9 maggio 2016

Adesso, Chiara Gamberale

Se dovesse succedere quella cosa brutta lì, quella cosa di cui da mesi non parliamo anche se da mesi si respira un po' nell'aria; se dovesse succedere quella cosa brutta lì, che dovessi togliere dalle pareti le foto di un matrimonio di cui sono stata testimone e che credevo sarebbe durato per sempre, come quelli di una volta; se dovessi ritrovarmi inaspettatamente orfana di un mezzo fratellone, per sua libera scelta; se dovessi avere una sorella alle prese con un nuovo inizio; se per caso lei avesse voglia di leggere: ecco, se tutti questi se dovessero realizzarsi (cosa che ancora mi auguro di no nonostante le sensazioni negative) io credo che le presterei quest'ultimo romanzo di Chiara Gamberale.

Perché c'è sempre un momento in cui cambia tutto e c'è sempre un prima, certo, ma anche un dopo che potrebbe essere altrettanto bello. O di più.

Adesso è un romanzo sulla seconda occasione. I protagonisti sono quarantenni in parte disadattati, alle prese con le loro separazioni, con i loro amori finiti, con i figli, con la loro poca voglia di prendersi delle responsabilità.
Adesso racconta di come sia complicato andare avanti dopo un passato ingombrante, passato che è giusto che ci sia a quarant'anni, altrimenti significherebbe aver solo vegetato senza aver mai vissuto veramente.
Lidia (una delle condomine che aveva adottato Mandorla ne Le luci nelle case degli altri) si è separata da poco dal marito Lorenzo, con cui continua ad avere un rapporto del tutto esclusivo, senza sapersi staccare dalla sua presenza rassicurante, seppure in passato l'abbia amata in modo del tutto superficiale e non appagante. Eppure lei ne è convinta: se esiste un grande amore in ogni vita, nella sua c'è già stato Lorenzo. Come lui nessuno mai.
Pietro si sta separando dalla moglie Betti, che ha deciso di farsi suora e che per questo si è chiusa in un convento pretendendo di portare con sé la figlia Marianna. Pietro non ci sta a lasciarla andare così e, proprio durante la sua lotta per ottenere l'affidamento di Colibrì (il nomignolo affettuoso con cui chiama la figlia), conosce Lidia.
Lei è una presentatrice televisiva, il cui programma, che lei definisce politico, Tutte le famiglie felici (titolo ispirato al famoso incipit di Anna Karenina), fa sì che venga adottata tutte le settimane da una famiglia diversa. Accade che una settimana lei venga adottata da Pietro e Marianna.
Lei è una chiacchierona sempre attiva, una donna libera dal cuore hippie; lui un serioso preside di un liceo classico, un uomo normale che tiene ermeticamente celato il suo passato difficile e quel dolore che non riesce a dire e che gli ha sempre impedito di lasciarsi andare fino in fondo.
È un attimo di voglia e vibrazioni positive che porta i due, senza tanti preamboli, a fare l'amore. Il loro rapporto sarebbe potuto diventare uno dei tanti, una botta e via dimenticabile facilmente in mezzo alle altre.
E invece.
Invece no.
Il momento è adesso.
Ricominciare. Dichiararsi. Ascoltarsi. Far uscire il proprio dolore. Darsi una possibilità, una seconda possibilità.
Forse il romanzo non mi sarebbe piaciuto tanto quanto mi è piaciuto se il mio contesto fosse stato più sereno e non così legato a un adesso che è un punto di svolta non richiesto, purtroppo.

Forse avrei trovato tutti i personaggi che compongono la cornice della storia di Lidia e Pietro troppo confusi e intrecciati tra loro, ne avrei trovata superficiale la descrizione e disordinati i loro incontri, troppo per star loro dietro e non perdersi, prima o poi. Ho una pagina di appunti a questo proposito: Andrè, Rosemary, Valentina, Max, Mina, Kate, Tommaso. Gli intrecci no, quelli sono davvero impossibili, e anche un po' inutili, da ricordare.

Forse avrei trovato tutto troppo smielato, troppo Notthing Hill per i miei gusti.

Forse avrei trovato eccessive anche le autocitazioni dell'autrice: Lidia che era una delle protagoniste de Le luci nelle case degli altri (che ancora devo leggere); il mettersi in gioco facendo cose mai fatte prima, concetto alla base di Per dieci minuti; e poi l'amore che quando c'era era senza dubbio meglio dell'amore che c'è.

Forse.
La realtà è che il mio cuore è innamorato da poco ed è pieno di paure, anch'io quell'Arca senza Noè certe volte faccio ancora fatica a lasciarla, anche se poi sono felice tra le braccia di un uomo che mi ama.
Come Lidia ho un cuore libero e hippie, darmi a un uomo completamente mi risulta ancora complicato, a tratti. Vita Immaginata e Vita Vera si stanno confondendo, il passaggio adesso non mi risulta del tutto indolore.
La realtà è che l'amore, un po', mi fa paura.
E mi fa paura, molta, anche quando può essere che non ci sia più.

La realtà è che questo romanzo mi ha emozionata, perché si è incastrato alla perfezione con la mia vita in balìa di uno tsunami sentimentale. Proprio adesso.

[Ho scritto questi scarabocchi giorni fa, oggi la situazione mi sembra un po' più rosea di quella di cui ho parlato tra le righe, ma mi piaceva lasciare il post così, con le impressioni che mi ha suscitato a caldo l'ultimo libro della Gamberale].

6 maggio 2016

Il mappalibri #10 [Storia del nuovo cognome]

Il mappalibri è la rubrica del venerdì, nella quale ho pensato di condividere gli scarabocchi che realizzo a caldo dopo la lettura di un libro. 

Se anche voi avete voglia di scarabocchiare in senso quasi letterale le storie che leggete e di condividerle su Instagram vi chiedo di usare gli hashtag #ilmappalibri e #scarabocchidipensieri e di taggarmi (@scarabocchidipensieri) nei vostri scatti così che io possa ritrovarvi facilmente. Se vi va di giocare insieme a me sicuramente il venerdì ci sarà posto anche per i vostri scatti! 

Questa settimana è il turno di Storia del nuovo cognome di Elena Ferrante.
Qui il post con gli scarabocchi sul libro e qui le frasi che ho sottolineato.

4 maggio 2016

Heidi, frasi [Johanna Spyri]

«Perché strilla così l'uccellaccio, Nonno?»
«Perché? Perché ride di quelli che stanno laggiù, stretti nei villaggi a litigare fra loro; e grida, così che tutti possano udirlo: 'Se ve ne andaste ciascuno per la sua strada su una montagna come faccio io, stareste meglio!'»

Heidi si infilò dietro le tende e raggiunse la finestra, ma questa era troppo alta e lei non poté aprirla. Arrivava ai vetri solo con la testa e quel che vide fuori ancor più la fece sentire in gabbia: solo muri e finestre, finestre e muri; né il cielo, né la terra. Corse all'altra finestra: lo stesso.
Come l'uccellino tenta tutte le sbarre fino a farsi male, così Heidi corse da una finestra all'altra pur avendo capito che non serviva e che fuori non c'erano l'erba verde, la terra o la neve, né gli alberi.

«Ora raccontami, come va col maestro? Hai imparato qualcosa?»
«No», rispose Heidi con un sospiro «ma io lo sapevo già da prima, che imparare è impossibile».
«Che cosa è impossibile imparare?»
«A leggere. È troppo difficile.»
«Difficile?! Ma chi te l'ha detto?»
«Peter me l'ha detto, che va a scuola da tanto. Lui ci riprova sempre, ma non gli riesce: è troppo difficile!»
«A me questo Peter sembra strano! Ma tu non devi pensare solo a quello che ti ha detto Peter; devi provare da sola! Io credo che non hai ben osservato le lettere per impararle. E sono anche sicura che puoi imparare a leggere, come imparano i bambini fatti come te. È che tu forse oggi non sai ancora quello che ti capiterà quando avrai imparato a leggere. L'hai visto sul libro il pastore al pascolo e le sue bestie? E tu lo sai che quando saprai farlo, potrai leggere tutta la storia del pastore e sarà come se qualcuno te la raccontasse? Potrai leggere da te tutto il racconto di quello che fa il pastore con le pecore e le capre, e tutte le cose strane che gli succedono».

Anche la nonna venne con loro e si fermò ad ammirare quegli alberi antichi: le alte cime sussurranti nell'azzurro, i tronchi dritti e robusti come colonne. Coi rami possenti essi narravano dei molti e molti anni che da lassù avevano guardato nella valle dove gli uomini erano venuti e andati e tutto si era trasformato mentre essi non cambiavano.

2 maggio 2016

Heidi, Johanna Spyri

Quando d'estate si ritornava a casa dall'Appennino, dove si era andati per un picnic, ero solita salutare le montagne gridando Ciao Heidiiii!!! Ciao capretteeeee! Ciao Peteeer! Io e mia cugina ci sgolavamo, convinte che da qualche parte, proprio lassù, ci fosse quella bimba paffutella e sempre scalza che ci teneva compagnia durante i nostri pomeriggi di supermerende e di supergiochi. 
Heidi era uno dei miei cartoni preferiti, per questo, quando ho visto il libro da cui era stato tratto appoggiato sullo scaffale dell Coop, non ho saputo resistere alla tentazione e l'ho portato a casa con me (insieme ad Anna coi capelli rossi, a essere sincera).
Il romanzo di Heidi è stato scritto alla fine dell'Ottocento: come il cartone è un inno alla natura, al suo rispetto, alla gioia di vivere di cose semplici e genuine, al volersi bene. 

L'autrice denuncia anche il lavoro minorile e l'analfabetismo, grazie alla simpatica figura del golosissimo Peter, che imparerà a leggere solo dopo molti anni, in seguito all'intervento di Heidi. I bambini della montagna pensano che la scuola sia del tutto inutile: a che serve loro studiare se tanto hanno da parare le capre? Serve forse saper leggere per andare al pascolo?

Nel romanzo è presente inoltre una fortissima morale cattolica, su cui spesso l'autrice calca la mano: tutto sembra dipendere dalle preghiere e dall'indiscussa bontà di dio, che se a volte ci fa soffrire è per un suo piano a noi oscuro che però, prima o poi, ci condurrà alla felicità. 
Questa centralità della religione e della fede è sicuramente la differenza più evidente col cartone che tutti noi, credo, abbiamo in mente. 
La storia ha inizio quando Heidi ha cinque anni e la zia Dete, stufa di dover rinunciare alla sua vita per accudire la nipote rimasta orfana, la conduce alla baita del Nonno, a Mayenfeld, un paese sperduto sulle Alpi svizzere. 
Il Nonno è un uomo burbero, un eremita che vive in solitudine, lontano da dio e dagli uomini, da cui è guardato con timore e disprezzo.
Un tempo aveva un bel podere, ma lo aveva perso giocando a carte; dopo la sconfitta era scomparso, forse si era arruolato militare arrivando fino a Napoli, dove si diceva che avesse ucciso un uomo in una rissa. Quando era ritornato alle Alpi aveva con sé un bambino, Tobia, che da grande aveva sposato la sorella di Dete, era diventato padre della piccola Adelaide detta Heidi, per poi morire, solo pochi mesi dopo, schiacciato da una trave mentre lavorava. Prestissimo Heidi si era ritrovata sia senza padre che senza madre, morta di dolore poco dopo il marito, per questo era cresciuta con la zia e la nonna materna.
Tutto questo fino a quando, appunto, ha inizio la storia che tutti conosciamo e lei inizia a vivere alla baita, sotto i tre grandi abeti, con le capre Cigna e Orsetta, che le danno il latte più buono del mondo, col suo letto di fieno da cui può vedere addirittura le stelle.
La vita del Vecchio dell'Alpe viene stravolta, lentamente il suo cuore di pietra si sgretola di fronte a tanta genuina meraviglia, di fronte all'entusiasmo di quella nipotina ritrovata che adora andare al pascolo con Peter, saltare con le capre, vedere i prati colorarsi di fiori bellissimi. 
Passano due anni e Dete, all'improvviso, torna a riprendersi Heidi per condurla a Francoforte, dove Clara Sesemann, sulla sedia a rotelle, ha bisogno di una compagna di studio e di giochi che la faccia stare meglio. Heidi parte solo dopo che la zia le ha promesso che, se non le piacerà la nuova vita, potrà tornare immediatamente dal Nonno. 
Purtroppo è una bugia. Heidi se ne rende subito conto, ma è intrappolata in quella città da cui non si vedono le stelle e nemmeno le sue montagne. Certo Clara è buona e simpatica, ma questo non le basta per essere felice. La Nonna di Clara si accorge della sua malinconia e la sprona a chiedere aiuto a dio, che dopo un po' di tempo interviene inviando alla piccola il Signor Sesemann e il Dottor Classen che decidono, per la sua salute, di rimandarla alla baita.
Heidi ritorna dal Nonno e lo trova ancora più cupo dell'altra volta, ma ora ha una lezione da impartirgli: gli racconta di dio, di come sia tornata a casa grazie alle preghiere e al suo intervento provvidenziale. Le parole di Heidi fanno tornare in superficie la fede perduta del Nonno, che piangendo fa pace con dio e di conseguenza anche con le persone. 
Tutto è bene quel che finisce bene, le Alpi e il buon cuore ritrovato del Vecchio riescono a guarire anche Clara.
L'amore vince.

Il cartone comunque è molto, molto, molto più bello del libro!

Ciao Heidiiii!!! Ciao capretteeeee! Ciao Peteeer!
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