27 marzo 2015

Dizionario delle cose perdute, frasi [Francesco Guccini]


Vogliamo voltarci indietro e riguardare con affettuosa rimembranza a tante piccole cose che abbiamo incontrato e che, come tante altre cose andate, più che andarsene ci sono volate via.

Vidi, secoli fa, un contadino delle mie parti portare una maglia di lana (solo quella, niente camicia) in pieno agosto, mentre, sotto il sole, stava lavorando, e grondava sudore da tutte le parti. Dissi: «Ma non ha caldo?». Rispose, non so se a ragione o per frutto di atavica, fallace convinzione: «Quello che tiene il freddo tiene anche il caldo».

Anche noi, da ragazzi, giocavamo, e non smettevamo mai: senza elettricità e con niente inventavamo strumenti ludici, e ogni tanto mi prende un desiderio strano, la voglia di radunare qualche coetaneo e, in segreto, di nascosto, da qualche parte, rifare almeno uno dei vecchi giochi che, senza bisogno di attaccare una spina, resero felice la nostra infanzia.

Il postino funzionava in paese, ma se la lettera da spedire era per un abitante di una frazione distante, si aspettava che passasse una persona di quel posto isolato e gliela si affidava: “Tè, Gino, c’è una lettera per la Iolanda di Carletto, tu che abiti lì vicino mi fai il piacere di dargliela?”. “Lì vicino” magari era un chilometro buono. Il concetto di urgenza era molto diverso; e anche quello di privacy.

Nell'immediato dopoguerra c’era una voglia di ballare che faceva luce.
Dopo la grande tragedia la gente voleva dimenticare, aveva bisogno di feste, di vita, e il ballo forniva la medicina giusta. Le sale nascevano alla stessa rapidità con cui si tiravano su le case, i ponti, le strade e i binari della ricostruzione.

Quanti amori saranno nati su quelle piste dai nomi fantasiosi, e quanti svaniti nel volgere di una danza, quante frasi di grande nonscialanza pronunciate fra un ballo e l’altro (“Viene qui spesso, signorina?”, “Ma lei, scusi, studia o lavora?”, “Fuori c’ho la macchina, se vuole l’accompagno a casa!”, “Non stringa tanto, per favore!”), quante coppie si sono formate, hanno fatto figli, hanno vissuto la loro vita e ogni tanto, in pacifica vecchiaia, si ricorderanno forse di quel “balla, signorina?” che ha dato inizio alla loro storia.

Una conseguenza della scomparsa dei pantaloni cortissimi forse c’è stata: esistono ancora le ginocchia ricolme di gloriose croste?

Cominciava a delinearsi quel famoso motto della naia che recita: “La vita militare è rendere le cose facili difficili attraverso l’inutile”.

In ogni casa ci sono circa dieci biro, di cui solo due funzionanti, e male. A volte si volatilizzano, è fenomeno fisico accertato che una biro, lasciata incustodita anche solo per alcuni secondi, sparisca e non si trovi più.

25 marzo 2015

Dizionario delle cose perdute [Francesco Guccini]

Che cosa c'era una volta?
Quante cose sono andate perdute nel tempo?
Francesco Guccini ha avuto l'intuizione di raccogliere in un piccolo dizionario (a cui ne è seguito un secondo nel corso degli anni) quelle che più gli stavano a cuore. Oggetti quotidiani della sua infanzia e giovinezza che oggi nessun bambino e nessun ragazzo vive più sulla propria pelle. Perché non raccontare, a chi una volta non c'era, che cosa c'era davvero una volta?

Questo Dizionario delle cose perdute è una lettura veloce e semplice, da fare in un paio di serate invernali, vicino al caminetto acceso, là dove in un tempo senza televisione, internet e corrente, le storie venivano narrate e tramandate di padre in figlio in nipote.

C'erano una volta, in un'Emilia di qualche decennio fa, come in mille altre campagne italiane, bambini costretti a girovagare d'inverno con le braghe corte e d'estate con le maglie di lana, perché, saggezza popolate docet, dove non passa il freddo non passa neanche il caldo. E non c'erano una volta i videogiochi, ma c'erano giornate intere passate per strada, a costruire giocattoli col legno bucato del sambuco, a creare piste per le palline antenate delle biglie. C'erano una volta visi impolverati e ginocchia sbucciate.
C'erano una volta bambini che crescevano quando quegli odiosi pantaloncini erano sostituiti dai pantaloni lunghi, quando si poteva andare a ballare e, soprattutto, quando arrivava la cartolina per il militare, per la naia. Lì i ragazzi diventavano uomini, con i capelli rasati e la fidanzata a casa che chissà se avrebbe aspettato davvero il loro ritorno.
Le cose di cui ci circondiamo vanno perdute continuamente, forse neanche ce ne accorgiamo. Non ricordiamo. Ci sono giorni in cui mi chiedo com'erano fatte le lire che pure ho frequentato per quasi 12 anni, altri in cui mi domando dov'erano le cabine telefoniche nel mio paese: una di fronte all'ufficio postale e poi? A volte mi chiedo com'era andare in banca quando non c'erano i computer e come diavolo facevo a stare ore e ore davanti allo stereo in attesa che passasse proprio la canzone che volevo registrare io. Prima di youtube, prima di spotify, bisognava per forza avere pazienza.

Erano altri tempi, semplicemente. Migliori per un verso, peggiori per altri. Penso che internet sia stata un'invenzione favolosa, che ha ampliato i nostri orizzonti in maniera esponenziale, avvicinandoci a realtà che, altrimenti, non avremmo conosciuto mai. Devo ammettere però che mi fanno un po' tristezza quei bambini appiccicati ai loro smartphone, tablet e chissà quanti altri aggeggi tecnologici. Come Guccini ho molta nostalgia per le ginocchia sbucciate dei bimbi.

23 marzo 2015

The imitation game //Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare

Rieccomi qui, alle prese con un altro film ispirato alla biografia di un altro importante scienziato. Dopo Stephen Hawking, la cui vita è stata ben narrata da La teoria del tutto, è stata la volta di Alan Turing, protagonista di un altro film da Oscar: The imitation game.

Alan Turing non lo conoscevo minimamente, a parte che per aver sentito dire che fosse un padre dell'informatica, di certo non conoscevo minimamente il suo lavoro durante la seconda guerra mondiale. 
Non credevo di trovarmi di fronte a un film, tutto sommato, anche un po' storico, ne sono rimasta sorpresa, perché i film anche un po' storici sono i miei preferiti, si sa.

Sono sempre particolarmente felice quando mi trovo davanti a un cinema che fa conoscere persone che in realtà abbiamo dimenticato, persone che, spesso ingiustamente, scompaiono dai libri di storia nonostante la storia l'abbiano fatta.

Chi l'avrebbe mai detto che fu grazie ad Alan Turing che gli Alleati sconfissero Hitler? Io non ne avevo idea. 
Turing era un matematico, fissato con i giochi, con i cruciverba e con la costruzione di macchine che potessero quasi pensare in maniera differente rispetto agli uomini. Era un crittografo, amava decifrare codici. Non era uno qualunque: Alan Turing era molto bravo in quello che faceva, per questo fu chiamato dal governo inglese per far parte di un team di menti brillanti in grado, forse, di decodificare i messaggi criptati nazisti. Peccato che lui non fosse proprio un amante del lavoro di squadra, la sua genialità era direttamente proporzionale all'egocentrismo e alla presunzione. Era uno di quei secchioni straconvinti di sé, uno che non aveva il benché minimo bisogno degli altri, uno che bastava da solo per risolvere tutti i quesiti più difficili.
Sì, insomma, Turing era molto antipatico, ma aveva idee folli e visionarie in grado davvero di funzionare. Per fortuna, nonostante la scarsa fiducia che lui nutriva negli altri, gli altri hanno capito che ciò che quel pazzo stava cercando di fare era una buona idea. Se quella macchina avesse davvero funzionato, gli Alleati avrebbero avuto una possibilità concreta per fermare l'avanzata del nazifascismo.

Del film ho apprezzato soprattutto l'aver riportato a galla una storia dimenticata. Ora so che Turing fu molto più di un padre dell'informatica. Ora so che non devo solo essergli grata per aver creato gli antenati dei computer, ma anche per aver fatto sì che potessimo vivere in un'Europa, almeno in apparenza, democratica. I titoli di coda del film dicono che grazie a Cristopher (così si chiamava la macchina di Alan in grado di decifrare Enigma) la seconda guerra mondiale si è accorciata di almeno due anni, concretamente pare che l'intervento di Turing e del suo team abbia salvato 14 milioni di persone. 
Come dovrebbe essere trattato da un governo un uomo che, col suo lavoro, ha salvato 14 milioni di vite, un uomo che ha fatto sì che Hitler non fosse invincibile, un uomo che ha fatto finire la seconda guerra mondiale? 
Il governo inglese dimenticò in fretta chi era stato, segretamente, Alan Turing. Dimenticò il codice Enigma, quella macchina ingegnosa e incredibilmente salvifica, dimenticò il suo impegno e la sua abnegazione, dimenticò tutto e tenne con sé solo un aspetto della vita del matematico quasi eroe di guerra: la sua omosessualità. Negli anni Cinquanta essere omosessuali in Gran Bretagna era ancora considerato un reato, Turing fu condannato alla castrazione chimica, un processo doloroso e ignobile che lo annientò completamente sia nella mente che nel fisico. Turing, che avrebbe meritato un sincero ringraziamento da parte di tutto il mondo, si suicidò in solitudine soltanto qualche anno dopo la fine della guerra, senza che nessuno sapesse, ancora per molti e molti anni, chi era e che cosa aveva realizzato.
Se The imitation game ha un difetto è quello di aver lasciato a margine la vita privata di Turing. È stato dato più spazio alla finta storia d'amore con l'amica Joan Clarke che alla sua omosessualità. Forse lo stesso Turing non era un uomo molto dedito alla vita sociale, può darsi (non ne ho idea) che la sua vita privata, dopo la morte dell'amico-amore Cristopher, sia stata piatta, può darsi che non ci sarebbe stato poi molto da raccontare, visto il disagio palese, la tristezza, il dolore che hanno caratterizzato tutta la sua esistenza. Quanti pochi sorrisi ci sono stati nel corso del film? Credo che contarli sarebbe semplice.

Era un uomo solo , l'uomo che ha contribuito a salvare il mondo.
Era un uomo intelligente e schivo: imbranato con le persone quanto era abile con i rompicapo. 
Era omosessuale e per questo è morto. Chissà quanti altri come lui hanno fatto la stessa orribile fine, altri uomini che la storia non ha motivo di ricordare, uomini su cui non si scriveranno biografie, su cui non si gireranno film. Uomini morti per amore, per mancanza di libertà, per leggi ingiuste inventate per difendere una normalità imposta.

The imitation game lo ricorderò. Lo ricorderò perché mi ha dato una nuova chiave per leggere la seconda guerra mondiale. Lo ricorderò perché mi ha frantumata con tutto quel dolore interiore mai urlato, ma sempre vissuto. Lo ricorderò, e lo consiglierò, perché Alan Turing dobbiamo tutti quanti conoscerlo per capire un po' di più quanto siano state cattive le ingiustizie, quanto lo siano ancora, quanta paura faccia la diversità, quanta sofferenza provochi in chi, quella diversità, la sente appiccicata addosso. 
Questo tema dell'accettazione del proprio io, con tutte quelle sfaccettature che sembrano strane, agli altri o a noi stessi, è stato anche al centro del discorso di Graham Moore, quando ha ritirato l'Oscar per la Miglior sceneggiatura non originale. Ha detto questo: «Ho cercato di suicidarmi a 16 anni, perché mi sentivo strano, diverso. Ora sono qui davanti a voi e vorrei dedicare questo momento a tutti quei ragazzi che si sentono strani, differenti, che si sentono buoni a nulla. Ebbene ce la farete. Siate strani, siate diversi e quando sarà il vostro turno qui, su questo palco, per favore lasciate questo messaggio a chi verrà dopo di voi». Questo è un po' tutto il messaggio del film credo, o almeno quello che a me piace pensare. Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.

Concludo con una delle ultime battute del film, parole che Joan rivolge a un Alan già a pezzi ormai.
«Un uomo normale non ce l'avrebbe fatta. Questa mattina il treno è passato da una città che non esisterebbe se non fosse per te. Ho comprato il biglietto da un uomo che sarebbe morto se non fosse per te. Al lavoro mi documento su tante, tante ricerche scientifiche che esistono soltanto perché ci sei tu. E anche se tu avresti preferito essere normale, io sono felice che tu non lo sia. Il mondo è un posto infinitamente migliore perché tu non sei normale.»

22 marzo 2015

Sempre di domenica #43

1- Se no me lo dimentico 3 - di scrittura e quaderni. Norma questa settimana si è superata con dei post meravigliosi, questo in particolare mi ha fatto sgranare gli occhi per le piccole cose belle che contiene. Anticipo un paio di punti: parla di scrittura e di quaderni, in particolare di come trasformare la propria calligrafia in un font e di un progetto bellissimo (Quaderni aperti) che conserva e condivide i quaderni delle elementari di tutte le epoche, c'è anche un tumblr che raccoglie varie scansioni. Grazie Norma per avermi fatto conoscere tanta bellezza!
2- Virgola. Un profilo Instagram solo per sognatori!
3- The world is a friendly place: sorrisi da tutto il mondo.
4- Dika da Ka. Per caso mi sono imbattuta in un piccolo video in cui si mostrava con un unico taglio come trasformare un paio di leggins in una maglietta a maniche lunghe: mi è sembrato geniale, anche se il mio fisico mal si adatterebbe a una maglietta del genere. Questa pagina facebook (ma anche il canale Youtube) è piena di tutorial brevi e semplici, almeno apparentemente. Non vedo l'ora di mettere in pratica qualcosa!

20 marzo 2015

La macchina della felicità, frasi [Flavio Insinna]


Mi piace vivere? O non mi piace? Me lo chiedo ogni mattina. Appena sveglio. Lo faccio sempre. Anzi, prima ancora di svegliarmi, in sogno o nello smarrimento semicosciente del dormiveglia, già me lo sono chiesto un miliardo di volte. 

Non sopporto quelli che, per la stanchezza di vivere da soli, si aggrappano a un'altra persona pensando "Be', proprio amore non è, non ci amiamo, ma ormai, insomma...dai, ci facciamo compagnia".

Mi piacciono anche le vetrine e anche i negozi da donna. Osservo i tagli, i colori, i modelli, mi concentro e penso a cosa comprerei se poi sapessi a chi regalarlo.

Continuo a baciarla, la accarezzo, le sorrido e continuo a stare zitto. Però una cosa vorrei proprio dirla, la vorrei rassicurare, giurarle che è bella, molto bella, ma soprattutto vorrei dirle che le gentilezze non sono mai inutili, non sono mai convenevoli.

Se ancora ti sorprendi nel fare ciò che sai fare, se ancora ti domandi se veramente lo sai fare, allora sei bravo per davvero. Altrimenti fai parte dell'esercito dei presuntuosetti che infestano il mondo.

Quando vengo qui mi siedo pensando a quelle due meraviglie. E ogni volta gli racconto la favoletta nella quale Zeus vuole sdebitarsi con i due vecchietti sposati da sempre. Zeus offre ricchezze, potere, qualunque cosa, ma loro chiedono semplicemente che nessuno dei due sia costretto a seppellire l'altro. E Zeus naturalmente li accontenterà. AMARE. Più di questo non si può.

Non so se mi ha fatto proprio bene avere un esempio di coppia così, perché poi il confronto con le donne che ho incontrato non ha mai retto. Non sono mai riuscito ad accontentarmi di una relazione che funzionasse solo a metà. Il paragone non ha mai retto e, ti giuro, non sto parlando di come cucinava mia madre o di come stirasse le camicie. Parlo di magico accordo, l'incastro perfetto che fra due persone può esistere, lo so, l'ho visto, non me lo hanno raccontato, non parlo per sentito dire, l'ho vissuto seduto in prima fila. E il fatto che io, a mia volta, non l'abbia trovato, è una cosa che capita, ma non è un motivo sufficiente per farsi bastare un accrocco.

Lo so, rischio di perdermi dietro una persona che esiste, ma non c'è. Devo trovare un modo per parlarle, magari per scoprire che in fondo non mi piace così tanto. E vedrai che sicuramente sarà così. Ma per levarmi questo dubbio...

Possibile che il solo fatto di essere spettatore della vita di quella donna mi faccia sentire bene? La voglia di provare certe emozioni fa costruire castelli per metterci dentro la prima che passa? È così grande la voglia di amare da arrivare a mentire a te stesso? [...] Mi piace proprio Lei o l'idea di innamorarmi di qualcuno? Perché fino a oggi nonne ho sentito il bisogno? Ho cercato la donna della mia vita? Non l'ho trovata o mi è passata davanti e non l'ho riconosciuta? Una cosa è certa, mi sono rifiutato di accontentarmi usando tappi di comodo per i buchi della solitudine.

Come molti da queste parti, vivo per lavorare e non il contrario.

Nella vita, prima o poi, devi trovare il coraggio di amare, non perché sei stanco di stare da solo. Amare, non organizzare un accrocco. Amare veramente. 

Se è vero che il giro del mondo inizia con un passo, l'ultimo prima della meta è più lungo di tutto il giro del mondo stesso.

«La sindrome dell'orizzonte, tesoro mio, chi più chi meno ce l'abbiamo tutti. [...] Abbiamo paura della felicità. La spostiamo, la rimandiamo, abbiamo paura che non duri e allora la cerchiamo sempre un po' più in là. E la felicità finisce quindi per somigliare all'orizzonte, un traguardo verso cui andare, ma da non raggiungere mai.»

Non sono le tende, i tappeti, il servizio d'argento o il frigorifero alla moda che danno vita a uno spazio, no. Sono i libri. Ho aperto gli occhi e li ho trovati lì ad aspettarmi, per terra, sul tavolo, sul mio letto, aperti lì sopra, uno sull'altro, ho strizzato gli occhi e mi è scappato un sorriso. Per la prima volta da quando sono rinchiuso qua dentro, questa stanza, la mia stanza, mi è sembrata mia.

Sono felice? Non lo so ma finalmente sono qualcosa.

Da quando conosco questa donna ho capito che se vuoi bene a qualcuno, se ami una persona, tutti i baci che non le darai, anche per iscritto, saranno baci sprecati. Perché se ami una persona, i baci non bastano mai.

«Torni?»
La stritolo, cerco di rassicurarla con tutto me stesso.
«Certo che torno.»
«Domani torni?»
«Tesoro» le dico piano, «tornerò ogni volta che vorrai.»
«Vorrò ogni volta.»

«Sa una cosa, Vittorio? Credo che ai giorni nostri l'amore sia una forma di pazzia socialmente riconosciuta e accettata. Volendo, si potrebbe curare in ospedale, come una qualsiasi malattia. Ma lei non si preoccupi, è assolutamente indolore. Finché sarete in due a soffrirne.»

Ho scelto senza scegliere, linea piatta, orizzontale, quella che appare sul monitor quando il cuore non batte più.

Mi lascia sul viso una specie di carezza: «Vittorio, l'amore raccontato non serve. Ti amo va detto poco e dimostrato molto». Riesce a diventare ancora più seria: «E se è vero che vi amate, se veramente avete voi due, e questo vi basta, allora non dovete rinunciare a niente. Il futuro non è un mostro dal quale scappare, e la vita non va sprecata per pagare una casa che diventa la tua prigione. Il futuro va affrontato, amato, e soprattutto vissuto».

Lo vedi dove possono portare i sogni? Alla realtà.

Non ti annoiare se te lo scrivo ancora, tu amore mio rendi tutto possibile, anche me.

Vivere è stare svegli di Angelo Maria Ripellino
Vivere è stare svegli
e concedersi agli altri,
dare di sè sempre il meglio
e non essere scaltri.

Vivere è amare la vita
coi suoi funerali e i suoi balli
trovare favole e miti
nelle vicende più squallide.

Vivere è attendere il sole
nei giorni di nera tempesta
schivare le gonfie parole
vestire con frange di festa.

Vivere è scegliere le umili
melodie senza strepiti e spari,
scendere verso l'autunno
e non stancarsi di amare.

17 marzo 2015

Scarabocchi di creatività // Idee di Pasqua all'uncinetto [Free pattern]

1- Pulcino. Su questo schema posso garantire, di questi pulcini ne ho già fatti un paio lo scorso anno.
2- Cestino viola. 
3- Cestino a righe. Mi piace molto, vorrei provare a regalarlo a qualcuno quest'anno. Vedremo!
4- Pulcino nel guscio.
5- Uova vintage.
6- Uova "piatte",  per creare, ad esempio, una ghirlanda.
7- Coniglietto amigurumi, anche questo l'ho fatto l'anno scorso, con qualche piccola modifica: per renderlo più pasquale avevo tolto la carota e creato un piccolo ovetto di Pasqua da fargli stringere tra le zampette. 


16 marzo 2015

La macchina della felicità [Flavio Insinna]

Per lui nutro un amore incondizionato, che mi porta senza troppa vergogna, ma suscitando molte risate, a preferirlo al Gabriel Garko delle mie amiche, per esempio. Le mie amiche stalkerano su Instagram tutti i vip possibili e immaginabili, la maggior parte dei quali sono reduci di Uomini e donne, tronisti e corteggiatori di cui non conosco né i nomi né, tantomeno, le facce.
Ecco, io stalkero solo lui. Anzi, stalkerare non è il verbo esatto: mi limito a seguire il suo profilo.
Dev'essere per la sua cultura, per lo sguardo buono, per quell'aria pacioccona dolce e sognante, per quell'anima graffiata, per la sua simpatia, per la sua umanità, per il suo essere così morbido e accogliente, così apparentemente leggero, quasi non si volesse mai prendere troppo sul serio.
Quando girava Don Matteo ce l'avevo vicino casa e non l'ho neanche mai incontrato, dubito anche che lo conoscessi all'epoca, di quella fiction avrò visto tre puntate in tutto. Quando poi ha cominciato a presentare Affari tuoi mi sono innamorata e giuravo a tutti che sarei andata a giocare non appena avessi compiuto diciotto anni. Ora li ho superati da un pezzo, ma quel pacco non l'ho ancora avuto tra le mani e probabilmente non lo desidero neanche più.

Tutto questo preambolo per spiegare il motivo per cui ho letto La macchina della felicità: perché starei ore e ore ad ascoltare chi l'ha scritto. L'ho letto per Flavio Insinna.
Ne è valsa la pena? Fino a un certo punto.

Era da molto tempo che non leggevo una storia puramente d'amore. Questa lo è: è la storia di un uomo, di una donna e di una figlia, che, con una semplicità quasi disarmante, decidono di diventare una famiglia e di credere che la Polinesia non sia poi tanto lontana, in fondo.
Vittorio è un cinquantenne solo, i genitori sono morti, una donna non ce l'ha, ha soltanto un lavoro come supervisore in un Casinò che lo occupa per tutto il tempo. Non dorme, non sogna, non vive. Solo il martedì concede qualche ora alla sua passione più grande: il cinema. Ogni martedì si mette in fila e sceglie di guardare il miglior insuccesso presente.
Vittorio ha una specie di epifania quando incrocia per la prima volta Lei, seduta alla cassa del suo cinema. Inizia a fabbricare una quantità di film mentali per cui potrebbe quasi battermi, ma alla fine ha un colpo di fortuna e i suoi periodi ipotetici smettono di essere ipotetici, il condizionale diventa indicativo e Lei diventa Laura.
Laura è tutto il contrario di Vittorio, è una donna bella e semplice, una sognatrice nonostante la realtà difficoltosa, è una persona che non si risparmia e che non ha paura di darsi agli altri. Laura è colore e gioia di vivere, fantasia e dolcezza.
Quando Vittorio la incontra diventa un altro.
Questo è un romanzo d'amore dunque, in cui Vittorio e Laura non vorrebbero altro che saper costruire una macchina per regalarsi a vicenda la felicità.
Non credo che la storia sia stata all'altezza delle mie aspettative, all'inizio mi piaceva molto, poi andando avanti secondo me si è un po' persa per strada. Forse ci sono dentro troppe cose: la solitudine, la ricerca di un amore, la negazione di un accrocco (come lo definisce Insinna), la famiglia allargata, il malessere giovanile, il gioco d'azzardo, la sua ingiustizia, la sua pericolosità, l'alienazione in cui ci troviamo immersi, la monotonia di una vita che non ci ricordiamo neanche perché sia uscita fuori così, quando noi la volevamo proprio in un altro modo. C'è dentro la voglia di ricominciare, di sfidare il tempo, di sfidare le paure e buttarsi in qualcosa di grande.

La macchina della felicità mi è sembrato un romanzo piccolo per cose grandi.

Ne ho condiviso molti passaggi, alcuni li ho ricopiati anche sul mio diario, dicendomi che avrei molte affinità con quel Vittorio lì. Come me lui non ha mai detto sì a un amore qualunque, in cui ci si accoccola per sfuggire alla solitudine, come me ha sempre pensato di meritare più di un articolo indeterminativo, come me ha sempre pensato di volere l'amore. Quello vero. L'amore, non un accrocco.
Ho apprezzato anche l'incipit, perché in momenti più adolescenziali della mia vita ho nutrito gli stessi dubbi, immersa nella malinconia e nella difficoltà dei miei stati d'animo passati.
Non mi è piaciuta la fretta di scrivere di tante cose, rimanendo piuttosto in superficie.
Non mi è piaciuta la ripetizione frequente degli stessi concetti.
Non mi è piaciuto, soprattutto, il finale. Flavio, come hai potuto farlo? Come hai potuto scrivere in quel modo le ultime due pagine? Come ti è saltato in mente? [Smettete di leggere se non volete spoiler] Questo era un romanzo d'amore, porca miseria. Era una favola. Le favole devono finire bene, per forza di cose. Se c'era una cosa che credevo di sapere fin da quando Vittorio ha incontrato Lei era che loro due avrebbero vissuto felici e contenti, per sempre. Forse poi avrei detto che La macchina della felicità non era altro che un romanzo scontato e banale, ma sarebbe stato meglio di così. Un infarto in solitudine sulla spiaggia, a un passo dall'inizio della felicità, non è per niente bello. Non me lo aspettavo minimamente tra l'altro, così ho dovuto leggere due volte le ultime pagine, perché sono arrivata a leggere il finale al calduccio delle mie coperte, quando ormai era notte da un po' e io mi sentivo piuttosto insonnolita. Dopo la prima lettura mi sono detta che forse mi ero addormentata col libro tra le mani e avevo avuto questo incubo nel dormiveglia, un po' come quando sogno di cadere dalle scale e mi metto paura, così sono tornata indietro e ho riletto. Vedi, Vittorio è uscito dal carcere finalmente. Vedi, Vittorio è arrivato in Polinesia. Vedi, Vittorio sta male. Vedi, il cuore di Vittorio batte per Laura anche ora che non batte più. Vedi, non era l'incubo del dormiveglia. Davvero non c'è il lieto fine. Lo so che il banco vince sempre, ma per Laura e Vittorio avrebbe potuto fare anche un'eccezione.

15 marzo 2015

Sempre di domenica #42

1- Perché si regala la mimosa per la festa della donna. Leggere questo articolo è stato piacevole e illuminante. Fu Teresa Mattei a scegliere proprio quel fiore, anni dopo disse che la mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette.
3- Copertinedilibri, un blog dove si collezionano doppioni.

13 marzo 2015

Stoner, frasi [John Williams]


Benché i suoi genitori, all'epoca, fossero ancora giovani – suo padre aveva venticinque anni, sua madre neppure venti -, Stoner, fin da piccolo, aveva sempre pensato che fossero anziani.

Non aveva progetti per il futuro e non parlava con nessuno delle sue incertezze. 

I suoi genitori furono felici di vederlo e non mostrarono risentimento per la sua scelta. Tuttavia si accorse di non avere nulla da dirgli. Comprese che stavano già diventando degli estranei; e quella perdita accrebbe l’amore che nutriva per loro

Certe volte, immerso nelle sue letture, lo assaliva la coscienza di quante cose ancora non sapeva, di quanti libri non aveva ancora letto. E la serenità tanto agognata andava in mille pezzi appena realizzava quanto poco tempo aveva per leggere tutte quelle cose e imparare quello che doveva sapere.

Da un lato sei capace di lavorare, ma sei anche sufficientemente pigro per lavorare meno di quello che il mondo si aspetterebbe da te. D’altra parte non sei pigro abbastanza per imprimere sul mondo il segno della tua importanza.

«Una guerra non solo uccide qualche migliaio, o qualche centinaio di migliaia di giovani. Uccide anche qualcosa dentro le persone, qualcosa che non si può più recuperare. E quando una persona attraversa molte guerre, ben presto si riduce come un bruto, come quella stessa creatura che noi – lei e io, e tutti quelli come noi – abbiamo sollevato dal fango». Fece una lunga pausa, poi accennò un sorriso. «Non si dovrebbe chiedere a un uomo di lettere di distruggere ciò che ha passato la vita a costruire».

Così Stoner cominciò da dove aveva iniziato, e l’uomo alto, magro e ricurvo che ormai era diventato si sedette in cattedra nella stessa aula dove il ragazzo alto, magro e ricurvo che era stato sedeva dietro a un banco, ascoltando le parole che l’avrebbero condotto fin lì. Ogni volta che entrava in quell'aula non poteva impedirsi di guardare il posto che aveva occupato, e ogni volta si stupiva un po’ di non trovarsi lì.

Capì che Lomax aveva attraversato una sorta di conversione, un’epifania di ciò che le parole possono far conoscere e che però non si può esprimere con le parole: proprio come era accaduto a lui, durante la lezione di Archer Sloane.

Dopo un po’ si era stancato di guardarlo, ma ogni volta che ripensava a quel libro, e al fatto di esserne l’autore, restava stupito e incredulo di fronte alla propria temerarietà. E alla responsabilità che si era assunto.

Pensò al prezzo che avevano pagato, anno dopo anno, a quella terra che rimaneva com'era sempre stata, un po’ più arida, forse, e un po’ più parca di frutti. Nulla era cambiato. Le loro vite erano state consumate da quel triste lavoro, le loro volontà spezzate, le loro intelligenze spente. Adesso erano lì, in quella terra a cui avevano donato la vita, e lentamente, anno dopo anno, la terra se li sarebbe presi. Lentamente l’umidità e la putrefazione avrebbero infestato le bare di pino che raccoglievano i loro corpi, e lentamente avrebbero lambito la loro carne, consumando le ultime vestigia della loro sostanza. In ultimo sarebbero diventati una parte insignificante di quella terra ingrata a cui si erano consegnati tanto tempo addietro.

A quarantatré anni compiuti, William Stoner apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano imparato prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra.

È facile considerarsi per bene, quando non si ha alcun motivo per non esserlo. Bisogna innamorarsi, per capire un po’ come si è fatti. 

Non riusciva a pensarsi come un vecchio.

«Povero papà», sentì dire a sua figlia, e tornò a concentrarsi su di lei. «Povero papà, le cose non sono mai state facili, per te, vero?».
Stoner ci pensò su un momento e poi disse: «No. Ma forse non ho neanche voluto che lo fossero».

Una nuova intimità s’era creata fra loro. Era un’intimità simile all'inizio di un nuovo amore, e quasi senza pensarci, Stoner ne comprese la ragione. Si erano perdonati per il male che si erano fatti l’un l’altra, ed erano rapiti dall'idea di come sarebbe potuta essere la loro vita insieme.
Stoner la guardava ormai quasi senza rimpianti. Nella luce morbida del tardo pomeriggio il suo viso sembrava giovane e senza rughe. Se fossi stato più forte, pensava. Se avessi saputo di più. Se avessi potuto comprendere. E alla fine, spietato, pensò: se l’avessi amata di più. Come percorrendo una distanza lunghissima, la sua mano attraversò il lenzuolo che lo copriva e toccò quella di lei. 

11 marzo 2015

Still Alice // Vivere il momento è davvero tutto quello che posso fare

Dopo aver visto il film con Eddie Redmayne, vincitore dell'Oscar come miglior attore per aver interpretato Stephen Hawking ne La teoria del tutto, sono passata alla visione di Still Alice, grazie a cui Julianne Moore è stata insignita dell'Oscar come migliore attrice. 

Ad accomunare i due film, oltre alla bravura degli attori, oltre al tema della malattia, è il fatto che né Stephen né Alice si arrendono di fronte alle difficoltà, perciò entrambe le storie diventano, loro malgrado, un inno alla vita e alla forza di volontà.

Alice è una donna forte, ha appena compiuto cinquant'anni e ha costruito una vita che potrebbe essere benissimo un esempio per tutte noi: ha un matrimonio felice, tre figli che stanno cercando di camminare con le proprie gambe e ha una carriera sfavillante come linguista. Sembra tutto perfetto, fin quando Alice si accorge di dimenticare le cose. All'inizio sono solo parole che non le vengono in mente, lasciandole quella sensazione di avere un termine sulla punta della lingua, ma di non riuscire a farlo uscire. Certe volte va a correre e dimentica dove si trova. Giustamente inizia a preoccuparsi e a fare esami su esami, che arrivano a un'unica, drammatica, conclusione: è un Alzheimer precoce.
La vita perfetta che con fatica Alice ha costruito va in pezzi. 
È costretta a lasciare l'università, arriva a non riconoscere sua figlia. 
Sa quello che l'attende, sa quello che aspetta la sua famiglia. Non è sicura di voler far patire tanto a tutti, non è sicura di voler degenerare fino alla demenza totale. Era meglio avere un cancro, arriva a pensare. E forse ha ragione, forse è così. 

L'Alzheimer mi fa paura, una paura immensa. Forse è, in assoluto, la malattia che più mi terrorizza. Anch'io la penso come Alice: forse un cancro è meglio. Il cancro ti lascia solo due strade: o ti curi e guarisci, vivendo una vita normale una volta fuori dal tunnel, oppure muori. Non ha l'opzione che è parte stessa dell'Alzheimer, non ti lascia una vita di cui non sei più minimamente padrone, non ti lascia un'esistenza dove non ricordi più neanche le persone che hai generato, non ti lascia sopravvivere con accanto qualcuno che deve controllare ogni tuo gesto, perché non si sa più quello che potresti fare. 
Still Alice è, come La teoria del tutto, un film forte e commovente. Molto bello. 
Per evitare di scrivere più banalità di quelle che ho già scritto, lascio la parola direttamente ad Alice. Quello che segue è un suo discorso, molto sentito e profondo e commovente. L'ho già detto che il film è commovente? Temo di sì. 
Chi ci può più prendere sul serio quando siamo così distanti da quello che eravamo? Il nostro strano comportamento e il nostro parlare incespicante cambia la percezione che gli altri hanno di noi e la nostra percezione di noi stessi. Noi diventiamo ridicoli, incapaci, comici, ma non è questo che noi siamo: questa è la nostra malattia. E come qualunque malattia ha una causa, ha un suo progredire e potrebbe avere una cura. Il mio più grande desiderio è che i miei figli, i nostri figli, la prossima generazione non debba affrontare quello che io sto affrontando. Ma, tornando all'oggi, sono ancora viva, so di essere viva, ho delle persone che amo profondamente, ho delle cose che voglio fare nella vita. Me la prendo con me stessa, perché non riesco a ricordarmi le cose, ma ho ancora dei momenti nella giornata di pura allegria, di gioia e vi prego non pensate che io stia solo soffrendo. Se pure sto soffrendo, io mi sto battendo, sto lottando per restare parte della realtà, per restare in contatto con quella che ero una volta. Così "vivi il momento" è quello che mi dico, è davvero tutto quello che posso fare: vivere il momento e non massacrarmi più del necessario per imparare l'arte di perdere. Una cosa che cercherò di conservare è il ricordo di aver parlato qui oggi, se ne andrà: lo so che se ne andrà. Potrebbe essere già sparito domani, ma è talmente importante poter parlare qui, oggi, come la mia vecchia ambiziosa me stessa che era tanto affascinata dalla comunicazione. Grazie di questa opportunità, ha un'importanza enorme per me. Grazie.

9 marzo 2015

Stoner [John Williams]

Caro Stoner,
non mi piace chiamare le persone per cognome e odio quando lo fanno con me, per questo i prof che usavano il mio nome (anche perché è sempre stato unico in ogni classe che ho avuto) partivano già con una marcia in più rispetto agli altri. Mi è sembrato molto triste che per gran parte del libro tu sia sempre stato, soltanto, Stoner.
All'inizio per la tua famiglia eri William, poi sei diventato Willy per tua moglie Edith (che per come si comportava con te avrebbe fatto meglio a evitare vezzeggiativi dolci), e Bill tra le braccia della tua Kathrine. Per gli altri, per tutti gli altri, compreso il narratore esterno del romanzo, tu sei sempre stato, soltanto, Stoner.
Già questo, dal mio punto di vista, rende bene l'idea della desolazione della tua vita, in cui ero consapevole, già prima della nostra conoscenza diretta, che non avrei trovato fuochi d'artificio e momenti eccezionali. Lo sapevo perché in molti mi avevano già paralato di te, di quanto sarebbe stato incredibilmente eccezionale leggere della tua vita, in realtà piuttosto piatta e comune.
Quando ti ho avuto tra le mani e fantasticavo su noi due, mi sono venute in mente alcune parole di una canzone* che amo a non finire e mi sono chiesta se anche a me, come al resto del mondo che conosco, la tua storia normale sarebbe sembrata speciale.
Caro Stoner, anzi caro William,
devo dirti che è stato proprio così.
I tuoi ultimi istanti di vita li porterò sempre nei miei ricordi. Non ho memoria di una morte letteraria più toccante e straziante della tua. Mentre eri in quel letto, con quel cancro terminale, mentre cercavi di fare il bilancio definitivo della tua vita e pensavi fosse stata solo un fallimento in tutto, avevo gli occhi appannati, ma appannati molto. Ho sentito una lacrima scendere giù e sentivo di essere molto, molto, molto combattuta: avrei voluto che quello strazio finisse immediatamente, avrei voluto che la pagina successiva fosse bianca, ma al tempo stesso avrei anche voluto che la tua vita non finisse mai, perché sì, è vero, hai avuto una vita monotona e triste che nessuno di noi vorrebbe mai vivere, ma io mi ero affezionata, in un certo senso avevo imparato a volerti bene. Se avessi letto la tua storia all'oscuro di tutto avrei tifato per te, per un tuo riscatto. Avrei sperato di trovare un divorzio a ogni pagina e avrei voluto vederti coraggioso, capace di prendere in mano la tua vita per portarla lì dove il tuo buon cuore avrebbe meritato di andare. In realtà mi avevano già detto che non eri stato un uomo molto forte e che ti eri limitato soltanto a sopportare tutta la tua esistenza.
William, hai avuto una vita semplice, certo, ma se la guardi soltanto da un punto di vista lavorativo non mi sembra affatto banale e insignificante. Eri figlio di contadini e sei diventato professore universitario di letteratura. Il salto è notevole ed è evidente che un po' di buona volontà, almeno in questo, tu ce l'abbia messa. O anche la tua cattedra è stata il risultato di azioni altrui a cui non ti sei mai opposto? L'università era stata un'idea di tuo padre, è vero, ma a decidere di passare dalla facoltà di Agraria a quella di Lettere sei stato tu, nell'attimo in cui sei rimasto incantato dai versi di Shakespeare. Sei stato tu, sì, e forse è l'unica vera scelta che tu abbia mai fatto nei tuoi sessantacinque anni di vita. Hai anche scelto una moglie, ma l'hai presa proprio a scatola chiusa, senza nemmeno preoccuparti di che cosa ci fosse oltre quegli occhi grandi e incantatori. Hai sbagliato donna, ti sei sposato una vera stronza, che ti ha trattato come un tappetino di nessun valore. Erano altri tempi, certo, ti fossi imbattuto in una del genere oggi sicuramente avresti avuto sia un matrimonio che un divorzio. Con lei sei stato fin troppo clemente, davvero non so dove tu abbia trovato tanta pazienza.
Povero William, mi dispiace tanto. Speravo che almeno con tua figlia Grace le cose andassero meglio, invece anche il vostro rapporto è naufragato. Hai spesso insinuato che la colpa fosse ancora di tua moglie, ma in questo caso non posso darti proprio del tutto ragione. Anzi, per niente, William. Con tua figlia hai sbagliato tutto, hai lasciato che anche lei avesse un'esistenza indegna come la tua, solo perché tu non hai avuto abbastanza coraggio per lottare per quello che sapevi sarebbe stato giusto. Eppure lei l'amavi davvero, l'amavi come amavi Kathrine e le hai lasciate andare, entrambe, condannandole a una vita di rimpianti, ricordi e solitudine.
Ti ho voluto bene, William. Sarà che dicono che noi donne siamo tutte un po' crocerossine e i casi umani, quelli da "curare", ci attraggono. Sarà che sono un'inconcludente anch'io, come lo sei stato tu. Sarà che non mi allontano mai tanto dal posto in cui sono nata, come te. Sarà che mi hai fatto così arrabbiare, tante volte, che poi alla fine la rabbia si è trasformata un po' in tenerezza e un po' in compassione.
Ti avrei insultato mille volte, per tutti gli alibi che ti sei costruito, per tutte le aspettative che non hai mai avuto, per come hai lasciato che le cose ti piovessero addosso, chissà come e perché.

Non sarai certo un esempio di vita, William, ma, nonostante tutto, ti ho voluto bene, e ho pianto quando te ne sei andato, come si piange per qualcuno con cui si avrebbe voluto avere ancora un po' di tempo da vivere insieme. Solo un po'.
p.s. So che la tua storia era stata scritta nel 1965, non so come sia stata riscoperta e ripubblicata, ma sono felice che questo sia accaduto. Vorrei che tutti incrociassero la tua vita.

[* Farewell // Francesco Guccini]

8 marzo 2015

Sempre di domenica #41

1- Quando alle proposte di matrimonio è difficile dire di no. Lo ammetto: semmai un giorno qualcuno volesse sposarmi, se me lo chiedesse in questo modo, forse forse potrebbe anche ricevere risposta affermativa, nonostante le mie perplessità a riguardo.
2- La storia che non serve a nulla, post bellissimo sull'importanza della conoscenza del passato. Ne cito, a seguire, una piccola parte.
Gli immigrati non sono un problema moderno, ma antichissimo, perché i barbari dentro all’impero romano erano immigrati, e i Leghisti dovrebbero tenerlo a mente che i Celti ed i Longobardi che presentano come antenati all’epoca dei Romani antichi erano come gli extracomunitari, e arrivavano con le pezze al sedere chiedendo asilo.
A proposito di chi la storia la ignora e di chi invece non solo l'ha fatta, ma la onora sempre, segnalo anche una notizia proveniente dal mio territorio, potete trovarla qui. Della serie: una volta che si è stati partigiani lo si resta per tutta la vita.
3- abstractsunday, un profilo Instagram molto curioso e artistico. Seguitelo!
4- 100 artisti nei loro luoghi di lavoro. In tutta sincerità non so neanche chi siano molti degli artisti proposti, ma accanto agli sconosciuti (per me) ce ne sono altri davvero famosi. Buona visione!
5- Apple pie, una ricetta che voglio provare da un sacco di tempo, finalmente ne ho trovata una che mi ispira!

6 marzo 2015

La teoria del tutto // Guardate le stelle invece dei vostri piedi

Gli scienziati hanno spesso vite affascinanti, vite di solito in bilico tra la genialità e la pazzia. Potrei elencarne di matematici famosi sia per le loro teorie che per la loro psiche malata. Quando il prof del liceo ce ne parlava aprivo bene le orecchie, più di quando si atteneva strettamente al programma, e stavo ad ascoltarlo con attenzione: lo sentivo parlare di John Nash che credeva di essere la mano destra di dio, lo sentivo parlare di quel tipo che aveva raggiunto un risultato importantissimo scrivendolo in fondo a una pagina, omettendo la dimostrazione per mancanza di spazio. Mi sembra che quel tipo fosse Fermat, il cui teorema, da lui enunciato, è rimasto indimostrato per secoli addirittura. Il mio prof era un matematico e le sue conoscenze erano più verso quel ramo della scienza, ma ricordo che un giorno ci parlò anche di un fisico, che, stranamente, non era pazzo, soltanto malato nel corpo: Stephen Hawking. Personalmente io non ero un'amante della fisica e non mi è mai interessato uscire fuori dal libro e dagli argomenti su cui venivo valutata, però di Hawking qualcosa ricordavo.

Quando ho iniziato a vedere questo film magnifico, La teoria del tutto appunto, ero abbastanza convinta di sapere verso che cosa stava andando. Ero consapevole di che genere di malattia fosse quella che aveva colpito il famoso cosmologo inglese, perciò sono partita predisposta per non lasciarmi impressionare troppo. Sì, mi ci sono preparata psicologicamente.
Tutto inutile.
Eddie Redmayne, fresco fresco di Oscar, è davvero incredibile. Ora, io sono tutt'altro che un'appassionata di cinema e recitazione, ma anche per un'ignorante tecnica come me è palese, palesissima, la bravura di questo attore che riesce a far degenerare il proprio corpo, di scena in scena. Lui è talmente "vero", talmente Hawking, che non è servito che io fossi preparata a scene forti, il film è stato comunque un pugno allo stomaco. Bellissimo. Semplicemente bellissimo, toccante, straziante, romantico, geniale.

La teoria del tutto sfiora soltanto la fisica, infatti sono davvero poche le parti incentrate sull'aspetto scientifico della vita del protagonista. Il film si basa sulla biografia scritta dalla moglie di Hawking (Verso l'infinito) e, forse per questo, perché la storia si ispira alla narrazione della donna che l'ha amato più di quanto abbia mai amato se stessa, a me La teoria del tutto è sembrato soprattutto un film d'amore, di grande amore, di un sentimento immenso che non si ferma davanti alle difficoltà, che impara a conviverci, che spera, che guarda sempre al futuro, anche quando un futuro sembra impossibile. È un amore bello, genuino, la dimostrazione che tutte le pippe mentali che ci facciamo sono solo cavolate: se un amore è vero, non c'è niente che possa impedire di viverlo. Incredibile: questo film mi ha fatto diventare anche romantica. Quello di Stephen e Jane è un matrimonio dolce, voluto nonostante tutto, vissuto pienamente con la costruzione di una famiglia con ben tre figli, è un amore che si evolve e che, alla fine, è talmente grande da fare un passo indietro e ridare la libertà.
C'era solo un "piccolissimo" particolare della vita del famoso scienziato che, nelle ore scolastiche, mi era sfuggito: il fatto che Stephen Hawking fosse ancora oggi vivo. Ho vissuto il film con l'ansia di dover vedere la sua morte, che, per il concetto che ho io di vita, a un certo punto sarebbe stata anche il minimo, ma la morte nel film non è mai arrivata, perché, ho scoperto con sorpresa poi, Hawking è ancora vivo. Per sua fortuna pare che in questi decenni non si sia mai lasciato troppo abbattere dalla grave malattia che l'ha reso infermo e incapace di parlare. Ha imparato a far convivere i suoi pensieri da cosmologo geniale, mai toccati dal morbo, con il suo corpo. E adesso è ancora alla ricerca della sua teoria del tutto, come cinquant'anni fa a Cambridge, quando pensava di avere solo due anni di vita davanti a sé. Ha ancora voglia di guardare le stelle, nonostante tutto, di alzare la testa verso quel cielo, alla ricerca di una spiegazione e di una legge elegantissima che possa dimostrare di come anche il tempo abbia avuto un inizio. La sua teoria del tutto, ancora oggi.

Buona visione, perché questo film dovete vederlo.

4 marzo 2015

L'ombra del vento, frasi [Carlos Ruiz Zafón]


Ci sono cose che si possono vedere solo al buio.

«Questo luogo è un mistero, Daniel, un santuario. Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un'anima, l'anima di chi lo ha scritto e di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie a esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.»

Mi balenò in mente il pensiero che dietro ogni copertina si celasse un universo da esplorare e che, fuori di lì, la gente sprecasse il tempo ascoltando partite di calcio e sceneggiati alla radio, paga della propria mediocrità.

Un giorno sentii dire a un cliente della libreria che poche cose impressionano un lettore quanto il primo libro capace di toccargli il cuore. L'eco di parole che crediamo dimenticate ci accompagna per tutta la vita ed erige nella nostra memoria un palazzo al quale - non importa quanti altri libri leggeremo, quante cose apprenderemo o dimenticheremo - prima o poi faremo ritorno. 

«Per me la lettura era sempre stata un obbligo, una specie di obolo da versare a maestri e tutori. Ignoravo il piacere che può dare la parola scritta, il piacere di penetrare nei segreti dell'anima, di abbandonarsi all'immaginazione, alla bellezza e al mistero dell'invenzione letteraria. Tutte queste scoperte le devo a quel romanzo.»

Nei miei sogni di adolescente, lei e io saremmo sempre stati due amanti che fuggivano in sella a un libro, pronti a dileguarsi in un mondo immaginario fatto di illusioni di seconda mano.

La passione infantile è un'amante infedele e capricciosa, e ben presto nel mio cuore ci fu posto solo per le costruzioni e le barchette a molla. 

Se solo avessi riflettuto, avrei capito che quella dedizione assoluta era un'inesauribile fonte di pena; ma forse era proprio perché soffrivo tanto che la adoravo sempre di più, schiavo dell'eterna stupidaggine di stare dietro a chi ci fa del male.

«La televisione, mio caro Daniel, è l'Anticristo. Mi creda, nel giro di tre o quattro generazioni la gente non sarà più nemmeno in grado di scoreggiare da sola e l'essere umano regredirà all'età della pietra, alla barbarie medievale, a uno stadio che la lumaca aveva già superato all'epoca del pleistocene. Il mondo non verrà distrutto da una bomba atomica, come dicono i giornali, ma da una risata, da un eccesso di banalità che trasformerà la realtà in una barzelletta di pessimo gusto.»

Mi turbò la facilità con cui si smette di detestare un nemico quando depone le armi.

«La lettura è un'attività per la gente che non ha niente da fare. Come le donne. Chi lavora per campare non perde tempo a leggere storielle. Nella vita bisogna sgobbare. Dico bene?»

«La gente è proprio cattiva.»
Don Anacleto fissava il pavimento.
«Non cattiva» replicò Fermín. «Idiota. È ben diverso. La malvagità presuppone un certo spessore morale, forza di volontà e intelligenza. L'idiota invece non si sofferma a ragionare, obbedisce all'istinto, come un animale nella stalla, convinto di agire in nome del bene e di avere sempre ragione. Si sente orgoglioso in quanto può rompere le palle, con licenza parlando, a tutti coloro che considera diversi, per il colore della pelle, perché hanno altre opinioni, perché parlano un'altra lingua, perché non sono nati nel suo paese o, come nel caso di don Federico, perché non approva il loro modo di divertirsi. Nel mondo c'è bisogno di più gente cattiva e di meno rimbambiti.»

«Julián viveva per se stesso e per i suoi libri, nelle storie dei suoi romanzi, come un recluso di lusso.»
«Sembra quasi che lo invidi.»

Nel momento in cui ti soffermi a pensare se ami o meno una persona, hai già la risposta.

«Corteggiare una donna è come ballare il tango: tutta scena. Ma l'uomo è lei e quindi le tocca prendere l'iniziativa.»
La faccenda buttava male.
«L'iniziativa? Io?»
«Cosa pretende? È il prezzo che dobbiamo pagare per il privilegio di pisciare in piedi.»

«Davvero non hai letto nessuno di questi libri?» gli chiese.
«I libri sono noiosi.»
«I libri sono specchi: riflettono ciò che abbiamo dentro» rispose Julián.

Parlare è da stupidi, tacere è da codardi, ascoltare è da saggi.

«Va bene, ma se solo solleva qualcosa più pesante di una matita, mi sentirà.»
«Ai suoi ordini. Ha la mia parola che oggi non solleverò neanche un dubbio.»

 Amare le donne non significa credere a tutto quello che dicono.

«Quando si lavora non si ha il tempo di guardare la vita negli occhi.»

«Non è difficile guadagnare soldi» disse. «Ma guadagnare dedicandosi a qualcosa di utile.»

«Si ama davvero una sola volta nella vita, Julián, anche se non ce ne rendiamo conto.»

Il folle è consapevole di esserlo? O i pazzi sono coloro che vogliono convincerlo della sua follia per salvaguardare la loro esistenza insensata?

2 marzo 2015

In questo mese // Febbraio 2015

È scaduto il mio contratto, il lavoro è finito e probabilmente passerò marzo in totale relax, il che non significa soltanto che me ne starò stravaccata sul divano senza fare niente, ma che me ne starò sul divano a leggere, scrivere, fare l'uncinetto e la maglia e tutti quei progetti che in questi lunghi mesi invernali di otto ore quotidiane in fabbrica ho rimandato. E poi è marzo, tutto sommato potrebbe essere quasi un privilegio non lavorare a marzo, poter guardare la natura risvegliarsi, le primule sbocciare, riprendere a fare belle passeggiate mentre le giornate si allungano.
Fine del momento romantico.
Scherzi a parte, il contratto è finito e passerà del tempo prima che torni altro lavoro probabilmente, perciò non mi deprimo e cerco il meglio da ogni situazione. Essere disoccupati a marzo non è come esserlo a novembre, almeno non se si abita in aperta campagna, come me.

Sto parlando al futuro, perché del passato più prossimo, di febbraio cioè, non ho molto da dire.
Coriandoli. Carri. Bicchieri e spillatrice. Art attack. Festa di Carnevale. Un'apparecchiatura favolosa. Cuori.Vigilanza. Strane vicinanze. Sanremo. Il mandorlo fiorito. Un compleanno. Spese cioccolatose. Tentativi di ricevere la tazza della Nutella personalizzata (con tutta la Nutella che compro me ne meriterei venti!). Niente neve, a parte il primo giorno del mese, quando ce n'era giusto una misera spolveratina.
Tutto qui.
Libri
- L'ombra del vento, lettura difficoltosa che poi si è rivelata molto molto interessante e bella.
- Ricette per ragazze che vivono da sole, ebook che io ho trovato molto ironico, ideale per passare qualche minuto senza troppa concentrazione.
Film
- Il rosso e il blu, con Scamarcio nei panni di un insegnante che ha davvero voglia di insegnare qualcosa, anche se in questi tempi complicati in generale e complicatissimi per la scuola alla fine non ho capito se ci è riuscito, a essere uno di quei maestri che gli studenti non dimenticano più. Gli studenti non lo so, le studentesse sicuramente lo ricorderanno. Ma esistono prof come Scamarcio? I miei erano tutti brutti, anche quelli di educazione fisica.
- La teoria del tutto, bello bello bello. L'attore che interpreta Stephen Hawking ha vinto meritatamente l'Oscar, non che io abbia visto gli altri nominati, ma lui è stato eccezionale. Spero di scriverci un post prossimamente, perciò mi fermo qui. 
Fiction e serie tv
- Il bosco, con Giulia Michelini e mezzo cast di Squadra Antimafia. Lei è una delle mie attrici preferite e la seguo praticamente ovunque. La fiction è appena iniziata, lei è sempre favolosa, ma ho un'ansia terribile quando sto davanti alla tv. Chissà se arriverò alla fine.
- Sfida al cielo / La narcotici 2. Devo aver visto anche la prima serie, ma non mi ricordo niente. Le prime due puntate della seconda le ho intraviste tra il letto e il telefono e non ho capito bene gli intrighi. Anche qui, vedremo gli sviluppi.
3 Canzoni 
D'obbligo tre canzoni sanremesi, ok?
1) Adesso e qui (nostalgico presente). La prima volta che ascolto una canzone nuova di Malika arriccio sempre la bocca e penso che non mi piace, poi succede che la riascolto, la riascolto, la riascolto e senza che me ne accorga ce l'ho in testa. Malika ha una voce che mi ammalia, tutto qui.
2) Che giorno è di Masini.
Smettila di smettere.
3) Vedrai vedrai reinterpretata sull'Ariston da Gianluca Grignani, che per me è sempre un bel guardare e, in questo caso, anche un bel sentire.
Vedrai vedrai che cambierà, forse non sarà domani, ma un bel giorno cambierà...
Acquisti e regali 
Un paio di quadernini cinesi belli, su cui non so ancora cosa scrivere.
Libri: L'amica geniale, Stoner, La macchina della felicità, Un amore di ragazzo.
Riviste, tante: io in edicola, per sicurezza, non dovrei entrarci.
Sperimentazioni in cucina
- Ravioli di patate ripieni di salsiccia, ricetta trovata su uno dei quaderni di Alice. Squisiti!
- Fiore di brioche alla nutella. Bello è bello, ma, nonostante la lunga lievitazione che, giuro, non ho accorciato, ho trovato il dolce un po' troppo secco, duro, poco morbido, poco brioche in realtà.
3 propositi per marzo
1) Studiare il macramè.
2) Costruire pezzi di cucina per il #tesorodellazia con le scatole.
3) Fare le quattro stagioni all'uncinetto, in totale libertà e fantasia. Non so ancora come, non so ancora se sia possibile, ma mi piacerebbe realizzarle come regalino di Pasqua.
Fotografie

1 marzo 2015

Sempre (ahahahahah) di domenica #40

Il sempre è ormai un lontano ricordo, diciamo che ultimamente il sempre non sta più a significare ogni domenica, ma il fatto che quando ho voglia di condividere cose carine trovate sul web lo faccio solo di domenica. In questo senso, più o meno, ancora ci siamo. O no?
1- Per colpa di Maria sento che sta crescendo in me la voglia di provare a leggere l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Nell'ultimo periodo sono comparsi sul suo blog post davvero davvero meravigliosi, non che di solito non siano coinvolgenti e originali, ma ultimamente, ecco, per me lo sono un po' di più. 
Attraverso le note di De André e con le parole di Masters, io voglio farvi entrare nel cuore del paese. Voglio parlarvi di quel matto che aveva "un mondo nel cuore", ma non riusciva a esprimerlo a parole. Voglio presentarvi quel chimico, che non capiva perché gli uomini si combinassero attraverso l'amore. Voglio trascinarvi nelle loro sofferenze, farvi ascoltare la loro storia. Rendervi testimoni della verità. Io voglio portarvi a Spoon River.
Queste sono le parole che ho rubato a Maria per introdurre il suo bellissimo viaggio di parole, quelle di Masters, di De André e di Fernanda Pivano. Queste le tappe:
Buona lettura e buon ascolto, perché di sicuro vi verrà voglia di riascoltare ancora e ancora Non al denaro non all'amore né al cielo.
2- Dichiarazioni d'amore per i libri, stampabili free della super Zelda che ha anche cambiato abito al suo blog, restando però sempre bellissima!
3- Cartalana, un blog che, come questo, parla di carta, ma con un'altra declinazione. Avete mai pensato di poter usare la carta come fosse lana e di poterci creare bellissimi gioielli? Io no, ma Marcella Stilo, come ho scoperto leggendo questo post di Gaia Segattini, sì. Ed è davvero bravissima!
4- Fingerbook, una rubrica ideata e portata avanti da Marina di Little Miss Book e da Michela di A tutto pepe: una sceglie un libro e l'altra ci abbina una ricetta. Che ve lo dico a fare? Io ne vado pazza, golosona come sono!
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