27 febbraio 2015

L'ombra del vento [Carlos Ruiz Zafón]

Questa non è stata la prima volta che ho provato a leggere L'ombra del vento: avevo già tentato, tempo fa, di immergermi in quel mistero che a Barcellona sconvolse la vita tranquilla di Daniel, a metà degli anni Cinquanta. 
Un'infinità di persone affidabili mi aveva suggerito questa lettura. Ti piacerà, mi dicevano tutti; non può non piacere a chi ama i libri, sentenziavano con sicurezza; è il mio libro preferito, sostenevano altri lasciando intendere che lo sarebbe diventato anche per me.
Con queste aspettative decisamente alte mi ero impegnata a stringere la mano a Carlos Ruiz Zafón

Non lascio mai libri a metà, ma con L'ombra del vento il feeling non c'era, ricordo che leggevo e non capivo e sbadigliavo e perdevo il filo e dovevo rileggere ed ero sempre punto e a capo. Una situazione insostenibile, di incomprensioni e domande che rivolgevo a me stessa, del tipo: perché piace a tutti e a me no? Che cosa c'è che non va tra noi, che cosa?
La prima volta che ho preso in mano L'ombra del vento sono riuscita a leggere un centinaio di pagine, poi l'ho messo via, piena di sensi di colpa, perché non mi sembra mai il caso di lasciare una storia a metà. Magari, mi dico ogni volta che con un libro non c'è il colpo di fulmine fin dall'inizio, magari il bello viene dopo. E per quel dopo che ogni volta mi aspetto non lascio mai libri a metà.
Col senno del poi posso dire che nel caso del romanzo di Zafón la mia filosofia di lettrice sarebbe stata azzeccata: il meglio doveva ancora venire. Ebbene sì.

Ho lasciato che L'ombra del vento prendesse un mucchio di polvere, per mesi, poi un gruppo di lettura per cui a febbraio si sarebbe dovuto leggere Zafón mi ha dato il pretesto per riprenderlo in mano.
All'inizio non mi sembrava che la situazione fosse migliorata. Ero di nuovo a Barcellona, nella libreria di Sempere, in compagnia di Daniel e suo padre. Ero di nuovo sbadigliante davanti a questo ragazzino che si era innamorato di un libro scovato per caso nel Cimitero dei Libri Dimenticati, L'ombra del vento, scritto da un certo Juliàn Carax, la cui figura è avvolta da un mistero che, per centinaia di pagine, proprio non si scioglie. 
Ho impiegato settimane per leggere le prime 150 pagine. Il colpo di fulmine non c'è stato neanche al secondo tentativo insomma, ma al secondo tentativo sono stata più testarda e, lo scorso fine settimana, mi sono obbligata a leggere, leggere, leggere. Per finirlo e dimenticarlo, una volta per tutte, mi sono detta.
L'ombra del vento mi ha stupita di nuovo. Nel momento in cui mi ero messa l'anima in pace, nel momento in cui non mi aspettavo più che avesse qualcosa di bello da offrirmi, il romanzo mi ha conquistata. Certi amori hanno bisogno di più tempo per sbocciare e il nostro, il mio e di questo libro, è senz'altro uno di quelli.
All'improvviso mi sono ritrovata a leggere, leggere, leggere, ma non per porre fine a un supplizio, bensì per scoprire il bandolo della matassa, di quel mistero che vorticava intorno alla bella, ingenua e onesta figura di un giovane uomo, Daniel, che sembrava avere molto in comune con un altro uomo, che era stato giovane prima di lui, prima della guerra civile spagnola, e che era diventato uno scrittore a quasi tutti sconosciuto: Juliàn Carax, appunto.
I suoi libri sono ormai introvabili, il mistero si infittisce quando Daniel scopre che una figura misteriosa si aggira con l'unico scopo di stanarli e bruciarli. 
Chi sarà quella figura?
Che cosa c'entra con Carax?
Perché Carax fu sfidato a duello la mattina del suo matrimonio?
Perché, una volta fuggito a Parigi per sfuggire all'arruolamento nell'esercito, ormai al sicuro, torna a Barcellona?
Chi c'è ad attenderlo e dove si nasconde? Forse da Penelope Aldaya, suo unico amore le cui sorti sono avvolte dall'ombra? Forse da Miquel, suo vecchio e unico amico? O dal padre non biologico che non gli fece certo vivere un'infanzia e un'adolescenza semplici?

Con l'aiuto di Fermin, cinquantenne sopra le righe, dal passato doloroso e sconosciuto, ma dotato di un gran cuore, Daniel cerca di trovare una risposta a ogni suo interrogativo, per riuscire a ricostruire la storia sfumata di Carax, con cui sente di avere più di qualcosa in comune: la passione per le lettere, per la scrittura, una penna di Victor Hugo e un amore difficile, ostacolato dalle famiglie.
Alla fine devo concordare con tutti quelli che mi hanno consigliato L'ombra del vento nel corso degli anni. Avevano ragione: è una lettura molto, molto, molto coinvolgente e bella, specialmente nel finale (e a parte il primo centinaio di pagine con cui ho litigato). 
Non leggo spesso di misteri e di indagini, ma non è detto che in futuro non lo faccia. 

De L'ombra del vento ho amato il risvolto finale, le storie che nascondono tutti i personaggi, la cattiveria gratuita e piena di odio di alcuni accanto alla cattiveria originata dal dolore di altri. 
Ho amato Daniel e la sua purezza, il suo coraggio ingenuo, ho temuto il peggio e poi ho tirato un sospiro di sollievo. 
Ho amato Fermin, per la sua simpatia, il suo modo di parlare, la sua rinascita, la sua cultura.
Ho amato il padre di Daniel, uomo semplice e pieno d'amore per suo figlio, unico pezzo di famiglia che gli resta.
Ho amato Nuria Monfort, donna in carriera affascinante e sola, incapace di amare chi la ama, capace solo di amare chi non la ama. Nuria che svelerà il mistero in una lunga lettera che ho letto senza alcuna interruzione. L'ho amata per le sue fragilità, per le sue contraddizioni, per le sue imperfezioni per cui ha pagato per tutta la vita. Forse l'ho amata per compassione oppure perché, al suo posto, innamorata, avrei commesso anch'io tutti i suoi sbagli.
Ho amato Bea, che lascia il percorso già tracciato e sceglie di essere felice, nonostante tutti i contro che deve affrontare.

Dopo un inizio in salita c'è mancato davvero poco che mi commuovessi, nel mezzo di queste pagine fitte fitte di nomi e intrecci che non vale neanche la pena raccontare. 
Eh sì, quasi quasi L'ombra del vento mi ha commossa: per i suoi segreti, per i sentimenti mai così netti, per la passione per i libri e per gli amori difficili che racconta, amori che a volte finiscono bene e a volte no. 

25 febbraio 2015

Ricette per ragazze che vivono da sole [Noemi Cuffia e Ilaria Urbinati]

Noemi Cuffia l'ho "conosciuta" tanto tempo fa, quando avevo un blog che era ancora un diario e mi piaceva leggere quello che scriveva sui libri in Tazzina di caffè. Non ho ancora letto il suo romanzo d'esordio, Il metodo della bomba atomica, ma grazie alla casa editrice Zandegù ho potuto apprezzare la sua scrittura, abbinata alle illustrazioni di Ilaria Urbinati, nel piccolo ebook Ricette per ragazze che vivono da sole.

Non vivo da sola e da sola non ho mai vissuto, ma mi riconosco eccome in Camilla e Rebecca, protagoniste di queste poche pagine, sarà che la solitudine  da un lato mi piace, sarà che non vedo l'ora di avere una giornata tutta per me in casa, senza nessuno che mi svegli, senza nessuno che mi dica quello che devo fare, senza nessuno che rumoreggi senza alcun rispetto per chi si sta riposando. In totale relax.

So che vivere da sola non equivarrebbe a vivere in un relax a 360°, anzi. Queste pagine lo dimostrano, con leggerezza e ironia. Che cosa grandiosa, l'autoironia.
Ci sono molti aspetti che vanno affrontati quando ci si trova a vivere da sole, per esempio:
1) Gli insetti. 
2) I giorni di pioggia.
3) La cucina, quando il frigo è vuoto ed è vuota anche la dispensa.
4) Il silenzio.
Cominciate aguzzando le orecchie: in realtà il silenzio, come i peggiori mostri della nostra infanzia, o come anche le belle illusioni tipo Babbo Natale, non esiste mai davvero. Concentratevi: il picchiettare delle vostre dita sulla tastiera, il fruscio delle pantofole, l’acqua che scorre dal rubinetto, il termosifone che si assesta, i vicini (e ormai sapete quanto possono essere rumorosi!), il caffè che esce dalla moka, il frigo che vibra.

Ma non basta: ascoltate ancora meglio, anche gli oggetti più piccoli fanno un loro rumore. Il filo di lana che si svolge a mano a mano che andate avanti con il lavoro a maglia (vedi Capitolo 15), la matita che danza sul foglio da disegno, la punta della biro che disegna le parole sul diario o gli appuntamenti che si compongono sull’agenda, le piantine che dopo averle bagnate assorbono l’acqua e fanno un rumorino come di bolle che scoppiettano, la luce di certe lampade, anche, ha un suo suono lontano. Ehi, non è che vi sto invitando a compiere chissà quali viaggi psichedelici degni dei migliori hippie anni Sessanta, ma di certo questa ricetta vi aiuterà a espandere la vostra percezione, non solo uditiva e, in generale, vi renderà più attente a ciò che vi circonda. Pensateci un attimo: quel che vi circonda, a ben vedere, siete voi, niente di più ma niente di meno. Le vostre cose, i vostri gesti, il vostro spazio prezioso.
5) I vicini.
6) Le domande di chi non si fa gli affari suoi, e queste posso capirle per similitudine con quelle che mi rivolgono cercando di capire perché non ho un fidanzato. Che stress.
7) Il tempo per se stesse.

Queste poche pagine, metà scritte metà disegnate, mi hanno tenuto compagnia in un tempo piccolo di un noioso pomeriggio, mi hanno fatto sorridere e mi hanno fatto pensare che, se vivessi da sola, sarei proprio come Camilla e Rebecca. Canterei per conto mio canzoni improponibili, magari mi troverei anche a ballare, tanto non mi vedrebbe nessuno, farei la maglia, girerei con pigiami meravigliosi che già adesso amo a dismisura. Sbufferei davanti alle domande insistenti dei vicini e dimostrerei a me stessa di potercela fare. Perché ce la farei, vero?
Vivere da sole è difficile. Vivere da sole è bello. Vivere da sole è un’avventura. Che voi siate single, 
fidanzate a distanza, facoltose, squattrinate, freelance, lavoratrici dipendenti, atlete, pigrone, chef provette, imbranate, solerti, nate stanche, iperattive, coraggiosissime o fragilissime non importa: vivere da sole è un’esperienza importante. Un’esperienza che in qualche modo cambierà la vita a tutte voi. E vi regalerà nuovi occhi per osservare il mondo. Imparerete a cavarvela in ogni situazione, ma anche a saper chiedere aiuto quando è il caso. Scoprirete il valore del silenzio e il piacere della compagnia. Affronterete il pericolo, una blatta gigante, la dispensa vuota, i vicini molesti o una connessione a Internet che salta mentre lavorate, senza un vero perché. Vi districherete con problemi quotidiani e filosofici, vi immergerete nella meraviglia dei romanzi classici e godrete della magia senza tempo della radio. Vi prenderete cura di voi stesse, ma anche degli altri. E da questa esperienza unica ne sarete trasformate. Ce la farete senz’altro da sole, ma queste ricette vi daranno qualche dritta in più, attraverso le nostre vicende. Ci piacerebbe avervi tenuto un po’ di compagnia, magari in una delle vostre serate-restauro o in un giorno di pioggia. Insomma, speriamo di essere state almeno per qualche momento le vostre amiche di salvataggio e che, quando ne avrete bisogno, tornerete a leggere le nostre storie per sentirvi... meno sole.

19 febbraio 2015

22/11/'63, frasi [Stephen King]


Non si udirono violini ne campane d'allarme quando presi dalla pila il tema del bidello e lo posai di fronte a me. Nessun preavviso che non solo la mia piccola vita ma le vite di tutti gli abitanti del mondo stavano per cambiare. Ma non lo sappiamo mai prima, giusto? La vita è un lancio di monetina.

«Al, non è che hai in mente di...» «Ho solo in mente di fare le cose con
attenzione. Perché è una faccenda importante, Jake. Per quel che mi riguarda, è più importante di qualunque altra cosa. Se mai hai voluto cambiare il mondo, questa è la tua occasione. Salva Kennedy. Salva suo fratello. Salva Martin Luther King. Ferma le rivolte razziali. E forse fermerai anche la guerra in Vietnam. » Si allungò in avanti. «Fai fuori l'orfanello infelice, compare, e salverai milioni di vite.»

Non voltarti, non guardarti mai indietro. Quante volte la gente, dopo un'esperienza singolarmente bella (o singolarmente brutta) si dice quelle parole? Spesso, mi sa. E di solito il consiglio non viene ascoltato. Gli umani sono programmati per guardarsi indietro. Per questo il nostro collo ruota su un perno.

Sono una di quelle persone che non sa davvero cosa pensa finché non lo scrive.

Le coincidenze esistono, ma sono giunto a credere che in realtà siano rare. C'è qualcosa all'opera, OK? Da qualche parte nell'universo, o al di là di esso, un grande marchingegno ticchetta e fa girare i suoi mirabolanti ingranaggi. Ogni tanto, dal mazzo salta fuori una carta imprevista, ma quasi tutte le cose sono quel che devono essere.

La stupidità è una delle due cose che riconosciamo meglio col senno di poi. L'altra sono le occasioni perdute.

Volete sapere qual è la cosa più bella dell'insegnare? Assistere al momento in cui uno studente o studentessa scopre il proprio dono. Non c'è sentimento paragonabile a quello.

Se si parla di amore a prima vista, io sono d'accordo coi Beatles: credo che accada di continuo.

«Sto per dirti una cosa. Spero che non ti metta a disagio.»
«Dimmi.»
«Penso di essermi innamorata di te. Forse è solo per via del sesso, ho sentito che è un errore piuttosto frequente, ma non credo sia così.»
«Sadie?»
«Sì?» Cercava di sorridere, ma sembrava spaventata.
«Ti amo anch'io. Nessun 'forse', nessun errore.»

Non sappiamo mai su quali vite influiremo, o quando, o perché. Non finché il futuro divora il presente, almeno. Veniamo a saperlo quando è troppo tardi.

«Non credo di essere pronta a disquisire di letteratura, Jake...»
Cercò ancora di sfuggirmi, ma non mollai la presa. «Era un proverbio giapponese. 'Se c'è l'amore, le cicatrici da vaiolo sono graziose come fossette.' Amerò il tuo viso, non importa che aspetto avrà. Lo amerò perché è il tuo.» 

Mi fissò con occhi che avevano paura di sperare, e speravano lo stesso. 

L'amore è vera magia portatile: non credo sia nelle stelle, ma credo che sangue chiami sangue e mente chiami mente e cuore chiami cuore.

17 febbraio 2015

Between lenses // Nostalgia

Between lenses è una rubrica ideata dal blog Of tree and hues
Between lenses, di nuovo dopo tre mesi.
Il tema del mese di febbraio è nostalgia.
Non c'era giorno migliore per scegliere una foto adatta: oggi è Carnevale. Carnevale è la festa che più di tutte mi fa sentire la mancanza di una persona con cui, da bambina, trascorrevo sempre questa giornata. Se ci fosse un'età giusta per morire certo non sarebbe la sua, ma la giustizia certe volte latita e allora anche una festa così allegra e colorata acquista cinquanta sfumature di grigio e ricordi.
Ricordi di odore di fritto e frappe.
Ricordi di pantaloni accorciati.
Ricordi di foto scattate insieme, con le finestrelle in bocca e migliaia di giochi in testa e per le mani. La vita era solo bella, all'epoca. Se qualcuno stava male poi guariva, non c'erano altre alternative.
Oggi quel Cappuccetto Rosso e quel pagliaccetto che vedo qui davanti, in uno dei tanti scatti di quei vecchi Carnevali, sono cresciuti. Si vogliono ancora bene. Se ne vorranno sempre.
La mia nostalgia è per quelle corse intorno a casa, con i sacchetti dei coriandoli nelle nostre mani. La mia nostalgia è per quel suo fingere di correre per poi farsi acchiappare da noi, fino farsi riempire di coriandoli il maglione.
Adesso lo faccio anch'io con la mia nipotina, fingo di correre e mi lascio incoriandolare, perché è così che va il mondo. Come insegna Il re leone, questo è il (certe volte nostalgico) cerchio della vita.

9 febbraio 2015

22/11/'63, Stephen King

Come gran parte dei martiri della storia, che chissà quante cose buone avrebbero fatto se solo non fossero stati uccisi, anche John Fitzgerald Kennedy ha raggiunto le dimensioni epiche di un eroe, costruite su infiniti periodi ipotetici dell'irrealtà. JFK fu ucciso il 22 novembre 1963, una data che sembra lontana, ma che è troppo vicina per far sì che sia la scuola a dare la giusta dimensione a quell'evento, certamente di svolta in tutta la storia americana e mondiale. Se Kennedy non fosse stato ucciso forse la guerra fredda sarebbe finita prima. Se Kennedy non fosse stato ucciso forse il cimitero del Vietnam non ci sarebbe mai stato. Chissà. La storia non si fa con i se, diceva la mia prof del liceo. Credo che avesse ragione.

L'idea alla base di questo lungo, intenso e appassionante romanzo di Stephen King è proprio un se, un'ipotesi che trae origine dalla scoperta di un passaggio segreto che riporta indietro nel tempo, esattamente al settembre del 1958. Jake Epping, stimato professore di letteratura, spinto dall'amico ristoratore Al, si intrufola nel mondo di allora (anni Cinquanta e Sessanta), abbandonando per molto tempo gli anni duemila. Laggiù, in quella terra senza cellulari e senza internet, ha tutta l'intenzione di cambiare la storia del mondo. Con un nuovo nome, George Amberson, e una vita piena di segreti, si prepara a salvare la vita al presidente Kennedy. Si può fare? Ci riuscirà? E il mondo sarà davvero un posto migliore senza uno degli omicidi più famosi della storia?

Viaggiare nel tempo è uno dei più grandi sogni dell'uomo, no? Oh, sarebbe bellissimo, sì. Se io potessi intrufolarmi nel passato probabilmente non mi verrebbe neanche in mente di buttarmi in un'impresa tanto difficile, come potrebbe essere, per esempio, salvare la vita di Aldo Moro o di Falcone e Borsellino, tanto per restare in tema con 22/11/'63. Probabilmente cercherei di conoscere persone che non ho conosciuto, ma senza le quali non ci sarei. Mi piacerebbe guardare negli occhi uno dei miei nonni, per esempio, salirgli sulle ginocchia esili e farmi raccontare le sue storie, che raccontate dagli altri non è di certo la stessa cosa. Lui mi parlerebbe della guerra, della Libia, della fame, della prigionia e allora forse mi direi che al viaggio nel tempo successivo potrei fare come Jake/George: uccidere Mussolini prima che diventi Mussolini, cambiando per sempre la vita di milioni di giovani, che non dovrebbero più partire per la guerra. Anche mio nonno avrebbe una vita meno dura senza Mussolini e senza la seconda guerra mondiale. Forse uccidere solo Mussolini non sarebbe sufficiente per eliminare del tutto la seconda guerra mondiale, pensandoci. Comunque, stiamo parlando di fantasie fantascientifiche.

Il viaggio nel tempo narrato da Stephen King mi ha conquistata, niente a che vedere, per i miei gusti, con La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo, letto tempo fa, che invece non mi era piaciuto affatto.
Qui l'aspetto fantascientifico è semplicemente un pretesto per una storia che io ho trovato molto, molto, molto bella, per svariati motivi. Provo a elencarli.
   1) Non conoscevo granché dell'assassinio di Kennedy, sono abbastanza certa di non aver mai visto prima dell'altro ieri il filmato di Zapruder, non prestando attenzione almeno. Se l'altro ieri qualcuno mi avesse chiesto di che colore fosse l'abito di Jacqueline Kennedy quel 22 novembre del 1963 probabilmente non avrei saputo rispondere. Adesso lo so. Nella postfazione è lo stesso King a dire che i fatti narrati nel suo romanzo non sono di fantasia, cioè non quelli legati all'assassinio del presidente. Per scriverlo ha letto numerosi saggi e ha studiato, studiato, studiato: quel 95% di probabilità secondo cui Lee Harvey Oswald uccise Kennedy da solo, senza nessun complotto o complici dietro, è reale.
Il primo motivo per cui, quindi, ho gradito assai leggere 22/11/'63 è perché mi ha fatto conoscere un angolo di storia che finora avevo soltanto sfiorato.
   2) Del Re King ho letto solo due libri, a parte questo: Il miglio verde (bellissimo) e Notte buia niente stelle, in nessuno si parlava d'amore. 22/1/'63, invece, a dispetto della fama macabra e terrificante dell'autore, è un romanzo (anche) d'amore. Non credo di esagerare nel definirlo così. Forse è addirittura soprattutto un romanzo d'amore, più che storico, più che fantascientifico, più che un thriller.
Credo che sia una bellissima storia, quella di Sadie e George, piena di sentimento, dolcezza, coraggio, piena di fiducia. Un amore irrealizzabile e fuori dal tempo, un amore che potrebbe mandare all'aria perfino il mondo e la sua storia, un amore bello e forte, oltre le omissioni e le difficoltà. Però, nonostante tutto, come ballavano Sadie e George. Come ballavano.
King che scrive d'amore, non di matrimoni in cui i coniugi si uccidono, ma proprio d'amore: sorpresa. 
   3) Il modo in cui un uomo degli anni duemila si adatta a vivere nel passato. L'appartenenza che sente verso quel mondo di decenni e decenni prima. Il dualismo interiore in cui si sente scisso, la voglia di tornare, ma anche quella di restare. Che fare: essere egoista o pensare al bene dell'umanità?
   4) La riflessione sul tempo, sul passato che non si lascia cambiare, sull'effetto farfalla che è uno dei temi centrali di tutta l'avventura spazio-temporale di Jake/George. Che cosa succederà domani se oggi cambio il battito d'ali di una farfalla? Quanti futuri possibili ci sono per ogni piccola azione che compiamo?

Non sono in grado di dire se Kennedy sia o no un eroe, non sono in grado di dire se Oswald fosse o non fosse solo quel giorno a Dallas e nei mesi precedenti, non sono in grado di dire se il Vietnam ci sarebbe stato lo stesso nel caso in cui quello sparo non avesse raggiunto il cranio del presidente degli Stati Uniti d'America, quel giorno di novembre di cinquantuno anni fa.
La storia non si fa con i se, perché i se introducono solo periodi ipotetici dell'irrealtà, però ha avuto molto fascino, su di me, la possibilità che ha inventato Stephen King: la possibilità di poter tentare di intervenire sul passato e di poterlo cambiare,  possibilità intorno alla quale ha costruito quello che a me è sembrato davvero un romanzo bellissimo.

1 febbraio 2015

In questo mese // Gennaio 2015

Aprile dolce dormire.
Come? Non è di aprile che stiamo parlando? Be', per me è stato dolce dormire comunque, anche se era gennaio.
Il primo mese dell'anno mi ha trovata spesso spiaccicata sul divano, alle prese con thè dai mille gusti e con un cielo che sembrava essere sempre sul punto di promettere la neve, salvo poi buttare giù solo pioggia. Come sono stata pigra, a gennaio. Sempre tra coperte calde e caminetto, alle prese con l'influenza e piccoli grandi cambiamenti, non del tutto improvvisi, ma comunque causa di innumerevoli nuove abitudini a cui non mi sono ancora abituata.
Gennaio di giornate sempre più lunghe, gennaio con un parcheggio un po' più lontano, per fare due passi e sgranchirmi un po' le gambe, andando a prendere la macchina. Gennaio di rientri a casa alle otto e mezza e di leggera apatia. 
Gennaio che sul finale ci ha regalato un nuovo Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per me semisconosciuto fino a due giorni fa. Ho seguito la sua elezione in diretta grazie alla #maratonaQuirinale di Mentana, come avevo già fatto per Napolitano I e II. Speriamo che Mattarella abbia una sobrietà diversa da quella del fu SuperMario Monti e che sia all'altezza del ruolo che ricopre, da ieri. 
È il mio quinto presidente. Sono nata sotto Cossiga, poi ci sono stati Scalfaro e Ciampi (il primo di cui ho un vero ricordo diretto), infine Napolitano. Ieri riflettevo sul fatto che quasi tutte le cose importanti della mia vita sono successe con lui, con Napolitano. Quando è stato eletto nella primavera del 2006 avevo un po' più di quindici anni e una vita che mi sembrava ancora tutta sole cuore e amore. Dopo Ciampi sono cresciuta, sette anni (nove nell'eccezionale caso di Re Giorgio) non sono pochi in una vita, così Napolitano mi ha visto innamoratissima, poi col cuore spezzettato, poi ancora innamorata per innumerevoli volte che non hanno lasciato tracce profonde. Mi ha visto con sogni di camici bianchi e poi alle prese con inversioni a U, mi ha visto mollare i libri e amare i numeri, mi ha visto abbandonare i numeri e riprendere le storie, mi ha visto diplomata e immatura, in lacrime e confusa. Mi ha visto zia, patentata, in mezzo ai campi, a dare ripetizioni, a cercare un senso alla mia incompiutezza. Mi ha visto sbuffare, urlare, piangere, tagliare vecchi rapporti, riuscire a fidarmi di persone nuove. Mi ha visto maggiorenne, coi capelli lunghi e poi corti e poi di nuovo lunghi.  Mi ha vista interessarmi alla politica, scrivere striscioni, innamorarmi prima di Vendola e poi, più recentemente, di Pippo Civati. Mi ha trovata alle prese con gomitoli colorati e mani profumate di dolci appena sfornati, alla ricerca di qualcosa di più, qualcosa che nel 2006 non avrei mai voluto probabilmente, qualcosa che nel 2006 nessuno avrebbe mai previsto, forse. 
Sette anni non sono pochi, affatto. Nell'ultimo giorno del gennaio 2015 mi sono chiesta più volte dove sarò alla fine del mandato di Mattarella. Che cosa vedrà, di me, il nuovo Presidente? 
Tra sette anni, magari, saremo ancora qui a parlarne, chissà. Intanto, senza predire il futuro, penso al solito riassuntino del mese passato.
Libri
Ho letto soltanto due libri, ma entrambi bellissimi.
- Ciò che inferno non è di Alessandro D'Avenia. Su don Pino Puglisi e la sua Palermo.
- 22/11/'63 di Stephen King. Un affascinante viaggio nel tempo, per cambiare la storia del mondo. Ce la farà Jake Epping a salvare il Presidente Kennedy?
Film
- Peter Pan. Uno dei miei cartoni animati preferiti, senza dubbio. Solo chi sogna può volar.
- Qui, dove batte il cuore, una volta lo vedevo spesso, mi piacevano molto la piccola Natalie Portman e la sua bambina Americus, l'amore che c'era nonostante le difficoltà. Mi piaceva la storia d'amore col bibliotecario e mi piaceva l'ironia di certi momenti. Sì, mi piace ancora il film, lo ammetto.
- La nostra vita. Ogni tanto Elio Germano mi ci vuole, ho cercato di usarlo per riprendermi dall'influenza, ma niente.
- La mafia uccide solo d'estate. Ci stava troppo bene dopo aver letto l'ultimo libro di D'Avenia.
- Lei / Her. Non mi è piaciuto. A parte alcuni passaggi l'ho trovato noiosissimo, oltre che troppo fantascientifico (chissà fino a che punto) per i miei gusti. Ho sprecato minimo quattro serate per arrivare alla fine senza addormentarmi.
- L'ultima ruota del carro. Ancora Elio Germano con la ex Eva dei Cesaroni. Non credo che sia tra i suoi film più belli.
- Mio fratello è figlio unico. Non c'è due senza tre, ancora Elio Germano. Questo è il film in cui ci siamo innamorati e da allora non ci siamo più lasciati.
- Tutta colpa di Freud. Commedia carina e divertente, sono riuscita a sopportare perfino Vittoria Puccini che di solito mi fa uscire le bolle, stavolta l'irritazione è stata abbastanza contenuta.
- Max e Helène, film trasmesso da Rai1 in occasione della giornata della memoria, pensavo fosse più bello, l'ho trovato un po' troppo romanzato e a lieto fine, per essere un film sull'Olocausto.
- Schlinder's list. Non credo serva aggiungere altro. Avevo intenzione di passare un sabato sera al calduccio sotto le coperte, rilassandomi con un libro, quando ho visto che su Iris era appena iniziato questo film, perciò i piani sono saltati e anche il relax. Ecco, Schlinder's list è un film come si deve sulla Shoah.
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