12 gennaio 2015

Ciò che inferno non è, frasi [Alessandro D'Avenia] // Prima parte


Le cose investite di troppa luce proiettano altrettanta ombra, ogni luce ha il suo lutto, ogni porto il suo naufragio. Però i ragazzi non vedono l’ombra, preferiscono ignorarla.

Lui ha tutte le domande, ma le risposte arriveranno quando le avrà dimenticate. Diciassette è un errore di tempistica tra domanda e offerta.

Mi piace cercare le parole giuste. Le parole e il loro suono mi salvano. L’ho scoperto alle elementari, quando tutto è appunto elementare: con le parole metto l’àncora a tutte le cose che se ne vanno alla deriva nel mare che è dentro il cuore, le ormeggio nel porto della testa. Solo così smettono di sbattere tra loro, di arenarsi, di spaccarsi. 

Tutti dovrebbero avere una lista di cinque parole, le cinque che preferiscono. Le tue cinque parole sono quelle che dicono come respiri, e da come respiri dipende il resto. Le mie sono: vento, luce, ragazza, silenziosamente e benché.
Ognuno dovrebbe scrivere una poesia con le sue cinque parole, giusto per ormeggiare l’anima in un porto sicuro. La mia suona così:
Dove sei tu che puoi cucirmi l’anima
silenziosamente?
Ragazza piena di luce,
puoi tu rammendare un ragazzo
fatto di vento?
Io cerco il tuo nome,
benché tu non l’abbia.
«A che serve parlare di Dio? Se io ti spiego l’amore tu t’innamori? Quando ti innamori di una ragazza, forse prima te la spiegano?»
«No, prima la vedo e poi voglio conoscerla.»
«Bravo. Si vede che sei mio alunno. Dio bisogna darlo, poi dirlo. Dio o lo tocchi o non c’è teorema che te lo possa far piacere.»

L’inferno è il posto in cui lo spazio per i desideri è già tutto occupato. Allora si fa quello che viene ordinato a testa bassa.

«Vedi come si finisce a leggere tutte quelle poesie?»
«Come?»
«Pieni di dubbi, di incertezze, di domande.»
«E a cosa serve la letteratura, sennò? A fare le interrogazioni o a fare gli interrogativi?»
«Boh, è nel programma. A cosa serve?»
«A liberarsi dei luoghi comuni. A non dare niente per scontato. A mettere alla prova gli schemi.»
[...] Rimaniamo in silenzio. È uno di quei momenti in cui, proprio mentre sto scherzando, mi rendo conto di guardare tutto da lontano. Amo parole che mi allontanano dagli altri, do nomi a cose che gli altri sembrano non vedere. Allora mi ritiro tra le pieghe del silenzio e spero che qualcuno un giorno mi raggiunga là.

Io non vado mai in giro senza un libro e la mia stanza è una biblioteca senza criterio. Se devo spendere dei soldi, lo faccio per un libro nuovo, anche se non lo leggerò mai. C’è una gioia nel possesso dei volumi che io chiamo “libridine”, un eros sollecitato dalla presenza del tomo e della sua facile raggiungibilità coniugata a una distanza, proprio perché non lo si è ancora letto.

Il potere è controllo, non esiste potere buono e innamorato dei sudditi. Il potere è necessario: assicura equilibrio e sopravvivenza. E quando c’è il pane, non c’è ragione di lamentarsi.

«Se uno fa il bene, va tutto bene. E tu sei una ragazza buona. Il resto si risolve.»
Lucia sorride con gli occhi screziati di malinconia. Vorrebbe credergli, ma conosce troppo bene i limiti del mondo che le è toccato in sorte. Non basta essere buoni in quella città.
Sognare è un lusso che può permettersi solo leggendo.

La figura retorica che meglio mi descrive è l’ossimoro. La figura retorica dei pazzi, di chi dice una cosa e fa l’opposto. Non ho pace, ma non ho neanche i mezzi per fare la guerra, eppure in guerra ci voglio andare.

«Amare puoi sempre, questo è il paradiso. Finché non ti viene tolta la capacità di amare, Federico, potrai sempre fare qualcosa. L’inferno è perdere anche la libertà di amare.»

«E perché i politici non fanno nulla?»
«I politici? Mica la politica salva gli uomini. E poi spesso è connivente con questo stato di cose. Quello che conta sono le scelte dei singoli. Sei tu la politica, ragazzo, le scelte che fai ogni giorno camminando per queste strade.» 

Non ci sono buoni e cattivi, ma ci sono il grano e la zizzania in ogni persona. La differenza si vedrà al momento giusto. Con il grano si farà il pane, con le erbacce un falò.

«Se nasci all'inferno hai bisogno di vedere almeno un frammento di ciò che inferno non è per concepire che esista altro. Per questo bisogna cominciare dai bambini, bisogna prenderli prima che la strada se li mangi, prima che gli si formi la crosta intorno al cuore. Ecco perché sono necessari un asilo e una scuola media. Non ci vuole la forza, ci vogliono la testa e il cuore. E le braccia. Non hai idea di cosa si può fare con queste tre cose.»

«Come dice il mio amico Hamil, che conosce bene il deserto: chi semina datteri non mangia datteri.»
«E che vuol dire?»
«Che devono passare almeno due generazioni perché le palme da datteri diano frutti. Se io comincio adesso, fra cinquantanni qualcuno li mangerà e si riparerà all'ombra.»
«Bello, però che soddisfazione c’è per chi semina?»
«Quando sarai padre lo capirai.»

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