stupido motivo.
Ce l'abbiamo tutti una Lila, Lenù, stai tranquilla: un'amica con una vita più sbrilluccicante e intensa della nostra, un'amica che sottolinea sempre la differenza tra noi e lei, un'amica che non perde occasione per far capire che, a parità di opportunità, avrebbe fatto cose molto più grandi di noi. Può darsi, chi lo sa, che davvero Lila avrebbe fatto cose migliori di te, Lenù, se fosse potuta andare a scuola come te, se avesse allenato con costanza le sue doti, come te: può darsi, ma questo non toglie valore a quello che hai saputo fare tu. E che cosa hai fatto, Lenù! Tu sei stata fantastica, credimi. Hai cambiato il tuo destino e sei andata oltre tutte le aspettative che potevi avere da bambina. Non sapevi neanche che cos'era il liceo, da piccola, ma sei riuscita a laurearti. E sei andata via, da sola, per costruire una persona che prima non c'era e che, senza il tuo impegno e sudore, non ci sarebbe mai stata.
Non lo possiamo sapere che cosa avrebbe fatto Lila al tuo posto, forse anche lei avrebbe eccelso per poi però stufarsi un attimo dopo, perché lei è fatta così. Vuole tutto, si prende tutto e poi lo lascia andare. È forte, Lila. Come le disse Nino una volta lei è come una goccia d'acqua: teng teng teng. Finché non si fa a modo suo non la finisce.
Siete entrambe due donne diverse da quelle del rione, la vostra amicizia lunga fatta di un mix micidiale di odio e amore vi ha elevato, mi ha mostrato una bellezza e una passione che a molte ragazze della vostra età sono rimaste precluse per sempre. Pensa a Pinuccia, per esempio. Lei è stata finora in tutto e per tutto quello che ci si aspettava da una femmina del rione, non ha fatto come te che hai studiato e ti sei fidanzata tardi, non ha fatto nemmeno come Lila che col suo carattere burrascoso e prepotente si è sposata presto, poi ha capito l'errore commesso ed è riuscita a liberarsene.
Pinuccia non fa che piangere pensando alle occasioni che non ha avuto per essersi sposata giovane con Rino. Sia tu che Lila siete di più, Lenù. Siete diverse, siete donne avanti coi tempi, donne che provano con tutte le loro forze a elevarsi dalla loro condizione di semischiavitù nei confronti degli uomini. Entrambe cercate di essere forti e indipendenti, anche se lo fate in modi diametralmente opposti.
Nella guerra che combattete ogni giorno da anni, dentro la vostra amicizia, io tifo per te, Elena Greco. Per te che non sei bella come le attrici dei fotoromanzi, per te che non hai avuto l'amore che desideravi, per te che hai fatto errori micidiali per accostarti ancora una volta alla femminilità più matura di Lila. Tifo per te che ti sei affidata a una maestra per trovare un cammino da percorrere, per te che hai cercato con tutte le tue forze di fare scacco matto al destino, riuscendoci.

Che tu sia d'esempio per tutte noi, ragazze non geniali come te.

5 giugno 2015

In questo mese // Maggio 2015

L'imprevisto, proprio qui, nella mia vita. 
Un imprevisto che profuma di caffè e di partite a briscola la sera, di cappuccini che, vi prego, chiedetemi un'altra cosa; un imprevisto fatto di ragazzine che prendono Calippi e poi li leccano ridendo, di omini che Ah, c'avessi vent'anni di meno..., di quelli che Domenica si vota, ma chi votiamo?, di quelli che Dai che stavolta la vinciamo la Champions
Un imprevisto fatto di chiacchiere da bar, di una violenza che in un certo senso sto facendo a me stessa, alla mia asocialità, alla mia timidezza. Un imprevisto che, lo sento, mi farà bene.

Maggio è stato una torta a tre piani meravigliosa, arrivata intera a destinazione, contro le mie previsioni e nonostante le curve. E poi quella sensazione di essere ancora parte di qualcosa di più grande di me: sto prendendo spazio agli altri e agli altri sto lasciando posto in me.
Maggio ha visto (con un ritardo di almeno mille secoli) l'uscita di Pippo Civati dal Pd, ché sia da insegnamento per tutti: se ce l'ha fatta lui, possiamo farcela anche noi.
Maggio è stato un matrimonio diverso, uno dei più belli che abbia mai vissuto.
E poi il seggio, abbastanza sottotono quest'anno, a differenza dell'anno scorso in cui eravamo morti dal ridere. Comunque la regione è ancora di sinistra, ma la roccaforte rossa ormai non c'è più.
Libri
- Sostiene Pereira, di Antonio Tabucchi.
- Storia del nuovo cognome di Elena Ferrante.
Film
- Blue Valentine, film su come nasce e finisce un amore. Bello.
- Benvenuto Presidente, più che visto intravisto dal bancone del bar. Divertente via, non sarebbe mica malissimo se succedesse davvero!
Fiction e serie tv
- Squadra mobile. Il suicidio inaspettato di Marcello mi ha fatto rimanere a bocca aperta. Ai tempi di Distretto sicuramente Ardenzi sarebbe stato più reattivo e non l'avrebbe mai permesso, ma i tempi di Distretto sono ormai lontani.
- I Fuoriclasse 3,  finale prevedibile, ma carino.
3 Canzoni 
Cosa avevi in mente? Tutta un'altra vita...
Quanto abbiamo riso e quanto rideremo come in quella foto che ho la faccia da scemo... quante notti svegli a raccontarci storie a cantare canzoni cambiando parole... forse è tutto qui che cosa vuoi che dica forse è proprio questo il bello della vita poter dire un giorno è stata una fatica ma, ma ti voglio un bene dell'anima... io ti voglio un bene dell'anima...
3) Siamo uguali // Lorenzo Fragola. 
Cose creative
- Grembiulino di Biancaneve.
- Amigurumi sposi (bellissimi e ormai lontani da qui).
Fotografie

27 maggio 2015

Sostiene Pereira, frasi [Antonio Tabucchi]

Sostiene Pereira che da principio si mise a leggere distrattamente l'articolo, che non aveva titolo, poi macchinalmente tornò indietro e ne ricopiò un pezzo.
Perché lo fece? Questo Pereira non è in grado di dirlo. Forse perché quella rivista d'avanguardia cattolica gli dava fastidio, forse perché quel giorno era stufo d'avanguardie e di cattolicismi, anche se lui era profondamente cattolico, o forse perché in quel momento, in quell'estate sfavillante su Lisbona, con tutta quella mole che gli pesava addosso detestava l'idea della resurrezione della carne, ma il fatto è che si mise a ricopiare l'articolo, forse per poter buttare la rivista nel cestino.
Sostiene che non lo ricopiò tutto, ne ricopiò solo alcune righe che sono le seguenti e che può documentare: «II rapporto che caratterizza in modo più profondo e generale il senso del nostro essere è quello della vita con la morte, perché la limitazione della nostra esistenza mediante la morte e decisiva per la comprensione e la valutazione della vita».

Pereira cominciò a sudare, perché pensò di nuovo alla morte. E pensò: questa città puzza di morte, tutta l'Europa puzza di morte.

La filosofia sembra che si occupi solo della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità.

Sa soltanto che capì di essersi messo nei guai e che doveva parlarne con qualcuno. Ma questo qualcuno non c'era in giro e allora pensò che ne avrebbe parlato con il ritratto di sua moglie quando sarebbe ritornato a casa. E infatti così fece, sostiene.

Marta lo guardò e sorrise. So che lei è stato un grande appoggio per Monteiro Rossi e suo cugino, disse Marta, dottor Pereira lei è stato veramente magnifico, dovrebbe essere dei nostri. Pereira sentì una lieve irritazione, sostiene, e si tolse la giacca.
Senta signorina, replicò, io non sono né dei vostri né dei loro, preferisco fare per conto mio, del resto non so chi sono i vostri e non voglio saperlo, io sono un giornalista e mi occupo di cultura, ho appena finito di tradurre un racconto di Balzac, delle vostre storie preferisco non essere al corrente, non sono un cronista. Marta bevve un sorso di vino di porto e disse: noi non facciamo la cronaca, dottor Pereira, e questo che mi piacerebbe che lei capisse, noi viviamo la Storia.

È Monteiro Rossi che ha conosciuto?, chiese il dottor Cardoso. È il mio praticante, rispose Pereira, il ragazzo che mi scrive gli articoli che non posso pubblicare. E lei lo cerchi, replicò il dottor Cardoso, come le ho detto prima, lo cerchi, dottor Pereira, lui è giovane, è il futuro, lei ha bisogno di frequentare un giovane, anche se scrive articoli che non possono essere pubblicati sul suo giornale, la smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro. Che bella espressione, disse Pereira, frequentare il futuro, che bella espressione, non mi sarebbe mai venuta in mente.

Non so perché faccio tutto questo per lei, Monteiro Rossi, disse Pereira. Forse perché lei è una brava persona, rispose Monteiro Rossi. È troppo semplice, replicò Pereira, il mondo è pieno di brave persone che non vanno in cerca di guai. Allora non lo so, disse Monteiro Rossi, non saprei proprio. Il problema è che non lo so neanch'io, disse Pereira, fino ai giorni scorsi mi facevo molte domande, ma forse è meglio che smetta di farmele.

25 maggio 2015

Sostiene Pereira, Antonio Tabucchi

È l'estate del 1938, a Lisbona e in tutta l'Europa. C'è puzza di morte, di un futuro prossimo e pessimo che sta per avvolgere tutto e tutti.
Pereira è un vecchio giornalista che si è sempre occupato di cronaca e che all'improvviso diventa direttore (e unico autore) della pagina culturale di un modesto quotidiano portoghese. Per professione dovrebbe avere chiaramente in testa quello che sta accadendo nel suo Paese, ma invece non lo sa. Chiede continue informazioni a Manuel, un cameriere che è uno dei pochi contatti umani che mantiene, ormai. Pereira è un uomo completamente solo, parla col ritratto della moglie morta, non ha figli, la sua esistenza va avanti per inerzia, tra la letteratura francese (per cui ha una vera passione) e la sua indifferenza politica.
Sostiene Pereira che gli eventi a un certo punto abbiano preso il sopravvento su di lui e sulla sua volontà, che le cose siano successe da sole, senza che lui si sia impegnato a cercarle. Sostiene Pereira che aveva solo bisogno di un praticante che scrivesse i necrologi degli scrittori famosi per la sua pagina culturale, non aveva idea di come tutto si sarebbe evoluto. Non aveva idea che Monteiro Rossi, il ragazzo che aveva assunto in prova, amava la vita e non sapeva scrivere della morte. Non ne aveva idea. Sostiene Pereira di essersi trovato in un contesto per cui, incomprensibilmente, era incapace di dire di no a quel ragazzo, che non sarebbe mai diventato un giornalista forse, ma che, a differenza sua, combatteva l'ingiustizia e la dittatura.
Sostiene Pereira è certamente un romanzo politico, un romanzo di denuncia, un romanzo sul modo subdolo di instaurarsi di un regime totalitario, è un romanzo di libertà e censura, ma non credo che sia tutto qui.
A me hanno colpito, più di questo, i tratti dell'uomo Pereira, così solo, così triste, così noioso, così bisognoso di affetti, così bisognoso di avere qualcuno a cui pensare, qualcuno che fosse vivo. Mi ha colpito il suo continuo pensare alla morte, come se non avesse più voglia di avere una sua vita, come se la sua vita fosse una condanna. Mi ha colpito il suo non avere niente, a parte la letteratura e il ritratto del suo amore.
Pereira è un uomo a cui alla fine ci si affeziona, perché è uno normalissimo che un giorno all'improvviso apre gli occhi e cambia tutto, non si sa fino a che punto il cambiamento sia cosciente, ma comunque accade. E la svolta è totale: un uomo qualunque, pauroso malato e sudaticcio fino al giorno prima, arriva perfino a beffare il potere. Chi l'avrebbe mai detto.
Sostiene Pereira è stato il mio primo incontro con la scrittura di Antonio Tabucchi, di cui ho sentito tanto parlar bene anche da due giovani autori italiani che leggo sempre molto volentieri: Paolo Di Paolo e Andrea Bajani, che alla morte di Tabucchi ha dedicato anche Mi riconosci.

Ho iniziato il libro senza avere chiaro in mente di che cosa parlasse, non lo conoscevo molto benché ormai sia considerato un classico, nonostante la sua giovane età.
Lo stile con cui Tabucchi ha composto quest'opera, il suo continuo narrare la storia in terza persona ripetendo spesso Sostiene Pereira che, come se tutta la narrazione fosse una specie di interrogatorio, mi ha davvero colpita, spingendomi ad andare avanti con curiosità per capire di fronte a quale tribunale stesse sostenendo la propria tesi il vecchio Pereira. In realtà il mio dubbio è rimasto senza una soluzione certa, a me piace pensare che Pereira confessi le proprie azioni semplicemente a se stesso oppure che lo faccia davanti alla Storia, mostrando come abbia capito, col tempo e suo malgrado, che la dittatura esisteva davvero anche in Portogallo e che, pertanto, andava combattuta.

21 maggio 2015

Ciò che inferno non è, capitolo 31 // Alessandro D'Avenia


Nel silenzio di piazza Anita Garibaldi l’aria è rimasta ferma. I minuti scorrono lenti come il sangue che esce dalla ferita alla nuca e la vita ha esattamente quel residuo di ritmo e di gocciolante consapevolezza. Sono secondi di assoluta e tremenda lucidità.
Cinque sono le cose che un uomo rimpiange quando sta per morire. E non sono mai quelle che consideriamo importanti durante la vita. Non saranno i viaggi confinati nelle vetrine delle agenzie che rimpiangeremo, e neanche una macchina nuova, una donna o un uomo da sogno o uno stipendio migliore. No, al momento della morte tutto diventa finalmente reale. E cinque le cose che rimpiangeremo, le uniche reali di una vita.
La prima sarà non aver vissuto secondo le nostre inclinazioni ma prigionieri delle aspettative degli altri. Cadrà la maschera di pelle con la quale ci siamo resi amabili, o abbiamo creduto di farlo. Ed era la maschera creata dalla moda, dalle false attese nostre, per curare magari il risentimento di ferite mai affrontate. La maschera di chi si accontenta di essere amabile. Non amato.
Il secondo rimpianto sarà aver lavorato troppo duramente, lasciandoci prendere dalla competizione, dai risultati, dalla rincorsa di qualcosa che non è mai arrivato perché non esisteva se non nella nostra testa, trascurando legami e relazioni. Vorremmo chiedere scusa a tutti, ma non c’è più tempo.
Per terzo rimpiangeremo di non aver trovato il coraggio di dire la verità. Rimpiangeremo di non aver detto abbastanza “ti amo” a chi avevamo accanto, “sono fiero di te” ai figli, “scusa” quando avevamo torto, o anche quando avevamo ragione. Abbiamo preferito alla verità rancori incancreniti e lunghissimi silenzi.
Poi rimpiangeremo di non aver trascorso tempo con chi amavamo. Non abbiamo badato a chi avevamo sempre lì, proprio perché era sempre lì. Eppure il dolore a volte ce lo aveva ricordato che nulla resta per sempre, ma noi lo avevamo sottovalutato come se fossimo immortali, rimandando a oltranza, dando la precedenza a ciò che era urgente anziché a ciò che era importante. E come abbiamo fatto a sopportare quella solitudine in vita? L’abbiamo tollerata perché era centellinata, come un veleno che abitua a sopportare dosi letali. E abbiamo soffocato il dolore con piccolissimi e dolcissimi surrogati, incapaci di fare anche solo una telefonata e chiedere come stai.
Per ultimo rimpiangeremo di non essere stati più felici. Eppure sarebbe bastato far fiorire ciò che avevamo dentro e attorno, ma ci siamo lasciati schiacciare dall’abitudine, dall’accidia, dall’egoismo, invece di amare come i poeti, invece di conoscere come gli scienziati. Invece di scoprire nel mondo quello che il bambino vede nelle mappe della sua infanzia: tesori. Quello che l’adolescente scorge nell’addensarsi del suo corpo: promesse. Quello che il giovane spera nell’affermarsi della sua vita: amori.

16 maggio 2015

L'amica geniale, frasi [Elena Ferrante]

Non ho nostalgia della nostra infanzia, è piena di violenza. Ci succedeva di tutto, in casa e fuori, ogni giorno, ma non ricordo di aver mai pensato che la vita che c’era capitata fosse particolarmente brutta. La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi.

«Quando ci facciamo grandi ti voglio sposare».
Poi mi chiese se nel frattempo mi volevo fidanzare con lui. Era un po’ più alto di me, magrissimo, il collo lungo, le orecchie un po’ scostate dalla testa. Aveva capelli ribelli, occhi intensi con ciglia lunghe. Era commovente lo sforzo che stava facendo per contenere la sua timidezza. Sebbene volessi sposarlo anch’io mi venne di rispondergli:
«No, non posso».

Cominciò un periodo di malessere. Ingrassai, in petto mi spuntarono sotto la pelle due polloni durissimi, fiorirono i peli dalle ascelle e sul pube, diventai triste e insieme nervosa. A scuola feci più fatica degli anni precedenti, gli esercizi di matematica non davano quasi mai il risultato previsto dal libro di testo, le frasi di latino mi parevano senza capo né coda. Appena potevo mi chiudevo nel cesso e mi guardavo allo specchio, nuda. Non sapevo più chi ero. Cominciai a sospettare che sarei cambiata sempre più, fino a che da me sarebbe spuntata davvero mia madre, zoppa, con l’occhio storto, e nessuno mi avrebbe più voluto bene. Piangevo spesso, all’improvviso. Il petto, intanto, da duro che era diventò più grosso e più morbido. Mi sentii in balìa di forze oscure che agivano dal di dentro del mio corpo, ero sempre in ansia.

«È bello» mormorai, «parlare con gli altri».
«Sì, ma solo se quando parli c’è uno che risponde».

Mi sentii addolorata per lo sperpero, perché ero costretta ad andar via, perché lei preferiva l’avventura delle scarpe ai nostri discorsi, perché sapeva essere autonoma e invece io avevo bisogno di lei, perché aveva cose sue dentro cui non potevo entrare, perché Pasquale, uno grande d’età, non un ragazzino, di certo avrebbe cercato altre occasioni per guardarla e sollecitarla e cercare di convincerla a fidanzarsi in segreto con lui e a farsi baciare, toccare, come si diceva che si facesse quando ci si fidanzava; perché, insomma, mi avrebbe sentita sempre meno necessaria.

Per quanto mi sforzassi nelle lettere di comunicarle il privilegio delle giornate a Ischia, il mio fiume di parole e il suo silenzio mi parevano dimostrare che la mia vita era splendida ma povera di eventi, tanto da lasciarmi il tempo di scriverle ogni giorno, la sua nera ma affollata.

Nino ha qualcosa che lo mangia dentro, come Lila, ed è un dono e una sofferenza, non sono contenti, non si abbandonano, temono ciò che gli succede intorno.

«La bellezza che Cerullo aveva nella testa fin da piccola non ha trovato sbocco, Greco, e le è finita tutta in faccia, nel petto, nelle cosce e nel culo, posti dove passa presto ed è come se non ce l’avessi mai avuta».

Si guardò allo specchio sollevando un po’ il vestito.
«Sono brutte» disse.
«Non è vero».
Rise in modo nervoso.
«Ma sì, guarda: i sogni della testa sono finiti sotto i piedi».
Si girò con un’espressione improvvisa di spavento: «Cosa mi sta per succedere, Lenù?».

Fu durante quel percorso verso via Orazio che cominciai a sentirmi in modo chiaro un’estranea resa infelice dalla mia stessa estraneità. Ero cresciuta con quei ragazzi, ritenevo normali i loro comportamenti, la loro lingua violenta era la mia. Ma seguivo anche quotidianamente, ormai da sei anni, un percorso di cui loro ignoravano tutto e che io invece affrontavo in modo così brillante da risultare la più capace. Con loro non potevo usare niente di ciò che imparavo ogni giorno, dovevo contenermi, in qualche modo autodegradarmi. Ciò che ero a scuola, lì ero obbligata a metterlo tra parentesi o a usarlo a tradimento, per intimidirli.

13 maggio 2015

L'amica geniale, Elena Ferrante

Scrivo questi scarabocchi in differita, non tanto per volontà, quanto per begli impegni e belle passeggiate, per l'estate che sta arrivando e che, ogni volta, non fa affatto mai rima con blog.
Scrivo questi scarabocchi in differita, mentre ho già comprato, ma non ancora iniziato, il seguito de L'amica geniale, perché sì, Lila e Lenù hanno conquistato anche me. Non vedo l'ora di andare a vedere che cosa succederà dopo e dopo ancora, fino alla fine.
Scrivo questi scarabocchi in differita, senza raccontare gli intrecci della trama, che in fondo sono ancora temporanei e in divenire.
In questa prima parte dell'opera la storia è ambientata nella Napoli degli anni Cinquanta, una Napoli povera dove uscire fuori dalla propria condizione sociale di nascita non è affatto facile. Lila e Lenù stringono fin dalla scuola uno strano rapporto di odio e amore, di emulazione, legate tra loro da un incredibile voglia di riscatto. Da bambine pensano che quel riscatto avverrà grazie al loro talento per la scrittura: insieme scriveranno un libro e diventeranno ricche come l'autrice di Piccole donne.
Crescendo la realtà si scontra con l'astrazione dei loro sogni e il riscatto sociale, soprattutto nella mente di Lila, si lega indissolubilmente alla concretezza dei soldi: è il denaro, solo il denaro, a dare potere e forza. Lila se ne convince ogni giorno di più, mentre Lenù continua a vivere, suo malgrado, una condizione che la pone in un contesto di superiorità nei confronti di tutti gli altri ragazzi del rione. A differenza degli altri, Lenù (narratrice interna del romanzo) non ha smesso di andare a scuola, grazie all'impegno della sua maestra, grazie alla comprensione dei genitori, grazie al suo studio intenso, così in una Napoli di degrado appena uscita dalla guerra dove anche le elementari sembrano essere un lusso, lei è addirittura arrivata a frequentare il ginnasio.
Lila non è stata altrettanto fortunata, suo padre non aveva compreso la sua fame di conoscenza e l'aveva costretta a lasciare la scuola, nonostante fosse lei la più brava di tutte. Tu sei la mia amica geniale, dice il giorno del suo matrimonio Lila a Lenù, invitandola a non smettere mai di studiare, quasi che vedesse nell'altra tutto quello che a lei era stato impedito di diventare.
Questo è l'aspetto che più di tutti mi ha colpito: le potenzialità di Lila non sfruttate per egoismo, povertà e ignoranza. Certo la scuola oggi ha delle lacune immense, mille cose che andrebbero cambiate, molte abitudini da radere al suolo, ma che bello, che bello, che tutti ci possano andare, almeno un po', almeno fino a che un ragazzo non prenda consapevolezza di non provare interesse per le materie, fino a quando capisca di voler fare altro nella vita. Che bello che tutti possano avere questa possibilità.
In quell'Italia uscita da poco dalla guerra troppe Lile hanno sofferto e pianto per aver dovuto abbandonare una cosa che non solo amavano, ma in cui eccellevano anche.
Lenù ha avuto la possibilità, per il momento ha saputo sfruttarla, ma, a dispetto di quello che le dice Lila sul finire del primo libro, per me non è lei, tra le due, l'amica geniale.
Buon proseguimento a me!

5 maggio 2015

In questo mese // Aprile 2015

Un addio che avrebbe potuto essere un pesce d'aprile per la sua assurdità, poi poca pioggia a cancellare manifesti verso cui non avrei mai voluto girare la testa, anche se lo sguardo ci cade ancora da solo, ogni volta.
Ma tutto continua anche senza di te, l'hanno cantata pure ad Amici questa canzone, io sul divano avevo le lacrime agli occhi come una deficiente. Bella la vita, dicevi tu, e t'ha imbrogliato, t'ha fottuto proprio tu...
Bella la vita, sì.
Aprile di flashback e di discorsi superficiali che poi, dopo un addio, tornano in mente in tutta la loro interezza, quasi per magia. Forse sarebbe stato meglio dimenticarli e invece sono lì, con le battute sceme, le ipotesi più assurde, i gusti culinari, i difetti che se ne contavano a milioni in una mano, con le chiacchiere normali che nessuno avrebbe potuto pensare sarebbero state le ultime.
Un addio che mi impone di non dare nulla, nulla, per scontato. Perché non si sa mai. Perché può darsi non ci sarà un'altra occasione.
Giuro che ci sono stati anche attimi spensierati e felici in questi trenta giorni, anche se da quello che ho scritto finora non si evince. 
Su quest'onda di emotività/depressione ho affrontato, per esempio, la prima cena di classe delle medie da quando le medie le ho finite. Avevo rivisto più o meno tutti, ma non tutti insieme. È stata una serata bellissima, forse la più bella di tutto il mese. Me la terrò stretta al cuore per molto, molto tempo, insieme alla consapevolezza che qualcosa di positivo in quegli orribili tre anni deve pur essere successo, se mi sono tanto inaspettatamente divertita. Aprile è stato, per esempio, anche un paio di occhi vispi, rimasti uguali; un gattino bellissimo di cui siamo già tutti pazzi; il pane fatto in casa; una Pasqua con un sorriso forzato ma piena ugualmente d'amore e fiori di pesco; è stato famiglia e gite fuori porta; è stato il diciottesimo di un'amica a cui faccio da sorella maggiore con tutta la pallosaggine del mondo, ma che so con certezza che sarà una donna meravigliosa, da grande.
Libri
- Suite francese di Irène Némirovsky (Tempesta di giugno e Dolce).
- Non chiedere perché di Franco Di Mare.
- L'amica geniale di Elena Ferrante (scarabocchi a breve sul blog).
Tre libri uno più bello dell'altro.
Film
- Rain man - L'uomo della pioggia. Due giovanissimi Tom Cruise e Dustin Hoffman in un film che ha giustamente fatto storia.
- L'uomo che verrà, trasmesso su RaiMovie in occasione del 25 aprile, mi è sembrato proprio bellissimo come lo ricordavo. Nonostante i sottotitoli per tradurre l'emiliano a me questo film stravolge sempre, d'altra parte quando si parla di Resistenza è inevitabile.
- Roma città aperta, ogni anno lo ripropongono e ogni anno lo rivedo.
- Nessuno si salva da solo, film tratto dall'omonimo romanzo di Margaret Mazzantini. Il libro l'ho letto qualche anno fa sulla scia della bellezza di Venuto al mondo, ricordo che non mi aveva particolarmente colpita, ricordo che mi era sembrato bello, ma. Il film credo abbia rispettato bene le pagine, senza grandi stravolgimenti, con due attori che mi piacciono: Scamarcio e Jasmine Trinca. La storia di Gae e Delia esce fuori in tutta la sua passione e rabbia. Arrivo a dire che, probabilmente, incredibilmente, contro ogni previsione, a differenza di quanto accade di solito, il film mi è piaciuto più del libro.
- La famiglia Bèlier, splendido. È la storia di una famiglia di sordi dove la figlia, unica non sorda, scopre di saper cantare bene e, cosa ancora più importante, sogna di volerlo fare nella vita. Sono state, per me, due ore di leggerezza, sorrisi ed emozioni. 
Fiction e serie tv
- La dama velata, bel finale. Lino Guanciale già mi manca, come possiamo fare?
- Squadra mobile. Non potevo non provare a seguirla, considerando quanto mi piaceva Distretto di polizia ai tempi di Roberto, Mauro, Giulia e Paolo. Quando ho rivisto Giorgio Tirabassi nei panni proprio di Roberto Ardenzi credo di aver avuto un tuffo al cuore, amplificato poi dalla presenza di Riccardo (beata Valeria!).
- I Fuoriclasse 3, meno bello del solito, ma comunque piacevole. 
3 Canzoni 
Coraggio lasciare tutto indietro e andare
partire per ricominciare
che sei ci pensi siamo solo di passaggio
e per quanta strada ancora c’è da fare
amerai il finale...
2) Il bacio sulla bocca / Ivano Fossati. Non so bene come e perché, ma questa canzone l'ho ascoltata moltissime volte durante le mie passeggiate.
Stancami
e parlami
abbracciami
fruga dentro le mie tasche
poi perdonami
sorridi
guarda questo tempo
che arriva con te
guarda quanto tempo
arriva con te.
3) Il coccodrillo fa così! Sono anche una zia, io.
Sperimentazioni in cucina
- Un dolce di Pasqua fragoloso buonissimo.
- Crostini con i piselli.
- Pane fatto in casa.
- Girandole di crepes colorate.
- Panna cotta tricolore per il 25 aprile, a base di menta e fragole.
Cose creative
- Segnaposto di Pasqua: coniglietti con un Lindor al posto della pancia.
- Albero di Pasqua.
- Bicicletta a uncinetto (una faticata immensa!)
Fotografie

29 aprile 2015

Non chiedere perché, frasi [Franco Di Mare]

Esattamente in quel punto, il 28 giugno del 1914, giorno di san Vito, un ragazzo di vent'anni, Gavrilo Princip, aveva dato avvio alla Prima guerra mondiale uccidendo l'erede al trono austro-ungarico, l'Arciduca Francesco Ferdinando, e sua moglie Sofia, Herzogin von Hohenberg. Nel cemento del marciapiedi c'era ancora impresso il calco delle orme che segnava il punto esatto in cui il militante della Giovane Bosnia aveva atteso il passaggio dell'auto con una pistola, una bomba a mano e una boccettina di veleno, per non farsi prendere vivo. "Il Novecento è iniziato e finito proprio qui, con gli accordi di pace del '95" pensò Marco. Il secolo più sanguinoso della storia dell'umanità aveva aperto e chiuso il suo cerchio nella capitale della Bosnia. Sarajevo aveva segnato in modo indelebile i destini di decine di milioni di persone.

Una volta Bianca gli aveva messo davanti un numero scritto su un foglietto: 279.
«Sai cos'è?»
«No, cos'è?»
«Sono i giorni che hai passato fuori lo scorso anno, Natale e Capodanno inclusi. Il calcolo è esatto. Li ho contati, uno per uno. Ma vedi, non sarebbe nemmeno questo. Il fatto è che, anche quando torni, non si può dire che sia veramente a casa. Tu sei assente anche quando ci sei, Marco. La tua presenza è solo fisica, la tua testa è sempre altrove. Sei assorto nei tuoi pensieri, perso tra le riviste, le cassette da visionare e il progetto del prossimo lavoro. E io sono stanca, Marco. Sono veramente stanca.»

Mentre filtrava le scorie dei suoi ultimi anni, si chiese per quale ragione alcune donne spendano buona parte della loro vita cercando di cambiare la persona che hanno accanto. E spesso ciò che maggiormente detestano è proprio quello che un tempo le attraeva di più. "Chissà perché a volte una manciata di mesi basta a trasformare in difetti anche le migliori virtù" si chiese ordinando il secondo bicchiere di Nero d'Avola.

«Guarda bene i fedeli.»
«Cos'hanno i fedeli?»
«Non noti niente?»
«No. Cosa dovrei notare? Mi sembra che tutti seguano la funzione. Cosa c'è di particolare?»
«Dai, guarda più attentamente. Hai visto adesso? Te ne sei accorto?»
«A dire il vero no. Non fare il misterioso, dimmi di cosa dovrei accorgermi.»
«Non hai visto quante persone sono rimaste ferme quando l'arcivescovo ha detto: "Nel nome del Padre, del Figlio..."?»
«È vero, hai ragione. Molti non si sono fatti il segno della Croce.»
«Proprio così. Erano quasi tutti musulmani. Dico quasi tutti perché tra quelli rimasti fermi c'era anche qualche ebreo. E se avessi guardato con ancora maggiore attenzione avresti notato anche che tra quelli che si facevano il segno della Croce c'era qualcuno che si segnava in modo diverso, toccandosi prima la spalla destra poi la sinistra. Bene: quelli invece erano cristiano-ortodossi. Cioè serbi. [...] Vedi, prima che Milosevic e Karadzic avviassero la pulizia etnica, qui le festività religiose erano condivise. I cattolici festeggiavano il Kurban, il secondo Bajram dell'anno, mangiando agnello, montone e baklava a casa dei musulmani. E insieme celebravano l'Annukka degli ebrei, e poi finivano ubriachi sotto i tavoli durante il Natale serbo, che arriva dopo quello cattolico. Nelle case dei cattolici e degli ortodossi spesso c'erano pentole, stoviglie e posate che non avevano mai cucinato o toccato carne di maile. In questo modo un musulmano o un ebreo osservanti potevano accettare un invito a cena a casa di un amico di religione diversa, senza temere di tradire i propri precetti. Questo è lo spirito che ha animato per secoli Sarajevo e i suoi abitanti, prima che ci spiegassero a colpi di granate, tutti i giorni - testoni che non siamo altro - che invece siamo diversi. Così finalmente potremo diventare come vogliono loro e - come spiegava il cardinale Puljic - finiremo per non riconoscere più il nostro fratello nemmeno se ci sbattiamo contro».

«Che strano, non ha pianto» commentò Marco ad alta voce.
La direttrice lo guardò e disse: «Vede, per i bambini il pianto è una prima forma di linguaggio. Spesso è un campanello d'allarme, altre volte la segnalazione di un bisogno, in altri casi ancora di una semplice richiesta di attenzione. Da quando è iniziata la guerra il nostro personale si è ridotto moltissimo, purtroppo. Facciamo quello che possiamo, ma i bambini restano da soli per la maggior parte della giornata. Non ci hanno messo molto a capire che è inutile piangere per richiamare l'attenzione, perché tanto non c'è nessuno che possa correre a consolarli. Le lacrime servono a poco a Sarajevo. Lo hanno imparato anche i bambini.»

Nessuno ha mai avuto una seconda occasione per fare una buona prima impressione.

«Oggi è stata una buona giornata.»
«Sono contento Karen. Però siamo solo all'inizio. È appena cominciata.»
«Un passo alla volta. Oggi è andata bene, e domani sarà lo stesso. Tu affrontala così e tutto andrà bene. Anche per andare lontano bisogna mettere un piede avanti all'altro. E sempre uno alla volta.»

Marco la prese in braccio, trafitto da decine d'occhi. Si sentì a disagio. Davanti a quei bambini che assistevano alla partenza, davanti ai loro sguardi, gli si svelava finalmente il senso vero della domanda che gli avevano fatto e che adesso, come un pensiero malato, come una rivelazione tardiva si faceva spazio anche nella sua mente: perché proprio Malina? Perché lei e non questo biondino invece, che doveva avere sì e no quattro anni ed era finalmente riuscito a prenderle la mano per dirle «Ciao Malina»? Oppure perché non quella, la bambina magrissima con gli occhi azzurri, che se ne stava da una parte sorridendo come se fosse lei quella che aveva trovato una casa dove andare? Semmai ne aveva avuta una, Marco non riusciva a trovare più una risposta e, invece di essere felice, si sentì in colpa.

Edin teneva un braccio sulle spalle della moglie. Alzò la mano e sorrise. Marco si sentiva in colpa ad andarsene e lasciarli lì, in quella situazione. Assediati, senza acqua né cibo, senza soldi, senza prospettive se non quelle di un futuro incerto. Lui invece stava per ritornare nel suo mondo, a soli cinquanta minuti di volo di distanza. Pochissimi, per potersi dire veramente lontani; un'enormità, davanti all'indifferenza con cui si guardava a quello che accadeva da quest'altra parte del mare. Il suo volo sarebbe atterrato in una città piena di turisti in sandali e cappellini, mentre un pezzo dei Balcani bruciava nell'ultima fornace che il Novecento aveva aperto nel cuore d'Europa.

Non era uno che sapeva parlare di sentimenti, lui. Era capace di raccontare una battaglia, ma si perdeva se gli chiedevano di guardarsi dentro.

27 aprile 2015

Non chiedere perché, Franco Di Mare

Sono passati molti anni dall'ultima volta che ho letto un libro ambientato a Sarajevo, durante l'assedio del 1992. Quel libro, finito tra le mie mani molte estati fa ormai, era Venuto al mondo di Margaret Mazzantini e raccontava, come credo sia abbastanza noto, la storia di una maternità complessa, oltre la legalità, figlia di un amore grande, condito anche con un po' di egoismo occidentale. 
Non chiedere perché è invece la storia di un uomo che non ha mai voluto figli, ma che nel giro di tre settimane trascorse a Sarajevo diventa padre.
Le due storie presentano delle similitudini, ma a dividerle è una sostanziale differenza: la Mazzantini ha scritto un bellissimo romanzo, Franco Di Mare invece ci ha regalato l'altrettanto bellissima, e dolcissima, storia vera della sua famiglia. Ha cambiato solo alcuni passaggi e tutti i nomi dei protagonisti, mantenendo invece i nomi veri delle vittime, come omaggio a loro; per il resto ci ha reso partecipi di come, più di vent'anni fa, abbia deciso che proprio Stella diventasse sua figlia.
Marco De Luca è un professionista affermato ormai, ha superato da un po' la trentina, vive in una casa disordinata ed è alle prese con la separazione dalla moglie. È un uomo solo e piuttosto confuso, in quell'estate del 1992, perciò quando gli viene proposto di partire come inviato di guerra alla volta della Sarajevo assediata, sotto il tiro dei cecchini e delle loro granate, lui non ha neanche bisogno di pensarci: accetta, tanto non ha nulla da perdere. Il lavoro, in fondo, è in quel momento l'unica cosa che ha: al di là di quello, il nulla.
A cinquanta minuti di volo dall'Italia, dalle spiagge assolate e piene di ombrelloni di quell'estate lì, dall'indifferenza della civiltà, Marco trova la fine del mondo, uomini non più uomini che prendono la mira e sparano, contro chiunque: anche contro i bambini.
Sarajevo era una città bella, dove tutti sapevano vivere insieme, nonostante le differenze. Per secoli cattolici, musulmani ed ebrei avevano convissuto pacificamente, poi, di colpo, la guerra, una guerra che Marco cerca di raccontare per quello che vede, senza facili pietismi, provando a svegliare le coscienze dei suoi connazionali in vacanza. Dov'è l'Europa civile? si chiedono gli abitanti di Sarajevo che vivono col mirino puntato addosso, affidando ogni giorno la propria vita a un tiro di monetina. Testa o croce, vita o morte: in quel 1992, al di là dell'Adriatico, la loro probabilità era quotidianamente la stessa.
Nel mezzo di quella pulizia etnica, mentre sta girando un servizio per la tv italiana in un orfanotrofio, Marco si innamora di una testolina bruna tra le tante bionde, si innamora di un sorriso che sembra proprio aver scelto lui, si innamora di un piccolo braccio dietro la nuca. È un attimo che non ha perché, quello in cui Marco capisce che Malina, proprio lei, sarà sua figlia e con lui tornerà in Italia, a mettere ordine in una casa incasinata e in una vita vuota.
Mesi fa ho visto la fiction di Rai1 ispirata al romanzo e alla vita di Franco Di Mare, L'angelo di Sarajevo. Mi era piaciuta molto e avevo deciso di leggere il libro, poi un paio di settimane fa l'ho trovato per caso in edicola (in realtà stavo cercando la prima uscita de La biblioteca della Resistenza del Corriere della sera, che tra l'altro non avevano), due giorni dopo l'avevo finito.
La storia, che già conoscevo, mi ha rapita. Da giornalista qual è, Franco Di Mare scrive in maniera stringata e veloce, senza dilungarsi in descrizioni d'amore o di guerra. Ci racconta dei momenti, dei passaggi, senza indagare più di tanto lo stato d'animo dei personaggi, forse perché Edin, Karen, Maria Teresa Giovannelli, Luciano, Ljubo e gli altri non sono personaggi nella mente e nella penna dell'autore, ma persone vere, in carne e ossa. E poi non era uno che sapeva parlare di sentimenti, lui. Era capace di raccontare una battaglia, ma si perdeva se gli chiedevano di guardarsi dentro.

Quella di Franco Di Mare è una storia così bella che sarebbe potuta essere anche soltanto un romanzo, il fatto che sia vera l'arricchisce sotto il profilo umano e forse la impoverisce sotto quello letterario, ma questa è solo una mia piccolissima impressione che non ha ostacolato il piacere della mia lettura.
Ho amato Non chiedere perché, perché quella di Sarajevo è una storia che non conosciamo davvero. È un controsenso, ma sono sicura che siamo più ferrati sull'attentato che, in quella città, nel 1914, provocò lo scoppio della prima guerra mondiale, piuttosto che su quello che è successo, in quella stessa città, solo vent'anni fa. Per me è senza dubbio così.

Benvenuti a Sarajevo, dunque, città che, ci fa notare l'autore, ha aperto e chiuso la storia del Novecento. 
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