9 gennaio 2015

Credere ancora a Babbo Natale, frasi [Daniele Cappato]

Ho un paio di avanzi natalizi, non fatemeli buttare, via. Questo è il primo.


La tua domanda più che legittima potrebbe essere: “Ma perché torni a scrivermi proprio ora, dopo tutto questo tempo?”
La risposta è più semplice di quanto tu possa pensare: come avrai ormai capito sono convinto che tu esista davvero. E non sono il solo.

Caro Babbo Natale,
non sai quanto ti invidio, tu che ogni anno giri il mondo in una notte, mentre io, in ventinove che ci provo, ho ancora così tanti posti da vedere. 

Ed ecco qui il mio desiderio per quest’anno: dopo aver visto il punto più a Ovest d’Europa ti chiedo un viaggio alla ricerca del punto più a Ovest del pianeta, un viaggio senza fine inseguendo il tramontare del sole.

Ormai quasi trentenni la mia ex ragazza, io, gli amici di sempre siamo partiti come biglie impazzite ognuno per la propria tangente. Mi chiedo se sono io che non voglio crescere o se sono gli altri che vogliono crescere troppo e subito.
A volte mi sembra di comportarmi come un diciottenne, altre volte come un quarantenne e questa miscela di sentimenti cambia neanche di settimana in settimana, ma di giorno in giorno se non di ora in ora.
Caro Babbo Natale forse è chiederti troppo, ma un briciolo di consapevolezza me lo puoi mica far trovare sotto l’albero?

Vedi caro Babbo Natale, trent'anni è quella età in cui si è o troppo giovani o troppo vecchi, troppo giovani per una posizione di rilievo in ufficio, troppo vecchi per un posto da stagisti, troppo giovani per avere un figlio, troppo vecchi per non avere una relazione stabile, troppo giovani per essere considerati adulti, troppo vecchi per comportarsi ancora da adolescenti: la difficoltà è tutta lì, decidere se siamo troppo giovani o troppo vecchi. Ed è forse per questo che ti scriviamo: siamo troppo grandi per credere a Babbo Natale, ma troppo piccoli per smettere di credere alle favole.

Desideriamo, ardentemente vogliamo, quello che ci aspettavamo di ottenere e che ancora non abbiamo avuto: senza neanche chiederci se lo meritassimo sul serio, lo pretendiamo con infantile arroganza e quando ci accorgiamo di non poterlo avere, scriviamo a te, sperando che fossi davvero tu e non mamma e papà ad aver messo tutti quei regali sotto l’albero quando eravamo bambini.
Consci dell’assurdità della cosa, più semplicemente ci prendiamo mezz'ora per pensare a noi stessi, a quello che siamo, a quello che ci manca, mentre a te chiediamo due minuti di tempo per leggere i nostri sconnessi pensieri e magari qualche consiglio.
Regalaci una pacca sulla spalla, una parola di incoraggiamento, un sorriso amico. Alla fine, forse, non ci serve tanto di più.

Abbiamo le ore contate in questa vita, anche se spesso non ce ne rendiamo conto e viviamo come se non dovesse finire mai, come se prima o poi arriverà il giorno in cui faremo tutto quello che abbiamo rimandato e invece l’unico giorno che arriverà sarà quello in cui ci renderemo conto che il tempo che credevamo infinito si è quasi esaurito. E sono incominciate a venirmi in mente mille domande, come quando si rompe una diga e un fiume in piena investe tutto quello che c’è a valle. Quanto tempo della mia vita ho speso inutilmente, quante cose avrei potuto fare se mi fossi organizzato meglio, quante serate in ufficio mi sarei risparmiato per stare con me?

Incredibilmente libero come un’aquila di volare nel cielo, voglio tornare in gabbia, ma che ci vuoi fare? Alla fine l’idea di svegliarmi al mattino abbracciati ad una persona speciale è quella fra tutte che mi fa stare meglio. Bene, vedi se nella tua fabbrica di giocattoli esiste un modello di donna perfetta o una pozione magica per farmi innamorare, di nuovo.

Forse il “per sempre” è la debolezza di un momento, la spossatezza di vivere, il punto in cui ci si arrende, ci si accontenta e si inizia a gioire di quello che si ha.

Anzi partiamo proprio dal perché. La mattina mi alzo e vado a fare il mio compitino in ufficio, quasi sempre con convinzione, quasi mai con soddisfazione. Bene che faccia le cose sarò sempre un dipendente, bene che raggiunga gli obiettivi sarò sempre un ingranaggio sostituibile del sistema. Male che vadano le cose lo stipendio mensile lo porto a casa, male che faccia il mio lavoro pochi se ne accorgerebbero e meno ancora protesterebbero. [...] Vorrei aprire un’attività mia per alzare la posta sul tavolo, per rischiare di vincere qualcosa in più, per assaporare il brivido che si prova a plasmare un’idea.

Il sogno è che quell’obiettivo così indefinito diventi chiaro così come la strada per raggiungerlo.
Il dono che mi lascerebbe soddisfatto è la capacità di godermi il mio presente.
Il regalo utile è l’ironia per evitare il rimorso di tutto quello che non sono riuscito a fare e che non recupererò mai.

Ma tranquilli ragazzi la colpa non è solo vostra, parte della responsabilità è anche in quello che vi circonda. Io stesso, stavolta parlo sul serio, ho ceduto qualcosa al consumismo dei tempi moderni. Sarà l’età, saranno quei giocattoli elettronici giapponesi che tanto fanno impazzire i bambini, ma a volte rimpiango quando la mia slitta era piena di tanti di quei cavalli a dondolo in legno che a ogni curva rischiavo di ribaltarmi e rovesciare tutto.
Abbiamo perso e mi ci metto dentro anch’io, un po’ di quella ingenuità che ci faceva giocare per ore con una macchinina che manco aveva le portiere, di quella fantasia che ci permetteva di costruire castelli con quattro mattoncini colorati, di quella felicità nel rincorrere un pallone sul prato.
Ragazzi ve lo chiedo io un regalo per una volta: non prendetevi troppo sul serio, ritornate un po’ bambini e siate felici, godetevi ogni momento e lasciate chimere, invidie, preoccupazioni lontano dai vostri cuori.

Voltarsi e vedere il nulla. Cosa ho fatto nella mia vita? Paura del vuoto. [...] Paura di vivere per il futuro, di decidere in funzione di un futuro che si assottiglia sempre di più fino a che un giorno diventerà presente. E in quel giorno paura di capire che il presente era quello da vivere mentre il futuro era quello da sperare di vivere.

A trentadue anni suonati è ora di smetterla di giocare a fare il soldato: o si è diventati generali o si cambia mestiere.

Caro Babbo Natale,
arriva un’età in cui si smette di pensare a sé stessi. Sarà la noia di quel chiodo fisso che è misurare i propri successi, sarà che finalmente sono maturato anch’io, ma le domande che mi hanno riempito la testa per decenni, cosa voglio diventare, di cosa ho bisogno, cos’è la felicità, eccetera perdono significato.
Arrivato a 33 anni, accettare quello che sono senza rimpianti, prendere coscienza del mio essere è un passo obbligato. 

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