22 febbraio 2016

Ogni cosa è illuminata, Jonathan Safran Foer

Un foglio bianco, un cursore che lampeggia e io che non so da dove cominciare. Mi gira ancora la testa, dopo la lettura di questo romanzo. 

Si potrebbe dire che Ogni cosa è illuminata sia la storia dell'autore che, con una foto in mano, compie un viaggio dall'America all'Ucraina alla ricerca di Augustine, la donna che forse ha salvato il nonno dai nazisti decenni e decenni prima. Nel suo viaggio è accompagnato dal coetaneo Alex, che gli fa da interprete, dal nonno fintamente cieco dell'interprete e dal suo cane Sammy Davis Junior Junior
Si potrebbe dire che Ogni cosa è illuminata sia la storia di uno shetl, Trachimbrod, raso completamente al suolo durante la seconda guerra mondiale.
Si potrebbe dire che Ogni cosa è illuminata sia la storia di un uomo buono vissuto in tempi cattivi, che non può essere lo stesso di prima, che sopravvive grazie ad azioni inammissibili in un tempo normale, ma che si possono provare a perdonare, visto il contesto. 
Si potrebbe dire che Ogni cosa è illuminata sia la storia di una donna, Lista, unica sopravvissuta di un'intera comunità, che vive circondata da ricordi chiusi in tante scatole meticolosamente etichettate che nessuno verrà mai a cercare, perché tutti sono morti con l'arrivo dei nazisti: tutti. 
Si potrebbe dire che Ogni cosa è illuminata sia la storia di Brod, nata misteriosamente dal fiume da cui prende il nome nel 1791, che non è altro che la bis bis bis bis bisnonna dell'autore del romanzo, nonché protagonista di questo assurdo viaggio sconclusionato e alquanto sopra le righe. La storia di Brod si alterna al viaggio del pro pro pro pro pronipote e al suo scambio di lettere col giovane interprete, divenuto, nel frattempo, un amico.
Questo primo romanzo di Jonathan Safran Foer è un caos, una stanza disordinata, dove ci vuole molto impegno, e costanza, e fatica, per cercare di ridare il posto giusto alle cose. Io sono la regina del caos, eppure tra queste pagine mi sono persa.

Mi aspettavo una storia, una soltanto, invece ne ho trovate tante, mescolate da un capitolo all'altro, narrate da più punti di vista, con stili completamente diversi. È stata una lettura confusa: a tratti meravigliosa, a tratti commovente, a tratti divertente, a tratti noiosa, a tratti incomprensibile, a tratti surreale.

Mi aspettavo un libro incentrato sull'Olocausto, invece del vero e proprio sterminio operato dai nazisti viene scritto poco, in proporzione alle pagine del romanzo. A un certo punto della loro corrispondenza epistolare l'autore mette in bocca all'amico ucraino che il buffo è l'unico modo veritiero di raccontare una storia triste e credo che sia questa l'unica vera chiave di lettura possibile di Ogni cosa è illuminata. La drammaticità della Shoah passa quasi in secondo piano rispetto alla stravaganza dei personaggi. Difficilmente mi ricorderò del nonno di Alex come di un depresso superstite incapace di vivere, è molto probabile che terrò in mente il suo voler far credere a tutti di essere cieco, pur essendo proprio lui l'autista di quello strano gruppo di viaggiatori, indagatori del passato.
Fingersi ciechi, già. Sarebbe stato meglio esserlo davvero certe volte, sarebbe stato meglio non poter vedere, non poter sentire, non poter parlare, durante i rastrellamenti dei nazisti, ma invece il nonno di Alex non era né cieco, né sordo, né muto. Era un uomo buono, in tempi cattivi. Era sopravvissuto, lui che era solo un ucraino non ebreo. Era sopravvissuto a caro prezzo, come tutti. Fingeva di essere cieco, fingeva di aver dimenticato, ma non si può. Se ci si vuole battere per un futuro migliore si deve non solo conoscere il passato, ma anche riappacificarsi con esso. Ed è quella riappacificazione la vera meta di questo viaggio verso un paese che non esiste più.
Mi gira ancora la testa, anche dopo aver tentato di riaggomitolare i fili sopra questa pagina che era bianca. Non so dire se questo romanzo mi sia piaciuto o no, perché in alcune parti l'ho trovato eccezionale, in altre ho sbadigliato.
Ho particolarmente apprezzato le parti scritte da Alex, molto più di quelle messe insieme dal vero scrittore Jonathan Safran, mi sono piaciute per la sua lingua stentata, per i suoi modi di dire (fabbricare le zeta, per esempio), per il suo modo di essere buffo, per la sua crescita.
Le parti drammatiche dedicate all'avanzata nazista sono da brividi.
Forse avrei apprezzato di più il romanzo se non ci fosse stata tutta la parte riguardante il passato, visto che tra quelle pagine mi ci sono arenata in più occasioni, con la forte tentazione di chiudere tutto e lasciare il libro a metà. Per fortuna non lo faccio mai. 
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