14 gennaio 2015

Ciò che inferno non è, frasi [Alessandro D'Avenia] // Seconda parte


Pietà di me, mio Dio, pietà di me, se quell'inferno l’ho costruito anche io con la mia accidia. Non basta evitare il male, il bene bisogna farlo.

Non lascerà mai l’insegnamento. Chissà se alla fine della vita arriverà a centomila alunni. Ci si cambia una nazione con centomila ragazzi. Ma anche diecimila possono bastare per una rivoluzione. Ogni insegnante è il potenziale bellico più pericoloso di uno Stato, fusione capace di innescare reazioni atomiche insospettate.

Francesco ha la bocca aperta, meraviglia e silenzio sono la verità di una storia. Se, una volta finita, si torna ai pensieri di prima o si prende subito la parola la storia è una cattiva storia, o è cattivo il narratore. Se chi ha ascoltato o letto rimane in silenzio, magari a bocca semiaperta, si può stare sicuri che quella è una buona storia e finirà col liberare qualcuno dalla prigione della disperazione o della noia, che sono la menzogna della vita. Per questo solo i bambini sanno ascoltare una storia, anche quando la storia è sempre la stessa, perché ad ascoltare la verità loro non si stancano mai.

Se non si ha una storia più grande di noi che si tramanda di padre in figlio restiamo in balia dei facili copioni di chi ha potere. Solo chi appartiene a una storia può inventare la sua, come i fiori sui rami dei mandorli che per primi raccontano la primavera.

La vita proprio non mi torna: per possederla devi perderla per qualcuno.

Il ragazzo, stranamente sprovvisto di libri, legge direttamente le pagine del mare e l’orizzonte somiglia all'ultima riga. Occhi e cuore prendono il largo: l’infinito non sta solo nei libri e nelle biblioteche. È in ogni quartiere. È in ogni vita che cerca il suo significato.

Il suo modo di ridere e di fare le pause mi mette le mani dentro l’anima. Me la fruga e ne spalanca le zone vuote. La sua presenza mi dà possesso di me stesso. Più la guardo, più desidero avere qualcuno da perdere, qualcuno per cui piangere, con tutto il dolore che comporta mettere qualcuno nel cuore del proprio cuore.

«Un passo alla volta, Serena. Se con la piccola luce che hai in mano provi a illuminare l’intera valle scura ti viene ancora più paura. Illumina il prossimo passo e prova a compierlo. Uno alla volta. La forza ce l’hai. Anzi, ce l’abbiamo.»

Dove siamo stati quando non eravamo insieme? A volte me lo sono chiesto. Ti portavo con me dappertutto. 

Se non voglio rimanere un mistero per me stesso devo accettare che altre mani mi raggiungano fin dentro al cuore. Devo armarle io stesso contro di me, mostrarmi e dar loro la possibilità di colpire dove sono più debole. Amare non è forse armare le mani di un altro? La manomissione dell’anima è il prezzo da pagare all'amore. Poi magari quella mano suona spartiti che non avremmo mai pensato di ascoltare dentro di noi. Credevo di essere già e invece non sono che appena.

È il grande salto. Lo scacco matto a quell'idolo di cartapesta che è lo Stato, che, come dice la parola, è sempre un participio passato, mentre loro sono il presente e il futuro.

Morire all'improvviso è l’unico modo di portarsi avanti con gli addii.

«Perché Dio invece di far morire le persone e fame di nuove non si tiene quelle che ha?».

Togli l’amore e avrai l’inferno, mi dicevi, don Pino.
Metti l’amore e avrai ciò che inferno non è.

Rimaniamo in silenzio a fissare questo cielo screziato di nuvole e ferito dal volo di qualche gabbiano. La linea del porto si apre come un abbraccio, a conca. La luce sembra uscire dalle cose invece di posarvisi sopra e le ombre appartengono al capolavoro, che altrimenti non ci sarebbe. Non esistono quadri fatti di sola luce.

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