29 febbraio 2016

L'animale morente, Philip Roth

È la notte di Capodanno che sancisce l'inizio del nuovo millennio: su una poltrona, davanti alla tv accesa, un vecchio professore tiene tra le braccia una giovane donna nuda, con solo un cappello in testa. 
Lui è David Kepesh, settantenne professore universitario, e lei Consuela Castillo, sua ex studentessa ed ex amante, oggi trentaduenne. In tv si rincorrono le immagini de L'Avana in festa, sulla poltrona i due si stringono, stranamente senza desiderio.
Consuela è cubana, anzi cubani erano i suoi genitori, fuggiti dal loro Paese in seguito alla presa di potere di Fidel Castro, nel '60.  Lei è nata otto anni dopo, nel '68, mentre l'aria rivoluzionaria sconvolgeva la vita del già maturo professor Kepesh, che sull'onda dello scardinamento di tutti i valori tradizionali ha lasciato la moglie e il figlio per dedicarsi a un'esistenza di completa libertà, svincolata da ogni legame affettivo duraturo, dominata dall'istinto, dalla lussuria, dal desiderio. Una vita all'insegna del piacere.
È lui stesso, David Kepesh, che ce lo racconta. Scrive queste pagine in un momento di bisogno: ha assoluta necessità di ricordare per sempre il corpo di Consuela che ha tanto amato.
La loro storia, che era durata un anno e mezzo, sembrava ormai un ricordo piuttosto lontano, quando proprio lei, otto anni dopo, si riaffaccia all'improvviso nella vita di lui.
Lui vecchio, lei giovane. Animali morenti, forse entrambi.
Il primo approccio a Philip Roth non mi ha conquistata eccessivamente, seppure alcune pagine, alcune riflessioni, siano molto molto belle.

È bello il modo in cui il professore venera il corpo cubano della sua giovane amante, è bello il modo in cui la tocca, anche solo con gli occhi all'inizio. È straziante la consapevolezza di aver dedicato la vita alla libertà per ritrovarsi schiavo di una femmina, a più di sessant'anni. Ora che è vecchio forse anche lui, Kepesh, sotto sotto desidera di non essere più libero, di non essere più solo, più che altro. Con Consuela il professore smette di cercare il piacere per il piacere, riscopre la gelosia, in fondo forse ha un sentimento più profondo del desiderio fine a se stesso.

Sono toccanti le riflessioni sulla vecchiaia o, più in generale, sul tempo che passa, sempre soggettivo, certe volte freddamente crudele e atroce. Sarebbe giusto un mondo in cui i nonni muoiono prima dei genitori e i genitori prima di noi e noi prima dei nostri figli e i nostri figli prima dei nostri nipoti. La naturalezza del tempo attenua il dolore, ma non sempre la vita procede su binari ordinati, a volte il caso rompe la cronologia e allora le fragilità ci avvolgono e noi, giovani o vecchi che siamo, ci scopriamo potenziali animali morenti. 
Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l'amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due.

26 febbraio 2016

Il mappalibri #7 [Non chiedere perché]

Il mappalibri è la rubrica del venerdì, nella quale ho pensato di condividere gli scarabocchi che realizzo a caldo dopo la lettura di un libro. 

Se anche voi avete voglia di scarabocchiare in senso quasi letterale le storie che leggete e di condividerle su Instagram vi chiedo di usare gli hashtag #ilmappalibri e #scarabocchidipensieri e di taggarmi (@scarabocchidipensieri) nei vostri scatti così che io possa ritrovarvi facilmente. Se vi va di giocare insieme a me sicuramente il venerdì ci sarà posto anche per i vostri scatti! 

Questa settimana è il turno di Non chiedere perché: la storia di un uomo che in due settimane, sotto le bombe di Sarajevo, diventa padre.
Qui il post con gli scarabocchi sul libro e qui le frasi che ho sottolineato.


24 febbraio 2016

Ogni cosa è illuminata, frasi [Jonathan Safran Foer]

«Io monto sull'autobus un'ora per andare a lavorare tutto il giorno e fare cose che odio. Vuoi sapere perché? Per te, Alexi-basta-di-ammorbarmi. Un giorno farai per me cose che hai in odio. È questo che vuol dire essere una famiglia».

«Quanta moneta avrò per le mie affatiche?» ho interrogato, perché questo dilemma aveva su di me molta pesantezza. «Meno di quello che pensi di meritare» ha risposto lui. «e più di quello che meriti.»

D'un tratto, Yankel fu colto dalla paura di morire, più forte di quella provata quando i suoi genitori erano mancati per cause naturali, più forte di quella provata quando il suo unico fratello era rimasto ucciso nel mulino industriale, o quando erano morti i suoi figli; più forte, addirittura, di quando da bambino gli era venuto in mente per la prima volta che doveva provare a capire cosa poteva significare non essere vivi: non trovarsi al buio, o senza sensi - ma essere non-essenti, non essere.

Starà sognando? si chiedeva. E se sì, che cosa sogna un bambino? Deve sognare la vita prima della vita come io sogno quella dopo la morte.

Era un uomo che tutti ammiravano e apprezzavano, e nessuno conosceva. Come un libro di cui si può percepire il valore tenendolo in mano, di cui si può parlare senza averlo mai letto, un libro che si può raccomandare.

Lo so che mi hai chiesto di non cambiare gli sbagli perché hanno un suono buffo, e il buffo è l'unico modo veritiero di raccontare una storia triste, ma credo che io li cambierò.

E i ragazzi, allora? Non vuoi che ti trovino carina? 
Non voglio che un ragazzo mi trovi carina se non è il tipo di ragazzo che lo pensava anche prima che lo fossi.

Se avessimo aperto una pagina a caso del suo diario - che deve avere serbato e serbato in ogni momento, con la paura non che venisse perduto o scoperto o letto, ma di imbattersi un giorno nella cosa che finalmente valesse la pena di scrivere e ricordare e scoprire che non aveva qualcosa su cui scrivere - avremmo trovato una qualche enunciazione del seguente sentimento: non sono innamorata. E dunque si doveva accontentare dell'idea dell'amore - di amare il fatto di amare cose della cui esistenza non le importava affatto. L'amore in sé divenne oggetto del suo amore. Lei amava se stessa innamorata, amava amare l'amore come l'amore ama amare: ed era in grado, quindi, di riconciliarsi con un mondo tanto diverso da quello che avrebbe auspicato. Non era il mondo la grande menzogna salutare: lo era la sua volontà di renderlo bello e giusto, di vivere una vita già-avulsa in un mondo già-avulso da quello dove tutù gli altri sembravano esistere.

Il sogno di vivere per sempre con Brod. Faccio questo sogno tutte le notti. Anche quando l'indomani mattina non me lo ricordo. So che c'è stato, come l'avvallamento lasciato dalla testa dell'amante sul cuscino accanto dopo che se n'è andata. Non sogno di invecchiare insieme a lei, ma di non invecchiare, né lei né io. È vero, ho paura di morire. Ho paura che il mondo continui senza di me, che la mia assenza passi inosservata, o peggio ancora, di essere una qualche forza naturale che spinge avanti il mondo. È egoismo, questo? Sono forse un uomo malvagio perché sogno un mondo che termina con la mia fine? Non pretendo che il mondo abbia fine rispettandomi, ma che ogni coppia d'occhi vada a chiudersi con i miei. Talora il mio sogno di vivere per sempre con Brod è il sogno che moriamo assieme. So che non c'è vita dopo la morte. Non sono un imbecille. E so che Dio non esiste. Non è della sua compagnia che ho bisogno, ma di sapere che non le occorrerà la mia, o sapere che non potrà farne a meno. Penso a scene di lei senza di me e divento gelosissimo. Si sposerà, avrà figli e toccherà quello a cui io non potrei mai avvicinarmi - tutte cose che mi dovrebbero rendere felice. Non posso rivelarle questo sogno, è chiaro, ma lo vorrei tanto. Lei è l'unica cosa che ha importanza.

Questo è amore, pensava lei, sì o no? Quando noti l'assenza di qualcuno, e detesti quell'assenza più di ogni altra cosa. Ancora più di quanto ami la sua presenza.

Quando scriviamo abbiamo una seconda occasione.

Una persona cattiva è un uomo che non compiange le sue cattive azioni. E adesso per il peso di questo il Nonno sta morendo. Io ti supplico di perdonarci e di farci migliori di quello che siamo. Facci buoni.

Sapeva che ti amo vuol dire anche: ti amo più di chiunque altro ti ami o ti abbia mai amata, o ti amerà, e anche: io ti amo in un modo in cui nessuno ti ama, o ti ha mai amato, o ti amerà mai, e anche: ti amo in un modo in cui non amo nessun'altra e non ho mai amato nessun'altra e non amerò mai nessun'altra. Sapeva che, per definizione dell'amore, è impossibile amare due persone.

«Tu li perdoneresti?» ho chiesto. «Sì» ha detto il Nonno. «Io ci proverei.» «Puoi dire questo solo perché non puoi immaginare cos'è» ha detto Augustine. «Invece posso.» «Non è una cosa che puoi immaginare. È, e basta. Dopo questo, l'immaginazione non può esistere più.»

«Questa è la lezione che abbiamo imparato da tutto quello che è successo, che Dio non esiste. Lui ha dovuto usare tutte quelle facce nascoste per dimostrarlo a noi.» «E se fosse stata una prova per la vostra fede?» ho detto io. «Non posso credere in un Dio che costringe la fede a delle prove così.» «E se non fosse stato in suo potere?» «Non posso credere in un Dio che non era capace di fermare quello che succedeva.» «E se a farlo non fosse stato Dio ma l'uomo?» «Non credo neanche nell'uomo.»

E SE DOBBIAMO BATTERCI PER UN FUTURO MIGLIORE, NON DOBBIAMO CONOSCERE IL NOSTRO PASSATO E RICONCILIARCI CON ESSO?

«Non sono un uomo cattivo. Sono un uomo buono vissuto in tempi cattivi.»

Non sei solo, disse Lista, appoggiandosi al petto la testa di lui.
Sì, invece.
Lista si accorse che lui stava piangendo, e lei no. Non sei solo, gli disse. È che ti senti solo.
Sentirsi soli è esserlo. Ecco cos'è.

Al suo dolore subentra un'utile tristezza. Ogni genitore che ha perso un figlio troverà il modo di tornare a ridere. Il timbro si sbiadisce. La lama si smussa. Il dolore si affievolisce. Ogni amore è scolpito nella perdita. Il mio lo è stato. Il tuo lo è. Lo sarà quello dei tuoi pro-pro-pronipoti. Ma noi impariamo a vivere in quell'amore.

22 febbraio 2016

Ogni cosa è illuminata, Jonathan Safran Foer

Un foglio bianco, un cursore che lampeggia e io che non so da dove cominciare. Mi gira ancora la testa, dopo la lettura di questo romanzo. 

Si potrebbe dire che Ogni cosa è illuminata sia la storia dell'autore che, con una foto in mano, compie un viaggio dall'America all'Ucraina alla ricerca di Augustine, la donna che forse ha salvato il nonno dai nazisti decenni e decenni prima. Nel suo viaggio è accompagnato dal coetaneo Alex, che gli fa da interprete, dal nonno fintamente cieco dell'interprete e dal suo cane Sammy Davis Junior Junior
Si potrebbe dire che Ogni cosa è illuminata sia la storia di uno shetl, Trachimbrod, raso completamente al suolo durante la seconda guerra mondiale.
Si potrebbe dire che Ogni cosa è illuminata sia la storia di un uomo buono vissuto in tempi cattivi, che non può essere lo stesso di prima, che sopravvive grazie ad azioni inammissibili in un tempo normale, ma che si possono provare a perdonare, visto il contesto. 
Si potrebbe dire che Ogni cosa è illuminata sia la storia di una donna, Lista, unica sopravvissuta di un'intera comunità, che vive circondata da ricordi chiusi in tante scatole meticolosamente etichettate che nessuno verrà mai a cercare, perché tutti sono morti con l'arrivo dei nazisti: tutti. 
Si potrebbe dire che Ogni cosa è illuminata sia la storia di Brod, nata misteriosamente dal fiume da cui prende il nome nel 1791, che non è altro che la bis bis bis bis bisnonna dell'autore del romanzo, nonché protagonista di questo assurdo viaggio sconclusionato e alquanto sopra le righe. La storia di Brod si alterna al viaggio del pro pro pro pro pronipote e al suo scambio di lettere col giovane interprete, divenuto, nel frattempo, un amico.
Questo primo romanzo di Jonathan Safran Foer è un caos, una stanza disordinata, dove ci vuole molto impegno, e costanza, e fatica, per cercare di ridare il posto giusto alle cose. Io sono la regina del caos, eppure tra queste pagine mi sono persa.

Mi aspettavo una storia, una soltanto, invece ne ho trovate tante, mescolate da un capitolo all'altro, narrate da più punti di vista, con stili completamente diversi. È stata una lettura confusa: a tratti meravigliosa, a tratti commovente, a tratti divertente, a tratti noiosa, a tratti incomprensibile, a tratti surreale.

Mi aspettavo un libro incentrato sull'Olocausto, invece del vero e proprio sterminio operato dai nazisti viene scritto poco, in proporzione alle pagine del romanzo. A un certo punto della loro corrispondenza epistolare l'autore mette in bocca all'amico ucraino che il buffo è l'unico modo veritiero di raccontare una storia triste e credo che sia questa l'unica vera chiave di lettura possibile di Ogni cosa è illuminata. La drammaticità della Shoah passa quasi in secondo piano rispetto alla stravaganza dei personaggi. Difficilmente mi ricorderò del nonno di Alex come di un depresso superstite incapace di vivere, è molto probabile che terrò in mente il suo voler far credere a tutti di essere cieco, pur essendo proprio lui l'autista di quello strano gruppo di viaggiatori, indagatori del passato.
Fingersi ciechi, già. Sarebbe stato meglio esserlo davvero certe volte, sarebbe stato meglio non poter vedere, non poter sentire, non poter parlare, durante i rastrellamenti dei nazisti, ma invece il nonno di Alex non era né cieco, né sordo, né muto. Era un uomo buono, in tempi cattivi. Era sopravvissuto, lui che era solo un ucraino non ebreo. Era sopravvissuto a caro prezzo, come tutti. Fingeva di essere cieco, fingeva di aver dimenticato, ma non si può. Se ci si vuole battere per un futuro migliore si deve non solo conoscere il passato, ma anche riappacificarsi con esso. Ed è quella riappacificazione la vera meta di questo viaggio verso un paese che non esiste più.
Mi gira ancora la testa, anche dopo aver tentato di riaggomitolare i fili sopra questa pagina che era bianca. Non so dire se questo romanzo mi sia piaciuto o no, perché in alcune parti l'ho trovato eccezionale, in altre ho sbadigliato.
Ho particolarmente apprezzato le parti scritte da Alex, molto più di quelle messe insieme dal vero scrittore Jonathan Safran, mi sono piaciute per la sua lingua stentata, per i suoi modi di dire (fabbricare le zeta, per esempio), per il suo modo di essere buffo, per la sua crescita.
Le parti drammatiche dedicate all'avanzata nazista sono da brividi.
Forse avrei apprezzato di più il romanzo se non ci fosse stata tutta la parte riguardante il passato, visto che tra quelle pagine mi ci sono arenata in più occasioni, con la forte tentazione di chiudere tutto e lasciare il libro a metà. Per fortuna non lo faccio mai. 

20 febbraio 2016

Spunti e appunti prima del weekend #6

- Il (mio) primo libro dei lettori, un'iniziativa nata per caso dal blog di internostorie che mi sa tanto di meraviglia e nostalgia. Vi ricordate del vostro primo libro? Io sì, spero presto di riuscire a scriverne qualcosa.
- The Queen father, la sua pagina facebook, ricca di numerosi spunti di riflessione, perché l'amore è amore e deve essere tutelato, tutto, allo stesso modo. DEVE. Cito un suo post e ditemi dove non si respira famiglia tra queste righe.
Era l'11 Febbraio 2011.
Eravamo io e te.
Erano i tuoi primi, ambitissimi passi.
Non c'erano i senatori.
Non c'erano i giudici.
Non c'erano gli psicologi.
Non c'erano i sondaggi o i pediatri.
Non c'erano i preti o le Sentinelle.
Non c'erano dibattiti e confronti.
Non c'erano i numeri e i sondaggi.
Non c'erano gli slogan, le invettive e i cartelloni.
Non c'erano le accuse né il vilipendio.
C'era il sole.
C'erano marghetite dappertutto.
C'ero io, amore mio.
C'ero io.
Fin dal primo secondo della tua vita, c'ero io.
A guidare quei primi passi, a consolare i primi pianti, a curare i primi spaventi c'ero io.
C'ero solo io.
Quei piedini che ho mangiato di baci, quei piedini incerti che trovavano la stabilità nelle mie mani.
C'ero io.
Sogno un mondo in cui non dovrai aver paura di camminare da solo, lo stiamo sognando in tanti, ma ricordati sempre una cosa:
quando la vita sembra volerti tagliare le gambe, quando qualcuno vuole mettere a repentaglio i tuoi passi, quando la società vuole appesantire i tuoi piedi con la catena del giudizio, ricorda i tuoi primi passi.
Ricorda quelle margherite e quel sole.
Ricorda che c'ero io.
C'ero io.
Perché sono il tuo papà, e lo sarò sempre.
E non è un'opinione.
TQF xx
- Da dove vengono i loghi delle case editrici italiane.
- Donnarita - creative in fuga. Sto diventando appassionatissima di Detto fatto, chi l'avrebbe mai detto!
- Citazioni:
1) Il poco è poco, ma se aggiungi poco al poco, e lo fai di frequente, presto il poco diventerà tanto. [Esiodo]

19 febbraio 2016

Il mappalibri #6 [Atti osceni in luogo privato]

Il mappalibri è la rubrica del venerdì, nella quale ho pensato di condividere gli scarabocchi che realizzo a caldo dopo la lettura di un libro. 

Se anche voi avete voglia di scarabocchiare in senso quasi letterale le storie che leggete e di condividerle su Instagram vi chiedo di usare gli hashtag #ilmappalibri e #scarabocchidipensieri e di taggarmi (@scarabocchidipensieri) nei vostri scatti così che io possa ritrovarvi facilmente. Se vi va di giocare insieme a me sicuramente il venerdì ci sarà posto anche per i vostri scatti! 

Questa settimana è il turno di Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli, un romanzo di formazione che mi ha traghettato dentro l'adultità, un romanzo che difficilmente dimenticherò per il contesto in cui l'ho letto e perché in Liberò ho visto anche molto di me.
Qui potete trovare il post che gli ho dedicato e qui le frasi che ho sottolineato.


13 febbraio 2016

Spunti e appunti prima del weekend #5


- Sicuri di voler iniziare? L'esordio letterario secondo Calvino e Pavese, articolo di Athenae Noctua, che proprio questa settimana ha soffiato la sua terza candelina.
- Pizzette alla ricotta (io ho messo il Philadelphia ed erano squisite!).
- Focaccia senza impasto e senza lievitazione (la preparerò per il picnic di domani!).
- Citazioni:
1) La sensibilità non è donna, la sensibilità è umana. Quando la trovi in un uomo diventa poesia. [Alda Merini]
2) Dona a chi ami ali per volare, radici per tornare e motivi per restare. [Dalai Lama]
3) Amo come l'amore ama. Non conosco altra ragione di amarti che amarti. Cosa vuoi che ti dica oltre a dirti che ti amo, se ciò che voglio dirti è proprio che ti amo? [Pessoa]

12 febbraio 2016

Il mappalibri #5 [La macchina della felicità]

Il mappalibri è la rubrica del venerdì, nella quale ho pensato di condividere gli scarabocchi che realizzo a caldo dopo la lettura di un libro. 

Se anche voi avete voglia di scarabocchiare in senso quasi letterale le storie che leggete e di condividerle su Instagram vi chiedo di usare gli hashtag #ilmappalibri e #scarabocchidipensieri e di taggarmi (@scarabocchidipensieri) nei vostri scatti così che io possa ritrovarvi facilmente. Se vi va di giocare insieme a me sicuramente il venerdì ci sarà posto anche per i vostri scatti! 

Questa settimana vi faccio conoscere il primo mappalibri che è nato dalla mia penna blu, la scorsa primavera (o forse era ancora inverno?): si tratta de La macchina della felicità di Flavio Insinna. Una semplice storia d'amore, dal finale che, se ci penso, ancora mi traumatizza.
Qui potete trovare il post che gli ho dedicato e qui le frasi che ho sottolineato.


Questa settimana ho il piacere di accostare al mio lo scarabocchio della mia amica Marta di Memoriarem che ci propone Gli ultimi giorni dei nostri padri di Joel Dicker. Se vi incuriosisce seguitela, perché sono sicura che ne scriverà sul suo blog uno di questi sabati.

10 febbraio 2016

Macbeth, frasi [William Shakespeare]

MACBETH - Questo presagio soprannaturale
non può essere tristo,
non può essere buono;
[..]
Il mio pensiero, dove l'assassinio
è sol fantasticato, scuote già
a tal punto la mia essenza d'uomo,
da soffocarne quasi ogni funzione
nel fumo d'un idea senza contorni;
e nulla è, tranne ciò che non è.

MACBETH - (Sempre tra sé)
Se il fato vuole ch'io diventi re,
ebbene il fato mi può incoronare,
senza ch'io abbia a muovere un sol dito.

BANQUO - (c.s.)
Gli onori che gli son piovuti addosso
gli stanno come a noi certi vestiti,
che non s'adattan bene alla vita
se non con l'uso.

MACBETH - - (Tra sé)
Principe di Cumberland!...
Un gradino su cui dovrò inciampare,
o dovrò superarlo con un balzo,
perché si piazzerà sul mio cammino.
Stelle, oscurate il vostro fiammegiare,
che la luce non penetri i segreti
dei neri, tenebosi miei propositi!
L'occhio non veda quel che fa la mano;
ma si compia quell'atto che, compiuto,
l'occhio avrà orrore pur di riguardare!

LADY MACBETH - Ma non mi fido della tua natura:
troppo latte d'umana tenerezza
ci scorre, perché tu sappia seguire
la via più breve. Brama d'esser grande
tu l'hai e l'ambizione non ti manca;
ma ti manca purtroppo la perfidia
che a quella si dovrebbe accompagnare.
Quello che brami tanto ardentemente
tu vorresti ottenerlo santamente:
non sei disposto a giocare di falso,
eppur vorresti vincere col torto.

MACBETH - non facciamo che insegnare sangue,
ed il sangue insegnato torna sempre
ad infettar colui che l'ha insegnato.

LADY MACBETH - Ti fa tanta paura
mostrarti nell'azione e nel coraggio
quello stesso che sei nel desiderio?
Tu vuoi avere quello che consideri
l'ornamento di tutta un'esistenza,
e intanto vuoi continuare a vivere
stimandoti un ingnobile vigliacco,
lasciando che il "non oso"
sia sempre agli ordini dell'"io vorrei"

MACBETH - E celi un falso volto un falso cuore.

PORTIERE - S'è brindato, signore, in verità,
sino al secondo cantare del gallo;
ed il bere si sa, causa tre cose.
MACDUFF - E quali?
PORTIERE - Beh, signore: naso rosso,
gran voglia di dormire e pisciarella.
La lussuria la provoca e la sprovoca;
perché ne provoca, bensì, la voglia,
ma ne impedisce poi l'esecuzione.
Si può dire perciò che il troppo vino
si diverta a imbrogliarla, la lussuria;
la fa e disfà, la tira su e l'abbatte,
l'eccita e la diseccita; la drizza,
e poi non sa più mantenerla su.

LADY MACBETH - Ciò ch'è senza rimedio,
non val che ci si pensi più di tanto:
quello che è fatto è fatto.

LADY MACDUFF - Lui non ne ha avuta. È stata una follia
fuggir così; a farci traditori
quando non son le azioni, è la paura.

LADY MACDUFF - Ah, Dio t'aiuti, povero scimmiotto!
Come farai adesso, senza padre?
FIGLIO - Se fosse morto tu lo piangeresti.
Se non lo fai, a me pare buon segno:
vuol dire che avrò presto un'altro padre.

MALCOLM - Cerca di farti cuore come puoi.
Non c'è notte sì lunga
che non abbia speranza di mattino.

MACBETH - La vita è solo un'ombra che cammina,
un povero attorello sussiegoso
che si dimena sopra un palcoscenico
per il tempo assegnato alla sua parte,
e poi di lui nessuno udrà più nulla:
è un racconto narrato da un idiota,
pieno di grida, strepiti, furori,
del tutto privi di significato!

MACBETH - S'è per baciar la terra sotto i piedi
del giovinetto Malcolm,
s'è per essere morso dall'insulto
della plebaglia, non m'arrenderò.
S'anche l'intera foresta di Birnam
è a Dunsinane venuta,
e s'anche tu, che mi sei qui davanti,
non sei stato da donna partorito,
io mi gioco qui l'ultima partita.
Ecco, pongo il mio scudo di battaglia
avanti a me. Perciò, Macduff, in guardia!
E dannato chi dice prima:"Basta".

8 febbraio 2016

Macbeth, William Shakespeare

Il 2016, ho deciso, sarà anche l'anno di Shakespeare. Mentre il mondo celebra i 400 anni dalla morte del più grande drammaturgo che sia mai esistito, io provo a conoscerlo, partendo da zero, grazie al progetto di Maria: la #maratonaShakespeariana, che consiste nella lettura di un dramma al mese, per tutti i dodici mesi di quest'anno.

Pronti, partenza, via.
Io e Shakespeare non ci eravamo mai incontrati, prima di qualche giorno fa. Oh sì, l'avevo intravisto in tv in vari Romeo e Giulietta e a scuola mi avevano perfino portato ad assistere a un Amleto in inglese, interpretato in una chiave molto rock con le canzoni dei Pink Floyd: belle, le canzoni; del resto della rappresentazione non ricordo nulla, perché il mio interesse all'epoca credo che fosse pari quasi a zero. Avrebbero potuto darmi complicatissimi problemi di analisi matematica e ci sarei stata su a pensare per tutto un pomeriggio, avrebbero potuto impormi capitoli e capitoli di storia e li avrei studiati senza battere ciglio, ma l'inglese, per favore, no.

Tutto questo preambolo per dire che la lettura di Macbeth ha rappresentato per me il primo vero approccio a Shakespeare, il primo vero mio contatto con un testo teatrale. Ne ho rimandato a lungo la lettura, perché nutrivo numerosi dubbi a riguardo: ero quasi sicura del fatto che sarebbe stata complicata e pesante, invece, colpo di scena, le (poche) pagine dell'opera mi sono scivolate via in fretta, senza troppe complicazioni.
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La scena si svolge soprattutto in Scozia, dove regna un buon sovrano: Duncano, padre di Malcolm e Donalbano. Macbeth è un suo generale, il generale più fidato, viene presentato come Macbeth il prode, Macbeth giovin di Bellona sposo (dove Bellona era la divinità latina della guerra), Macbeth che non ha mai paura di battersi per l'onore del suo re e della sua patria.
È dopo una vittoriosa battaglia contro l'esercito norvegese, vittoriosa grazie al suo coraggio, che a Macbeth e a Banquo (suo amico e anche lui generale dell'esercito svedese) appaiono tre streghe che salutano Macbeth prima come Thane di Glamis (carica che già ricopre), poi come Thane di Cawdor e infine addirittura come futuro re. Mentre lui resta interdetto per tante gustose profezie, Banquo chiede informazioni anche sulla sua vita: gli viene detto che sarà padre di re, seppur non re lui stesso.
In un primo momento Macbeth non si fida delle previsioni delle streghe, ma deve subito ricredersi, perché viene presto nominato Thane di Cawdor, grazie alla sua vittoria in battaglia.
In lui comincia a farsi strada l'idea del regicidio, idea che non vuole confessare nemmeno a se stesso, all'inizio. È a questo punto che entra in scena una crudelissima e assetatissima di potere Lady Macbeth: è lei, soltanto lei, a convincere il marito ad anticipare quella profezia delle streghe. Troppo ghiotta è la possibilità di divenire regina.
LADY MACBETH - Ti fa tanta paura

mostrarti nell'azione e nel coraggio
quello stesso che sei nel desiderio?
Tu vuoi avere quello che consideri
l'ornamento di tutta un'esistenza,
e intanto vuoi continuare a vivere
stimandoti un ingnobile vigliacco,
lasciando che il "non oso"
sia sempre agli ordini dell'"io vorrei"
È nel secondo atto che l'assassinio di Duncano si compie. Era ospite in casa di Macbeth, che lo pugnala nel sonno, facendo ricadere la colpa dell'uccisione materiale del re sui due soldati che avrebbero dovuto sorvegliarlo. All'inizio sono ritenuti i mandanti dell'omicidio i figli Malcolm e Donalbano, che scappano, non perché colpevoli in realtà, ma per non essere anche loro uccisi.
Macbeth, come predetto e previsto, viene incoronato re di Scozia.
Il terzo atto segna l'inizio della fine del nuovo sovrano. Macbeth non riesce a vivere serenamente, non riesce a dormire, vede pericoli per il suo trono ovunque, soprattutto nel suo generale più coraggioso e leale, Banquo. Anche lui, decide, deve essere eliminato, e con lui il figlio Fleante, che secondo le streghe potrebbe essere un giorno re. I sicari ingaggiati dal sovrano colpiscono a morte Banquo, ma perdono di vista il figlio, che fugge.
Macbeth perciò continua a non dormire sonni tranquilli, anzi tutto è reso più complicato dalle apparizioni dello spettro dell'amico che lui, ormai bramoso di potere, ha appena fatto uccidere.
È Lennox, un nobile di Scozia, il primo a parlare di Macbeth come di un tiranno, come di un regicida. Macduff, altro nobile in dissenso col re, fugge invece in Inghilterra insieme a Malcolm.
Da questo momento in poi avrà inizio la discesa del protagonista.
Col quarto atto non cambia lo stato d'animo di Macbeth, che non ha più niente in sé del valoroso soldato che era all'inizio, ormai è un uomo ossessionato unicamente dal potere. Non stenta a uccidere la moglie e i figli di Macduff quando le streghe, nuovamente interpellate, gli rivelano che lui sarebbe stato un pericolo. Ormai è a tutti gli effetti un efferato assassino, rimasto quasi completamente da solo.
In questo contesto nasce in Inghilterra un'alleanza contro di lui, capitanata dallo stesso Macduff, desideroso di vendicare la propria famiglia, e da Malcolm, voglioso di riprendersi il trono che gli sarebbe spettato per discendenza.
È nel quinto e ultimo atto che la vendetta si compie, Macbeth muore colpito dalla spada di Macduff e Malcolm viene incoronato nuovo re di Scozia. Muore anche Lady Macbeth, che, incredibilmente, sul finale aveva avuto un briciolo di risentimento per tutto il sangue che lei stessa aveva contribuito a far versare.

La maratona shakespeariana ha a suo favore un brillantissimo gruppo su facebook, dove tutti, a parte me che sono timidina e di sicuro ignorante in questo campo, si incitano e condividono spunti, idee, conoscenze. Spulciando qua e là nei vari post ho scoperto che il Macbeth shakespeariano si ispira a un Macbeth realmente esistito, re di Scozia per ben 17 anni, poco dopo l'inizio del primo millennio. Pare che il vero Macbeth fosse stato un buon sovrano, capace di garantire ricchezza e pace al suo regno, capace di prendere provvedimenti giusti come l'equiparazione delle figlie femmine ai maschi nelle questioni ereditarie. Insomma, pare che il Macbeth truce assassino protagonista dell'opera, l'unico di cui si abbia davvero memoria, non renda affatto giustizia al vero Macbeth da cui è stato ispirato.

Tornando al dramma, ammetto che mi è piaciuto. È stato un esperimento, il primo incontro con un genere mai toccato, una prova riuscita. Macbeth, nello specifico, mi ha fatta riflettere sul modo in cui ci approcciamo al nostro futuro: siamo noi a determinarlo? E se lo conoscessimo già come sarebbero influenzate le nostre scelte? Saremmo ancora uomini col libero arbitrio? Molto probabilmente no. Chissà se, senza l'intervento delle streghe, Macbeth sarebbe mai diventato re, chissà se avrebbe mai compiuto il regicidio senza la spinta della moglie, chissà se tutto si sarebbe svolto comunque in questo modo, anche senza l'intervento del soprannaturale e degli altri. Chissà.
Se il fato vuole ch'io diventi re,
ebbene il fato mi può incoronare,
senza ch'io abbia a muovere un sol dito.
Non resta che continuare la maratona. A febbraio si legge, nientepopodimenoche, l'Amleto.

6 febbraio 2016

Spunti e appunti prima del weekend #4


- Due dopoguerra a confronto, parte seconda. Come invogliarmi a decidere di leggere, finalmente, Beppe Fenoglio.
- Calendario 2016 // Febbraio
- Maschere dolci di Carnevale (una ricetta, provata, con soli due ingredienti!).
- Chicchi di caffè, la nuova rubrica di percorsi tematici di Tazzina di caffè. Questa settimana ci parla di tre libri dedicati agli animali.
- Citazioni:
1) Bisognerebbe tentare di essere felici, non foss'altro che per dare l'esempio. [Jacques Prevèrt]
2) Un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi. [Franz Kafka]

5 febbraio 2016

Il mappalibri #4 [Scrivimi ancora]

Il mappalibri è la rubrica del venerdì, nella quale ho pensato di condividere gli scarabocchi che realizzo a caldo dopo la lettura di un libro. 

Se anche voi avete voglia di scarabocchiare in senso quasi letterale le storie che leggete e di condividerle su Instagram vi chiedo di usare gli hashtag #ilmappalibri e #scarabocchidipensieri e di taggarmi (@scarabocchidipensieri) nei vostri scatti così che io possa ritrovarvi facilmente. Se vi va di giocare insieme a me sicuramente il venerdì ci sarà posto anche per i vostri scatti! 

Questa settimana ho scelto di condivide Scrivimi ancora di Cecelia Ahern, un libricino molto leggero ed estivo, non molto vicino ai miei gusti.
Qui potete trovare il post che gli ho dedicato e qui le frasi che ho sottolineato.

3 febbraio 2016

Storia della bambina perduta, frasi [Elena Ferrante]

Ora che sono vicina al punto più doloroso della nostra storia, voglio cercare sulla pagina un equilibrio tra me e lei che nella vita non sono riuscita a trovare nemmeno tra me e me.

Ecco, mi dicevo, cede la coppia, cede la famiglia, cede ogni gabbia culturale, cede ogni possibile accomodamento socialdemocratico, e intanto ogni cosa prova a prendere violentemente un’altra forma finora impensata: me e Nino, la somma dei miei figli e dei suoi, l’egemonia della classe operaia, il socialismo e il comunismo, soprattutto il soggetto imprevisto, la donna, io.

«I depressi non scrivono libri. Li scrivono le persone contente, che viaggiano, sono innamorate, e parlano e parlano nella convinzione che le parole vadano sempre in un modo o nell'altro al posto giusto».
«Non è così?».
«No, le parole vanno raramente al posto giusto, e solo per un tempo brevissimo. Per il resto servono a parlare a vanvera, come adesso. O a fingere che sia tutto sotto controllo».
«Fingere? Tu che hai sempre tenuto tutto sotto controllo, fingevi?».
«Perché no? È fisiologico fingere un poco. Noi che volevamo fare la rivoluzione siamo stati quelli che anche in mezzo al caos si inventavano sempre un ordine e facevano finta di sapere esattamente come stavano andando le cose».

Ti ricordi quando mi sono sposata con Stefano e volevo far ricominciare il rione punto e daccapo, solo cose belle, il brutto di prima non ci doveva essere più? Quant'è durato? I buoni sentimenti sono fragili, con me l’amore non resiste. Non resiste l’amore per un uomo, non resiste nemmeno l’amore per i figli, presto si buca.

Una mattina mi disse in dialetto: da piccola lo sapevo che si moriva, l’ho sempre saputo, ma non ho pensato mai che sarebbe toccato a me, e neanche adesso riesco a crederci.

Questi tradimenti, mormorò, se uno non li viene a sapere al momento giusto non servono, quando sei innamorato perdoni tutto. Perché i tradimenti abbiano il loro peso effettivo deve prima maturare un poco di disamore.

Dissi: finirei di nuovo querelata, mi ritroverei inutilmente in un mare di guai e sarei costretta – cosa che non voglio fare, per amore delle mie figlie – a pensare che le leggi funzionano con chi le teme, non con chi le viola.

«Non è pazzia, Dede, è dolore».
«Non ha mai pianto una lacrima».
«Le lacrime non sono il dolore».
«Sì, ma senza le lacrime chi ti assicura che il dolore c’è?».
«C’è e spesso è un dolore ancora più grande».

«È difficile constatare ogni giorno che tu sei libera e lei è rimasta prigioniera. Se c’è un inferno si trova dentro la sua testa insoddisfatta, non vorrei entrarci nemmeno per qualche secondo».

Lei possedeva intelligenza e non la metteva a frutto, ma anzi la sperperava come una gran signora per la quale tutte le ricchezze del mondo sono solo un segno di volgarità. Questo era il dato di fatto che doveva aver ammaliato Nino: la gratuità dell’intelligenza di Lila. Essa si distingueva tra tante perché con naturalezza non si piegava a nessun addestramento, a nessun uso e a nessun fine. Tutti noi c’eravamo piegati e quel piegarci ci aveva – attraverso prove, fallimenti, successi – ridimensionati.

Solo nei romanzi brutti la gente pensa sempre la cosa giusta, dice sempre la cosa giusta, ogni effetto ha la sua causa, ci sono quelli simpatici e quelli antipatici, quelli buoni e quelli cattivi, tutto alla fine ti consola.

«Per scrivere bisogna desiderare che qualcosa ti sopravviva. Io invece non ho nemmeno la voglia di vivere, non ce l’ho mai avuta forte come ce l’hai tu. Se potessi cancellarmi adesso, proprio mentre ci parliamo, sarei più che contenta. Figuriamoci se mi metto a scrivere».

Per mettere su un qualsiasi progetto a cui legare il proprio nome bisognava volere bene a se stessi e lei me lo aveva detto, non si amava, non amava niente di sé.

1 febbraio 2016

Storia della bambina perduta, Elena Ferrante


E così è finita. 
Addio a Silvia, Franco, Bruno Soccavo, Nadia, Armando. Addio alla Galiani, alla maestra Oliviero. Addio a Guido Airota, ad Adele, a Mariarosa, a Pietro. Addio a Gigliola, Gino, Marcello e Michele Solara, addio a Enzo, Carmen, Stefano Carracci. Addio a Nino Sarratore, Marisa, Donato, addio a Melina, Antonio, Ada. Addio a Pasquale, Pinuccia, Alfonso, a don Achille. Addio a Raffaella ed Elena, addio a Lenù e Lila.
Sono arrivata anch'io alla fine de L'amica geniale, l'ho fatto con calma, senza divorare un libro dopo l'altro, senza fare indegestione. Quello che mi resta è un vortice di storie, una spirale di emozioni contrastanti, dove tutto è smarginato (termine caro a Lila). Si smargina l'infanzia dentro una vita adulta di ribellione, si smarginano i sogni, si smargina l'amore, si smarginano bontà e cattiveria, ambizione e arroganza. Spariscono i contorni, niente è netto, tutto è sfumato. Si smarginano le tradizioni, gli ideali, le abitudini. Si smargina l'Italia sotto gli occhi di quelle piccole donne del rione , quelle piccole donne che dal rione, a modo loro, prendono le distanze.

La Ferrante racconta il nostro Paese, dal secondo dopoguerra a oggi. Racconta di quando lo studio era un privilegio e il lavoro non una scelta, ma un'eredità. Racconta di una vita andata altrove e altrove diventata grande, racconta di una vita mai uscita dal quartiere ma con una mente vivissima e gli occhi stretti per mettere a fuoco tutto meglio. Racconta del matrimonio come unico modo per una donna di cambiare la sua classe sociale. Racconta di unioni senza amore, di violenza, di nessuna dolcezza.
Ma gli anni passano e l'Italia inizia a cambiare, una piccola donna lavora intensamente per garantirsi l'indipendenza da ogni uomo e l'altra si laurea, sognando storie da scrivere. Arrivano gli anni Sessanta e con loro l'aria rivoluzionaria che avvolge tutto il mondo, che lo sconvolge, che presto riuscirà a scardinare, a smarginare, anche idee fisse da sempre radicate nel cattolicissimo popolo italiano. È un attimo e ci si conquista il divorzio e anche l'aborto. Sembrava impossibile e invece quelle due bimbe del rione, destinate al niente dei propri genitori, si trovano a vivere in un'epoca di grande trasformazione, di lavori nuovi, di nuovi modi per essere ugualmente una famiglia. Tutto va, come sappiamo essere andato: la Dc al governo, il pentapartito, il socialismo di Craxi, Di Pietro, Mani pulite, la politica che si svuota, che si corrompe, che si monetizza, che perde i suoi principi, fino ad arrivare alle elezioni del '94, quelle che segnano l'ascesa di Berlusconi, fino ad arrivare al nuovo millennio iniziato con le Torri gemelle sbriciolate da quegli aerei che sono rimasti nella memoria di tutti noi.
L'amica geniale non è stata solo la storia della sofferta amicizia lunga sessant'anni tra Lila e Lenù, L'amica geniale è stata anche la storia della nostra piccola Italia, raccontata in modo da non voler mai uscirne fuori, quasi si stesse in apnea, un anno dopo l'altro, avvenimento dopo avvenimento.
Sono quattro libri e tante pagine, ma tutto scorre senza nessun intoppo, dall'inizio alla fine, da quando Lila trascina Lenù su per le scale sulla porta di don Achille per chiedergli di restituire loro le bambole che lei stessa aveva buttato nel buio dello scantinato, fino alle loro bimbe vere, Tina e Imma.
È un'emozione continua, una continua giostra, ne esci un po' smarginata pure tu che leggi, che un attimo vorresti abbracciare Lila per poi prenderla a schiaffi la pagina successiva, ne esci stravolta anche tu che vorresti stringere la mano a Lenù per quello che è riuscita a fare salvo poi dubitare della sua intelligenza quando non sa non farsi usare da un uomo che era palese fin dall'inizio che l'avrebbe solo usata. È sempre così, per quattro libri, non si sa da che parte stare, non si sa che pensare, non si sa per chi tifare.
Lila o Lenù, Lenù o Lila, entrambe, nessuna.
Luci e ombre dappertutto. Chiaroscuri reali.
Nessuno è sempre buono, nessuno è sempre cattivo: come nella vita così nelle pagine di quest'opera immensa. Una meraviglia, semplicemente.
A differenza che nei racconti, la vita vera, quando è passata, si sporge non sulla chiarezza ma sull'oscurità. Ho pensato: ora che Lila si è fatta vedere così nitidamente, devo rassegnarmi a non vederla più.
Ed è finita, così.
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