29 aprile 2015

Non chiedere perché, frasi [Franco Di Mare]

Esattamente in quel punto, il 28 giugno del 1914, giorno di san Vito, un ragazzo di vent'anni, Gavrilo Princip, aveva dato avvio alla Prima guerra mondiale uccidendo l'erede al trono austro-ungarico, l'Arciduca Francesco Ferdinando, e sua moglie Sofia, Herzogin von Hohenberg. Nel cemento del marciapiedi c'era ancora impresso il calco delle orme che segnava il punto esatto in cui il militante della Giovane Bosnia aveva atteso il passaggio dell'auto con una pistola, una bomba a mano e una boccettina di veleno, per non farsi prendere vivo. "Il Novecento è iniziato e finito proprio qui, con gli accordi di pace del '95" pensò Marco. Il secolo più sanguinoso della storia dell'umanità aveva aperto e chiuso il suo cerchio nella capitale della Bosnia. Sarajevo aveva segnato in modo indelebile i destini di decine di milioni di persone.

Una volta Bianca gli aveva messo davanti un numero scritto su un foglietto: 279.
«Sai cos'è?»
«No, cos'è?»
«Sono i giorni che hai passato fuori lo scorso anno, Natale e Capodanno inclusi. Il calcolo è esatto. Li ho contati, uno per uno. Ma vedi, non sarebbe nemmeno questo. Il fatto è che, anche quando torni, non si può dire che sia veramente a casa. Tu sei assente anche quando ci sei, Marco. La tua presenza è solo fisica, la tua testa è sempre altrove. Sei assorto nei tuoi pensieri, perso tra le riviste, le cassette da visionare e il progetto del prossimo lavoro. E io sono stanca, Marco. Sono veramente stanca.»

Mentre filtrava le scorie dei suoi ultimi anni, si chiese per quale ragione alcune donne spendano buona parte della loro vita cercando di cambiare la persona che hanno accanto. E spesso ciò che maggiormente detestano è proprio quello che un tempo le attraeva di più. "Chissà perché a volte una manciata di mesi basta a trasformare in difetti anche le migliori virtù" si chiese ordinando il secondo bicchiere di Nero d'Avola.

«Guarda bene i fedeli.»
«Cos'hanno i fedeli?»
«Non noti niente?»
«No. Cosa dovrei notare? Mi sembra che tutti seguano la funzione. Cosa c'è di particolare?»
«Dai, guarda più attentamente. Hai visto adesso? Te ne sei accorto?»
«A dire il vero no. Non fare il misterioso, dimmi di cosa dovrei accorgermi.»
«Non hai visto quante persone sono rimaste ferme quando l'arcivescovo ha detto: "Nel nome del Padre, del Figlio..."?»
«È vero, hai ragione. Molti non si sono fatti il segno della Croce.»
«Proprio così. Erano quasi tutti musulmani. Dico quasi tutti perché tra quelli rimasti fermi c'era anche qualche ebreo. E se avessi guardato con ancora maggiore attenzione avresti notato anche che tra quelli che si facevano il segno della Croce c'era qualcuno che si segnava in modo diverso, toccandosi prima la spalla destra poi la sinistra. Bene: quelli invece erano cristiano-ortodossi. Cioè serbi. [...] Vedi, prima che Milosevic e Karadzic avviassero la pulizia etnica, qui le festività religiose erano condivise. I cattolici festeggiavano il Kurban, il secondo Bajram dell'anno, mangiando agnello, montone e baklava a casa dei musulmani. E insieme celebravano l'Annukka degli ebrei, e poi finivano ubriachi sotto i tavoli durante il Natale serbo, che arriva dopo quello cattolico. Nelle case dei cattolici e degli ortodossi spesso c'erano pentole, stoviglie e posate che non avevano mai cucinato o toccato carne di maile. In questo modo un musulmano o un ebreo osservanti potevano accettare un invito a cena a casa di un amico di religione diversa, senza temere di tradire i propri precetti. Questo è lo spirito che ha animato per secoli Sarajevo e i suoi abitanti, prima che ci spiegassero a colpi di granate, tutti i giorni - testoni che non siamo altro - che invece siamo diversi. Così finalmente potremo diventare come vogliono loro e - come spiegava il cardinale Puljic - finiremo per non riconoscere più il nostro fratello nemmeno se ci sbattiamo contro».

«Che strano, non ha pianto» commentò Marco ad alta voce.
La direttrice lo guardò e disse: «Vede, per i bambini il pianto è una prima forma di linguaggio. Spesso è un campanello d'allarme, altre volte la segnalazione di un bisogno, in altri casi ancora di una semplice richiesta di attenzione. Da quando è iniziata la guerra il nostro personale si è ridotto moltissimo, purtroppo. Facciamo quello che possiamo, ma i bambini restano da soli per la maggior parte della giornata. Non ci hanno messo molto a capire che è inutile piangere per richiamare l'attenzione, perché tanto non c'è nessuno che possa correre a consolarli. Le lacrime servono a poco a Sarajevo. Lo hanno imparato anche i bambini.»

Nessuno ha mai avuto una seconda occasione per fare una buona prima impressione.

«Oggi è stata una buona giornata.»
«Sono contento Karen. Però siamo solo all'inizio. È appena cominciata.»
«Un passo alla volta. Oggi è andata bene, e domani sarà lo stesso. Tu affrontala così e tutto andrà bene. Anche per andare lontano bisogna mettere un piede avanti all'altro. E sempre uno alla volta.»

Marco la prese in braccio, trafitto da decine d'occhi. Si sentì a disagio. Davanti a quei bambini che assistevano alla partenza, davanti ai loro sguardi, gli si svelava finalmente il senso vero della domanda che gli avevano fatto e che adesso, come un pensiero malato, come una rivelazione tardiva si faceva spazio anche nella sua mente: perché proprio Malina? Perché lei e non questo biondino invece, che doveva avere sì e no quattro anni ed era finalmente riuscito a prenderle la mano per dirle «Ciao Malina»? Oppure perché non quella, la bambina magrissima con gli occhi azzurri, che se ne stava da una parte sorridendo come se fosse lei quella che aveva trovato una casa dove andare? Semmai ne aveva avuta una, Marco non riusciva a trovare più una risposta e, invece di essere felice, si sentì in colpa.

Edin teneva un braccio sulle spalle della moglie. Alzò la mano e sorrise. Marco si sentiva in colpa ad andarsene e lasciarli lì, in quella situazione. Assediati, senza acqua né cibo, senza soldi, senza prospettive se non quelle di un futuro incerto. Lui invece stava per ritornare nel suo mondo, a soli cinquanta minuti di volo di distanza. Pochissimi, per potersi dire veramente lontani; un'enormità, davanti all'indifferenza con cui si guardava a quello che accadeva da quest'altra parte del mare. Il suo volo sarebbe atterrato in una città piena di turisti in sandali e cappellini, mentre un pezzo dei Balcani bruciava nell'ultima fornace che il Novecento aveva aperto nel cuore d'Europa.

Non era uno che sapeva parlare di sentimenti, lui. Era capace di raccontare una battaglia, ma si perdeva se gli chiedevano di guardarsi dentro.

27 aprile 2015

Non chiedere perché, Franco Di Mare

Sono passati molti anni dall'ultima volta che ho letto un libro ambientato a Sarajevo, durante l'assedio del 1992. Quel libro, finito tra le mie mani molte estati fa ormai, era Venuto al mondo di Margaret Mazzantini e raccontava, come credo sia abbastanza noto, la storia di una maternità complessa, oltre la legalità, figlia di un amore grande, condito anche con un po' di egoismo occidentale. 
Non chiedere perché è invece la storia di un uomo che non ha mai voluto figli, ma che nel giro di tre settimane trascorse a Sarajevo diventa padre.
Le due storie presentano delle similitudini, ma a dividerle è una sostanziale differenza: la Mazzantini ha scritto un bellissimo romanzo, Franco Di Mare invece ci ha regalato l'altrettanto bellissima, e dolcissima, storia vera della sua famiglia. Ha cambiato solo alcuni passaggi e tutti i nomi dei protagonisti, mantenendo invece i nomi veri delle vittime, come omaggio a loro; per il resto ci ha reso partecipi di come, più di vent'anni fa, abbia deciso che proprio Stella diventasse sua figlia.
Marco De Luca è un professionista affermato ormai, ha superato da un po' la trentina, vive in una casa disordinata ed è alle prese con la separazione dalla moglie. È un uomo solo e piuttosto confuso, in quell'estate del 1992, perciò quando gli viene proposto di partire come inviato di guerra alla volta della Sarajevo assediata, sotto il tiro dei cecchini e delle loro granate, lui non ha neanche bisogno di pensarci: accetta, tanto non ha nulla da perdere. Il lavoro, in fondo, è in quel momento l'unica cosa che ha: al di là di quello, il nulla.
A cinquanta minuti di volo dall'Italia, dalle spiagge assolate e piene di ombrelloni di quell'estate lì, dall'indifferenza della civiltà, Marco trova la fine del mondo, uomini non più uomini che prendono la mira e sparano, contro chiunque: anche contro i bambini.
Sarajevo era una città bella, dove tutti sapevano vivere insieme, nonostante le differenze. Per secoli cattolici, musulmani ed ebrei avevano convissuto pacificamente, poi, di colpo, la guerra, una guerra che Marco cerca di raccontare per quello che vede, senza facili pietismi, provando a svegliare le coscienze dei suoi connazionali in vacanza. Dov'è l'Europa civile? si chiedono gli abitanti di Sarajevo che vivono col mirino puntato addosso, affidando ogni giorno la propria vita a un tiro di monetina. Testa o croce, vita o morte: in quel 1992, al di là dell'Adriatico, la loro probabilità era quotidianamente la stessa.
Nel mezzo di quella pulizia etnica, mentre sta girando un servizio per la tv italiana in un orfanotrofio, Marco si innamora di una testolina bruna tra le tante bionde, si innamora di un sorriso che sembra proprio aver scelto lui, si innamora di un piccolo braccio dietro la nuca. È un attimo che non ha perché, quello in cui Marco capisce che Malina, proprio lei, sarà sua figlia e con lui tornerà in Italia, a mettere ordine in una casa incasinata e in una vita vuota.
Mesi fa ho visto la fiction di Rai1 ispirata al romanzo e alla vita di Franco Di Mare, L'angelo di Sarajevo. Mi era piaciuta molto e avevo deciso di leggere il libro, poi un paio di settimane fa l'ho trovato per caso in edicola (in realtà stavo cercando la prima uscita de La biblioteca della Resistenza del Corriere della sera, che tra l'altro non avevano), due giorni dopo l'avevo finito.
La storia, che già conoscevo, mi ha rapita. Da giornalista qual è, Franco Di Mare scrive in maniera stringata e veloce, senza dilungarsi in descrizioni d'amore o di guerra. Ci racconta dei momenti, dei passaggi, senza indagare più di tanto lo stato d'animo dei personaggi, forse perché Edin, Karen, Maria Teresa Giovannelli, Luciano, Ljubo e gli altri non sono personaggi nella mente e nella penna dell'autore, ma persone vere, in carne e ossa. E poi non era uno che sapeva parlare di sentimenti, lui. Era capace di raccontare una battaglia, ma si perdeva se gli chiedevano di guardarsi dentro.

Quella di Franco Di Mare è una storia così bella che sarebbe potuta essere anche soltanto un romanzo, il fatto che sia vera l'arricchisce sotto il profilo umano e forse la impoverisce sotto quello letterario, ma questa è solo una mia piccolissima impressione che non ha ostacolato il piacere della mia lettura.
Ho amato Non chiedere perché, perché quella di Sarajevo è una storia che non conosciamo davvero. È un controsenso, ma sono sicura che siamo più ferrati sull'attentato che, in quella città, nel 1914, provocò lo scoppio della prima guerra mondiale, piuttosto che su quello che è successo, in quella stessa città, solo vent'anni fa. Per me è senza dubbio così.

Benvenuti a Sarajevo, dunque, città che, ci fa notare l'autore, ha aperto e chiuso la storia del Novecento. 

25 aprile 2015

I partigiani [Nino Pedretti]

Ricordo ancora le parole che lessi esattamente un anno fa nel blog di Paolo Nori. Le voglio riproporre oggi, perché se le ho ancora nella mente vuol dire che mi hanno colpito e magari , chissà, colpiranno anche voi.
Non è per via della gloria, che siamo andati in montagna, a far la guerra. Di guerra eravam stanchi, di patria anche. Avevamo bisogno di dire: lasciateci le mani libere, i piedi, gli occhi, le orecchie; lasciateci dormire nel fienile, con una ragazza. Per questo abbiam sparato, ci siamo fatti impiccare, siamo andati al macello col cuore che piangeva, con le labbra tremanti. Ma anche così sapevamo che di fronte a un boia di fascista noi eravam persone, e loro marionette.
[Nino Pedretti, Al vòusi e atre poesie in dialetto romagnolo, Torino, Einaudi 2007, p. 17, la poesia si intitola I partigièn]
Buon 25 aprile a chi prova a rendersi il più possibile degno del sacrificio che tanti, tantissimi, giovani non fascisti hanno fatto per dare a noi quella libertà di cui loro non hanno potuto godere.

Buon 25 aprile a chi è partigiano ancora oggi, nel suo quotidiano, e nonostante tutto continua a vivere con onestà e rispetto.

Buon 25 aprile a chi non pensa che partigiani e fascisti siano stati ugualmente assassini. Non lo erano: perché solo chi ha combattuto per la libertà era dalla parte giusta.

Buon 25 aprile a tutti gli italiani non necessariamente comunisti, ma semplicemente antifascisti.

p.s. Ho creato una pagina con tutti i post del blog dedicati alla Resistenza, questa.
p.s. 2 Vi invito a leggere questo post di Zac sulle donne liberatrici, post che a me è sembrato meraviglioso.

23 aprile 2015

Suite francese // Dolce, frasi [Irène Némirovsky]

«Guarda! Stai leggendo?». Aveva una voce dolce e raffilata, lieve come un accordo di arpa. «Non hai quindi nulla da fare?».

Una ridda di pensieri si affollò in un secondo nella mente di Lucile: "Potrebbe essere stato lui a fare prigioniero Gaston. Chissà quanti francesi ha ucciso! Quante lacrime sono state versate per colpa sua. È anche vero che se la guerra fosse andata diversamente, oggi Gaston potrebbe entrare lui da padrone in una casa tedesca. È la guerra, non è colpa di questo ragazzo".

Medeleine non rispose. In fondo, non ne sapeva molto di quello che passava per la testa a Benoit, rifletté, anche se erano cresciuti insieme. Benoit era taciturno e rivestito come da una triplice armatura di pudore, maschile, contadina e francese. Lei non conosceva cosa il marito odiasse o cosa amasse, ma soltanto che era capace di odio e di amore.

Ci sono donne che aspettano lo stesso uomo e altre che aspettano un uomo diverso da quello che è partito.

"Divieto" non significava tuttavia "impossibilità di aggirare l'ostacolo", ma semplicemente "difficoltà a farlo".

«Signora, io sono un soldato. E i soldati non pensano. Mi si ordina di andare e io vado. Di combattere, e io combatto. Di farmi uccidere, e muoio. L'esercizio del pensiero renderebbe il combattimento più difficile, e più terribile la morte».

«Tedesco o francese, amico o nemico, come prima cosa è un uomo, e io sono una donna. Con me è dolce, tenero, pieno di piccole attenzioni... È un ragazzo di città; curato come non sono i ragazzi di qui; ha una bella pelle, denti bianchi. Quando bacia ha un alito fresco, non puzza di vino come i giovanotti della zona. Questo mi basta. Non voglio altro. Ci complicano già sufficientemente l'esistenza con le guerre e tutto il resto. Tra un uomo e una donna queste cose non contano. Se fosse inglese o negro e mi piacesse, me lo prenderei, se potessi. Le faccio schifo? Certo, lei... lei è ricca, può godere di piaceri che a me non sono concessi...».

"La guerra... sì, sappiamo bene cos'è. Ma l'occupazione, in un certo senso, è ancora peggio, perché ci si abitua alle persone. Si pensa: 'Dopotutto sono persone come noi', e invece no, non è vero. Siamo due razze diverse, irreconciliabili, nemiche per sempre", così pensavano i francesi.

Gli uomini non valgono un granché, e la sconfitta risveglia in loro il lato peggiore.

Più di un soldato mormorò nell'oscurità a una mesta fanciulla: «Dopo la guerra, ritornerò». Dopo la guerra...com'era lontano!

Per quanto rapidamente e felicemente si concludesse la guerra con la Germania, quanti poveri ragazzi non avrebbero mai visto quella fine benedetta, quel giorno di resurrezione?  

22 aprile 2015

Suite francese // Dolce [Irène Némirovsky]

Se avevo trovato la prima parte (Tempesta di giugno) bella ma lenta, questa seconda e purtroppo ultima parte di Suite francese  (Dolce) mi è sembrata semplicemente meravigliosa. 
Per tutto il tempo che ho impiegato a leggerla ho avuto in testa il Piero di De Andrè, in particolare la sua incapacità di sparare al nemico, incapacità dettata dal fatto che Piero, prima che un nemico-bersaglio, davanti a sé vedeva un uomo, un uomo che non era poi tanto più colpevole di lui in quella guerra.
Non è una divisa di un altro colore a fare con certezza un nemico.
L'odio non si impone per forza dall'alto, per una ragione di Stato.
Il popolo vinto in fondo può essere che si somigli, nello stato d'animo, col popolo vincitore.

Se Tempesta di giugno raccontava della Francia nei giorni dell'invasione e dell'armistizio, Dolce presenta invece il Paese già occupato dai nazisti, mettendo in risalto come spesso quella convivenza forzata tra francesi e tedeschi non fosse poi così piena d'odio e di rancore: a volte poteva essere addirittura una convivenza dolce, appunto.
Ne sa qualcosa Lucile, moglie di Gaston, prigioniero di guerra figlio della vedova Angellier, con cui vive la nuora, in una villa bellissima a Bussy, alla periferia di Parigi. Il matrimonio di Lucile e Gaston non era stato certo celebrato per amore: lei l'aveva sposato per volere del padre e lui per la ricca dote che poteva offrirgli. Non si erano mai amati e, nonostante lei fosse giovane e molto bella, lui le aveva, fin dall'inizio, preferito le attenzioni di una sartina parigina.
Lucile conduce una vita noiosa in quella casa ricca e vuota, costretta a vivere con una suocera che le rende l'esistenza un incubo. La situazione finalmente cambia quando, con la Francia occupata, in quella villa arriva un ufficiale tedesco, Bruno. È bello, Bruno, ha solo ventiquattro anni e una moglie lontana che ha sposato prima della guerra e che non ha più visto. È un tedesco, un nemico, come tale dovrebbe essere trattato, con sufficienza e indifferenza. Alla signora Angellier riesce bene evitarlo, ma la nuora non è poi tanto convinta che quelle mani siano sporche di sangue francese. Oh sì, certo, sa che è così, ma sono pur sempre mani giovani di un uomo educato, affascinante, un uomo che sognava di fare il musicista, ma che ha dovuto, suo malgrado, fare il soldato.
Bruno, agli occhi di Lucile, non è più colpevole di Gaston in quella guerra. Quella guerra e quel sangue non sono stati loro a volerlo. E allora: che male c'è nel fermarsi a parlare con quel ragazzo dai capelli biondi? Che male c'è se passeggiano insieme? Che male c'è se lui le suona il pianoforte e lei gli legge i libri? E poi Gaston non l'ha mai amata, questo Bruno invece... Sì, è un tedesco, un nemico, ma prima di tutto è un uomo.
Dolce è soprattutto la storia di un amore, vissuto segretamente, mentre da qualche parte si combatteva, ma non lì, non a Bussy, non in quel momento in quella Francia appena occupata. Furono mesi tranquilli quelli subito successivi all'armistizio, mesi in cui l'arrivo dei tedeschi fu quasi un piacere, un pretesto per andare oltre la monotonia di quella vita in guerra piena di stenti. Le donne, in particolare, furono ben liete di vedere finalmente degli uomini in carne e ossa per le strade, dopo che i loro uomini erano stati mandati tutti a combattere.

Suite francese è un romanzo che mi è sembrato davvero molto bello, nonostante lo sarebbe potuto essere molto di più se Irène Némirovsky avesse avuto la possibilità di scriverlo come aveva in mente di fare. E invece è morta ad Auschwitz e ha lasciato un'opera incompiuta che, non volendo, termina con una parte molto delicata e pacifica. Termina con una nuova guerra appena dichiarata, con questi soldati tedeschi che vengono mandati in Russia, senza sapere che cosa ne sarebbe stato di loro. Chissà che fine avrebbe fatto Benoit nei piani dell'autrice. E chissà se Bruno sarebbe sopravvissuto alla campagna di Russia e un giorno, dopo la guerra, sarebbe tornato da Lucile. Chissà se a quel punto avrebbero avuto la voglia e il coraggio per viversi con sincerità.

Chissà.
Mi mettono molta tristezza questi chissà che siamo costretti a usare a proposito di Suite francese.

20 aprile 2015

Suite francese // Tempesta di giugno, frasi [Irène Némirovsky]

Odiava la guerra, costituiva ben più che una minaccia alla sua vita, alla sua tranquillità; a ogni istante distruggeva il suo universo immaginario, l’unico in cui si sentisse felice, come il suono di una tromba stonata e micidiale che faceva crollare le fragili pareti di cristallo innalzate con tanta fatica tra lui e il mondo esterno.

Possiamo prevedere che noi tutti soffriremo nei nostri cuori perché le sciagure pubbliche sono fatte di una moltitudine di dolori privati.

Ognuno con una stretta al cuore guardava la propria casa e pensava: "Domani sarà distrutta, domani non avrò più niente. Non ho fatto male a nessuno. Perché?", e intanto un'onda di indifferenza si impadroniva delle loro anime: "Ma cosa importa! Sono solo mattoni, legno, oggetti inerti! L'essenziale è salvare la vita!". Chi si soffermava sulle disgrazie della Patria? Non loro, non quelli che quella sera partivano. Il panico cancellava tutto ciò che non era istinto, fremente moto animale della carne. Afferrare ciò che si aveva di più prezioso al mondo, e poi!... E, in quella notte, solo ciò che viveva, respirava, piangeva, amava aveva valore! Poche erano le persone che pensavano alle proprie ricchezze; si abbracciava stretta tra le braccia una donna o un figlio, e il resto non contava nulla; il resto poteva sprofondare tra le fiamme.

I Michaud si erano alzati alle cinque del mattino per avere il tempo di sistemare a fondo l'appartamento prima di lasciarlo. Effettivamente era strano prendersi tanta pena per cose senza valore e condannate, con ogni probabilità, a sparire non appena le prime bombe fossero state sganciate su Parigi. Ma, pensava la signora Michaud, anche i morti destinati a marcire sotto terra vengono vestiti e acconciati.

Di quando in quando rimbombava un'esplosione lontana: "Non è per noi", pensavano tutti con un sospiro di sollievo. "Non è per noi, è per gli altri. Siamo fortunati!".

Carità cristiana, dolcezza, nobili sentimenti si sgretolavano d'un colpo come inutili orpelli, rivelando la sua anima arida e vuota. Erano soli in un mondo ostile, lei e i suoi figli. Doveva nutrire e mettere al riparo i suoi cuccioli. Il resto non aveva importanza.

"Un girotondo dentro una trappola", pensava.

 «Voglio partire, voglio partire», mormorò.
Si slanciò verso la madre, le afferrò la mano, la trasse vicino a sé.
«Mamma, mi dia delle provviste, il mio maglione rosso che è nel suo nécessaire e... un bacio. Parto» .

"Che non ci bombardino più! Che bombardino gli altri, mio Dio, ma non noi! Ho tre bambini! Li devo salvare! Fa' che non ci bombardino più!".

Era strano... lui e i suoi compagni avevano lavorato, superato esami, preso diplomi, pur sapendo benissimo che era inutile, non sarebbe servito a nulla perché ci sarebbe stata la guerra... Il loro futuro era già tracciato a priori, la loro carriera era già scritta nei cieli, come si diceva una volta: «I matrimoni sono stabiliti dal cielo».

In loro c'era sempre stata un'ardente volontà di gioia; proprio perché si erano molto amati avevano imparato a vivere alla giornata, dimenticando di proposito il futuro.

Jeanne gli posò dolcemente, con tenerezza, la mano sulla fronte, mentre disperata pensava: "Se Jean Marie fosse qui, ci proteggerebbe, ci sarebbe di aiuto. Lui è giovane, è forte...". E in lei stranamente si intrecciavano l'impulso a proteggere della madre e il desiderio femminile di essere protetta. "Dov'è il mio povero bambino? Sarà vivo? Starà soffrendo? No, Dio mio, non è possibile che sia morto".

«Sei strano, Maurice. Eppure li hai conosciuti questi personaggi di un cinismo assoluto, totalmente indifferenti, e malgrado ciò non sei infelice, intendo dire infelice nell'animo. Mi sbaglio forse?»
«No».
«E allora da dove trai conforto?»
«Dalla consapevolezza della mia libertà interiore», rispose dopo un momento di silenzio. «Questo inalterabile bene prezioso, che solo da me dipende se perderlo o conservarlo. Dal sapere che le passioni spinte al parossismo come attualmente accade finiscono per esaurirsi. Che ciò che ha avuto un inizio è fatalmente destinato a finire. In sostanza, che le catastrofi cessano e che bisogna cercare di non cessare prima di loro, ecco tutto. Quindi, come prima cosa vivere. Primum vivere. Giorno per giorno. Resistere, aspettare, sperare».

17 aprile 2015

Suite francese // Tempesta di giugno [Irène Némirovsky]

Doveva arrivare al cinema, questa storia, per far sì che io, finalmente, leggessi Suite francese di Irène Némirovsky. Sono stata indecisa per qualche giorno se guardare il film prima di leggere il libro, ma alla fine ho optato per il romanzo.

Nei piani dell'autrice Suite francese si sarebbe dovuta comporre di cinque parti, ma nei fatti ne esistono solo due, visto che la Némirovsky, ebrea francese, morì nel 1942 ad Auschwitz e non riuscì mai ad arrivare in fondo ai suoi piani di scrittura. A essere pubblicate, solo una decina di anni fa grazie a un fortuito ritrovamento da parte delle figlie dell'autrice, sono state soltanto Tempesta di giugno e Dolce: la prima narra dell'esodo dei parigini prima dell'arrivo dei tedeschi in città, nei giorni dell'armistizio; la seconda invece dell'occupazione nazista, che costrinse francesi e tedeschi a convivere, talvolta anche in un clima tutt'altro che di odio.

In questo post parlerò della prima parte, quella che, delle due, ho amato di meno (ma che ho comunque amato).
Il caos di quel 1940 in Francia viene raccontato dalla Némirovsky attraverso quattro quadri principali che, ogni tanto, trovano un punto in comune e si ricollegano:
1- la famiglia Péricand;
2- Gabriel Corte e Florence;
3- la famiglia Michaud;
4- Charlie Langelet. 
La famiglia Péricand appartiene all'alta borghesia, è una famiglia molto ricca e influente. Quando i tedeschi sono ormai alle porte, il padre deve restare a Parigi per lavoro, mentre la madre si mette in fuga insieme ai suoi quattro figli minori, con un pensiero sempre fisso per il maggiore, Philippe, sacerdote impegnato con un gruppo di terribili ragazzini. A dare più problemi alla povera Charlotte, che sta tentando di raggiungere Nimes dove ha dei parenti che possono aiutarla, è Hubert: troppo piccolo per essere chiamato alle armi, ma troppo grande per restare a guardare. Hubert una notte scappa via e raggiunge l'esercito francese, impegnato nel difendere un ponte dall'attacco tedesco, lui ha solo 17 anni, non ha armi, non ha una divisa, è romanticamente patriottico, ma in realtà è più l'impiccio che l'aiuto ciò che offre ai militari suoi compaesani. Capito l'errore, deluso per via dell'armistizio, torna sui suoi passi alla ricerca della famiglia che ha lasciato. Ci ritornerà ormai uomo, dopo aver visto l'orrore della guerra e dopo aver conosciuto anche una notte d'amore con Arlette Corail.
Arlette è una ballerina che lascia Parigi grazie al suo amante Corbin, direttore della banca in cui sono impiegati i coniugi Michaud, persone semplici, con un grande amore e un figlio, Jean Marie, soldato francese di cui non hanno più notizie. Temono che sia morto, ma in realtà, dopo essere stato gravemente ferito, ha avuto la fortuna di ricevere le amorevoli cure di una famiglia di campagna, dove ha incontrato anche Madeleine, che, prima di lui, voleva farsi suora. Forse i due si amano, ma non se lo dicono, può darsi che sia stata solo la guerra a farli avvicinare, ma ormai è stato firmato l'armistizio e forse tutto può ricominciare, normalmente, perciò lui riparte e lei sposa Bonait, un prigioniero di guerra che è riuscito a fuggire.
Senza famiglia è invece Gabriel Corte, scrittore pieno di sé, che cerca con tutte le forze di proteggere i suoi manoscritti, quasi più della sua vita. Nella fuga porta con sé l'amante Florence.
Charlie Langelet infine non ha neanche un'amante, è uno scapolone d'oro con una profonda passione per le porcellane. Una volta terminato l'esodo, una volta evitata con un'immensa fortuna la morte, quando ormai pensa di essere al sicuro, incontra una donna che lo stuzzica e con cui decide di uscire: lei è, ancora, Arlette, la donna onnipresente che è tanto brava con gli uomini quanto non lo è con le automobili.
Questa prima parte dell'opera, questa tempesta del giugno del 1940, è andata a rilento, ai miei occhi. Non so spiegare perché io abbia impiegato tutto questo tempo per leggere duecento pagine, considerando che la prosa della Némirovsky mi piace e mi piacciono anche, in generale, i romanzi storici.
Suite francese, nel suo complesso, mi ha conquistata, nonostante questa prima parte mi abbia ispirato lentezza, come se tutte le vite che racchiude, come se tutte le persone che brulicano per le vie di una Parigi che all'improvviso si svuota, come se i protagonisti e tutti quelli che stanno loro intorno, ma che non conosciamo, costituissero un lento fiume che noi abbiamo la fortuna di poter guardare scorrere dall'alto. Non ci possiamo mettere i piedi dentro, non ne abbiamo neanche voglia, ma lui è lì, che scorre lento lento, verso il mare, verso la libertà, verso la salvezza.

Avevo già assaporato la guerra nella letteratura di Irène Némirovsky con Notte in treno, un breve racconto sulla prima notte del conflitto in cui si mostra come, con l'inizio delle avversità, sembrano essere scomparse tutte le differenze tra le persone. Sembra quasi, in quella notte sospesa, che il più povero sia come il più ricco, distanti anni luce eppure uniti dal fine comune di salvarsi la vita. Il tema in Tempesta di giugno viene ampiamente approfondito: durante la fuga da Parigi le strade si riempono di uomini che sembrano talvolta, non sempre, essere solidali gli uni con gli altri, anche con chi il giorno prima non avrebbero degnato di uno sguardo. Ma quanto è vero e profondo questo altruismo? Poco. Quando il treno del racconto arriva alla stazione, quella notte sospesa finisce e tutti sono di nuovo indifferenti gli uni agli altri; nello stesso modo, passato il terrore iniziale di quell'esodo massiccio, i parigini tornano a essere quello che sono sempre stati, o forse anche peggiori di quello che sarebbero in condizioni normali. Mors tua vita mea, in certi contesti sembra essere questa l'unica legge esistente. Alla fine dei giochi anche la guerra è meno dura per chi ha i contatti giusti, per chi sa vendersi, per chi ha l'automobile, per chi ha i soldi per spostarsi e per comprare.

Sono curiosa di vedere il film, perché trasporre questo pipinaio di vite al cinema immagino sia stata un'ardua impresa, soprattutto per quel che riguarda questa prima parte.

15 aprile 2015

Progetto un mondo, Wislawa Szymborska [La gioia di scrivere #3]

La gioia di scrivere, raccolta di tutte le poesie della polacca Wislawa Szymborska, dorme ancora sul mio comodino. È appollaiata lì sopra da oltre un anno, ormai, ma la polvere non l'ha mai presa, perché prima di dormire capita spesso che io legga una poesia. 
Mesi e mesi fa avevo scritto che, di tanto in tanto, avrei pubblicato sul blog dei versi, ma ricontrollando oggi mi rendo conto che, in tutto questo tempo, ho ricopiato solo due poesie: Nulla due volte e In rime banali. Forse è il caso di ricominciare a fare di questo mio primo (e unico) libro di poesie una lettura condivisa.
Per questo mercoledì di sole ho scelto Progetto un mondo, che fa parte della raccolta del 1957 Appello allo Yeti
Buona lettura.
Progetto un mondo, nuova edizione,
nuova edizione, riveduta,
per gli idioti, ché ridano,
per i malinconici, ché piangano,
per i calvi, ché si pettinino,
per i sordi, ché gli parlino.
Ecco un capitolo:
La lingua di Animali e Piante,
dove per ogni specie
c’è il vocabolario adatto.
Anche un semplice buongiorno
Scambiato con un pesce,
ancora alla vita
te, il pesce, chiunque.
Quell’improvvisazione di foresta,
da tanto presentita, d’un tratto
nelle parole manifesta!
Quell’epica di gufi!
Quegli aforismi di riccio,
composti quando
siamo convinti
che stia solo dormendo!
Il Tempo (capitolo secondo)
ha il diritto di intromettersi
in tutto, bene o male che sia.
Tuttavia – lui che sgretola montagne,
sposta oceani
ed è presente al moto delle stelle,
non avrà il minimo potere
sugli amanti, perché troppo nudi,
troppo avvinti, col cuore in gola
arruffato come un passero.
La vecchiaia è solo la morale
a fronte di una vita criminosa.
Ah, dunque sono giovani tutti!
La sofferenza (capitolo terzo)
non insulta il corpo.
La morte
ti coglie nel tuo letto.
E sognerai
che non occorre affatto respirare,
che il silenzio senza respiro
è una musica passabile,
sei piccolo come una scintilla
e ti spegni al ritmo di quella.
Una morte solo così. Hai provato
più dolore tenendo in mano una rosa
e sentito maggiore sgomento
per un petalo sul pavimento.
Un mondo solo così. Solo così
vivere. E morire solo quel tanto.
E tutto il resto eccolo qui –
come Bach suonato per un istante
su un bicchiere.
Clic per le tutte le puntate su questa lettura.

13 aprile 2015

Lessico famigliare, frasi [Natalia Ginzburg]


Non avevo molta voglia di parlare di me. Questa difatti non è la mia storia, ma piuttosto, pur con vuoti e lacune, la storia della mia famiglia. Devo aggiungere che, nel corso della mia infanzia e adolescenza, mi proponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me. Questo è, in parte, quel libro: ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito.

- Voialtri, - diceva mio padre, - vi annoiate, perché non avete vita interiore.

Mio padre spese la sua vita nella ricerca scientifica, professione che non gli fruttava denaro; e aveva del denaro un’idea quanto mai vaga e confusa, dominata da una sostanziale indifferenza.

Anche a me la poesia delle rocce nere sembrava bellissima; e mi struggevo d’invidia, per non averla scritta io. Era semplice: prati verdi, rocce nere, ne avevo visti tante volte anch’io, in montagna. E non m’era venuto in testa che si potesse farne niente: li avevo guardati, e basta. Le poesie erano dunque così: semplici, fatte di niente; fatte delle cose che si guardavano. Mi guardavo intorno con occhi attenti: cercavo cose che potessero assomigliare a quelle rocce nere, a quei prati verdi, e che questa volta non mi sarei lasciata portar via da nessuno.

Intorno ai comunisti, comunque, mio padre non aveva, a quel tempo, un’opinione ben definita. Nuovi cospiratori, nella generazione dei giovani, non pensava che ce ne fossero; e se avesse sospettato che ce ne potessero essere, gli sarebbero sembrati dei pazzi. Secondo lui non c’era, contro il fascismo, nulla, assolutamente nulla da fare.
Quanto a mia madre, lei aveva un’indole ottimista, e aspettava qualche bel colpo di scena. Aspettava che qualcuno un giorno, in qualche modo, «buttasse giù» Mussolini. Mia madre usciva, la mattina, dicendo: - Vado a vedere se il fascismo è sempre in piedi. Vado a vedere se hanno buttato giù Mussolini -.

Vivevano così, in stretta amicizia, dividendosi il poco che avevano, e senza appoggiarsi a nessun gruppo, senza fare progetti per il futuro, perché non c’era nessun futuro possibile; probabilmente sarebbe scoppiata la guerra, e l’avrebbero vinta gli stupidi; perché gli stupidi, Mario diceva, vincevano sempre.

Il fascismo non aveva l’aria di finire presto. Anzi non aveva l’aria di finire mai.
Erano stati uccisi, a Bagnole de l’Orne, i fratelli Rosselli.
Torino, da anni, era piena di ebrei tedeschi, fuggiti dalla Germania. Anche mio padre ne aveva alcuni, nel suo laboratorio, come assistenti.
Erano dei senza patria. Forse, tra poco, saremmo stati anche noi dei senza patria, costretti a girare da un paese all’altro, da una questura all’altra, senza più lavoro né radici, né famiglia, né case.

Non volle mai sposarsi, perché mai un uomo le parve coincidere con l’ideale d’uomo che lei aveva e conservava nel tempo, un uomo che non sapeva descrivere, ma i cui connotati erano, nella sua immaginazione, inconfondibili.

Sembrava che i soli ottimisti rimasti al mondo fossero Adriano e mia madre. La Paola Carrara, tutta imbronciata nel suo salottino, invitava ancora Salvatorelli, la sera, aspettando inutilmente da lui parole di speranza. Ma Salvatorelli appariva buio, tutti erano sempre più bui e più tetri, non si dicevano parole di speranza, circolava attorno un oscuro spavento.

Pavese, quella primavera, era solito arrivare da noi mangiando ciliege. Amava le prime ciliege, quelle ancora piccole e acquose, che avevano, lui diceva, «sapore di cielo». Lo vedevamo dalla finestra apparire in fondo alla strada, alto, col suo passo rapido; mangiava ciliege e scagliava i noccioli contro i muri con un tiro secco e fulmineo. La sconfitta della Francia, per me, rimase legata per sempre a quelle sue ciliege, che arrivando ci faceva assaggiare, traendole a una a una di tasca con la mano parsimoniosa e scontrosa.

La guerra, noi pensavamo che avrebbe immediatamente rovesciato e capovolto la vita di tutti. Invece per anni molta gente rimase indisturbata nella sua casa, seguitando a fare quello che aveva fatto sempre. Quando ormai ciascuno pensava che in fondo se l’era cavata con poco e non ci sarebbero stati sconvolgimenti di sorta, né case distrutte, né fughe o persecuzioni, di colpo esplosero bombe e mine dovunque e le case crollarono, e le strade furono piene di rovine, di soldati e di profughi. E non c’era più uno che potesse far finta di niente, chiuder gli occhi e tapparsi le orecchie e cacciare la testa sotto al guanciale, non c’era. In Italia fu così la guerra.

Pavese non parlava quasi mai di Leone. Non amava parlare degli assenti, e dei morti. Lo diceva. Diceva: - Quando uno se ne va via, o muore, io cerco di non pensarci, perché non mi piace soffrire.
Tuttavia forse, a volte, soffriva per averlo perduto. Era stato il suo migliore amico. Forse annoverava quella perdita fra le cose che lo straziavano.

Era, il dopoguerra, un tempo in cui tutti pensavano d’essere dei poeti, e tutti pensavano d’essere dei politici; tutti s’immaginavano che si potesse e si dovesse anzi far poesia di tutto, dopo tanti anni in cui era sembrato che il mondo fosse ammutolito e pietrificato e la realtà era stata guardata come di là da un vetro, in una vitrea, cristallina e muta immobilità. Romanzieri e poeti avevano, negli anni del fascismo, digiunato, non essendovi intorno molte parole che fosse consentito usare; e i pochi che ancora avevano usato parole le avevano scelte con ogni cura nel magro patrimonio di briciole che ancora restava. Nel tempo del fascismo, i poeti s’erano trovati ad esprimere solo il mondo arido, chiuso e sibillino dei sogni. Ora c’erano di nuovo molte parole in circolazione, e la realtà di nuovo appariva a portata di mano; perciò quegli antichi digiunatori si diedero a vendemmiarvi con delizia.

Balbo, quando smetteva un momento di discutere con quei suoi amici, esponeva a Pavese e a me le sue idee sul nostro modo di scrivere. Pavese lo ascoltava seduto in poltrona, sotto il lume, fumando la pipa, con un sorriso maligno: e di tutte le cose che Balbo gli diceva, lui diceva che già le sapeva da lunghissimo tempo.
Ascoltava, tuttavia, con vivo piacere. Aveva sempre, nei rapporti con noi suoi amici, un fondo ironico, e usava, noi suoi amici, commentarci e conoscerci con ironia; e questa ironia, che era forse tra le cose più belle che aveva, non sapeva mai portarla nelle cose che più gli stavano a cuore, non nei suoi rapporti con le donne di cui s’innamorava, e non nei suoi libri: la portava soltanto nell’amicizia, perché l’amicizia era, in lui, un sentimento naturale e in qualche modo sbadato, era cioè qualcosa a cui non dava un’eccessiva importanza. Nell’amore, e anche nello scrivere, si buttava con tale stato d’animo di febbre e di calcolo, da non saperne mai ridere, e da non esser mai per intero se stesso: e a volte, quando io ora penso a lui, la sua ironia è la cosa di lui che più ricordo e piango, perché non esiste più, non ce n’è ombra nei suoi libri, e non è dato ritrovarla altrove che nel baleno di quel suo maligno sorriso. [...] Della guerra aveva paura, ma non abbastanza per uccidersi a motivo della guerra. Continuò tuttavia ad avere paura della guerra, anche dopo che la guerra era da gran tempo finita: come, del resto, noi tutti. Perché questo ci accadde, che appena finita la guerra ricominciammo subito ad aver paura di una nuova guerra, e a pensarci sempre. E lui temeva una nuova guerra più di tutti noi. E in lui la paura era più grande che in noi: era in lui, la paura, il vortice dell’imprevisto e dell’inconoscibile, che sembrava orrendo alla lucidità del suo pensiero; acque buie, vorticose e venefiche sulle rive spoglie della sua vita.
Non aveva, in fondo, per uccidersi, alcun motivo reale. Ma compose insieme più motivi e ne calcolò la somma, con precisione fulminea, e ancora li compose insieme e ancora vide, assentendo col suo sorriso maligno, che il risultato era identico e quindi esatto. Guardò anche oltre la sua vita, nei nostri giorni futuri, guardò come si sarebbe comportata la gente, nei confronti dei suoi libri e della sua memoria. Guardò oltre la morte, come quelli che amano la vita e non sanno staccarsene, e pur pensando alla morte vanno immaginando non la morte, ma la vita. Lui tuttavia non amava la vita, e quel suo guardare oltre la sua propria morte non era amore per la vita, ma un pronto calcolo di circostanze, perché nulla, nemmeno dopo morto, potesse coglierlo di sorpresa.

12 aprile 2015

Sempre di domenica #44

Che programmi avete per questa domenica? Io, appena avrò pubblicato questo post, me ne andrò fuori, a strapazzare di coccole il nuovo micio arrivato a casa, a leggere Suite francese visto che sto andando avanti a passo di lumaca, a giocare con la bimba di mia cugina e poi, probabilmente, a fare una passeggiatina, con questa bella giornata di sole non si può proprio rimanere in casa. 

Buona domenica e buona lettura!

2- Le storie che non conosci, canzone di Samuele Bersani e Pacifico, con la partecipazione speciale di Guccini, dedicata ai libri. Grazie a Marta che me l'ha fatta scoprire. 
Una storia che non conosci non è mai di seconda mano.
3- Come trovare il tempo per leggere, articolo di Oliver Burkeman.
Pensare al tempo come a una risorsa da massimizzare significa concepirla in modo strumentale, cioè giudicare che un momento è speso bene solo se ci fa avanzare verso un dato obiettivo. Invece immergersi nella lettura dipende proprio dalla disponibilità a rischiare l’inefficienza, la mancanza di obiettivi e persino lo spreco di tempo.
4- La paura più grande, Zerocalcare. Nella settimana della cena di classe della classe di quando eravamo bambini questo fumetto è caduto proprio a fagiolo! L'argomento della serata, uno dei tanti, è stato: Ma vi rendete conto che c'abbiamo 25 anni??? Ma vi rendete conto??? Ehm...no.

9 aprile 2015

Lessico famigliare, Natalia Ginzburg

Lessico famigliare era per me solo un libricino dalle pagine ingiallite che vedevo sul ripiano della libreria di mia sorella, libricino ingiallito che poi si è trasferito nella mia camera quando lei si è sposata. Dunque per anni l'ho preso in mano e spolverato, anche da bambina devo averlo frequentato, perché le pagine, soprattutto quelle bianche iniziali, sono piene di disegni a matita.
#tesorodellazia non ti venisse mai in mente di fare la stessa cosa con i miei libri!

Non credo di aver mai avuto la tentazione di leggere Lessico famigliare, non per un particolare motivo specifico, semplicemente non mi attraeva.
Ho deciso di dargli una possibilità quando ho realizzato che il ripiano che dedico ai libri ancora da leggere si era riempito e che, quindi, andava svuotato. Svuotato, non esageriamo. Ho soltanto creato uno spazietto di tre centimetri prontamente rioccupato da Jane Eyre. Sono punto e a capo, perciò, con sempre 48 libri non letti nelle mie mani.
A parte questo, comunque, sono stata una stupida: Lessico famigliare mi è piaciuto tantissimo! Avrei dovuto leggerlo molto prima.
Natalia Ginzburg, che fino al matrimonio fu Natalia Levi, scrive un avvertimento prima della vera e propria storia. Annuncia che ciò di cui il lettore leggerà nel suo Lessico famigliare non è altro che la realtà: dentro quella sua opera, avverte, c'è tutta la sua famiglia e ci sono tutti gli amici che quella famiglia aveva. Scrive anche l'autrice che bisognerebbe leggere il libro come un romanzo vero e proprio, benché sia tratto dalla realtà e della realtà mantenga addirittura i nomi veri.

Lessico famigliare, dunque, narra la storia vera della famiglia Levi. Detta così potrebbe sembrare una trama noiosa e banale, all'inizio io per prima avevo quasi l'impressione che un diario di bordo del genere potessimo scriverlo quasi tutti, in fondo. Che ci vuole? mi sono detta mentre leggevo le primissime pagine. Due pagine dopo avevo già cambiato idea.
Sotto una foto postata su Instagram in cui ho mostrato le tracce della me bambina lasciate sul libro, una mia amica ha scritto che leggere Lessico famigliare subito dopo Stoner era stata un'ottima scelta. Penso che, come al solito, avesse ragione, perché entrambi i libri hanno in comune una normalità di fondo, una situazione che forse potremmo vivere tutti. Mentre però Stoner mantiene questa linea piatta dall'inizio alla fine, Lessico famigliare a un certo punto va incontro a una svolta: la famiglia di Natalia si rifiuta, al contrario di Stoner, di vivere una vita in balìa delle onde della storia e capisce che nella storia può provare a intervenire. Gli anni raccontati dalla Ginzburg sono prima quelli di un fascismo che si tende a pensare possa passare via in fretta senza lasciare troppi segni, diventano poi gli anni delle leggi razziali, di un fascismo che inizia concretamente a far più paura, fino a sfociare negli anni veri e propri della guerra e delle persecuzioni.
Mentre la vita di Stoner resta quasi indifferente di fronte alla guerra mondiale, la famiglia Levi prende posizione: è antifascista.
Mario, uno dei fratelli di Natalia, riesce a fuggire all'estero mentre cerca di portare in Svizzera manifesti sovversivi.
Beppino, il padre di origini ebraiche, si trasferisce in Belgio, dopo aver conosciuto anche il carcere insieme ai suoi due figli Alberto e Gino.
Alberto insieme alla moglie Miranda sarà poi mandato anche al confino in Abruzzo, stessa destinazione in cui vengono mandati Natalia e suo marito, Leone Ginzburg. Non credo di spoilerare niente (è storia) dicendo che a lui toccherà un epilogo ben peggiore.
Lessico famigliare è il ritratto leggero e scanzonato di una famiglia, raccontata attraverso i ricordi di una bimba che è diventata adulta, che ha conosciuto l'orrore della guerra, che per la guerra è rimasta vedova, ma che non ha dimenticato quegli anni in cui era piccola e il mondo finiva con la sua casa e nessuno poteva immaginare quello che di lì a poco sarebbe successo. È una storia che il dramma lo suggerisce, ma che non lo urla mai, tutto resta impigliato in una rete di dialetti e modi di dire che diventano storia famigliare, ricordi di genitori ancora giovani e sempre insoddisfatti, di sarte, di balie che passavano il loro tempo a casa Levi dispensando la loro arte e il loro lessico.
La famiglia di Natalia doveva essere una famiglia di spicco, perché molti di quelli che per loro erano amici o parenti sono oggi, per noi, pezzi di storia: Olivetti è stato marito di Paola, unica sorella dell'autrice, e poi compaiono numerosi antifascisti come Salvatorelli, Turati, Foa, lo stesso Ginzburg, fino ad arrivare a Pavese.
Natalia conosceva molto bene Pavese e anche di lui offre un'immagine nuova, che si discosta un po' dallo scrittore che conosco, che ho sempre pensato come un uomo taciturno e malinconico, visto poi anche la fine che ha scelto di fare. La Ginzburg scrive che di lui la cosa che più le manca è l'ironia, l'umorismo. Pare che Pavese fosse divertente e io, giuro, questa caratteristica non l'avrei mai dedotta dai suoi libri.

È stata una lettura sorprendente, semplice e importante al tempo stesso. Si respira l'amore imperfetto delle famiglie, col sottofondo delle frasi più caratteristiche di ogni persona, si respira la storia, anche se non è questo il libro su cui poter piangere per le scene strappalacrime descritte: non ce ne sono, sebbene la biografia dell'autrice suggerisca che sia stata una sua scelta stilistica quella di evitarle.

7 aprile 2015

In questo mese // Marzo 2015

Passeggiare in solitudine come mai prima d'ora, con la musica nelle orecchie in rigoroso ordine casuale. Andare per negozi, ritornare in libreria, litigare un libro con la mamma. Raccogliere margherite e fiori di San Giuseppe. Consumare un tubetto di bolle di sapone al giorno. Ricevere la mia tazza Nutella. Seminare. Creare. Rilassarsi. Belle notizie di nuovi bambini in arrivo. Un matrimonio piuttosto a sorpresa. Ritrovare una sua vecchia foto in una cartella del computer, sorridere senza un motivo per quella sua strana maschera di Carnevale, sotto cui l'ho immediatamente riconosciuto lo stesso. Appiccicare quella foto al diario, dopo aver riempito tutte le pagine di sole parole, quest'anno. Incollargli accanto un'altra foto, che mi ricordi sempre di cogliere l'attimo e di non crogiolarmi nell'alibi di un futuro che sarà migliore, perché non si può mai sapere se quel futuro l'avremo mai.
Se marzo fosse finito tre giorni prima avrebbe sfiorato la perfezione.
Libri
- Stoner di John Williams, lettura tanto attesa quanto gradita.
- La macchina della felicità di Flavio Insinna. Una storia d'amore, col senno del poi posso dire che si incastra purtroppo benissimo col periodo in cui l'ho letta.
- Dizionario delle cose perdute di Francesco Guccini.
- Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, romanzo che non mi aspettavo minimamente potesse piacermi così tanto. A breve, gli scarabocchi sul blog.
Film
- Still Alice.
- Mona lisa smile, vecchio film che non avevo mai visto e che ho trovato per caso una sera su Mtv. Come sia finita su Mtv non si sa, ma il film mi è piaciuto.
- The imitation game.
- Cinquanta sfumature di grigio, visto per non sentirmi esclusa e per poter dire la mia opinione, che è la seguente: non mi aspettavo chissà quale trama, ma un po' di sesso sì, invece non ho trovato né l'una né l'altro.
- Le pagine della nostra vita, uno dei miei film d'amore preferiti. Quella scena di loro due sotto la pioggia è meglio di tutte le sfumature sopra citate.
- Nessuno mi può giudicare, rivisto per l'ennesima volta.
- Il giovane favoloso, che unisce il mio attore italiano preferito col mio poeta italiano preferito. Credo che tirare le somme sia semplice.
- Fratelli unici, con Luca Argentero e Raoul Bova e pertanto da vedere.
- American sniper, l'onore, la gloria, l'incapacità di tornare alla vita normale e la sfiga del miglior cecchino americano di sempre.
- Birdman, non l'ho capito, mi ha messo ansia, mi ha annoiata. Mi ha fatto solo venire più voglia di leggere Carver.
Fiction e serie tv
- Il bosco, finale deludente, per me.
- Sfida al cielo / La narcotici 2.
- La dama velata, genere di fiction che evito sempre con cura, stavolta ci sono cascata. La presenza di Lino Guanciale ha favorito la mia resa, vorrei solo sapere perché ogni personaggio che interpreta si chiama Guido.
3 Canzoni 
1) Difendimi per sempre, la più ascoltata del mese. Certe volte mi lancerei anche in improbabili acuti mentre cammino con passo felpato (ma dove???) lungo la statale. Non lo faccio però, giuro.
Parlami, ti ricordavi di me?
Pensaci...ci siamo visti nei miei sogni.
2) Le passanti, versione di Tiziano Ferro. Mi è capitato di ascoltarla su Spotify e ho avuto una specie di epifania: questa canzone è la colonna sonora dei miei film mentali, che in maniera più poetica Fabrizio De Andrè ha definito felicità intraviste.
Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti.

Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.
3) Mai e per sempre, Marco Mengoni.
Se vivi la vita
in punta di piedi,
d'accordo non corri,
però quasi voli.
Acquisti e regali 
- Due camicie: una a quadretti e una di jeans. Un maglione di lana scontatissimo dai colori un po' improbabili, ma che per casa va benissimo. Un maglioncino rosso, uno giallo. Due magliette/camicette con fantasie primaverili. 
- Suite francese di Irène Némirovsky che, causa lavori pasquali, finora ho letto molto lentamente.
- Jane Eyre di Charlotte Bronte.
Sperimentazioni in cucina
- Torta sette veli. 
- Mimosa monoporzione.
Cose creative
- Una mini cucina di carta pesta, costruita con scatole delle scarpe, vinavil, carta igienica, tappi di sapone e vecchi cd.
- Coprispalla a maglia, una faticaccia, ma ne è valsa la pena.
- Un cestino di Pasqua all'uncinetto e due pulcini amigurumi.
- Le quattro stagioni all'uncinetto, improvvisate e per questo non perfette, ma comunque sono abbastanza soddisfatta.
- Tre biglietti pop up. 
Fotografie


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